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” LODATE DIO PER TUTTE LE SUE CREATURE ” – DI VALTER MARCONE

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Redazione-  Nel maggio 2022 il filosofo Bruno Latour (1) deceduto il 9 ottobre dello stesso anno all’età di 75 anni, dopo una lunga malattia, fu intervistato da p. Antonio Spadaro direttore de “La Civiltà Cattolica”.

Il tema era quello di un commento alla Laudato sì l’enciclica “ ecologista “di Papa Francesco. Ma allo stesso tempo i temi spaziavano in modo inusitato attraverso una serie di considerazioni di vitale importanza per quello che riguarda il destino umano e della Terra dove l’uomo vive .

Bisogna ricordare che Latour è autore di uno scritto pubblicato in Italia da Meltemi “La sfida di Gaia . Il nuovo regime climatico “ in cui parla di Natura come si legge sul sito dell’editore a presentazione del libro in questo modo inedito : “ Gaia non è il Globo, né la Madre Terra; non è una dea pagana e neppure la Natura così come l’abbiamo immaginata finora. Eppure, a causa degli effetti imprevisti della storia umana, quel che chiamavamo Natura abbandona ora le quinte e sale sulla scena. Lʻaria, gli oceani, i ghiacciai, il clima, il suolo: tutto quel che abbiamo reso instabile interagisce con noi. La vecchia Natura scompare e lascia il posto a un essere di cui è difficile prevedere le manifestazioni: Gaia. In questo libro sconvolgente come una profezia, Bruno Latour, fra i massimi antropologi contemporanei, esamina le innumerevoli e ambigue figure di Gaia per districare gli aspetti etici, politici, teologici e scientifici che la nozione ormai obsoleta di Natura aveva confuso, alla ricerca di una rinnovata solidarietà universale. “

Un interlocutore dunque con le carte in regola che più volte ha lanciato avvertimenti a cominciare proprio dalla necessità di evitare la tentazione di dissertare sull’ambiente o sulla morale politica in astratto, fuori dal mondo. Perchè appunto , uno è il mondo . Latour infatti in questo senso richiama l’attenzione anche in questa intervista oltre che averlo già fatto in un suo libro (2 ) sulla unicità del nostro pianeta e delle sue creature .

Dice Latour rispondendo a padre Spataro : “ Ho pubblicato un libro, che è appena uscito anche in italiano, per dare un avvertimento: quando si uscirà dal confinamento sanitario, si entrerà in un confinamento planetario. Abbiamo cambiato luogo. Non siamo in uno spazio infinito, siamo alloggiati all’interno di una situazione in cui gli esseri umani sono ormai una potente forza geologica. Non immaginatevi che, uscendo dal confinamento sanitario, voi sarete «deconfinati» per sempre.(…) “ E i confini sono dunque quelli del pianeta Terra. Da questa Terra si può pensare di andare via, di proiettarsi altrove nel cosmo ma è una pura illusione . Per cui continua Latour “La decisione è adesso, proprio perché non c’è altro spazio in cui ci si può immaginare di proiettarsi dopo, come se tutti gli atti di carità che non sono stati fatti nel presente si faranno nel futuro.” (…) ”Il tema del confinamento è un po’ negativo, ma ciò che è interessante è il terrestre, un’espressione che cerco di rendere comune: siamo esseri terrestri, dei viventi mortali, ed è questo che dobbiamo prendere in considerazione. La Terra non interessa ai moderni, credenti o indifferenti. Questo è anche uno dei motivi per cui alcune persone hanno problemi con la Laudato si’. Perché il Papa si interessa a tali questioni di ecosistemi ecc.? Primo, non è un argomento religioso e, secondo, non è molto interessante, almeno non quanto fuggire su Marte. Infatti, per interessarsene, occorre avere già vissuto un cambiamento. Ecco perché gli esercizi sono necessari, perché all’improvviso le persone cambiano la loro prospettiva e dicono: «Ah! ecco dove sono». Questioni di difesa dell’ambiente che sembrano astratte e opprimenti, data l’immensità dei problemi, diventano all’improvviso concrete: questo è il mondo in cui sono”

Dunque la Laudato sì di Papa Francesco appare come un discorso su cui riflettere tenacemente . Un discorso che va elogiato.

