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IL COMPROMESSO COSTITUZIONALE

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Redazione- La Costituzione italiana nasce in un periodo storico fondamentale dello Stato italiano, dopo la fine della seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la caduta del regime fascista.Infatti, il 2 giugno 1946, in seguito al voto popolare del Referendum nacque la Repubblica italiana e contemporaneamente gli elettori italiani, per la prima volta con il suffragio universale, furono chiamati ad eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente, che avrebbe redatto la nuova Costituzione. I componenti eletti di tale assemblea, portatori delle idee dominanti dell’epoca quali il liberismo, la democrazia, il socialismo ed il cattolicesimo sociale hanno cercato di riportare i propri pensieri politici, economici e sociali  nella stesura della nascente Carta Costituzionale.  Infatti, La Costituzione italiana nasce dalla confluenza di diversi principi ispiratori: all’idea democratica di base, si uniscono i valori dell’antica tradizione liberale italiana, quelli propri del socialismo dei partiti della sinistra e infine quelli della dottrina sociale della Chiesa a cui si ispirava la Democrazia Cristiana.La maggior parte dei 139 articoli fu approvata con larghissime maggioranze, ma il loro contenuto è il frutto dell’incontro di idee e valori dei partiti presenti all’interno dell’Assemblea Costituente, spesso diversi, ma uniti  della lotta antifascista e dalle speranze e le attese per un profondo mutamento dello Stato e della società.Il risultato che ne conseguì venne definito da molti un compromesso costituzionale, in cui ogni Costituente cercò di dare il meglio della sua concezione, in cui la maggior parte degli italiani potesse identificarsi.La Costituzione repubblicana non nacque quindi dalla prevalenza di una parte politica sulle altre, ma da un incontro ideale, da un’intesa che doveva servire come guida alle variabili maggioranze parlamentari e di Governo. Infatti, innanzitutto troviamo tra i principi fondamentali una  componente ideale  rappresentata dai valori dell’antica tradizione liberale italiana. Alla base di tali valori c’è la convinzione che l’individuo, abbia un valore fondamentale. Emergono così chiaramente le due componenti proprie del pensiero politico liberale.Da un lato l’idea del liberalismo politico, cioè la convinzione della necessità del ruolo minimo e limitato dello Stato che,  è chiamato a svolgere la funzione di arbitro  e garante dei diritti naturali di tutti gli individui considerati liberi ed eguali, da cui scaturisce anche la concezione e tutta la cultura giuridica dello Stato di diritto e della separazione dei poteri, necessaria per evitare ogni tipo di sopruso da parte di chi esercita il potere.Dall’altro lato l’idea del liberismo economico, cioè l’affermazione della libertà di ogni individuo  da qualsiasi vincolo relativamente alla produzione, distribuzione e domanda dei beni economici. Il ruolo minimo e limitato dello Stato,  significa, secondo la teoria economica classica esaltazione della concorrenza e delle libere forze del mercato ritenute, da sole, in grado di determinare automaticamente i migliori  rapporti economici, secondo la nota formula del laissez-faire per la quale il  proprio interesse individuale  determina necessariamente l’interesse e il maggior benessere di tutta la collettività.Entrambe le idee, del liberalismo politico e del liberismo economico, sono presenti nella Costituzione.Infatti, l’art. 2 della Costituzione enuncia solennemente che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…” e il successivo art. 3, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”.I diritti naturali di “Tutti i cittadini… senza distinzione…”, che la Costituzione  definisce come diritti inviolabili, vengono da essa “…riconosciuti…”, cioè considerati come preesistenti all’ordinamento giuridico, comunque spettanti ad ogni uomo libero quale patrimonio naturale della sua personalità, conferendo ad essi un altissimo e profondo valore che nessun regime o modifica costituzionale potrà mai annullare.La Costituzione inoltre “…garantisce…” questi diritti naturali  quali  la libertà personale, all’art. 13; l’inviolabilità del domicilio, all’art. 14; la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, all’art. 15; la libertà di circolazione e soggiorno, all’art. 16; la libertà di riunione, all’art. 17; la libertà di associazione, all’art. 18; la libertà di religione, agli artt. 19 e 20; la libertà di manifestare il proprio pensiero, all’art. 21.A garanzia di questi limiti del potere dello Stato, si ritrovano nella Costituzione italiana i due principi fondamentali  dello Stato liberale: da una parte l’affermazione dello Stato di diritto, dall’altra il principio della divisione dei poteri.Lo Stato di diritto impone che le azioni dei pubblici poteri vengano sottoposte a norme giuridiche che consentano di definire i confini della loro legittimità per evitare abusi arbitrari e incontrollati. Il principio della divisione dei poteri parte dal presupposto che se tutti i poteri dello Stato fossero concentrati nelle mani di una sola autorità, si determinerebbe quella che il pensatore politico francese Montesquieu, suo primo teorizzatore, definiva tirannide e che in questo secolo si definisce dittatura. Il potere legislativo di fare le leggi, il potere esecutivo di attuarle attraverso gli apparati amministrativi, il potere giudiziario di applicarle agli stessi apparati amministrativi, a tutte le autorità e agli individui se non le rispettano, risolvendo le controversie, devono essere, ciascuno nel proprio ambito, autonomi e indipendenti. L’idea base della Costituzione italiana è inoltre rappresentata dal valore che viene attribuito alla democrazia. L’art. 1 dichiara che “L’Italia è una Repubblica democratica…” in cui “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.  