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EUGENIO MONTALE

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Redazione- Montale è una delle massime voci della poesia mondiale del XX secolo, insignito del premio Nobel nel 1975.La sua lunghissima carriera di poeta, scrittore, critico letterario e giornalista è da anni oggetto di attenti studi che hanno prodotto una sterminata bibliografia, avendo egli saputo dare un’originalissima interpretazione alle inquietudini dell’uomo contemporaneo, ispirandosi ai maestri del Simbolismo e del Decadentismo, ma forse ancor più a Leopardi, e avendo reso al contempo estremamente attuali le loro innovazioni stilistiche.

Egli fu sempre e in ogni modo presente agli eventi; seguì il corso della storia e trasse da esso alimento per la sua scrittura, sia con la poesia, sia con la prosa dei racconti o dei saggi, sia con le recensioni giornalistiche,

Da una dimensione individuale, espressa nella prima raccolta: “Ossi di Seppia”, passò  nelle sillogi successive, ad una sociale, storica dell’uomo che, smarrito il suo rapporto con la natura, era giunto ad un’umanità privata di ogni valore autentico e di riferimento sicuro, inalterabile, assoluto.

Dalle coste della Liguria, ridotte ad “ossi di seppia”, inaridite, divenute simbolo del “male di vivere”, approdò all’Italia oscurata dal fascismo, dalla guerra; alla società rovinata dall’industrializzazione, dalla cultura di massa, dalla riduzione del linguaggio a bene di consumo, dalla perdita di ogni valore che non fosse immanente.

Il male di vivere è in Dora Markus, che il poeta conobbe a Porto Corsini, vicino Ravenna. La donna è rappresentata nella sua inquietudine e incertezza, che cerca di scongiurare affidandosi a degli amuleti, ignara che su di lei, ebrea, e sull’Europa indifferente, «distilla veleno / una fede feroce». Nell’angoscia di Dora Markus scorgiamo il presentimento delle persecuzioni naziste e della guerra.

Ricordiamo come animi molto sensibili – v. Gabriele d’Annunzio e Francesco Morgione, meglio conosciuto come S. Pio da Pietrelcina – hanno “avvertito”, nelle loro ansie e angosce, il presentimento di ciò che stava per accadere.

Se Ungaretti fu “uomo di pena” che divenne “uomo di fede”, Montale rimase “uomo di pena” poiché non vi fu consolazione, speranza, affetto che potè alleviare il suo “male di vivere”.

Nato a Genova nel 1896, dove compì gli studi tecnici, trascorse infanzia e giovinezza tra la città natale e lo splendido paese di Monterosso, nelle Cinque Terre. Dopo la prima guerra mondiale iniziò a frequentare i circoli culturali liguri e torinesi, attirando l’attenzione di noti intellettuali. Di tale periodo è importante il carteggio intercorso con il poeta Barile, attraverso cui i critici letterari hanno potuto ripercorrere e ricostruire gli incontri, i luoghi, gli intellettuali da loro frequentati.

Nel 1927 si trasferì a Firenze, dove collaborò con Bemporad e in seguito divenne direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, ruolo da cui fu destituito nel ’38 per antifascismo. Infatti nel 1925 fu fra i primi intellettuali a sottoscrivere il Manifesto degli Intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e Giovanni Amendola.

Dopo la guerra si iscrisse al Partito d’Azione e iniziò un’intensa collaborazione con varie testate giornalistiche, tra cui il Corriere della Sera, per conto del quale intraprese molti viaggi in qualità di “inviato” e si occupò di critica musicale.

Montale raggiunse fama internazionale, come attestarono le numerose traduzioni delle sue poesie in svariate lingue. Nel 1967 fu nominato senatore a vita.

