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” LA FORZA MENTALE ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Quando vi era la leva obbligatoria, la recluta veniva scelta per caratteristiche fisiche e mentali, che rientravano grossomodo nella norma. Ma oggi, quando molti paesi occidentali hanno forze armate costituite da professionisti che fanno richiesta, si prediligono certamente candidati con caratteristiche fisiche specifiche, più selettive, ma soprattutto con una innata forza mentale, detta “carattere”, che permette loro di poter sopportare la prolungata vita in una forza armata, che alterna lunghi periodi di noia a momenti intensissimi dove si rischia la propria incolumità, si uccide e si compiono azioni che un civile non farebbe mai, come coordinare una azione di fuoco in mezzo a un bombardamento aereo. Per questa ragione l’iter addestrativo in qualsiasi forza armata di professionisti è duro, tanto che in un normale reparto di fanteria britannico il 25-30% delle reclute chiede di essere esonerato durante il percorso formativo.

Cosa rende un civile idoneo a diventare una autentica macchina da guerra? Certamente il fisico è importante, ma la differenza è fatta dalla forza mentale, che consiste nel sapere gestire lo stress sia acuto (in un combattimento a fuoco) sia prolungato (una intera campagna di guerra) e nel frattempo essere in grado di eseguire alla lettera e con professionalità da specialista gli ordini impartiti e altresì trovare nuove soluzioni ai problemi che si potrebbero fare avanti (cosa fare per sopravvivere durante una imboscata?). Nei Navy Seal’s, la più importante forza speciale della Marina USA, chi chiede di lasciare l’addestramento si attesta ancora sullo storico 75%, sebbene i candidati oggi arrivino ai test più preparati fisicamente di una volta. Pertanto ciò che rende un uomo un futuro Seal’s, pur avendo un fisico eccezionale, è principalmente il carattere, lo spirito guerriero, la resistenza morale sotto fatica e sotto pressione.

Gli psicologi militari studiano da tempo la mente dei soldati e hanno estrapolato alcune caratteristiche e consigliano metodi per accrescere la forza mentale. Molti di questi accorgimenti sono utili anche a noi, semplici civili, ma che leggendo libri sull’argomento ci siamo fatti un’idea su come affrontare con successo le innumerevoli difficoltà della vita. Dumas nel “Conte di Montecristo” scriveva che la vita dei mortali sulla terra è un continuo attendere la tempesta dopo brevi periodo di quiete. Non soltanto un soldato è chiamato ad affrontare lo stress, la paura, ma ogni essere umano. Un incidente, una grave malattia, un lutto, il mobbing, una aggressione a scopo di rapina, e così via.

La prima lezione che viene impartita ai futuri Navy Seal’s è quella di non giocare mai sulla deresponsabilizzazione. Questa unità d’elite è famigerata per portare a termine SEMPRE le missioni (e di solito interviene quando gli altri reparti falliscono). Sono uomini che vengono sottoposti a uno dei più intensivi e duri addestramenti delle forze speciali del mondo. Sono i più altamente decorati anche se dal numero più esiguo. Il Team 6, unità speciale formata dai migliori Navy Seal’s, riuscì addirittura a scovare e a uccidere Osama Bin Laden nel 2011, dopo dieci anni di ricerche serrate in Medio Oriente, che si avvalsero di interrogatori, studio delle tracce satellitari, una rete strettissima di infiltrati (HUMINT) e delatori in quegli scenari dove si reputava essere nascosto il capo di Al Qaeda. Durante la notte del raid nella quale il Team 6 si apprestava a fare una incursione nel covo del terribile ricercato, il motore di uno degli elicotteri dei Navy Seals’s andò in avaria e poi sorsero altri seri problemi imprevisti. Ma quegli uomini di acciaio non persero il sangue freddo e soprattutto non fecero il gioco della deresponsabilizzazione. Se avessero detto: E’ colpa del motore in avaria, certamente il famigerato fuggiasco sarebbe ancora in azione contro l’Occidente. I Navy Seals’ si assunsero pienamente la responsabilità di quanto stava accadendo e trovarono in un esiguo pochi lasso di tempo una soluzione efficace per portare a termine la missione. Anche ogni persona nella vita quotidiana deve imparare a non delegare mai agli altri ciò che dipende dalle proprie forze. Gli altri non devono essere un barile per scaricare la nostra debolezza, quando siamo in grado di portare a termine quanto abbiamo scelto di fare. Assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo è il primo passo per demolire gli ostacoli che si frappongono tra noi e l’obiettivo da raggiungere.

