Ultime Notizie

LE REGIONI A STATUTO ORDINARIO COMPIONO OGGI, 16 MAGGIO 2020, CINQUANTA ANNI

7.904

Le ragioni di una democrazia costituzionale e parlamentare

Redazione- Scrive  il prof. Carlo Di Marco animatore dell’Associazione Demos e ordinario di Diritto  costituzionale all’Università di Teramo “ una nuova forma di stato mai esistita prima di allora” È tutta qui la portata storica e “millenaria della nostra Patria”. Per la prima volta nella storia dell’umanità, infatti, la democrazia sostanziale, vista dai classici del pensiero politico antico e moderno come ruolo attivo, partecipativo e di controllo della grande massa dei governati sui governanti, diventava possibile. Per la prima volta rispetto a tutte le democrazie conosciute nella storia, fin da quella degli antichi, la Costituzione repubblicana (che entrerà in vigore poco meno di tre anni dopo  quel 25 aprile  n.d.r.) prevedeva – offrendone anche gli strumenti di realizzazione – che tutte le persone, a prescindere da ogni condizione sociale, economica e politica, potessero avere un ruolo attivo partecipativo e di controllo nell’esercizio dei pubblici poteri. Vero è che prima varie costituzioni a tanto erano già arrivate (cost. francese del 24 giugno2793, atti della Comune di Parigi, la costituzione della Repubblica di Bologna, quella della Repubblica romana ecc..), ma chi sa come mai erano state tutte esautorate e annullate con il ferro con il fuoco e con inenarrabili bagni di sangue di poveri innocenti. Il 25 aprile del 1945 si interruppe finalmente questa continuità aberrante aprendo la strada finalmente per l’umanità, mostrandone gli strumenti istituzionali di realizzazione, al riscatto dei poveri dei più umili degli oppressi e dei perseguitati di ogni tipo di potere.” E continua “il 25 aprile del 1945 non fu una festa delle bandiere rosse, bensì la festa di liberazione dalla barbarie fascista e nazista da parte di un popolo in armi che si ribellava al fascismo, all’occupazione nazista e lanciava i termini epocali di un nuovo umanesimo. Fu un evento inclusivo? Certo! Tutte le componenti sociali e politiche della collettività nazionale, che fino a quel momento avevano subito carcere, tortura, fucilazioni, stupri e stermini si ribellavano come un sol uomo. Con quale espressione possiamo definire questo fenomeno? Unità, inclusività, coesione, dialettica, volontà politica comune, unitario slancio costituente. I costituzionalisti lo chiamano “clima costituente”. Tutte le componenti sociali e politiche confluirono in un organismo unitario che aprì la strada all’Assemblea Costituente con il voto del 2 giugno 1946, in cui le donne tenevano a battesimo la Repubblica democratica e antifascista. Vediamo un po’: ci furono degli esclusi? Certo! I fascisti. Perché l’insurrezione popolare del 25 aprile del 1945 fu un evento contro il fascismo e l’invasione nazista, ma non solo: pose le basi per costruire una nuova forma di stato mai esistita prima di allora.” (1)

Ho preso questo brano del prof. Di Marco per iniziare una riflessione su due  date storiche, quella del 25 aprile 1945  che ricorda l’insurrezione per  la  liberazione dall’occupazione nazi fascista e quella del 16 maggio 1970  data  in cui vennero istituite le regioni a statuto ordinario che compiono  dunque  cinquant’anni di vita. Due date che specularmente richiamano un cambiamento importante nella storia  del nostro paese e che ,ognuna per la sua parte, indica  la nascita di una democrazia  e le sue ragioni . Certo non mi soffermo ,avendo introdotto questa riflessione con le parole del prof Di Marco, sul valore della liberazione e della insurrezione armata di popolo che dette vita proprio alla ulteriore lotta di liberazione attraverso  la resistenza ,la lotta partigiana . Quello su cui voglio soffermarmi in modo più esteso è proprio sul valore delle regioni nell’ordinamento costituzionale nella vita del paese anche attraverso luci ed ombre di questi cinquant’anni di esistenza e delle prospettive di sviluppo  dell’ente regionale in tema di maggiore autonomia e quindi di maggiore democraticità  nei rapporti con lo Stato centrale e nei rapporti con i cittadini che rappresenta..