Scrisse di sé: “Io ho vissuto trentun anni in Liguria. Vicino al mare, perché sebbene a Genova il mare si veda per lo più solo col cannocchiale, i mesi dell’estate noi li passavamo nelle Cinque Terre, Monterosso, dove il mare entrava quasi in casa (…). Questa è una stagione molto fortunata; però ha anche costituito l’avvio a l’introversione, ha portato ad un imprigionamento del cosmo (…). Questa è stata una stagione molto formativa, ripeto. Ma sotto il profitto della maturazione culturale, i vent’anni che ho passato a Firenze sono stati i più importanti della mia vita. Lì ho scoperto che non c’è soltanto il mare ma anche la terraferma; la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione, dell’umanesimo. Vi ho trovato una natura diversa, compenetrata nel lavoro e nel pensiero dell’uomo. Vi ho compreso che cosa è stata, che cosa può essere una civiltà”.

Negli anni fiorentini collaborò a “Solaria”, la rivista di Carocci, Ferrara e Bonsanti e a “Pegaso” di Ojetti, Pancrazi e De Robertis. Conobbe numerosi scrittori come Vittorini, Gadda, Loria e Drusilla Tanzi, la “Mosca”, che divenne poi sua moglie.  Drusilla Tanzi era già stata moglie del critico d’arte Matteo Marangoni.

Allontanato dal Gabinetto Viesseux, collaborò con “Campo di Marte” di Gatto e Pratolini e a “Letteratura” di Bonsanti.

Nel 1940 cominciarono i duri anni di guerra, i compensi per le poesie e gli articoli pubblicati in varie riviste e per alcune traduzioni furono i suoi soli proventi.

Nel 1944 si iscrisse al Partito d’Azione e lavorò per il Comitato Nazionale di Liberazione toscano. Nel ’45 fondò, con Bonsanti, Loria e Scavarelli, il quindicinale “Il Mondo”, che diresse per due anni.

Dopo un periodo di collaborazione alla “Nazione”, si trasferì a Milano, dove lavorò come redattore al “Corriere della Sera” e critico musicale del “Corriere dell’informazione”.

La prima raccolta, intitolata “Ossi di Seppia”, fu pubblicata da Gobetti nel 1925. Consta di quattro sezioni intitolate: “Movimenti” (tredici componimenti); “Ossi di seppia” (ventidue); “Mediterraneo” (nove); “Meriggi e ombre” (quindici).

Tema centrale delle poesie di “Ossi di seppia” è “il male di vivere”. Il titolo è quanto mai allusivo di cose diverse: gli ossi di seppia sono gusci vuoti, morti, che il mare riporta a riva;

ma sono anche nuvole di inchiostro che le seppie emettono per difendersi; nonché oggetti da incastrare nelle voliere perché gli uccelli vi affilino il becco.

Gli “Ossi di seppia” indicano il “male di vivere”, la “coscienza della sconfitta dell’uomo”, irrimediabilmente prigioniero di un mondo di cui gli sfuggono le premesse e le conseguenze. Nella raccolta, forte è l’influenza di Leopardi e dei simbolisti francesi.

Per Montale il Poeta non è più Vate, ma uomo comune, uomo fra gli uomini.  Pertanto l’artista, non più Vate, è incapace di rivelazioni assolute, di verità inalterabili. E’ uomo tra gli uomini e la sua opera deriva da questi (gli uomini), dalle loro cose, dai loro linguaggi.

Si spiegano così l’andamento discorsivo-narrativo delle sue liriche, i versi di varia misura, la rima ed l’assonanza, l’asprezza fonica, il ritmo scabro, conciso ed ogni altro aspetto che riconducesse ad una realtà difficile. Pertanto i luoghi, i tempi, le persone sono evocati ed elevati a funzione di simbolo di una sofferenza totale, diffusa ad ogni aspetto od elemento dell’esistenza.

La poesia di Montale è metafisica dal momento che pur partendo dalla materia si astrae da essa per poterla tutta comprendere e significare. Rappresenta un esempio di umanesimo tra i più valorosi perché procede lontana da ogni consolazione.

La poesia di Montale rinnovò tanto la tradizione letteraria ed artistica, italiana e straniera, quanto quella classica e moderna; chiarì uno stato d’animo diffuso in quel tempo, oggetto anche di speculazione filosofica con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre.

