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“LOVE IS THE INSTITUTION OF REVOLUTION”- DOTT.SSA FRANCESCA SILVERI

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Redazione-Il linguaggio dell’arte contemporanea di quali elementi è costituito? Se fa riferimento ai media che ci circondano e che usiamo, se si riferisce ai problemi del mondo e della società attuali, come deve porsi di fronte alle soluzioni da adottare? L’arte deve suscitare delle domande o dare delle risposte? Se il mondo e la società circostanti ci inquietano, come e dove possiamo trovare degli spazi creativi? La risposta di Karikis è nella sua mostra personale “Love is the Institution of Revolution”.”Love is the institution of revolution” è il titolo dato alla prima personale del giovane artista greco-britannico Mikhail Karikis in Europa Centrale, nella città di Lussemburgo, nell’estate 2017.  La mostra, nata dalla collaborazione del Middlesbrough Institute of Modern Art con il Casino-Luxembourg, ha portato  nel cuore della città un nuovo modo di intendere l’arte contemporanea.

Mikhail Karikis nasce in Grecia nel 1975, ma vive e lavora tra Londra e Lisbona. La sua originalità consiste nell’usare soprattutto immagini in movimento e suoni  come materia scultorea e come agente socio-politico per la creazione sia di installazioni audio-visive che di performance.

La mostra lussemburghese comprende due importanti progetti dell’artista: “Ain’t Got No Fear”, sviluppato in Inghilterra nel 2016, e “Children of Unquiet”, prodotto invece in Italia tra il 2013 e il 2015.

 Entrambi i progetti sono focalizzati sulle voci dei post-millenials e sulle loro visioni del futuro nel contesto del rapido processo di de-industrializzazione e di crisi (da quella ambientale a quella finanziaria) causati dalle attuali classi di potere dell’Europa Occidentale.

Nella prima ampia sala posta al secondo piano del Casino-Luxembourg era collocato il progetto “Ain’t Got No Fear”. Creato con la collaborazione di un gruppo di teenager, che sta crescendo sull’isola paludosa e post-industriale di Grain, nel Kent, il lavoro è composto da tre parti.

 La prima è una serie fotografica, stampata su di un unico pannello occupante un’intera parete, intitolata “Little Demons”, che ritrae un gruppo di giovani ragazzini indossanti delle maschere dall’aspetto demoniaco, ispirate ai rave party, come risposta critica, elaborata però con il linguaggio ludico degli adolescenti, alla “demonizzazione” che gli adulti attribuiscono ai loro comportamenti di disadattamento e di ricerca di un futuro possibile.

 La seconda parte è un’installazione video a due schermi, intitolata “The Rave”, che mostra lo svolgimento di un rave party di adolescenti più grandi nelle prime ore del mattino, in una foresta nascosta. Il sottofondo musicale di tamburi e bassi proviene da un’automobile posta vicino ai giovani, che appaiono smarriti agli occhi dell’osservatore, pur stando radunati intorno ad un fuoco per ballare, socializzare o dormire.

La terza è un’installazione video a schermo singolo, in cui un gruppo di giovani tra gli 11 e i 13 anni canta una canzone rap sulle loro vite, richiamando alla memoria i ricordi di quando erano più piccoli e immaginando il loro futuro da adulti. Utilizzano come ritmo i continui rumori assordanti provenienti dalla demolizione della vicina centrale elettrica. Il film, ricordando un video musicale, fa intravedere le esperienze adolescenziali nel contesto urbano fatto di nascondigli segreti sotterranei e cattura il desiderio che essi hanno di riappropriarsi del luogo in cui organizzavano i  rave party, prima che questi venissero vietati dalla polizia, in risposta all’isolamento del loro villaggio e alla mancanza di spazio per i giovani.

Nella seconda grande sala del Forum d’art Contemporain era esposto il secondo progetto di Karikis, “Children of Unquiet”. Per sviluppare tale lavoro Karikis ha lavorato con un gruppo di bambini tra i 5 e i 12 anni provenienti dalla zona geotermale della cosiddetta Valle del Diavolo in Toscana, nota per aver ispirato le descrizioni infernali di Dante, e per essere il luogo in cui è stata inventata la produzione di energia sostenibile nel primo ‘900 e dove è stata costruita la prima centrale elettrica geotermica al mondo. Fino a pochi anni fa, cinquemila lavoratori della centrale con le rispettive famiglie vivevano nella zona in un gruppo di iconici e moderni villaggi industriali costruiti dall’architetto Giovanni Michelucci. In seguito all’introduzione di nuove tecnologie nell’ambito della centrale, la disoccupazione dell’area è aumentata, riducendo notevolmente le prospettive per i giovani e portando di conseguenza ad un rapido spopolamento o abbandono di interi villaggi. Il lavoro comprende un filmato, un gioco da tavolo e un film Super-8 accompagnato da una serie fotografica.

 Nel filmato “Children of Unquiet” Karikis orchestra la conquista da parte dei bambini di un villaggio disabitato in questa terra desolata, trasformandolo in una scuola auto-organizzata e in un terreno di gioco. Il filmato è diviso in tre capitoli: nel primo i bambini presentano un ritratto uditivo del luogo, riproducendo con la voce i suoni della terra composti dai forti rimbombi sotterranei e dai ronzii della vicina fabbrica; el capitolo successivo si riuniscono nelle rovine del villaggio per leggere testi filosofici sulla produzione, sulla laboriosità delle api e sull’amore, mentre nel capitolo finale giocano insieme. Gli interventi dei bambini e il loro concerto di voci  nell’ambiente naturale ed industriale circostante creano un’opportunità di espressione comune e individuale, andando a raccontare di un progetto umano fallito e evocando futuri diversi possibili, desiderati o immaginati.

Il gioco da tavolo, chiamato “Larderello”, attiva i processi decisionali, i dilemmi e i conflitti posti  dalle dinamiche socio-economiche della de-industrializzazione,  dell’automazione e del conseguente spopolamento e migrazione dei lavoratori. Il gioco si focalizza sul villaggio Toscano di Larderello, è disegnato per due giocatori ed è costituito da diverse centinaia di componenti  come le tessere di gioco e le schede di istruzioni.

In ultimo, “Visions” è  un’installazione comprendente: un film Super-8 mostrato su di una Moviola azionata dai visitatori, che presenta le visioni che i bambini hanno delle loro case nel villaggio spopolato dove stanno crescendo, attraverso una serie di disegni e piani urbanistici creati durante dei workshop con l’artista; una serie fotografica mostrante i bambini in diversi stati di contemplazione uditiva dell’ambiente circostante;  una lampadina con un cavo di cotone che  crea uno schema sul muro.

La mostra si conclude in una piccola sala recante una scritta colorata sul muro la cui grafia ricorda quella dei bambini che dice “Love is the Institution of Revolution”, titolo della mostra.  Una delle bambine protagoniste del film “Children of Unquiet” recita infatti “l’amore è una forza produttiva. In amore noi produciamo un nuovo mondo, una nuova vita sociale… Un amore politico deve essere una forza rivoluzionaria, rilasciando le sue norme e istituzioni.

L’amore è un’istituzione rivoluzionaria”.

Testo scritto dalla dott.ssa Francesca Silveri (laurea magistrale in Economia dei Beni culturali e dello spettacolo, profilo in Economia e Gestione dei Musei e degli Eventi Espositivi).

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