” IL PECCATO-ERRORE CHE SI TRASFORMA IN STORIA ” – DI VALTER MARCONE
Redazione- Dicono le statistiche che è il 40% di quelli che si dichiarano e definiscono cristiani a “ confessarsi una volta l’anno”. Di questi tempi. In altri tempi , per esempio quando eravamo ragazzi e adolescenti, in verità molto tempo fa ci si confessava una volta alla settimana. Era pratica da mettere in atto su una disposizione, se vogliamo una esortazione, di San Carlo Borromeo . Era un luogo quello della confessione a volte tetro perchè in un confessionale di quelli di una volta, al buio ci si sentiva imprigionati . Poi la grata , la grata terribile che ti restituiva solo la voce che non sapevi da dove veniva o che sapevi benissimo di chi era perchè quando eri in fila per confessarti lo avevi visto entrare proprio nella parte centrale del confessionale e scomparire dietro una tenda . Un sipario che voleva dire che tutto quello che si diceva, scompariva . E tu dall’altra parte ,a destra o a sinistra in fila nella fila di destra o di sinistra,la fila degli uomini o delle donne. A volte le cose andavano meglio perchè ci si confessava in sagrestia,però solo i ragazzi, giovinetti e uomini ; tu su di un inginocchiatoio di fianco al prete seduto e quello diventava un colloquio quasi solare.
Come lo ha voluto Papa Francesco in questi ultimi tempi quando ha portato la confessione all’aperto perchè questo atto sia visto da tutti. Perchè sia un incontro alla luce del sole .
Il Catechismo della Chiesa cattolica nella Parte seconda ,La celebrazione del mistero cristiano , sezione seconda “ I sette sacramenti della Chiesa “Capitolo secondo I sacramenti di guarigione afferma all’art.4 “ Il sacramento della penitenza e della riconciliazione “ :”1422 Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera”
Continua poi “ Come viene chiamato questo sacramento? 1423 È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. 1424 È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ».È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: « Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello » (Mt 5,24).
In altre parole la contritio cordis (la contrizione del cuore), la confessio oris (la confessione a parole) e la satisfactio operis (la soddisfazione per mezzo delle opere).
San Carlo Borromeo nel 1577 aveva pubblicato delle istruzioni per indicare la forma degli arredi sacri e in particolare del confessionale. Un arredo descritto nel cap. XXIII del volume “Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae libri duo” che ogni chiesa doveva avere. Prima di quegli anni la confessione avveniva nei luoghi più disparati. Il cardinale milanese nelle indicazioni circa la particolare configurazione di questo arredo disponeva che il confessore fosse fisicamente separato da chi si confessava e tra questi fossero separati gli uomini dalle donne. e soprattutto ci fosse una grata tra il confessore e il fedele . Quindi il confessionale doveva essere chiuso sui cinque lati e anche nella parte centrale e questa con una chiave o un cancello perchè non fosse rifugio di vagabondi o oziosi quando non si usava..
Dunque la confessione come richiesta di perdono al Padre .Nella logica del padre quando parliamo del perdono non possiamo non tener conto di questo brano di Massimo Recalcati, “Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato”, Feltrinelli, Milano 2017, pp. 109-11 “Il dono del perdono non chiede nulla in cambio, non risponde a nessuna logica di scambio, non reagisce a una simmetria. Il perdono fa saltare ogni rappresentazione retributiva della giustizia […] Il padre che sa perdonare è il padre che sa amare, che sa esporsi senza riserve all’incognita del figlio, che sa tramontare. Il suo amore implica un salto, un dono di sé attivo, radicalmente anti-narcisistico, in perdita secca. È forza di apertura: rompe i confini, altera l’identità, de-territorializza, sprigiona ossigeno, aria, consente alla vita di ritornare alla vita e, soprattutto, spezza la traiettoria inesorabile del destino […] La vita può essere allora vita nuova.”Ecco un padre umano che un Dio-padre che si fa uomo è capace di ricapitolare nella sua essenza trinitaria.
C’è una differenza tra sbaglio e peccato ,tra errore e peccato. “Sbaglio” nelle Sacre Scritture è definito in ebraico “sheghaghàh”, ovvero un errore inconsapevole , involontario e magari inconsapevole. Per non incorrere nella disapprovazione di Dio, chi lo commette deve avere la forza di correggersi. Diverso è sbagliare volontariamente e soprattutto ripetere quello sbaglio che diventa peccato se è vera questa locuzione di fonte latina “ errare humanum est “ ma perseverare è diabolico Se lo sbaglio é dunque volontario si tratta di un peccato vero e proprio perchè ci allontana da Dio.