Nonostante la Costituzione del 1948 avesse previsto la presenza delle Regioni come enti territoriali politicamente ed economicamente autonomi, tuttavia le regioni a statuto ordinario furono istituite concretamente solo nel 1970 ..Le regioni a statuto speciale  sono rette da uno statuto che è una vera e propria legge costituzionale. Mentre  quelle a statuto ordinario hanno appunto uno statuto la cui formazione è disciplinato dalla stessa costituzione  che all’art. 123 della Costituzione dice che  lo Statuto ordinario ” è approvato e modificato dal Consiglio regionale con legge approvata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, con due deliberazioni successive adottate ad intervallo non minore di due mesi. Il Governo può promuovere la questione di legittimità costituzionale sugli statuti regionali dinanzi alla Corte costituzionale entro trenta giorni dalla loro pubblicazione. Lo statuto è sottoposto a referendum popolare qualora entro tre mesi dalla sua pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori della Regione o un quinto dei componenti il Consiglio regionale”.

In seguito alla promulgazione da parte del Presidente della Regione si passa alla pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione. Per quanto riguarda le materie, lo Statuto deve disciplinare obbligatoriamente “la forma del governo e i principi fondamentali di organizzazione e funzionamento” della Regione, l’iniziativa delle leggi, il referendum e la pubblicazione degli atti normativi.

Lo Statuto ordinario è la fonte primaria regionale, gerarchicamente subordinata alla Costituzione. L’articolo 123 della Costituzione prevede per lo Statuto un contenuto “necessario” che va a disciplinare e regolamentare una serie di norme che vanno a definire la Forma di governo, il diritto di iniziativa e del Referendum su leggi regionali e provvedimenti amministrativi, nonché la pubblicazioni delle leggi regionali e dei regolamenti regionali, la modalità di elezione degli organi principali dello statuto, e le modalità di elezione del Presidente della Giunta regionale (vedi artt. 121-126 Cost), gli organi, i rapporti tra di loro e le rispettive competenze (vedi art. 121 Cost). Non si possono determinare negli Statuti: gli organi della Regione e le competenze, (fissati già dall’art. 121 Cost.) e il sistema elettorale e la durata degli organi elettivi (già fissati dagli artt. 122-126).

 L’VIII disposizione transitoria della Costituzione  stabiliva che «le elezioni dei Consigli regionali e degli organi elettivi delle amministrazioni provinciali” dovessero essere indette “entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione».
La stessa disposizione transitoria statuiva anche che “Leggi della Repubblica” avrebbero regolato «per ogni ramo della pubblica amministrazione il passaggio delle funzioni statali attribuite alle Regioni». Altre leggi avrebbero, inoltre, disciplinato «il passaggio alle Regioni di funzionari e dipendenti dello Stato».
Infine, la IX disposizione transitoria stabiliva che la Repubblica, «entro tre anni dall’entrata in vigore della Costituzione», avrebbe adeguato «le sue leggi alle esigenze delle autonomie locali e alla competenza legislativa attribuita alle Regioni».
Era, dunque, chiaro che il processo di regionalizzazione della Repubblica non potesse andare avanti se prima non si fosse attuato quanto contenuto in tali disposizioni. E proprio sul termine di un anno per le elezioni dei Consigli regionali si giocò la battaglia tra i fautori delle Regioni e coloro che preferivano rimandare la loro entrata in funzione.

La questione della nascita delle regioni era però fortemente dibattuta  per la presenza di posizioni veramente  contrastanti tra di loro e a voolte inconciliabili : infatti mentre i repubblicani erano regionalisti, si dichiaravano contrari alle Regioni i liberali, quantomeno nella raffigurazione data nella Costituzione. Assolutamente contrari erano, poi, i partiti di centro-destra, specialmente il Movimento Sociale per il timore di una frattura dell’unità nazionale. Queste posizioni emersero chiaramente nel dibattito parlamentare per l’approvazione della legge Bergmann.
Il 25 ottobre 1949 la Legge n. 762, proposta dal deputato democristiano Roberto Lucifredi, disponeva una nuova proroga delle elezioni dei Consigli regionali al 31 dicembre 1950.