Infatti alla domanda del direttore della Civiltà cattolica del perchè di questo elogio anche da parte di Latour quest’ultimo risponde: “«Stavo cercando di cogliere quella che chiamo “una mutazione cosmologica”, che è anche una mutazione nei rapporti tra materialità, spiritualità, politica ecc.; tutto ciò che rimette in discussione il cambiamento delle nozioni di “Mondo” e “Natura” a beneficio della Terra. Sono rimasto stupito, leggendo la Laudato si’ , nel vedere come la dimensione profetica ed escatologica della nuova situazione si trovasse espressa in modo magnifico e del tutto esplicito. La riflessione sulla Natura degli ultimi tre secoli aveva ignorato i temi di spiritualità cristiana che la nuova situazione ecologica imponeva. Il testo interessava i miei amici ecologisti, gli scienziati delle cosiddette “scienze naturali”, in un modo che chiaramente apriva un nuovo dialogo, divenuto impossibile forse a partire dal XVII secolo».«Tecnicamente, il punto fondamentale è quello della nuova comprensione dei viventi e di una nuova concezione del mondo. Collegando il grido della Terra e il grido dei poveri, il Papa da un lato stabilisce un legame tra ecologia e ingiustizia, e dall’altro prende atto del fatto che la Terra, in qualche modo, potremmo dire, si emoziona, può agire e soffrire. Ha scritto: “Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei poveri”. Si era persa, in generale, la dimensione cosmologica.Improvvisamente, con la crisi ecologica, il cosmo s’impone con un’intensità straordinaria. Allo stesso tempo le cosiddette “questioni sociali” vengono riformulate dal Papa in relazione alla riappropriazione di quelle cosmologiche. Ciò si traduce in molte questioni come la decrescita, l’inquinamento, le condizioni di vita, ecc. Questa cosmologia diversa permette di constatare che il grido dei poveri e il grido della Terra sono congiunti».

Questo grido della Terra e dei poveri si ritrova nell’esortazione apostolica “Laudate deum” pubblicata il 4 ottobre 2023, una ideale continuazione,un aggiornamento del discorso iniziato nella Laudato sì. Una esortazione che si conclude così: “ “Lodate Dio” è il nome di questa lettera . Perchè un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso.”

Sei brevi capitoli e settantatre paragrafi compongono questo scritto di Papa Francesco che si rivolge ai fedeli in forma di esortazione apostolica.

Una “ esortazione” dunque che ha il rango inferiore della costituzione apostolica e dell’enciclica ma quello superiore della lettera apostolica e del messaggio. Sta alla pari con altri cinque testi del magistero di Francesco : Evangelii gaudium ( 24 novembre 2013), Amoris Laetitia ( 19 marzo 2016), Gaudete et exultate ( 19 marzo 2018), Christus vivi ( 25 marzo 2019), Querida Amazonia (2 febbraio 2020).

In questa ultima esortazione dunque il pontefice chiama in causa non solo la scienza ma anche la teologia. E’ un testo che fa seguito , come accennavo, alle riflessioni, in ideale continuazione del discorso della Laudato sì. Che ricorda nell’accento, tra le altre cose ,anche “ l’inseparabilità della preoccupazione per la natura ,la giustizia verso i poveri ,l’impegno nella società e la pace interiore ( LS,10) “ e “ tra i diversi livelli dell’equilibrio ecologico e di fraternità: quello con sé stesso , quello solidale con gli altri, quello individuale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio ( LS,210). Un esortazione che sfida le scienze sociali a ricercare un nuovo rapporto tra uomo e ambiente .

