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INVECCHIARE, UN BISBIGLIO FRA PENSOSITA’ E RITROSIA

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Redazione- Goethe sosteneva che bisogna essere capaci di invecchiare un po’ tutti i giorni, questo eviterebbe di trovarsi vecchi senza saperlo. In quel trovarsi si declina una sfida, duplice. Da una parte siamo spinti alla ricerca di un contatto più profondo con la nostra interiorità, dall’altra veniamo pungolati al recupero di risorse e strategie, a loro volta necessarie in una fase dell’esistenza complessa e delicata.

Usualmente alla rappresentazione del diventare vecchi, alimentata dal milieu socio-culturale d’appartenenza, s’accompagna una soggettiva, talvolta altalenante percezione, quella di essere già dei vecchi. Poco agevole però valutare quale, fra le due rappresentazioni, porti ad un viraggio verso una versione della vecchiaia conforme.

S’invecchia, è vero, ma lo si fa come si è vissuto nelle età della vita che anticipano la vecchiaia, questo è quanto sosteneva Erik Erikson.

E’ un tempo di vita che impone però la presa d’atto di smacchi, anche ammacchi, o più benevolmente acciacchi che, per dirla con Wertheimer, non si vorrebbero presenti in un corpo ambito immutabile.

Se ogni età, dalla più tenera alla più longeva, va letta come espressione di mero costrutto mentale, la percezione del proprio invecchiamento è, invece, altamente soggettiva, per di più obbliga ad identificare parti (del Sé), che stanno funzionando in modo diverso, integrandole nel vissuto di un Io-corpo ora abitato da cambiamenti.

Negli anni Novanta uno slogan invitava a dare anni alla vita senza chiedere, invece, se non fosse di pari (o maggiore) importanza dare vita agli anni.

Alcune modificazioni, frutto di una fisiologia dell’invecchiamento, fluttuano, altre sono irreversibili: è difficile guardare a parti di noi senza leggerle di primo acchito con una sorta di malcelata insoddisfazione. Il sentimento del proprio invecchiamento, consapevole o inconsapevole, profondo o superficiale, benevolo o sconfortante, sorretto da un vissuto oscillante fra un già ed un ancora, altro non è che la parola data a segni che si fanno simboli.

Se William Shakespeare suggeriva di supplire all’imperfezioni con propri pensieri, l’incontro con la vecchiaia, secondo i canoni imposti dall’ ageism*, sembra sostenere una versione dell’anzianità poco o affatto gradevole.

Davvero la vita pare diventare passo dopo passo una grande strada dove gli anni si fanno pietre miliari: ogni tanto c’è un casello dove si paga il pedaggio in lacrime.

Viversi come dei vecchi in una realtà sociale e culturale nella quale l’anziano è benevolmente considerato un diversamente giovane, diventa sempre più una sfida.

Paiono smarrirsi anche le topografie dell’anima prima note.

Mappe consuete, il carta cantat della nostra quotidianità, sembrano inadeguate e noi, talvolta, dentro l’improvvida sensazione del navigare a vista. Basterà saper riequilibrare il senso di perdite e vuoti per tollerarne in modo diverso l’intermittente mortificazione, accettando anche di avere (in percentuale?!) proprietà di quanto prima si valutava (invece) un possesso pieno?

E’ questa, forse, la problematicità che accarezza le foglie di un nostro più o meno avanzato autunno.

Già vi è odore di foglie appassite / i campi di grano sono vuoti e senza vita/; sappiamo: uno dei nostri prossimi temporali/ spezzerà la nostra stanca estate. /I baccelli di ginestra crepitano. All’improvviso /ci apparirà tutto lontano e fiabesco /ciò che oggi crediamo di tenere in mano /e per magia svanito ogni fiore. /Trepido cresce nell’anima spaventata un desiderio:/che non si attacchi troppo all’esistenza, /che viva la sfioritura come un albero /che festa e colore non manchino al suo autunno.

La vecchiaia può ancora dirsi bisbiglio fra pensosità e ritrosia?

L’anziano è a sua volta capace di costruire almeno un oggi, pur dentro l’inevitabile temporalità dell’esistenza?

Bene lo esprime Rita Levi – Montalcini.

Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.

Levi Strauss sottolineava che l’età della vecchiaia è la vita breve (…) che siamo miopi verso questa età come se (…) necessitassero iniziazioni e preparazioni ad essa.

Lidia Ravera, invece, amabilmente definisce questa fase un terzo tempo, mutuando l’immagine dal rugby. E’ il terzo tempo quel momento che segue la partita: le squadre si riuniscono al pub, in una sorta di riconciliazione, dopo la passione della gara.

Il generale Mac Arthur, nel discorso ai cadetti dell’Accademia di West Point, fatto nel 1945, rimarcava l’antico bisticcio che vede sempre e solo contrapposte giovinezza e vecchiaia.

La giovinezza non è un periodo della vita bensì uno stato della mente, è tempra della volontà, è una qualità dell’immaginazione, è il vigore delle emozioni, è la predominanza del coraggio.

Ad oggi nella valutazione complessiva del processo d’invecchiamento conta maggiormente il poter abbandonare il modello del difetto per un più accessibile modello di competenza. L’invecchiare non rappresenta il risultato, inevitabile, di condizioni oggettive, è piuttosto un processo, s’abbina più o meno felicemente alla postura interiore attraverso la quale abbiamo contatto sia col nostro mondo interno sia con quello esterno.