Bisognò aspettare gli anni Sessanta e i governi di centro sinistra perché l’’attuazione del dettato costituzionale in materia regionale diventava un punto importante del programma del IV Governo Fanfani del febbraio 1962, formato da DC, PRI e PSDI, con l’appoggio esterno del PSI. Ma a spaventare la Democrazia Cristiana giunse il timore che le alleanze PCI-PSI in molti Comuni potessero essere riproposte nei governo regionali.
Nel I Governo Moro del dicembre 1963 il tema regionale ritornò al centro del programma politico anche in vista di una estensione del metodo della programmazione per superare i divari ancora esistenti nel Paese, in particolare quello tra Nord e Sud. Aldo Moro, peraltro, nel 1960 aveva presieduto la “Commissione di studi per l’attuazione delle Regioni di diritto comune”, istituita con lo scopo di studiare le modifiche alla normativa del 1953 e di elaborare un progetto sul finanziamento delle Regioni.

Il 21 giugno 1967 il Ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, presentò alla Camera un disegno  di legge  poi approvato come legge elettorale regionale (Legge 17 febbraio 1968 n. 108). Era il momento conclusivo di un lungo dibattito politico tra i sostenitori delle elezioni a suffragio universale e diretto e coloro che sostenevano elezioni indirette di secondo grado affidate ai consiglieri provinciali. Il disegno di legge governativo definitivo optò per le elezioni dirette anche per il clima politico diverso venutosi a creare, con il consolidamento della collaborazione DC-PSI.
La Legge n. 108 (“Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale”) concluse il suo iter parlamentare con il voto favorevole dei partiti di governo (DC, PSI, PRI e PSDI), oltre che delle opposizioni di sinistra (PCI e PSIUP), e il voto contrario di PLI, MSI e monarchici.  (2)

Il 20 febbraio 2020 la Conferenza  delle regioni e delle province autonome  con un comunicato9 stampa così annunciava il cinquantesimo anniversario “La Regione come ‘comunità’”, sarà questo il tema conduttore di una serie di eventi che caratterizzeranno il 50° dell’istituzione delle Regioni a Statuto ordinario”, lo ha annunciato il Presidente, Stefano Bonaccini, al termine della odierna Conferenza delle Regioni

“Nel corso degli anni le Regioni sono diventate veri e propri punti di riferimento del territorio. La loro azione – spiega Bonaccini – si è espansa, assumendo un profilo istituzionale che va ben la di là del mero catalogo delle competenze legislative. Oggi quando c’è da progettare opportunità di sviluppo, quando si vuole realizzare davvero una politica di rilancio degli investimenti pubblici, oppure quando c’è da gestire un’emergenza, si fa necessariamente riferimento alla dimensione regionale. C’è di più: la stessa concertazione istituzionale basata su accordi o patti Stato-Regioni è diventata per ogni Governo, a prescindere dal colore politico, un percorso di seria concretezza istituzionale, un modo per rispondere alle esigenze del Paese, spesso la chiave per risolvere problemi.  Il 50° della nascita delle Regioni a statuto ordinario – prosegue Bonaccini – non deve essere solo un evento celebrativo, ma deve diventare l’occasione per riflettere sulla storia, sulle buone pratiche e sulle prospettive future del ruolo delle istituzioni regionali.Per questo abbiamo pensato ad una serie di seminari che si svolgeranno in alcune città e che serviranno ad approfondire per grandi macroaree la funzione, la storia e lo sviluppo della Regione, intesa appunto come comunità.L’obiettivo è di ricavare lungo questo percorso alcune idee-guida, alcuni principi e proposte concrete da far confluire in un documento unitario.Lavoreremo insieme – come “comunità delle Regioni”, tema che mi auguro nel 2021 possa essere al centro del 40° della nascita Conferenza delle Regioni – per arrivare ad un vero e proprio “manifesto per il nuovo regionalismo” che presenteremo all’opinione pubblica, al Paese e a quella società civile operosa che può aiutarci – conclude Bonaccini – a riscoprire le radici più profonde della nostra democrazia e alcune idee portanti, come lo stesso regionalismo, che il costituente ha voluto con convinzione fra i principi della Carta”.  (3)

Ma a che punto è oggi il processo di autonomia regionale?