All’affermazione iniziale del primo articolo riguardo al carattere democratico del nuovo Stato, la Costituzione fa seguire gli strumenti concreti per renderlo effettivo con la previsione di quei diritti politici negati per gran parte del ventennio fascista.Innanzi tutto troviamo l’indicazione degli strumenti tipici della democrazia rappresentativa e, in primo luogo,  il diritto di voto a suffragio universale. Ogni cittadino che abbia raggiunto la maggiore età è chiamato periodicamente ad eleggere i suoi rappresentanti nelle assemblee elettive: i Deputati alla Camera e i sentori al Senato, ma pure i Consiglieri regionali, provinciali e comunali e, da qualche anno, anche i Deputati al Parlamento europeo.Abbiamo poi altri aspetti della democrazia rappresentativa come la concepirono i Costituenti che avevano subito le persecuzioni politiche della dittatura: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.Ma cosa significa, in senso positivo, “con metodo democratico”? Il “metodo democratico” impone che, in primo luogo, in tutte le assemblee elettive, debba prevalere la posizione che ha ottenuto il maggior numero di consensi, cioè quella che lascia insoddisfatto il minor numero di persone e a cui tutti, opposizione compresa, dovranno conformarsi.In secondo luogo, però, “metodo democratico” significa anche che sia possibile a chiunque continuare a manifestare liberamente il proprio dissenso e che a ogni opinione diversa da quella prevalente sia data la possibilità di farsi conoscere e farsi valere.Ma i veri protagonisti di questa democrazia sono i partiti politici di massa che, facendo da tramite tra società civile e Stato,  sono chiamati a condurre il Paese.I singoli individui, lasciati a loro stessi, avrebbero ben scarse capacità di conoscere e realizzare esigenze di carattere generale; ben maggiore diviene il loro peso quando essi si organizzano e fanno confluire il loro consenso nei partiti.Accanto agli strumenti propri della democrazia rappresentativa o indiretta, l’Assemblea Costituente pensò bene di prevedere anche alcuni strumenti di democrazia diretta attraverso i quali il popolo avrebbe potuto esprimersi quali il referendum abrogativo,  il diritto di ogni cittadino di rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità, la possibilità riconosciuta di ricorrere a referendum costituzionale.Importante è poi la componente socialista della Costituzione italiana.Questa impostazione trovò espressione in una concezione della libertà e dell’uguaglianza che era, però, ben diversa da quella liberale classica.Il liberalismo impone una libertà e un’uguaglianza di tutti gli individui  in senso strettamente formale: libertà come assenza di impedimenti da parte dello Stato che deve giocare un ruolo minimo e limitato nella società; uguaglianza come parità di trattamento davanti alla legge e assenza di discriminazioni o privilegi fra i cittadini. Principi accolti già a partire dall’art. 2 e dall’art. 3, primo comma, della Costituzione.Ma questa concezione di impedimenti o discriminazioni da parte dello Stato non garantisce da sola che tutti i cittadini siano veramente liberi ed eguali. Molto spesso per esercitare effettivamente la libertà occorrono idonei mezzi economici che non tutti possiedono.Per esempio non è sufficiente l’affermazione astratta  dell’uguaglianza fra i sessi, le razze, le lingue, le religioni, le opinioni politiche, le condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.), perché nella società tutti gli individui sono di fatto diversi e non c’è nulla di più ingiusto che trattare tutti allo stesso modo.Si pensi, per esempio, ai lavoratori disoccupati; che giustizia sarebbe trattarli allo stesso modo degli altri lavoratori occupati? Se lo Stato non prevede interventi specifici di aiuto e di sostegno delle loro condizioni personali e delle loro famiglie e misure affinché al più presto vengano create le condizioni per garantire la piena occupazione, un eguale trattamento formale determinerebbe un’effettiva disuguaglianza sociale.Se si pensa poi alle differenze che nella società, in generale, persistono tra i ricchi e i poveri, tra chi vive in condizioni agiate e chi vive nella miseria, l’affermazione della necessità di un eguale trattamento diviene l’affermazione di una disuguaglianza.È da queste considerazioni che nasce l’esigenza di una concezione nuova della libertà e dell’uguaglianza, viste, non in senso formale, ma anche sostanziale.Lo Stato non deve limitarsi a non intervenire o a trattare tutti allo stesso modo, ma al contrario deve assumere un ruolo attivo e positivo rendendo effettive, accessibili e praticabili per tutti le libertà, tutelando e proteggendo i cittadini più deboli e meno garantiti, che in un’economia di mercato sono principalmente i lavoratori.In questo modo viene data ai pubblici poteri una funzione di intervento nella società civile e nell’economia  con la creazione di una nuova categoria di diritti: i diritti sociali.Il riflesso di questa visione appare in primo luogo nel primo articolo della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…”. Con le parole “fondata sul lavoro” si vuole proprio sottolineare che uno dei compiti più importanti dello Stato dovrà essere quello di tutelare e valorizzare i lavoratori, in quanto classe economicamente più debole, attribuendo ad essi il posto che compete nella società, considerato l’importante contributo che da essi stessi deriva al suo sviluppo.Ad esso fa seguito il successivo art. 3 che, dopo avere ribadito al primo comma il principio della uguaglianza formale, al secondo comma prospetta una libertà e un’uguaglianza sostanziale, dei diritti sociali: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.Infatti, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini rimarrebbero semplici affermazioni di principio se lo Stato non assumesse in prima persona il compito di riequilibrare la sproporzionata distribuzione dei mezzi economici, di rimuovere le grandi disparità sociali e culturali e le ingiustizie, come condizione imprescindibile per realizzare un’effettiva democrazia e partecipazione, in primo luogo dei lavoratori, all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.Ad essi, ed in particolare ai disoccupati, è dedicato anche il successivo art. 4 che rappresenta già un primo impegno preciso lungo la via segnata dal precedente art. 3: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…”. In tal modo si impone allo Stato di intervenire nell’economia affinché tutti coloro che lo desiderino siano posti nelle condizioni di lavorare.Quello che emerge non è certo uno Stato di tipo socialista o pianificatore, ma si riconosce, in generale, la prevalenza degli interessi collettivi  sugli interessi economici individuali, nella convinzione che da sole le libere forze del mercato non siano in grado di soddisfarli appieno.Pur mantenendo la sua natura capitalistica, il sistema viene così definito a “economia mista”, intendendo con tale espressione un modo di produzione in cui l’attività economica privata conviva accanto a quella pubblica.Un ultimo valore ispiratore è quello della dottrina sociale cattolica.Del liberalismo accetta l’idea del valore della persona e dei suoi diritti civili fondamentali, in particolare della proprietà privata e degli altri diritti di carattere economico, come diritti naturali indispensabili allo sviluppo della personalità umana.Ma l’uso di questi diritti economici, per questa concezione, non può essere lasciato solamente all’arbitrio del mercato, alla lotta di tutti contro tutti, in nome dell’individualismo egoistico e del guadagno; ben presto i più forti prevarrebbero sui più deboli.Il precetto evangelico della carità e della sensibilità verso chi soffre impone invece forme di intervento e di aiuto verso i più indifesi, affinché il sistema economico possa svilupparsi per il bene comune.