Gli ostacoli si dividono in due categorie: esterni e interni. Un ostacolo esterno è un terremoto che scarica la casa che dovevamo acquistare per andare a vivere con la nostra famiglia. Un ostacolo interno è la mancanza di coraggio per chiedere un finanziamento per realizzare l’acquisto. Ogni ostacolo può essere sia non dipendente da noi sia dipendente dalla nostra volontà. Bisogna sempre chiarire se l’ostacolo che abbiamo di fronte sia dipendente da noi oppure no. Nel primo caso dobbiamo approntare delle strategie per affrontarlo. Quindi la lezione della responsabilizzazione è particolarmente preziosa per capire se possiamo avere effettiva capacità di manovra. La seconda lezione per agire contro gli ostacoli è costituita dal sangue freddo e dalla capacità di previsione futura.

Per imparare il sangue freddo bisogna pensare che non dobbiamo mai scoraggiarci quando le cose vanno male. Se in una imboscata l’ufficiale pensa che tutto è perduto, sarà sicuramente la rotta sua e dei suoi uomini. Si tratta del trucco di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Ogni cosa o quasi nella vita può andare peggio o può andare meglio, per migliorarla basta impegnarcisi un pochino.

Per questo scopo bisogna sempre avere un pensiero positivo. Chi si lascia gelare il sangue di fronte a una difficoltà, è perché pensa che tutto andrà inevitabilmente male (anche se non sempre è così) e perché non pensa in maniera costruttiva. Il pensiero positivo insegna che in ogni cosa o quasi c’è una soluzione, basta cercarla, oppure almeno un modo per limitare i danni.

Invece la previsione futura viene deficitata dallo stress. Quando stiamo nel bel mezzo di una catastrofe, il nostro corpo inonda il torrente sanguigno di una cascata di ormoni che preparano all’azione: aumenta il battito cardiaco, la respirazione, l’efficacia muscolare, la vigilanza. In un brevissimo lasso di tempo questa cascata di sostanze chimiche endogene dà energia e reattività, è quindi uno sprone efficacissimo per cavarsela, quando per esempio bisogna darsela a gambe. Ma la conseguenza della attivazione corporea è che il sangue viene dirottato sui muscoli e sul diaframma a scapito del cervello: questo determina, con il protrarsi della situazione stressante, una confusione sempre più accentuata, l’emergere del panico e la voglia di arrendersi. I cani quando vengono attaccati e reputano di non farcela mostrano la gola. Per questa ragione i reparti speciali vengono addestrati in situazioni realistiche (cosa che rende l’iter formativo assai difficile da superare): la recluta impara a convivere con elevate dosi di stress fino a che le reazioni di panico scompaiono lentamente, il soldatosi esercita a ragionare e a pianificare il da farsi.

Quindi gli ormoni dello stress spingono, per via della confusione e del panico, ad agire senza pensare. Invece il buon soldato deve pensare e pianificare anche sotto una tensione elevata. Il Navy Seal’s impara a portare a termine con tutte le proprie forze un compito preciso invece di pensare a tutto il lungo impegno della missione: uno alla volta fino alla fine, passo dopo passo. Impara a controllare la respirazione, inspirando per 4 secondi e espirando per altri 4. Impara a contare sull’aiuto degli altri. Pertanto bisogna sempre prendere tempo per pensare cosa fare anziché agire di istinto sotto stress. La prima parte del durissimo addestramento dei Navy Seal’s non prevede lo sparo di un solo proiettile, bensì l’acquisizione della giusta forma mentale per cavarsela nelle situazioni più disperate. Solo dopo aver appreso il pensiero vincente, come ci si comporta efficacemente nel pericolo, le reclute imparano tecniche militari efficaci. È importantissima la forza di volontà, intesa come capacità di ritardare la gratificazione resistendo agli impulsi, lottando contro le tentazioni e impiegando strategie diverse per mantenere il controllo. Il credo dei Navy Seal’s è questo: “Non mi arrenderò. Persevero e prospero nelle avversità. Se cadrò, mi rialzerò. Ogni volta. Non sarò mai messo fuori combattimento”. Pierre Cambronne, generale francese morto nel 1842, quando gli fu chiesto di arrendersi, rispose seccamente: Merde! Forza di volontà e decisione di riprovare in continuazione dopo una sconfitta sono le chiavi del successo, non solo di quello delle forze speciali. Superare l’esame da avvocato è assai difficile in Italia: per riuscirci non basta essere dei bravi giuristi, cioè fare bene i test, ma anche riprovare (persino svariate volte) dopo la quasi inevitabile bocciatura al primo tentativo. L’addestramento dei Navy Seal’s inizia su richiesta volontaria, da domande fatte da personale già incorporato nella Marina e nella Guardia Costiera: nessuno costringe nessuno, quindi l’intensità del loro desiderio di raggiungere l’obiettivo è direttamente proporzionale alla loro capacità di prendere decisioni che sono in grado di portare all’obiettivo. Su questo i Navy Seal’s insistono molto durante l’iter di formazione.