 L’articolo 116, terzo comma, della Costituzione prevede che la legge ordinaria possa attribuire alle regioni” ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata. La norma costituzionale , introdotta in occasione del riordino del Titolo V della Costituzione del 2001, sino a oggi non è mai stata attuata Nella parte conclusiva della XVII legislatura ,tuttavia, le regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno avviato negoziati con il Governo per arrivare a un’intesa sull’attribuzione di autonomia differenziata Lo scorso 28 febbraio 2018 , sul finire della legislatura, il Governo ha sottoscritto con le regioni tre distinti accordi preliminari che hanno individuatoi principi generali, la metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa.Le modalità con cui le tre regioni hanno attivatoil percorso ex art116, terzo comma insieme alle principali tappe del processo e ai contenuti degli accordipreliminarisono illustrati inaltridocumenti del Servizio Studi del Senato

Dopo la sottoscrizione degli accordi preliminari con il Governo da parte di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, è iniziato l’effetto domino che ha portato ora Campania, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Toscana ed Umbria, ad avviare i negoziati per ottenere maggiore autonomia dallo Stato su diverse materie, tra le quali la sanità. Ad aver intrapreso l’iter, senza aver però ancora formalizzato la richiesta di avvio dei negoziati sono, invece, Calabria, Basilicata e Puglia.

Scrive Giovanni Rodriquez :” Più autonomia per tutte le Regioni? La strada intrapresa sembra ormai essere questa. Dopo la sottoscrizione degli accordi preliminari  del  Governo da parte di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, che hanno aperto la strada all’Intesa prevista dall’art.116, terzo comma, della Costituzione per avere maggiore autonomia regionale su diverse tematiche, sembra aver preso il via un effetto domino che sta progressivamente coinvolgendo tutte le Regioni italiane ad eccezione di Molise e ed Abruzzo.

Ma di cosa si tratta? Sulla base del “regionalismo differenziato” alle regioni a statuto ordinario possono essere attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia 1) su determinate materie e 2) seguendo uno specifico procedimento. La procedura per l’attivazione del regionalismo differenziato è ricavabile (quasi esclusivamente) dalla disposizione costituzionale: non è mai stato realizzato, infatti, un organico intervento legislativo per disciplinare l’attuazione dell’art. 116, terzo comma. La regione interessata è l’unico soggetto titolato ad avviare il procedimento. L’avvio di questo procedimento può eventualmente essere preceduto (e così è stato per le regioni Lombardia e Veneto) da un referendum consultivo per acquisire l’orientamento dei cittadini.(…) Ad oggi, su 15 regioni a statuto ordinario, 3 (come detto) hanno sottoscritto accordi preliminari con il Governo:
– 7 hanno già formalmente conferito al Presidente l’incarico di chiedere al Governo l’avvio delle trattative per ottenere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Si tratta di Campania, Liguria, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria: con loro il Governo potrebbe avviare immediatamente i negoziati. Tutte e 7 chiedono maggiore autonomia anche in tema di sanità;
– 3 regioni non hanno ancora approvato formalmente tale mandato, ma hanno assunto iniziative preliminari che in alcuni casi hanno condotto all’approvazione di atti di indirizzo. Si tratta di Basilicata, Calabria, Puglia;
– 2 regioni, Abruzzo e Molise, non risultano invece aver avviato iniziative formali per l’avvio della procedura ex art.116, terzo comma, della Costituzione.

Alla luce di questa situazione, sono ora possibili tre differenti scenari per lo sviluppo delle trattative con le regioni:
Il Governo infatti può:
– proseguire speditamente con Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto (o anche solo con una di queste), per definire un modello da applicare successivamente alle altre regioni (un modello necessariamente flessibile in modo da potersi conformare alle diverse esigenze, sensibilità e caratteristiche delle varie realtà regionali);
– includere sin da subito, nei tavoli di lavoro già avviati, anche le regioni che hanno formalmente avanzato la richiesta di avvio del negoziato33;
– attendere che anche le altre regioni che hanno manifestato interesse completino l’iter di avvio della richiesta.”(4)

 Ho riferito ,con l’aiuto di varie fonti storiche e giuridiche  le vicende più importanti che hanno  caratterizzato  in questi ultimi cinquant’anni la vita delle regioni. Una storia che fa riflettere  su che cosa esse rappresentino  per i cittadini e per come siano state usate  dalla politica dal loro apparire  nel dettato costituzionale fino ad oggi  a non voler tener conto anche delle recentissime  cronache, solo dello scarso anno in merito alle elezioni regionali .