Sant’Agostino d’Ippona nei suoi Sermones (164, 14) afferma: Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere (“cadere nell’errore è stato proprio dell’uomo, ma è diabolico insistere nell’errore per superbia”). Si, quell’antica superbia di Adamo che contravvenne alla disposizione di non gustare quel frutto che la donna gli offriva tentata dal serpente.
“Peccato” ,invece, ha come definizione in ebraico “Chattàth” (in greco “hamartìa”) ; significa in entrambe le lingue “mancare” l’occasione , fallire il bersaglio che sono fondamentalmente per un credente il fallimento morale e la conseguente rottura dell’armonico rapporto con Dio. II peccato non è un semplice errore, o un incidente o una norma che ho infranto. Il peccato è un modo di rompere il mio rapporto con Dio.
E’ vero l’evangelista Giovanni ci avverte : in Cristo tutto si recupera. Niente è perduto ai suoi occhi. Lui è l’Agnello che toglie i peccati del mondo (Gv 1,35 ss). Quindi la confessione , sacramento istituito da Gesù, toglie il peccato del mondo. Rimangono gli errori in un mondo che continua ad errare disconoscendo la presenza storica di un Dio che si è fatto uomo , il verbo che si è fatto carne e che è venuto tra i suoi . Quelli del mondo che però non lo hanno riconosciuto e hanno continuato a commettere errori : guerre , oppressioni, ingiustizie . E certamente è difficile che un Dio fattosi uomo possa riparare agli errori umani ,di un uomo che ha fondamentalmente il libero arbitrio e quindi responsabile delle sue azioni , se non alla fine dei tempi . Anche se nellibro della Sapienza c’è un’affermazione :“Come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te.”(Sap 18,6-9 ) che parla dell’intervento di Dio nella storia di Israele: la liberazione dalla schiavitù d’Egitto che è stata opera di Dio.. Dal dono di quella libertà è nata per Israele la “legge divina” della condivisione di “successi e pericoli”, sostenuta dalla lode di gratitudine nei confronti di Dio liberatore. Ma questo è solo un esempio dell’intervento di Dio nella storia
E dunque fin qui l’essenza del peccato non come errore ,nè come sbaglio ma come come una “ decisione che prendo nel mio rapporto con Dio” ossia con comportamenti ma anche nel pensare e nell’omettere di fare delle cose . Ossia con il mio peccato dico a Dio che non mi importa di lui , delle cose che ha fatto, per esempio il creato e soprattutto che non mi importa che nel rendermi vivente mi ha creato a sua immagine e somiglianza .
Ora però quello su cui mi interessa riflettere un attimo per approfondire un aspetto del nostro ragionamento è il “ peccato-errore che si trasforma in storia “. Un esempio di questo peccato nella storia sta proprio nel contravvenire al secondo comandamento ,quello inciso con gli altri nove sulla tavola della legge data a Mosè sul Monte Sinai : “ Non nominare il nome di Dio invano”.Tutti pensiamo immediatamente che contravvenire a questo comandamento significhi nominare il nome di Dio con poco rispetto o con la bestemmia.
In realtà contravvenire a questo comandamento significa molte altre cose tra cui fondamentalmente non usare il nome di Dio per giustificare guerre, oppressione, disuguaglianza,ingiustizie .Un connubio tra Dio e violenza che ha alimentato la Storia e che l’ha resa “peccaminosa” proprio nel senso che sopra abbiamo indicato.
“L’avverbio “invano” che accompagna il divieto di nominare Dio si compone in ebraico di tre lettere (shin, waw, alef) e suona come shaveh che, al femminile, forma il termine shoah: “c’è shoah se qualcosa è vana, ossia identica, indifferenziata. Shoah, termine adoperato per designare la tragedia del genocidio, in ebraico sta a significare ‘ogni situazione di indistinzione in cui gli uomini non accedono più alla loro singolarità’” (M.-A. Ouaknin, Le Dieci Parole, Paoline 2001, p. 85)”.
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Ma gli errori della Storia, che si trasformano poi in “ orrori”, sono molti a ben vedere . Soffermiamoci per esempio sulle guerre in nome di Dio . Purtroppo cominciando questa riflessione dal nostro quotidiano dobbiamo constatare che gli appelli contro le “ guerre di Dio “ , contro gli eserciti “ benedetti da Dio “ e che ancora oggi in nome di Dio insanguinano il nostro mondo, si infrangono contro vari fondamentalismi. Alcuni prettamente religiosi altri di varia natura ma comunque sempre il risultato di un misconoscere l’intima dei testi sacri e senza amore e carità nei confronti dei propri simili.
”Solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome”. In queste affermazioni di Papa Francesco presso l’università sunnita de Al Azhar al Cairo si pone la questione più scottante che oggi un cristiano debba meditare e riflettere. Per andare veramente verso la pace .La violenza è dunque una profanazione del nome di Dio .
Una profanazione nel presente che in questo senso non è che la “ ripetizione” di una storia millenaria : da “ Dio lo vuole” ,il grido che bandiva le crociate al “ Dio è con noi” dell’esercito nazista o dell’ “Allah è grande”,espressioni pronunciata quest’ultima dopo attentati ed eccidi.
Ecco perchè come dice sempre papa Francesco in quel suo discorso del 2017 presso l’università sunnita de Al Azhar al Cairo bisognerà qualche volta riprendere in mano la Storia per guardare alla memoria con una conoscenza sempre più obiettiva dei fatti .Ecco perchè “Ad attuare questo imperativo sono chiamate, anzitutto e oggi in particolare, le religioni perché, mentre ci troviamo nell’urgente bisogno dell’Assoluto, è imprescindibile escludere qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità. In quanto responsabili religiosi, siamo dunque chiamati a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto. Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace”.
L’apparente obiezione sta in quella lista di efferatezze che i salmi imprecatori chiedono a Dio di compiere .
“Dio, spezza loro i denti in bocca,/ rompi, Signore, le loro zanne da leoni!/ Si dissolvano come acqua e con essa si disperdano!/ …/ Passino come la bava della lumaca che si scioglie,/ come aborto di donna non vedano il sole./ All’improvviso li strappino via rovi spinosi o belva o incendio!/ Gioisca il giusto nel vedere la vendetta,/ lavi i suoi piedi nel sangue degli empi” (cfr. Sal 58, 7-11; si veda anche il Sal 109).
O il grido di battaglia degli ebrei simile al “Gott mit uns” dei nazisti, contenuto nel libro dell’Esodo: “Jhwh è il nostro vessillo di guerra!” (Es 17, 15). Dio diventa un generale, un comndante di eserciti un “Signore potente [generale] in battaglia”, avvolto in un’armatura invincibile (Es15, 3), mentre scaglia grandine e fulmini sui nemici d’Israele (Gs 10, 10-11), suscitando il panico nelle file avversarie (Es 23, 27-28).
Poi Dio assume anche la direzione delle battaglie sul campo attraverso per esempio il suo trono mobile, l’arca dell’alleanza, condotta nei campi di battaglia (1 Sam 4, 7; 2 Sam 11, 11).
Come si è detto, i soldati diventano i sacerdoti di un rituale sanguinario: prima della guerra devono essere “santificati”, cioè purificati e consacrati. Insomma, la guerra in Israele – lo stesso avverrà poi per la gihad musulmana .
Ho detto che l’obiezione è apparente perchè si deve abbandonare l’interpretazione letteraria in quanto il problema sta proprio nella interpretazione . Bisogna tener conto che la “rivelazione “ contenuta nei libri sacri fa parte della Storia ,è vicenda umana , a volte forse insensata , convulsa ma sempre umana.Storia che si riversa in quei testi, che da quei testi traspare proprio con tutte mancanze dell’uomo, con tutta la sua fragilità, insomma con la sua capacità o incapacità di compiere errori o dare un corso negativo a quella storia .
Certo il passo è lungo tra il riconsiderare quei testi proprio nella loro umanità e il comportamento nei secoli successivi alla canonizzazione di quei testi che sono stati usati dall’uomo, dal credente per appunto giustificare guerre , ingiustizie oppressioni.
Non solo guerre in nome di Dio. Anche l’oppressione che è un altro aspetto dell’uso improprio del nome di Dio. Nella Dichiarazione firmata ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar, si chiede con forza che tutti «cessino di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco», e che «smettano di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione».
Quella oppressione che nei secoli si è rivelata per esempio sotto forma di colonialismo che cancellò i modi di vita tradizionali,distrusse interi popoli con le loro cultura . O sotto forma di stermini , genocidi o pulizie etniche e l’elenco potrebbe continuare.
Un elenco degli errori umani che probabilmente non hanno niente a che vedere con il peccato ma raccontano un corto circuito della Storia che chiude appunto il cerchio tra peccato, errore , sbagli. Nel senso che gli errori proprio di quell’uomo sono il frutto di ansie e paure che proprio le religioni secondo Bronislaw Malinowski , dovrebbero placare . Invano.