Altri consigli utili: non chiudersi mai in sé stessi ma confidarsi con una persona fidata, anche uno psicologo; ricordare di non credersi i soli ad essere stressati (molte persone lo sono più di noi, ma nascondono meglio la cosa); rispettare le proprie routine che ci fanno essere felici e fare spesso le cose che ci danno gioia. Avere pensiero laterale: non innamorarsi mai di una sola opzione, ma valutare anche altre possibilità per vivere più serenamente possibile. Non avere quindi paura del cambiamento, che deriva dal fatto che non si è disposti a guardarsi dentro fino in fondo.

Quanto detto è certamente importante anche per il civile nello stress acuto: un incidente automobilistico, una rapina, un terremoto, eccetera. Ma lo stress acuto può essere allentato anche da alcuni accorgimenti. Molti soldati imparano a meditare: stanno in silenzio in posizione comoda, controllano la respirazione, si rilassano in tutto il corpo, focalizzano l’attenzione su un pensiero preciso per arrestare il turbine delle idee. Imparare la meditazione può dare grandi risultati nella gestione dello stress acuto ma anche di quello cronico, come una lunga marcia forzata o, per un civile, sopportare una moglie assillante o un marito autoritario.

I soldati imparano nel contesto di uno scontro a fuoco le tecniche della autoipnosi, che consistono nella visualizzazione di immagini positive. Quando abbiamo paura o siamo fortemente stressati, il cervello cerca il file mnemonico più vicino per organizzare una reazione. Quindi immaginando forzatamente cose belle, come anche una melodia piacevole, la voce dell’amata, gli occhi dei figli, creiamo le condizioni per agire con più tranquillità e per resistere meglio alla tragedia nella quale siamo immersi. Facciamo questo esempio. Un giovane ha paura di parlare in pubblico: egli deve eliminare i pensieri superflui che lo condizionano negativamente e visualizzare solo un evento piacevole, nel quale si sente forte e in grado di farcela. Dopo qualche tempo la maggior parte delle persone che eseguono questo esercizio si trova più forte e meglio disposta a parlare in pubblico.

In Oriente si pratica anche Ki Kung. Il Ki è una energia sottile, simile all’elettricità, che fluisce lungo il nostro corpo in centinaia di canali principali ed è responsabile della salute e della malattia. Per esempio un eccesso di Ki può far ammalare un organo, così come un difetto. Gli aghi dell’agopuntura hanno la funzione di ristabilire il flusso normale del Ki verso un organo. Il Ki dipende principalmente dalla mente, quindi nelle tecniche di Ki Kung il praticante impara a visualizzare l’energia e a dirigerla intenzionalmente lungo il corpo con vari scopi, mediante anche esercizi simili a quelli della ginnastica. La medicina occidentale non ha scoperto il Ki, dando conferma alla cosa, però i cinesi mediante millenni di osservazioni lo hanno individuato precisamente nel corpo e persino stabilito i suoi collegamenti con le ore del giorno e le stagioni. In Cina si possono vedere attualmente praticanti esperti di Ki Kung i quali, avendo imparato a canalizzare mediante le tecniche del Ki Kung questa energia alla gola, resistono anche a potenti colpi di bastone in quel punto uscendone indenni. È che la medicina occidentale moderna si basa principalmente su un tipo di terapeutica che i cinesi chiamano Wai Shain Gieh Por, che è un metodo esterno, basato sulla sezione chirurgica e sui risultati da laboratorio. Ma nel passato in Occidente e spesso in Oriente si pratica un altro tipo di studio del corpo, detto Nei Shih, basato sulla introspezione, sull’analisi delle sensazioni e dei fattori ambientali. Il Ki Kung si fonda sul Nei Shih. L’esercito cinese, e non solo, pratica pure Ki Kung per ottenere salute, forza e anche per avere appannaggio alla giusta forma mentale per affrontare lo stress da combattimento. Ma chiunque nella vita quotidiana può praticare meditazione, autoipnosi e Ki Kung per resistere allo stress acuto e cronico.

C’è anche un altro metodo per ridurre i pensieri negativi e acquisire fiducia in sé: fingersi come attori le persone tali e quali si desidera essere, sia nella mente sia in atteggiamenti corporei fieri. Se simuliamo a noi stessi di non avere paura, scacciando in tutti i modi i pensieri deleteri e immaginandoci in grado di essere e di agire, se ci atteggiamo a spavaldi, camminando a gambe larghe, petto in fuori, testa alta e braccia dietro la schiena, dopo poco tempo di esercizio diventiamo persone più forti. Earl Nightingale, autore e oratore motivazionale americano, diceva che “qualunque cosa piantiamo nel nostro subconscio e nutriamo con ripetizione ed emozione un giorno diventerà realtà”. Ai Navy Seal’s viene insegnato a visualizzare molte volte il compito che devono portare a termine prima di iniziare a svolgerlo, avendo nel frattempo un dialogo positivo interiore. Usando la visualizzazione ripetitiva e costante, allenano e preparano la loro mente per ciò che verrà. Vincono interiormente prima di vincere sul campo di battaglia.