Le regioni dunque arrivavano 22 anni dopo la Costituzione che le prevedeva

Nel suo intervento di Domenica 10 maggio  2020  sul Sole24Ore, Sabino Cassese traccia autorevolmente un bilancio assai magro e deludente dell’esperienza regionale a cinquanta anni dalla loro istituzione nel 1970. Vi si muovono due accuse pesanti. La prima è che le regioni non sono apprezzate dai loro cittadini, come testimonia l’affluenza al voto.(…). La seconda accusa riguarda il fatto, presunto, che “le regioni hanno accentuato il divario Nord-Sud, diventando così fattore di disunione”. È un’accusa pesante, poiché il divario socio-economico è probabilmente il nodo strutturale più rilevante del nostro paese. “

Andrea Filippetti  del CNR – Istituto di Studi sui Sistemi Regionali, Federali e sulle Autonomie (ISSiRFA  commentando  sempre su Il Sole 24 ore l’articolo del giudice Cassese afferma :”La perentorietà di tale accusa lascia però alquanto perplessi. L’unico periodo di convergenza tra Nord e Sud, in cui il divario si riduce sensibilmente, si rileva nel periodo che va dal dopoguerra alla prima crisi del 1973, durante il boom economico e il grande intervento pubblico nel Meridione; dopo di allora il Sud smette di convergere. Le ragioni sono molteplici. La più generale riguarda la transizione da un paradigma economico fondato sull’industria a uno basato sulla tecnologie e servizi innovativi. Tecnologie e conoscenza ridisegnano la geografia produttiva aumentando i divari economici tra regioni ricche e povere, con l’effetto di un ulteriore aggravio causato dalla migrazione di cervelli dalle seconde verso le prime. Questo fenomeno si estende a tutte le economie avanzate ed è oggi in cima all’agenda della politica di coesione europea in tutti i paesi membri.
Secondo, all’interno dei sistemi economici gli attori responsabili della riduzione dei divari territoriali non sono le regioni; bensì lo Stato. Quest’ultimo è, nei fatti e per trattato costituzionale, il responsabile della riduzione delle disparità territoriale da attuare tramite la politica redistributiva, ossia interventi di natura fiscale, e la politica industriale (e della conoscenza aggiungerei). È l’intervento dello Stato che è venuto a mancare, soprattutto a partire dagli anni ’90. La legge sul federalismo fiscale era ben consapevole che il divario territoriale aveva a fondamento una profonda disparità infrastrutturale e non a caso, accanto ai fondi perequativi per equalizzare le condizioni di spesa, ha disposto una perequazione infrastrutturale; ma questa non è stata mai attuata, basti pensare allo sviluppo asimmetrico della linea dell’alta velocità ferroviaria. Nella spesa in opere pubbliche la forbice tra le due aree del Paese comincia ad aprirsi a metà degli anni ’80 e permane fino ai giorni nostri. Tale nodo resta a oggi irrisolto per l’assenza di una concreta addizionalità della spesa pubblica statale in conto capitale che sarebbe necessaria nel Mezzogiorno. Non si tratta quindi di regioni che aumentano il divario, bensì di uno Stato che non è stato in grado di contrastarlo. Del resto basta osservare la vicenda della Germania, che a seguito dell’unificazione ha dovuto gestire profonde disparità territoriali, che sono state ridotte per effetto dell’intervento massiccio dello Stato all’interno di un assetto fortemente regionalista. “)