Sul tema del possesso della Terra si può richiamare anche una riflessione del filosofo Umberto Galimberti contenuta nel suo ultimo libro : “L’etica del viandante “ , ed. Feltrinelli. Sulla pagina web dell’editore infatti si legge: “L’Occidente ha due radici: il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana. Per quanto dischiudano orizzonti completamente diversi, entrambi descrivono un mondo dotato di ordine e stabilità. Ma noi viviamo nell’età della tecnica. È finito l’incanto del mondo tipico degli antichi. È finito anche il disincanto dei moderni, che ancora agivano secondo un orizzonte di senso e un fine. La tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela la verità: la tecnica funziona. L’etica, come forma dell’agire in vista di fini, celebra la sua impotenza. Il mondo è ora regolato dal fare come pura produzione di risultati.L’unica etica possibile, scrive Umberto Galimberti, è quella del viandante. A differenza del viaggiatore, il viandante non ha meta. Il suo percorso nomade, tutt’altro che un’anarchica erranza, si fa carico dell’assenza di uno scopo. Il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Cammina per non perdere le figure del paesaggio. E così scopre il vuoto della legge e il sonno della politica, ancora incuranti dell’unica condizione comune all’umanità: come l’Ulisse dantesco, tutti gli uomini sono uomini di frontiera. Oggi l’uomo sa di non essere al centro. L’etica del viandante si oppone all’etica antropologica del dominio della Terra. Denuncia il nostro modello di civiltà e mette in evidenza che la sua diffusione in tutto il pianeta equivale alla fine della biosfera. L’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro. Il viandante percorre invece la terra senza possederla, perché sa che la vita appartiene alla natura. Così ci guida Galimberti: “L’etica del viandante avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare, ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e incompiuta dimora”.

Nell’età della tecnica non comprendiamo più il mondo a partire da un senso ultimo. La storia non è più inscritta in un fine. L’unica etica possibile è quella che si fa carico della pura processualità: senza meta, come il percorso del viandante.

“L’etica del viandante è un’etica nuova, necessaria, perché nell’età della tecnica tutte le etiche dell’Occidente sono implose. Come fa l’etica a dire alla tecnica di non fare ciò che può? Tutte le etiche che abbiamo formulato, che sono etiche antropologiche in quanto mettono l’uomo al centro dell’universo, non funzionano più…”. Per il saggista “abbiamo perso il senso del limite che avevano i greci”. E ancora: “Noi riempiamo le scuole di computer, quando è la letteratura che ci insegna cosa sono il dolore e l’amore, la gioia e la speranza. Se queste cose non si hanno in testa quando si affronta l’angoscia, non ci si può salvare…”.

In una intervista su Il libraio.it lo stesso Galimberti parlando di etica e di tecnica afferma : “ “La tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. È un concetto, questo, che a più riprese Heidegger ribadisce in tutta la sua radicalità: ‘Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra’”.

Era in sostanza anche l’idea di Emanuele Severino(3) per il quale la tecnica che originariamente era strumento per l’agire umano è divenuta essa stessa un fine . Con l’aggiunta che in una società in cui la tecnica diventa fine, essa si pone in conflitto con la giustizia, e con qualsiasi altra dimensione che ne contrasti la crescente potenza. Per Severino “la tecnica sta all’inizio della nostra civiltà ma il suo dominio è andato sempre più crescendo ed oggi noi viviamo nel dominio della tecnica e ogni aspetto della nostra vita dipende dal modo in cui la tecnica ha organizzato l’esistenza dell’uomo sulla terra” (Storia del Pensiero Occidentale, a cura di E. Severino, Vol. 1, Mondadori 2019). Come si è avuto tale cambiamento? Secondo Severino le forze della tradizione occidentale, ovvero il sapere filosofico, il cristianesimo, l’illuminismo, il capitalismo, la democrazia, il comunismo,  inizialmente hanno concepito la tecnica come uno strumento, come un mezzo, guidato dalla concettualità della scienza moderna [E. Severino, Il Destino della Tecnica, BUR Rizzoli, 1998]. Tuttavia, tali forze, in conflitto tra loro, si combattono usando proprio la potenza tecnologica come mezzo.