È vero che sotto stress bisogna imparare a pianificare, ma sempre nel tempo congruo per decidere con efficacia. Se ci perdiamo troppo nei dettagli, finiamo per non concludere nulla. Per questo il Corpo dei Marines USA ha ideato la “soluzione del 70%”. Per decidere rapidamente sul da farsi, bisognerebbe approntare un piano sicuro solo per la maggior parte e non interamente. Chi vuole costruire una casa deve rinunciare alla perfezione. L’ideale della perfezione è un retaggio infantile e spinge a perdere tempo, energia e risorse. La “soluzione del 70%” può sembrare rischiosa, ma situazioni mutevoli e rischiose non permettono di avere troppo tempo a disposizione, e spesso il piano accurato in ogni dettaglio non è altro che un piano fallimentare.

Ogni buon soldato sa che l’adattabilità è una caratteristica vincente. La prima cosa da fare in ogni circostanza, militare e civile, è quella di usare il buon senso, e spesso ciò equivale a cambiare strategia e tattica se le situazioni mutano istantaneamente. Le forze speciali sanno che occorre adattarsi pur di raggiungere l’obiettivo. Facciamo questo esempio. Quando la polizia vuole inseguire un’auto sospetta, di solito non sguinzaglia un solo agente in borghese che si mette dietro la vettura sospetta per tutto il tempo. Un errore del genere dimostrerebbe poca flessibilità. In Italia si parla di “pedinamento dinamico”: quando la centrale invia più automobili civili con dentro agenti in borghese le quali si intervallano lungo il percorso per non far insospettire il sorvegliato speciale. In un incrocio piazzano un’automobile in ogni possibile via, la quale si appresa a seguire il sospetto qualunque strada prenda. Quando nelle grandi strade americane a griglia, si apposta una automobile per ogni possibile strada parallela, pronta a muoversi se il sospetto prende quella data via, si tratta di una tecnica detta dal FBI “floating box”. C’è una intera unità del FBI attrezzata per la sorveglianza di sospetti terroristi o spie, detta Special Surveillance Group Team (SSGs). Le polizie di tutto il mondo di oggi usano per i pedinamenti anche i localizzatori GPS: basta piazzare un ripetitore in un’auto o una moto e tracciare da remoto gli spostamenti.

L’arte marziale giapponese detta ju-jutsu trae origine dalla filosofia espressa dal motto giapponese: “hey yo shin kore do”, ovvero “Il morbido vince il duro”. I maestri di questa disciplina insegnano ancora oggi che nel combattimento occorre adattarsi alle circostanze, cioè sfruttare la forza dell’avversario per squilibrarlo e avere la meglio. I soldati sanno che possono impiegare anche armi improvvisate, adattandole con intelligenza allo scopo. I Berretti Verdi statunitensi vengono addestrati a costruire ordigni esplosivi da materiale di uso comune. Il rinomato SAS britannico viene addestrato a impiegare nel combattimento le loro robuste torce gommate. Nella seconda guerra mondiale i soldati dell’esercito sovietico erano abituati a usare come arma improvvisata la vanga per costruire le trincee, assai tagliente. Per difendersi da un attacco alla baionetta rivolto allo stomaco, il soldato sovietico contando sui propri riflessi pronti si spostava di lato per evitare l’affondo, trinciava con la lama della vanga il braccio del nemico armato di baionetta, quindi continuava il contro-attacco verso l’alto puntando alla gola per uccidere o comunque far indietreggiare il nemico. Agli agenti del KGB si insegnava a improvvisare un contro-attacco con ogni tipo di oggetto di uso comune. Armi improvvisate possono essere una sedia, una chiave inglese, un mazzo di chiavi della porta tra le dita del pugno contro gli occhi o la gola, una penna in un occhio o nella gola, un cacciavite, una antenna radio, una pietra o una boccia da biliardo in una calza o una sciarpa da far roteare, la cornetta di un telefono, il suo filo per strangolare, sabbia o liquidi sugli occhi, una bottiglia rotta, riempire un calzino con della sabbia e chiuderlo all’altra estremità per trasformarlo in una potente arma di percussione. Il bastone è uno strumento facilmente reperibile (o ottenibile per esempio dal ramo di un albero o similmente usando un ombrello chiuso oppure un mazzo di giornale arrotolato). Si tratta altresì di un oggetto atto a offendere a volte molto efficace, quindi le unità dei corpi d’elite imparano a maneggiarlo efficacemente, specie colpendo i punti vitali, cioè contro gli occhi, la gola, la tempia, la nuca, i genitali. Le forze speciali della Corea del Nord se ne servono durante le loro incursioni oltreconfine al Sud, spesso con effetti letali. In Estremo Oriente la polizia usa lo yawara, un’arma estremamente semplice, un pezzo di legno duro lungo 15 centimetri, che viene normalmente usato collocandolo al centro del palmo della mano di modo che una estremità si trovi all’altezza dell’indice, che viene adoperato per nasconderlo e controllarlo (mentre il medio, l’anulare e il mignolo sono avvolti attorno all’arma e il pollice preme lateralmente), ma che nelle mani giuste può fare molto male, specie contro i nervi e i punti di pressione, con lo scopo di correggere i prigionieri. Lo yawara nelle mani addestrate può essere anche letale. Questo deve insegnare al civile che, nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, bisogna sfruttare una vasta gamma di situazioni a proprio vantaggio, le persone possono risultare alleati inaspettati, i nemici diventare improvvisamente amici se c’è da guadagnare. Ma ogni svantaggio si può trasformare in vantaggio solo con un pizzico di intelligenza. Una menomazione fisica può essere una chance in più per impegnarsi e ottenere altri obiettivi. Un handicap fisico può spingerci a socializzare meglio. La solitudine può insegnarci a pensare. La vita sociale intensa per lavoro ci insegna a non chiuderci in noi stessi e a coltivare amicizie fruttuose. E così via.