Realizzò le proprie inclinazioni musicali e pittoriche; riportò l’arte ad una dimensione umana; aderì alla realtà e si levò su di essa; ambì alla semplicità ed riuscì complesso, difficile, ermetico; testimoniò tutta la storia, passata e presente, dell’uomo, giunta ad un confronto decisivo da cui scaturì la sconfitta.

Fu l’angoscia, dunque, che spinse Montale a scrivere. L’angoscia e la coscienza dell’inutilità di ogni battaglia; ciò che, d’altra parte, non gli fece assumere un atteggiamento pietistico e rassegnato, poiché la certezza della sconfitta non presuppose l’abbandono della speranza, che anzi sopravvisse in lui e si fece più evidente nel versi dedicati al mare, che fu sempre vissuto in termini positivi, come autentica lezione di vita. Così, se non gli fu possibile trovare una risposta all’inutilità del vivere, allora fu per Montale necessario conservare almeno l’aspirazione a che questo potesse un giorno avvenire.

Che cosa dunque poteva la poesia offrire all’uomo? Qualche storta sillaba e secca come un ramo – scrisse Montale. Non certo risposte, né tantomeno certezze. Tutt’al più la coscienza “di ciò che non siamo, di ciò che non vogliamo”. Per Montale la poesia ebbe valore in quanto documento di un male di vivere dalle proporzioni cosmiche.

Da tali premesse scaturirono le scelte e le intuizioni tecniche del poeta; il quale, rifuggendo ovviamente da uno stile alto e aulico, abbandonò l’ermetismo di Ungaretti, fatto di versi spezzati e parole accostate per il loro valore analogico. Il linguaggio di Montale mirò a una “naturalistica precisione”, fece uso di tecnicismi o anche termini dialettali; il tono fu discorsivo, e lasciò spazio a descrizioni paesaggistiche che colsero l’ambiente ligure nella sua asprezza, battuto dal Libeccio.

Con ciò egli intese trovare una rappresentazione simbolica al dato oggettivo, ossia volle evocare un’emozione attraverso la precisa descrizione di fatti e oggetti del mondo reale, come, ad esempio, gli ultimi versi di “Meriggiare pallido e assorto”:

“E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

Per Montale bastò guardarsi intorno per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osservava il male di vivere, come nei paesaggi aspri della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti dei torrenti, nel rivo strozzato che gorgoglia, nella foglia riarsa che s’accartoccia, nel cavallo stramazzato di “Spesso il male di vivere”.

Ogni paesaggio e ogni oggetto fu visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto sia fisico sia metafisico, nel suo essere cosa e simbolo della condizione umana di dolore e di ansia.

E’ questa la tecnica del “correlativo oggettivo”, teorizzata dal poeta inglese T.S. Eliot, consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni, oggetti esterni   e   il mondo interiore.

La stessa visione tragica della vita ispirò le liriche della seconda raccolta, “Occasioni”  del 1939. In essa Montale rievoca le «occasioni» della sua vita passata: amori, incontri di persone, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia del passato a consolazione del presente, come avviene in Quasimodo, ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico. Come altre esemplificazioni del male di vivere, così anche il recupero memoriale, tema consueto del Decadentismo, in Montale si risolve attraverso la conferma delle proprie solitudine e angoscia esistenziale.

Il motivo di fondo della poesia di Montale è la visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso.

Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia e che impedisce di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo e il significato della vita: “Meriggiare pallido e assorto”

Né d’altra parte c’è alcuna fede religiosa o politica (chierico rosso o nero – egli scrive in “Piccolo testamento” – con chiara allusione al Cristianesimo e al Marxismo), che possa consolare e liberare l’uomo dall’inquietudine.

Nemmeno la poesia può offrire all’uomo alcun aiuto. Infatti, egli scrisse, “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”. L’unica cosa certa che egli possa dire, è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», ossia gli aspetti negativi della nostra vita. Di fronte al «male di vivere» non c’è altro bene che «la divina Indifferenza», ossia il distacco dignitoso dalla realtà, ed essere come una statua o come la nuvola o il falco alto levato.   