Nel corso del Novecento molti filosofi hanno riflettuto sulla tecnica; i più noti sono, probabilmente, Husserl, Horkheimer e Adorno della Scuola di Francoforte e Heidegger.

Siamo tutti viandanti sradicati e strappati dalla Terra la cui maternità non vogliamo più riconoscere. Ecco perchè Papa Francesco dedica un capitolo intero a questo tema . Il secondo capitolo della Laudate Deum è dedicato al “crescente paradigma tecnocratico” evidenziando «che le capacità ampliate dalla tecnologia danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». «Non ogni aumento di potere», infatti, «è un progresso per l’umanità». Basti pensare alle tecnologie utilizzate per lanciare bombe atomiche e annientare gruppi etnici.

E’ quello che dice anche Galimberti sempre percorrendo quella sua intervista a Il libraio .it : “Abbiamo perso il senso del limite che avevano i greci. Loro Prometeo l’avevano incatenato, noi l’abbiamo scatenato. Ma come diceva la sapienza greca, ‘chi non conosce il proprio limite, tema il destino’. Il nostro destino è che stiamo distruggendo la terra”. (…)“La tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. È un concetto, questo, che a più riprese Heidegger ribadisce in tutta la sua radicalità: ‘Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra’”. (…)“La verità non è più la conformità all’ordine del cosmo o di Dio, ma pura e semplice efficacia. Se infatti l’ordine del mondo non dimora più nel suo essere, ma dipende dal ‘fare tecnico’, vero sarà l’efficace, ossia ciò che ha le condizioni per realizzarsi, e falso l’inefficace”.

Ma l’uomo parte dalla natura e alla natura deve ritornare .Fermo restando che l’uomo non è un fattore esterno capace solo di danneggiare l’ambiente, «dobbiamo tutti ripensare alla questione del potere umano, al suo significato e ai suoi limiti». Ci vuole lucidità è onestà, l’amara constatazione, «per riconoscere in tempo che il nostro potere e il progresso che generiamo si stanno rivoltando contro noi stessi». Alla base anche la logica del massimo profitto al minimo costo e una sbagliata concezione della “meritocrazia” che è diventata «un meritato potere umano a cui tutto deve essere sottoposto, un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo».

Il quarto capitolo dell’Esortazione apostolica è dedicato a progressi e fallimenti delle conferenze sul clima. Viene evidenziato il ruolo importante giocato dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e dalla Cop21 di Parigi nel 2015 che ha prodotto un accordo che ha coinvolto tutti prefigurando come obiettivo a lungo termine il «mantenere l’aumento delle temperature medie globali al di sotto di due gradi rispetto ai livelli preindustriali puntando comunque a scendere sotto gli 1,5gradi». Il proseguo degli incontri, come Sharm el-Sheikh nel 2022 hanno rivelato un basso livello di attuazione dei propositi anche per la mancanza adeguati meccanismi di controllo mentre adesso si guarda con speranza alla Cop 28 di Dubai.

Papa Francesco in questa sua riflessione sembra fare una carezza agli ecologisti mentre severamente condanna quelli che minimizzano e accusano i poveri circa il riscaldamento globale. Sembrerebbe poi, ed è un triste tentativo di semplificare la realtà, «che la colpa sia dei poveri» responsabili di «avere troppi figli e cercano di risolvere il problema mutilando le donne». Invece, i numeri dicono «che una percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri».

Siamo dunque viandanti ma viandanti diversi secondo Galimberti e papa Francesco.