Inoltre il Corpo dei Marines ha finanche elaborato la “teoria dei tre ragionamenti”. Pensare poco è sbagliato, ma anche arrovellarsi nei ragionamenti e nei vari piani non fa al caso di una unità operativa. I Marines statunitensi hanno quindi scoperto che la pianificazione ottimale si deve basare su non più di tre opzioni: due sono poche e quattro sono troppe.

C’è anche da dire che in ogni azione è sempre in agguato un errore. Solo chi non agisce non sbaglia. Ma agire è meglio di non agire. Se ci lasciamo scoraggiare da un possibile fallimento, non concluderemo mai nulla. Spesso i pensieri di una sconfitta futura sono semplicemente esagerazioni, una “malattia” mentale che ci spinge a non farcela nonostante che la situazione non è poi così grave, il più delle volte. Per questa ragione i soldati vengono addestrati: devono imparare a vivere il pericolo per imparare la tecnica per superarlo e ottenere la vittoria sul campo. Per i civili è la stessa cosa: la terapia cognitivo-comportamentale prevede altresì la tecnica della esposizione, per cui se un paziente ha paura di prendere l’aereo, viene dapprima rassicurato con il colloquio e poi spronato a salire sul mezzo, dimostrandogli, alla prova dei fatti, che non ci sono grandi pericoli.

Bisogna anche dire che ogni soldato deve sviluppare una disciplina ferrea, cioè l’indottrinamento a eseguire gli ordini il più fedelmente possibile. Un motto dei carabinieri è “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. Molti eserciti incoraggiano ad avere disciplina riversando la punizione per l’inadempimento di un solo soldato su tutto il gruppo. Durante l’addestramento dei Ranger dell’esercito americano le reclute possono anche essere costrette a dormire solo 3 o 4 ore per notte e questo per svariate settimane: in tal modo risulta assai penoso eseguire gli ordini e il soldato impara a proprie spese a farlo correttamente. I Navy Seal’s, se sbagliano a eseguire un ordine durante l’iter addestrativo, vengono costretti a praticare esercizi ginnici difficili dopo essersi rotolati nella sabbia, esperienza assai dolorosa con quella polvere in tutto il corpo. Sempre nei Navy Seal’s, durante la Hell Week, la settimana infernale, la parte più ostica entro il durissimo addestramento, le reclute devono eseguire difficili compiti sott’acqua con la muta e il respiratore, poi vengono attaccate in profondità dagli istruttori e sabotate nella attrezzatura vitale. Certamente eseguire un ordine in condizioni così svantaggiose insegna a eseguirlo bene in condizioni migliori. Ma ogni civile dovrebbe imparare da questi guerrieri del mondo moderno che le difficoltà temprano le ossa: il dolore insegna a cavarsela nelle circostante di tutti i giorni, il buon marinaio viene formato dalle tempeste. Quindi non dobbiamo mai scoraggiarci quando sorgono problemi, anzi devono essere esercizi utili per imparare a vivere meglio e più appagati. Occorre sempre ricordare che, conformemente a un detto attribuito all’imperatore e filosofo Marco Aurelio, “nihil cuiquam accidit quod non per naturam ferre possit”, “nessuna cosa capita ad ognuno, ch’egli non sia in grado per natura di sopportarla”.