Scrive Marcello Veneziani su la Verità del 12 maggio 2020  “Con le regioni si adempiva, si disse, un dettame costituzionale. In realtà il costo pubblico raddoppiava e il debito pubblico diventava esorbitante; il costo della politica cresceva a dismisura, col personale politico che triplicava, solo a considerare le assemblee elettive regionali, i governi regionali e tutti gli enti che derivavano. E non venivano soppresse le province, si facevano mastodontici i comuni. Nascevano le comunità montane o altre forme di rappresentanza intermedia. La sanità assunse costi elefantiaci. L’esempio nefasto fu quello delle regioni a statuto speciale, in primis la Sicilia: dovevano essere la dimostrazione di quanto fosse negativo dare autonomia alle regioni, espandendo costi, appalti, personale, clientele, corruzione. E invece l’Italia si imbarcò, con un voto quasi unanime (votarono contro solo le destre, il Msi in particolare che poi crebbe nelle piazze, meno nelle urne). E subito dopo esplosero conflitti cittadini dentro le regioni, a Reggio Calabria e poi a l’Aquila. Le regioni avrebbero col tempo alimentato i conati separatistici, le minacce di secessione e di devolution, e le forme di disintegrazione nazionale.

Le regioni non avvicinarono i cittadini alle istituzioni ma crearono un’ulteriore intercapedine che li allontanò, ingrossando la casta e i suoi affluenti e affiliati, clientes e beneficiari. La crescita abnorme delle regioni fu infine sancita dalla modifica del titolo V della Costituzione che attribuiva alle Regioni nuove sfere di sovranità. Sono oltretutto creature artificiali: perché l’Italia ha differenziazioni storico-geografiche che non coincidono quasi mai con le regioni. Diversità tra metropoli e province, tra zone marine ed entroterra; e nella stessa regione differenze secolari di territori, signorie, economie, culture. Ci sono in Italia una cinquantina di territori con una loro coesione storica, mentre le regioni, più delle province, furono una forzatura.

Marco Olivietti  sulla rivista Bene Comune scriveva però fin dal 30 giugno 2019 . “L’autonomia differenziata può essere un volano per il sistema delle autonomie, ma da sola non basta. E’ tutto il cantiere delle autonomie che va riaperto, nella consapevolezza che il percorso non sarà facile anzitutto per la scarsità delle risorse finanziarie disponibili, dato l’elevato debito pubblico, i vincoli europei e l’impossibilità di aumentare le imposte. Ma l’interesse nazionale è più che mai connesso ad un sistema delle autonomie vitale e funzionale, al nord come al sud, nel quadro dell’unità della Repubblica e nella prospettiva della valorizzazione delle differenze (…) Almeno per quattro motivi :” In primo luogo, va ricordata la lunga eclissi del principio autonomistico nella realtà costituzionale italiana dell’ultimo decennio, in cui la crisi economica ha prodotto dinamiche centralizzatrici, che hanno esasperato le logiche centripete che da sempre hanno attraversato, assieme a quelle centrifughe, il regionalismo italiano, con la conseguenza che l’autonomia differenziata si presenta oggi come un modo per far ripartire il sistema regionale nel suo insieme.In secondo luogo, la procedura prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione italiana, che prevede appunto l’autonomia differenziata, si presta a letture ed utilizzazioni talmente varie da poter essere ritenuta una vera e propria pagina bianca [5], tutta da scrivere con la sua applicazione: di qui l’incertezza sulla sua portata e sulla sua adeguata collocazione nella «Repubblica delle autonomie».In terzo luogo, la differenziazione è un esito necessario di qualsiasi sistema regionale e federale, che consiste nel riconoscere una sfera di autonomia legislativa ed amministrativa alle Regioni (o agli Stati membri di uno Stato federale), dal cui esercizio discende inevitabilmente una differenziazione normativa o amministrativa fra i diversi enti territoriali autonomi.Infine, non si può non vedere che oggi i negoziati fra governo e regioni sulle intese volte a concedere loro nuove forme e condizioni di autonomia hanno riaperto la grande questione irrisolta che ha tradizionalmente condizionato, se non bloccato, l’evoluzione del regionalismo italiano: la questione meridionale, che costituisce poi l’altro lato della medaglia della questione settentrionale, cui l’autonomia differenziata vorrebbe in qualche modo dare risposta. Anche da questo punto di vista il sistema delle autonomie nel suo insieme viene chiamato in causa. (6)

Per quanto riguarda dunque  l’autonomia differenziata  siamo fermi al 2019 . Chissà  se gli avvenimenti relativi alla pandemia da coronavirus  con quello che hanno comportato  in tema di sanità nei rapporti tra Stato e Regioni modificherà questo percorso , ne accelererà la definizione, ne completerà  l’iter  iniziato appunto con le richieste di maggiore autonomia da parte di alcune regioni . Sono interrogativi ai quali non è possibile dare risposte anche perché le fasi di rilancio della vita sociale ( la due ) e quella di rilancio della  vita economica ( la tre ) richiederanno sicuramente dei cambiamenti  molto profondi  tra i quali forse, probabilmente, anche il rapporto tra Stato e Regioni .