La Laudate deum è anche un atto di fede della Chiesa nella scienza. Il Papa crede nella scienza.Ma anche nella politica alla quale rivolge un appello. E’ la prima volta che un pontefice invita con fermezza la politica ad attenersi alla scienza.

Bisogna anche parlare di un certo tempismo nei documenti papali. Infatti la “Laudato si “ veniva pubblicata nel maggio del 2015 a pochi mesi dalla Cop 21 che produsse l’accordo di Parigi. Nel 2023 il Papa torna su quel tema dichiarando che quel lavoro è rimasto incompiuto. in attesa della Cop 28 la conferenza sui cambiamenti climatici organizzata dall’Onu che si svolgerà tra breve. Questa nuova conferenza è a lungo citata nella “Laudate deum” che va detto per inciso espone i suoi argomenti sulla base della mole di dati messi a disposizione proprio dall’organismo delle Nazioni unite ,ovvero il rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc). .

Due capitoli dell’Esortazione “Laudate Deum” sono dedicati ai vertici Onu sul clima, le cosiddette Cop, ovvero Conferenze dei firmatari della Convezione quadro sui cambiamenti climatici approvata nello storico summit di Rio del 1992. Da allora, ogni anno, i 197 Paesi parte del trattato più l’Ue si incontrano per fare il punto sulla situazione

Nella Laudate deum Dopo aver sintetizzato luci e ombre degli ultimi ventun anni di diplomazia climatica, papa Francesco conclude il capitolo 4 con questa drammatica presa di coscienza: «Gli accordi hanno avuto un basso livello di attuazione perché non si sono stabiliti adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze. I principi enunciati continuano a richiedere vie efficaci e agili di realizzazione pratica. Inoltre, i negoziati internazionali non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità».

L’ultima conferenza la numero 27 si è svolta nel 2022 a Sharm el-Sheik, in Egitto, chiamata a rispondere sul mantenimento degli accordi presi in occasione della Cop26 a Glasgow e a Parigi nel 2015con il fondamentale obiettivo della eliminazione di emissioni di anidride carbonica entro il 2030. La Cop 27, il vertice in cui delegazioni da tutto il mondo si ritrovano per avanzare il programma di lavoro sulla lotta ai cambiamenti climatici”, ha individuato tre aree di intervento principali: mitigazione, cioè riduzione delle emissioni climalteranti, adattamento e transfer di risorse finanziarie, tecnologiche ed intellettuali.

Dice Jacopo Bencini capo delegazione di Italian Climate Network. :” L’obiettivo principale di Cop27 è stato quello di portare avanti i decreti entrati in vigore con gli accordi di Parigi. Le intese sono “pienamente operative e ora sta ai singoli Stati aggiornare i propri obiettivi”, aggiunge Bencini. Sul tema, l’Italia viene definita piuttosto indietro e con “i compiti a casa non fatti”. Bisogna però specificare che il Paese negozia come parte dell’Unione Europea e come ad ogni Stato spetti “il compito di inviare i propri tecnici all’interno dei negoziati”. La situazione attuale, con il nuovo governo appena insediatosi, porterà alla formazione di una delegazione con “un indirizzo e una linea politica chiara, ma non così netta”

“Che cosa ci si aspetta dalla Cop28 di Dubai?”. Che cosa, cioè, possono attendersi da quest’ennesima riunione di grandi leader in programma tra fine novembre e dicembre, 2023 ospitata oltretutto da una delle principali potenze petrolifere mondiali, le popolazioni più fragili della Terra per difendere se stessi e le loro precarie economie di sussistenza da siccità prolungate, alluvioni impreviste, uragani fuori controllo? Che cosa possono sperare quanti in ogni parte del pianeta credono e agiscono perché l’umanità abbia vita e vita degna? Il vertice di Dubai «può essere un punto di svolta, comprovando che tutto quanto si è fatto dal 1992 era serio e opportuno, altrimenti sarà una grande delusione e metterà a rischio quanto di buono si è potuto fin qui raggiungere».