Oggi la parola aggressività suona male, ma il soldato deve averla, anche se in maniera controllata. Un metodo formidabile per accrescere la aggressività controllata nel soldato è quello del combattimento disarmato. Nei reparti paracadutisti si pratica il “milling”, cioè due reclute vengono spronate a boxare a tutto spiano per un minuto, cosa che tempra certamente il fisico e insegna a combattere a mani nude, evenienza non remota per un incursore che si ritrova dietro le linee nemiche o per un agente dell’antiterrorismo, ma soprattutto accresce la fierezza. Gli Spetsnaz sovietici vengono attaccati improvvisamente dagli istruttori oppure costretti a combattere cruentemente con i compagni in un training che prevede spesso rottura di ossa, emorragie e svenimenti. Le fonti ufficiali delle forze armate occidentali dichiarano che questi metodi russi non sono in voga qui, anche se un articolo di un giornale statunitense rivelò che in cinque anni morirono 63 reclute del Corpo dei Marines durante l’addestramento al combattimento, mentre nell’esercito – che aveva un numero sette volte maggiore di quello dei Marines – ne morirono solo 35 nello stesso lasso di tempo. Questo deve insegnare a un civile che l’aggressività è uno strumento fondamentale per avanzare nel mondo e per cavarsela soprattutto quando sorgono problemi. Esiste una aggressività distruttiva, cioè criminale, da evitare sempre, ma anche un aggressività costruttiva, che secondo l’etimologia latina serve ad “avanzare” nella vita. Ci riferiamo alla forza d’animo nelle difficoltà e per raggiungere gli obiettivi. Un soldato deve imparare a combattere e a uccidere, ricordiamo che i militari sono assassini legali, ma un civile deve imparare a cavarsela nelle difficoltà di tutti i giorni, e oggi la maggior parte delle persone non si afferma con il fucile d’assalto né a mani nude né, come una volta, con la spada, bensì con la parola e la cultura, attività assai “cruente” e stressanti se considerate nel lungo periodo e che quindi necessitano di una forte dose di carattere per essere portate avanti e con successo.

Nelle forze armate il combattimento a mani nude riserva anche un altro vantaggio: rafforza la fiducia in sé stessi. Pure se sul campo di battaglia il soldato non usasse mai quelle tecniche marziali, allo stesso modo sarà “carico”, avrà una grinta tale che gli permetterà di superare più agevolmente lo scontro. Nell’allenamento della boxe occidentale, l’allenatore punta molto su questo: il pugile è convinto che, se davvero è pronto per la gara e mentalmente all’altezza, il suo avversario non potrà batterlo. Ogni soldato addestrato a dovere nel combattimento acquisisce non solo tecniche efficaci e altamente offensive, ma anche una fiducia tale in sé stesso e nelle proprie capacità combattive che non potrebbe ottenere in nessun altro modo. Ma nei corpi speciali si insegna altresì a non sopravvalutarsi mai, cioè a non avere una esagerata fiducia in sé, non motivata dalle circostanze. Un errore di valutazione in questo senso porterebbe il membro dell’unità di elite a una rotta inevitabile. Il soldato dell’unità di elite viene addestrato a trovare la soluzione più rapida e allo stesso tempo più conveniente al problema da affrontare. Non occorre solamente essere veloci, troppa velocità nel decidere può essere un grave percolo, ma nemmeno troppo lenti. L’azione migliore, quella pulita, impiega il giusto tempo per dispiegarsi considerando tutto il contesto, senza esagerazioni né forzature.

Bisogna fare quindi un discorso sulla paura. Cus D’Amato, ex allenatore di Mike Tyson, diceva che “la paura è sempre al fianco delle persone eccezionali”. Chi non ha paura è semplicemente un esaltato. È normale provare paura di fronte al pericolo. La paura, considerate le circostanze, deve esserci sempre, perché il futuro è semplicemente un’ipotesi e in un attimo tutto può cambiare. Ogni piano futuro non può mai essere perfetto. Ma la paura va vinta e la si vince in due modi: con il bagaglio tecnico e mentale acquisito dopo un lungo addestramento; preparandosi all’azione mentalmente prima di iniziarla. Non ci si improvvisa soldati né tanto meno investigatori. Anche il successo di certe indagini coordinate dalle varie procure non è frutto del caso bensì di un lavoro lungo e molto serrato. Il soldato che si fa prendere dalla paura ha le gambe che tremano e suda freddo. Quando un soldato è poco addestrato e si ritrova in uno scontro a fuoco, ha l’istinto di raggomitolarsi a terra e di farsela addosso. Le forze speciali vengono addestrate realisticamente per essere operative al massimo grado in scontri nei quali si espone la vita per dovere. Ma un membro di una unità di elite sa bene che la paura va fronteggiata con la preparazione mentale e tecnica. E in ogni modo essa deve essere presente in parte per eliminare il rischio della spavalderia, che nuocerebbe all’intera missione. Un conto è non avere paura ed essere quindi un incosciente, un altro farsi prendere dal panico. La persona coraggiosa ha paura, come tutti, ma riesce a dominarla.