Marcello Cesa Bianchi, in modo sottile ma profondo, ha preferito distinguere la fisiologia dell’invecchiamento dalla patologia nell’invecchiamento, non imponendo sic et simpliciter una tesi concettuale della patologia dell’invecchiamento, restituendo così alla vecchiaia un diritto di cittadinanza, in qualche modo emendato di usuali mortificazioni concettuali.

Gabriel Garcia Marquez sosteneva che la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Poter riflettere sulla nostra umanità garantisce senso di continuità nell’identità, supporta il nostro percorso esistenziale, permette un significato coerente e congruente a quanto resterà. E’ una modalità propria dell’ascoltarsi, un atto che richiede competenza molto raffinata, perché frutto di esercizio costante e consapevole, una modalità forse poco popolare in un mondo dove l’informazione viene sovente drammatizzata e altrettanto spesso il dialogo fra noi e l’altro da noi si traduce in (mero)monologo.

Vero è che, spesso, la necessità di creare comunque un’immagine positiva del processo dell’ invecchiamento potrebbe nascondere sia la paura della morte sia il bisogno di non patire un’insopportabile sofferenza fisica nella fase finale della vita. Ci si auspica, tutto sommato, una buona morte.

Se per Shakespeare il tempo viaggia con diversa andatura a seconda delle persone, si invecchia diventando quel qualcuno che ci identifica inesorabilmente, inconfondibilmente e per sempre con noi stessi.

L’uomo, animale sociale per eccellenza, è animato dal bisogno inconscio di esorcizzare la morte (propria e altrui), di annullare le perdite, di perpetuare la propria presenza, di eternizzare il sogno, soprattutto di eliminare la condanna insita nel limite. Spesso difficoltà sociali o relazionali e prese di posizione ostili dell’ambiente sembrano buoni motivi per permettere all’anziano una ritirata. Ritirata forse da una parte temuta, ma dall’altra anche molto desiderata perché consente di lasciare aperta la porta del disimpegno progressivo, creando così l’alibi per evitare ogni competizione, ogni progetto futuro, ogni possibile insuccesso, ogni forma di frustrazione.

Cicerone invita a seguire la natura, ad obbedirle in quanto di per sé ottima guida. Non è verosimile che essa abbia descritto bene tutte le altre parti della vita per poi buttare giù l’ultimo atto, come un poeta senz’arte. Ma era pure necessario che esistesse qualcosa di ultimo, qualcosa per così dire di vizzo e sul punto di cadere per maturità compiuta, come accade ai frutti degli alberi ed ai prodotti della terra.

Woody Allen, invece, con l’ironia pungente che lo connota, afferma che invecchiare non porta nessun vantaggio. Non si diventa né più saggi, né più dolci, né più ragionevoli (…) ora soffro più spesso d’indigestione. Non ci sono qualità romantiche nel diventare vecchi. Vi consiglio di non farlo. La cosa migliore è essere giovani e conquistare le ragazze.

Rimane il dubbio se il voler compiacere la persona che invecchia, o il silenzio blindato che spesso la isola, non possano dirsi, invece, facce della stessa medaglia, un volto che la società attuale mostra, perché (è) in larga misura tanatofobica, ma mira a mascherare l’angoscia della finitudine dentro una gerontofilia di maniera.

Oggi che sono vecchio (…) sono tornato a sognare e ad avere dei dubbi sulle mie capacità e possibilità di realizzare sogni, in una condizione tipicamente adolescenziale, caratterizzata dal desiderio di conquistare e mantenere l’identità in quanto dentro ciascuno di noi esiste uno spazio segreto ed opaco, delicato e fragile, silente e spesso sfuggente, eppure da scoprire e salvaguardare perché racchiude l’originalità esistenziale della persona.

C’è invece una potenza nella vecchiaia perché rappresenta comunque un patrimonio forte, indistruttibile.

Ci si anima talvolta troppo nell’illusione di esorcizzare la morte, di annullare le perdite, di alimentare un sogno che diventa una specie di condanna.

Senza, magari, rendersi conto che il desiderio nel vivere diventa una funzione mentale capace di far superare alla persona l’angoscia di annientamento ed irriconoscibilità, mali ben peggiori della paura della morte e della malattia.

Accettando, come recita l’Ecclesiaste, che ogni evento abbia il suo tempo sotto il cielo, poiché esiste un tempo per nascere e un tempo per morire.

Riferimenti in bibliografia

*Con ageism usualmente si legittima una discriminazione nei confronti della persona in base alla sua età.

M.Gecchele, Il segreto della vecchiaia Una stagione da scoprire, F.lli Angeli, Milano, 2010

A.Oliverio,Saper invecchiare,Ed.Riuniti,Roma,1982

Helmut Walter,Vivere la vecchiaia .Sfide e nuove qualità della vita,Armando ed.,Roma,1999

H.Hesse,Le stagioni della vita,Mondadori,Milano,1988

C.R.Rogers,Invecchiare o crescere vecchi,in Psiche.Enciclopedia pratica e teorica di psicologia,Fabbri,Milano,1986

L.Sandrin,Un’età da vivere.Invecchiare meglio si può.Ed.Paoline,Milano,2007

J.K.Belsky,The psychology of aging.Theory,research and interventions,Brooks-Cole,Pacific-Grove-California,1990

Le foto sono tratte da

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