In verità però la ragione fondamentale di tutto il discorso che Papa Francesco fa di nuovo sulla natura e sul destino della Terra e quindi dell’uomo rispetto ai cambiamenti climatici sta in una affermazione . Che lo stesso pontefice sintetizza così. Scrive il Papa che «la fede autentica non solo dà forza al cuore umano ma trasforma la vita intera, trasfigura gli obiettivi personali, illumina il rapporto con gli altri». In questo contesto ai credenti viene chiesto di contribuire a realizzare una cultura nuova basata per esempio sul ridurre gli sprechi e consumare in modo oculato, così da inquinare meno. Un cambiamento «diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe infatti un impatto significativo a lungo termine». Si tratta di non cedere alle lusinghe di una tecnocrazia che domina tutto e di non considerare l’uomo come un dominus assoluto. Lodate Dio è il nome di queste lettera, conclude il Pontefice, «perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso».

(1)Bruno Latour .Bruno Latour (1947) è autore impossibile da assegnare stabilmente a un’appartenenza disciplinare. Sociologo, antropologo, filosofo, egli è oggi in prima linea nei dibattiti di ecologia politica: la portata teoretica ed euristica della sua opera va ricercata – questa l’ipotesi che ci ha guidati nel condurre l’intervista che segue – proprio nella sua indisciplinatezza. Tale indisciplinatezza non è, si badi, da confondersi con una mancanza di pertinenza dei suoi contributi; piuttosto, essa segnala la loro pertinenza simultanea per una serie di campi di studio abitualmente distinti.

La feconda intuizione che soggiace a tutta l’opera di Latour, saldamente ancorata a una serie di studi empirici (Latour, Woolgar, 1979; Latour, 1984; Latour, 1992), può essere riassunta così: l’immagine che si ha della scienza differisce radicalmente a seconda che la si osservi «in azione», nel suo farsi, oppure nel momento in cui essa si presenta «pronta per l’uso», ovvero come una «scatola nera» che può essere utilizzata senza che se ne conoscano storia o contenuto (Latour, 1987). Gli scienziati tendono a presentare ex post il proprio lavoro come un percorso lineare di scoperta della natura; a osservarli in laboratorio, tuttavia, li si trova alle prese con i numerosissimi passaggi di traduzione necessari per trasformare un evento sperimentale nel tassello di una conoscenza cumulabile.Da qui la necessità di studiare le scienze etnograficamente, secondo modalità in tutto e per tutto analoghe a quelle impiegate dagli antropologi che si recano presso popolazioni lontane, interessandosi a particolari cui la sociologia classica non aveva ritenuto di attribuire importanza alcuna: «le fonti di finanziamento, il background dei partecipanti, i pattern di citazioni nella letteratura rilevante, la natura e l’origine della strumentazione, e così via» (Latour, Woolgar, 1986, 278).

Latour B. (1984), I microbi: trattato scientifico-politico, Roma, Editori riuniti, 1991. Id. (1987), La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza, Torino, Einaudi, 1998.Id. (1991), Non siamo mai stati moderni, Milano, Elèuthera, 2015. Id. (1996), Il culto moderno dei fatticci, Roma, Meltemi, 2005.Id. (1999), Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze, Milano, Cortina, 2000.

https://journals.openedition.org/qds/2064

( 2)Cfr B. Latour, Où suis-je? Leçons du confinement à l’usage des terrestres, Paris, La Découverte, 2021 (in. it. Dove sono? Lezioni di filosofia per un pianeta che cambia, Torino, Einaudi, 2022)

(3)Emanuele Severino, scomparso nel 2020 ha riservato alla tecnica un ruolo centrale nel suo pensiero attraverso molti interventi e numerose pubblicazioni, tra le quali, Téchne, le radici della violenza (1979 ed edizioni successive) e Il Destino della Tecnica (1998).

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