Tale visione di rifiuto dell’individualismo liberale, di completa fiducia nelle leggi del mercato e nella sua capacità di autoregolarsi, porta a posizioni non molto dissimili da quelle proprie del socialismo meno radicale, con la quale il cattolicesimo sociale condivide, appunto, la necessità di proteggere e assistere le classi più deboli contro i soprusi dei potenti, pur non accettando, tuttavia, l’idea di uno Stato eccessivamente interventista e dirigista.Infatti, la promozione e la valorizzazione nella società di comunità intermedie poste tra l’individuo e lo Stato, come la famiglia, la Chiesa stessa e le sue organizzazioni, le associazioni politiche, sindacali, assistenziali, di volontariato, la scuola e le altre istituzioni pubbliche locali, rappresentano il tentativo di superare da un lato l’individualismo liberale e dall’altro lo statalismo socialista.Il primo richiamo della Costituzione italiana ai valori peculiari del cattolicesimo sociale, a parte quelli condivisi dalle concezioni democratica, liberale e socialista è contenuto nell’art. 2.In questo articolo, dopo avere ribadito che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, si sottolinea che tali diritti si riferiscono tanto al singolo, quanto alle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità: i diritti inviolabili del cittadino non riguardano solamente i rapporti tra individuo e Stato, ma anche quelle forme di aggregazione sociale che si collocano tra il singolo e il potere politico centrale e che in tal modo si intendono promuovere.Nella seconda parte dello stesso art. 2 si afferma e anticipa un principio innovativo e di fondamentale importanza della Costituzione: “La Repubblica… richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Il principio di solidarietà viene concepito non come scelta libera e volontaria, ma come vero e proprio dovere giuridico.Ancora, il principio della solidarietà sociale si ritrova anche al secondo comma dell’art. 4, che recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale della società”. Ognuno deve collaborare allo sviluppo e al benessere della società in cui vive per poterne godere anche i vantaggi.L’art. 29 riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, precisando, conformemente al principio di uguaglianza tra i sessi enunciato all’art. 3, che esso sia ordinato all’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.