Le forze speciali di tutto il mondo insegnano anche a vincere il dolore. Gli istruttori affermano che il dolore è il segnale che si è ancora in vita, quindi ci sono ancora possibilità per combattere e vincere, portando a termine la missione. Quando un soldato senza armi sostiene un combattimento contro un soldato armato, per avere successo deve imparare a muoversi nonostante il dolore arrecato dalle quasi sicure prime ferite, combattendo con efficacia in stato dolorante, sanguinante, e così via. Per questo i Navy Seal’s vengono addestrati a sollevare per molto tempo enormi pali di legno del telegrafo. A cosa serve? A temprare lo spirito, andando avanti nel compito assegnato stringendo i denti e sopportando il dolore. Nei reparti speciali un istruttore potrebbe addirittura colpire con il calcio del fucile la testa della recluta in fase di addestramento per temprarne la capacità di resistere al dolore, alla umiliazione e anche al possibile svenimento. Nella vita di tutti i giorni noi civili sperimentiamo più spesso il dolore emotivo, con il quale dobbiamo fare i conti inevitabilmente nella vita familiare e in quella lavorativa. Una parola di troppo, uno sguardo in cagnesco, una umiliazione pubblica, specie se ingiusta e gratuita, sono tutti espedienti che potrebbero buttarci il morale a terra. Tutti sentono il colpo, ma la persona forte si rialza e va avanti anche in un mondo ostile, costituito spesso da corrotti, falsi e immorali. Nel Corpo dei Marines è nota la violenza verbale. Ma anche un civile può provare l’aggressione terribile del mobbing e anche dolore fisico (a causa di un incidente o di una malattia grave). Però il vero veleno della vita civile è la lingua e/o l’incomprensione. Noi esseri umani siamo emotivi e ci offendiamo con poco. Ma per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati occorre lottare con tutte le forze anche nella vita quotidiana. Come si fa? Smettendo di giudicare i comportamenti inopportuni accusando senza trovare possibili giustificazioni (che spesso ci sono) e anche chiedendo il sostegno degli altri: dei familiari, dei colleghi di lavoro e magari della autorità preposta.

Freud sosteneva che l’uomo diventa maturo quando impara a lavorare, vale a dire a cavarsela con le proprie forze. I Berretti Verdi dell’esercito statunitense passano da soli nella jungla 12 notti del loro addestramento dove devono sopravvivere contando sull’esiguo kit di sopravvivenza, tra cui un pugnale, un acciarino per accendere il fuoco, e pochi altri gadget. Le reclute del SAS, la più importanze forza speciale britannica, imparano a sopravvivere nel verde incontaminato delle folte foreste del Galles, ma non solo, ad un certo punto vengono addirittura inseguite da soldati dell’esercito regolare dotati di tecnologia sofisticata e cani da caccia: questi ultimi ci mettono tutto l’impegno a scovare i fuggiaschi perché, catturandoli, ricevono una settimana di licenza. Prima o poi tutte le reclute del SAS vengono fatte prigioniere e inizia per loro il corso di interrogatorio, nel quale devono imparare anche a resistere alle domande e alle torture, esattamente come in guerra. Questo insegna ai civili che il gruppo, da una parte, è certamente importante, ma non deve essere la sola possibilità di farcela. Lo spirito del buon soldato si vede dall’amore per i commilitoni e i comandanti, nonché per la patria (i soldati americani hanno queste priorità: reparto, patria, Dio), e ogni buon cittadino dimostra sincera empatia per gli altri, ma ad un certo punto bisogna proseguire il percorso della vita con le proprie gambe, diventando genitori di sé stessi. Il gruppo va sempre amato, ma fino ad un certo punto, cioè fino a che non diventa un pretesto per non impegnarsi in prima persona. Al Nord d’Italia a 18 anni il giovane viene spinto fuori casa e a trovarsi un lavoro. Nei branchi di lupi un nuovo giunto viene testato accuratamente prima di essere accolto nel gruppo: una delle prove è quella di essere annusato sulla bocca perché deve dimostrare di puzzare di sangue, cioè di essere in grado di cacciare da solo.

Nel Giappone medioevale il samurai era grossomodo il guerriero regolare, provvisto di un codice di onore, invece il ninja era il guerrigliero, un po’ come il membro delle forze speciali attuali, addestrato a combattere in maniera furtiva e improvvisa, non convenzionale, con attacchi notturni, rapimenti, agguati, uso di veleni, incendi, raccolta clandestina di informazioni, e così via. Nelle arti marziali si vince superando l’avversario per volontà, scaltrezza, tecnica e anche forza fisica. I colpi del combattimento corpo a corpo possono essere suddivisi in qualche modo in due categorie: a distanza (calci, pugni, gomitate, ginocchiate) e ravvicinati (proiezioni, leve articolari, strangolamenti, prese, immobilizzazioni). Nei primi il fattore più importante è la rapidità, nei secondi la forza. Ma ciò che unisce i due tipi di colpi è indicato dal termine giapponese Sen, che vuol dire “iniziativa”. La filosofia del ninjutsu (l’arte marziale del ninja) insegnava che il Sen è il fattore chiave che permette di vincere sull’avversario e lo divideva in tre categorie:

  • Sen-No-Sen: iniziativa superiore, quando abbiamo di fronte un avversario deciso ad attaccare, ma intuiamo le sue intenzioni dagli occhi, dalla postura e iniziamo l’attacco prima di lui;
  • Sen: iniziativa, quando iniziamo noi l’attacco;
  • Ato-No-Sen: iniziativa e difesa, quando l’avversario attacca per primo, noi schiviamo/pariamo il suo attacco e facciamo un rapido contro-attacco.