(1) Continua a leggere su: https://certastampa.it/37786-l-opinione-l-ignoranza-genera-stupidi-la-malafede-genera-mostri-viva-il-25-aprile.html?fbclid=IwAR3U4KK9ARommjlA3reyZBUEPQYbstmjyyZJXuF1DPJP69c1cTkrW_VzTto

(2) http://win.storiain.net/arret/num143/artic4.asp Testo di Michele Strazza

Bibliografia sulla nascita delle Regioni a statuto ordinario Monografie 1949 – 2010 A cura delle Biblioteche dei Consigli regionali di: Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto Giugno 2010 http://www.parlamentiregionali.it/dbdata/documenti/[4c10d1bc4406b]Nascita_Regioni_bibliografia.p

(3)  Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1861. Documenti, 1° periodo, dal 18 febbraio al 23 luglio 1861 (raccolti e corredati di note e documenti inediti da Giuseppe Galletti e Paolo Trompeo), Vol. I, Eredi Botta, Torino 1861.

Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1861. Discussioni della Camera dei Deputati, Vol. I, Eredi Botta, Torino 1861.

AA.VV., Storia del Parlamento italiano, Vol. V, Flaccovio Editore, Palermo 1968.

Agazzi Alberto, La formazione dello Stato unitario, Ed. La Scuola, Brescia 1963.

Barbera Augusto-De Caro Carmela-Agosta Antonio, “L’attuazione dell’ordinamento regionale”, in Il Parlamento Italiano, Vol. XX, Nuova CEI Ed., Milano 1989.

Bartole Sergio, “Le Regioni”, in Sergio Bartole-Franco Mastragostino-Luciano Vandelli, Le autonomie territoriali, Ed. Il Mulino, Bologna 1991.

Camera dei Deputati, La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori della Assemblea Costituente, Roma 1971, 1976.

Cuocolo Fausto, Istituzioni di Diritto Pubblico, Giuffré Ed., Milano 1983.

De Siervo Ugo, “Le autonomie locali nel dibattito alla Costituente”, in Il Parlamento Italiano, Vol. XIV, Nuova CEI Ed., Milano 1989.Meale Guido, Principi di Diritto Regionale, Cacucci Ed., Bari 1983.

Mortati Costantino, Istituzioni di Diritto Pubblico, Ed. Cedam, Padova 1962.

Ragionieri Ernesto, “La storia politica e sociale”, in Storia d’Italia. Annali, vol. XI, Ed. Einaudi, Torino 1976.

Strazza Michele, Lezioni di Diritto Pubblico, Tarsia Editore, Melfi 2007.

Strazza Michele, Nitti e gli altri. I deputati lucani alla Costituente, Delta 3 Ed., Grottaminarda (Av.) 2008.

Sturzo Luigi, La regione nella nazione (1949), rist. a cura dell’Istituto Luigi Sturzo, Ed. Zanichelli, Bologna 1974.

Villari Rosario (a cura di), Il Sud nella Storia d’Italia. Antologia della questione meridionale, Laterza Ed., Roma-Bari 1981.

(4) https://www.aogoi.it/notiziario/autonomia-regionale-13-su-15-le-regioni-a-statuto-ordinario-che-vogliono-mano-libera-sulla-gestione-della-sanit%C3%A0-il-dossier-del-servizio-studi-del-senato/

(5) L. Paladin, Problemi legislativi e interpretativi nella definizione delle materie di competenza regionale, in Foro amministrativo, 1971, III, p. 39

(6) https://www.benecomune.net/rivista/numeri/autonomia-differenziata/il-regionalismo-differenziato-problemi-e-prospettive/

Commenti

commenti

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.