L’art. 30, tra l’altro, impone ai genitori il dovere-diritto di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati al di fuori del matrimonio.

L’art. 31, al primo comma, allo scopo di agevolare e favorire la formazione della famiglia e l’adempimento dei suoi compiti, con particolare riguardo alle famiglie numerose, attribuisce alla Repubblica il compito di intervenire con misure economiche ed altre provvidenze; al secondo comma afferma, infine, che la Repubblica dovrà proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.Oltre agli organi decentrati dello Stato, agli enti pubblici territoriali, alla Chiesa cattolica e alla famiglia, la Costituzione prevede altre formazioni sociali in cui, secondo la visione cattolica, si possa realizzare la socializzazione dell’individuo e il valore della solidarietà, come le associazioni private, i partiti, i sindacati, la scuola (pubblica e privata), gli enti di assistenza e previdenza, a cui si è già accennato.La solidarietà è anche un valore tutelato in sé nella Costituzione e solennemente enunciato negli artt. 2 e 4 secondo comma. Essa trova specifica applicazione in vari campi e in primo luogo in quello economico.Come già ricordato per la loro rilevanza nel quadro dell’idea e dei contenuti di ispirazione socialista, da una parte l’art. 41 della Costituzione proclama che l’iniziativa economica, pure essendo libera, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana e che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali; dall’altra parte, l’art. 42, pur riconoscendo e garantendo la proprietà privata, dichiara che la legge ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e, soprattutto, nell’ambito di questa visione di pensiero, allo scopo di renderla accessibile a tutti.

Anche l’art. 47, secondo comma, pare direttamente ispirato da questa concezione, enunciando che la Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.Ne emerge, complessivamente, la concezione di uno Stato solidale che interviene nell’economia affinché il mercato sia finalizzato al benessere comune, pur senza negare il riconoscimento del diritto di proprietà e degli altri diritti economici che, in certa misura, vengono valorizzati.Infine, particolare importanza ed evidenza è riconosciuta, in un’ottica solidaristica, al dovere tributario.L’art. 53, contenuto nel tit. IV della prima parte della Costituzione dedicato ai rapporti politici, fissa le basi della collaborazione sociale, del patto tra i cittadini e lo Stato che, attraverso la spesa pubblica finanziata da tutti, potrà garantire la sua presenza nella società civile e nell’economia, fornendo quegli interventi e quei servizi indispensabili in

primo luogo per garantire un’esistenza dignitosa a tutti i cittadini.

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