Negli eserciti del mondo è stato studiato molto il terrorismo islamico, che somiglia molto a una guerra non convenzionale, cioè asimmetrica. Quindi l’Occidente si deve difendere non schierando un esercito bensì sviluppando una azione non convenzionale, portata avanti non da truppe regolari bensì dalle forze speciali, abilitate alla guerriglia e alla informazione clandestina. Gli USA lanciano attualmente nello spazio satelliti spia con missili Atlas V: essi sono capaci di osservare da quelle quote ogni singolo movimento di un auto o di un civile a terra, rilevare l’impronta termica, intercettare comunicazioni con cellulare satellitare, inseguire la traccia telematica, e altro ancora. Esistono anche sistemi di sorveglianza aerea come l’Airborne Warning and Control System (AWACS) che possono fornire una conoscenza approfondita del terreno e del movimento di ribelli e terroristi. Pensiamo altresì alla sorveglianza radar da unità navali e da sottomarini nucleari.

Dopo l’attacco terroristico del 11 settembre 2001 gli USA presero la decisione di scatenare una controffensiva asimmetrica sfruttando le migliori tecniche dei reparti speciali, dalla intelligence alle campagne “hearts and minds” (dimostrarsi amici con i civili per esempio dando cibo o medicine in cambio della delazione o comunque per non scatenare rivolte, tecnica assai efficace sperimentata con successo prima ancora in Malesia dal 1951 su iniziativa del luogotenente generale sir Gerald Temple, a capo delle operazioni; è ciò che in gergo NATO viene definito Psy Ops, cioè “operazioni psicologiche”, pure creando ostilità verso il tiranno mettendogli contro la popolazione civile con campagne mediatiche e propagandistiche mirate), dalla guerra elettronica (hackeraggio informatico, cyberterrorismo) ai raid mirati, anche con droni senza pilota (come l’RQ-1 A Predator oppure da più alta quota il MQ-9 Reaper) capaci di visualizzare l’obiettivo e all’occorrenza di colpire il bersaglio, lanciandogli missili assai sofisticati, come il temibile AIM-9 Sidewinder. Queste tecnologie senza pilota sono state utilizzate con successo in Afghanistan altresì dallo Special Activities Center (SAC), divisione della CIA specializzata nelle operazioni sotto copertura e paramilitari.

In sostanza gli USA stanno prendendo l’iniziativa contro i terroristi islamici. Si tratta di un contrattacco Ato-No-Sen, direbbe un ninja. Il terrorismo islamico nasce da una crisi degli stati mediorientali e ha svariate responsabilità, ma il vero attacco al cuore dell’Occidente fu per iniziativa islamica l’11 settembre 2001, quindi gli USA hanno (quasi) schivato il colpo e attualmente stanno contrattaccando.

Queste questioni militari, che abbiamo portato a titolo di esempio, possono servire a un civile per capire cosa fare nelle difficoltà. Bisogna reagire schivando il colpo senza lasciarla vinta al nemico o alle circostanze, poi preparare un contrattacco. Per esempio, mettiamo che ci ammaliamo gravemente: in questa circostanza non bisogna perdere lucidità né calma, ma bisogna parare il colpo preparandoci al combattimento. Non tutti hanno la forza mentale necessaria per combattere una brutta malattia, alcuni si suicidano, altri negano la patologia e non si curano, altri ancora si affidano ai santoni che propinano cure miracolose in cambio di lauti compensi. L’atteggiamento giusto è quello di ponderare esattamente costi e benefici e di rivolgersi a chi è in grado di aiutarci veramente. Si può schivare il colpo semplicemente non negando la situazione grave, ma sviluppando la forza morale per guardare in faccia la realtà e prepararci ad affrontare medici e sofferenze.

Bibliografia

  • S. Crawford, Tecniche di combattimento armato. Deadly Fighting Skills, Roma 2005;
  • Y. Jwing-Ming, Chi Kung. L’uso delle energie nella cura del corpo e nelle arti marziali, Roma 1990;
  • C. McNab, Mental Endurance. Sviluppare la forza mentale con i metodi usati dalle forze speciali di tutto il mondo, Roma 2014;
  • C. McNab, W. Fowler, Enciclopedia delle tecniche di combattimento, Roma 2002;
  • R. Morelli, Disciplina da Navy Seal, Torino 2020;
  • N. Shillingford, Combattimento a mani nude. Il manuale di addestramento dei corpi speciali, Roma 2002;
  • A. Stilwell, Caccia all’uomo. Manuale del SAS e delle forze d’elite. Inseguire bersagli nemici di alto profilo, Roma 2015;
  • M. Vambanu, Difesa personale, Roma 1977.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 54 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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