La divina indifferenza però non sempre è consentita al poeta, il quale è spesso preso dalla nostalgia di un mondo diverso, dall’ansia di scoprire «una maglia rotta nella rete / che ci stringe», «lo sbaglio di natura», «che ci metta nel mezzo di una verità».

La negatività di Montale oscilla tra la constatazione del «male vivere» e la speranza, sì vana, ma sempre risorgente, del suo superamento. La speranza è evidente negli ultimi versi di “Riviere”, che chiude la raccolta “Ossi di seppia”.

“Occasioni” sono ispirate dalla studiosa americana Irma Brandeis, la Clizia, a cui il poeta fu legato da affettuosa amicizia. Lo pseudonimo Clizia deriva – come indicò lo stesso Montale – da un sonetto di corrispondenza fra Dante e Giovanni Quirini (ma la paternità dantesca non è certa), in cui l’autore prima dichiara il suo amore per una «donna dispietata e disdegnosa», poi si paragona a «quella ch’a veder lo sol si gira / e ’l non mutato amor mutata serba».  Clizia fu figlia di Oceano, amata e poi abbandonata da Febo (Sole), che ella continuò ad amare così intensamente da trasformarsi in girasole (che «a veder lo sol si gira», che si volge sempre verso il sole).

Il girasole è dunque «simbolo (…) di una strenua dedizione d’amore, ma anche dell’”ansietà” di luce» (Isella).

La Clizia montaliana ha un ruolo salvifico.  Le sue apparizioni riescono a illuminare, seppure per un attimo, la torbida oscurità esistenziale e storica, causata dalla dittatura e dalla guerra imminente.

In “Occasioni”, il cui tema di fondo è la memoria, è il ricordo, incontriamo “Non recidere, forbice”, in cui Montale accenna alla forza disgregatrice del tempo, che ci porta via anche i ricordi più cari e belli.

Nella memoria che si sfolla, da cui cioè svaniscono persone e cose care, “non recidere, o forbice”, invoca il poeta, l’ultimo volto caro che gli è rimasto. Ma è inutile: un colpo di scure colpisce la vetta dell’albero e l’acacia ferita lascia cadere il guscio di una cicala nel primo fango di novembre. Tutto dunque svanisce, lasciando l’uomo in una fredda solitudine.

In “La Casa dei doganieri” il poeta ricorda la casa a strapiombo sulla scogliera, luogo di incontri con la donna amata; ma il ricordo di quella casa è vivo solo in lui, mentre la donna, frastornata da altre vicende, ha dimenticato. Anche qui la rievocazione del passato si risolve per il poeta in una conferma del “male di vivere”, della nostra solitudine.

Temi analoghi, tutti centrati sul male di vivere si leggono nelle due ultime raccolte di liriche, “La bufera ed altro” (1957), in cui la guerra è l’altra “occasione” di meditazione per il poeta, e “Satura” (1971), che comprende una serie di colloqui del poeta con la moglie Drusilla Tanzi su episodi di vita passata.

“La bufera ed altro” comprende liriche composte in maggioranza negli anni più bui della guerra e del dopoguerra. Attraverso un linguaggio più aperto a toni discorsivi e polemici, è affrontato, accanto all’analisi di problemi individuali, il confronto con i problemi e le ideologie del tempo, in una visione ancora una volta sostanzialmente critica.Con “La bufera e altro” si chiude la prima grande stagione della poesia montaliana, seguita da un lungo silenzio.“Satura”, del 1971, inaugura un modo diverso di fare poesia. Le “occasioni” poetiche non sono più alluse per illuminazioni liriche, ma esplicitate in una sorta di diario in versi.La raccolta è caratterizzata da un linguaggio semplice e ormai lontano dalle tensioni ermetiche, da un tono spesso ironico, dall’apertura verso il mondo degli affetti familiari, nel ricordo della moglie da poco scomparsa.

L’ opera poetica di Montale è la testimonianza continua dei danni che il tempo moderno e contemporaneo ha apportato ai valori morali, spirituali, culturali, artistici su cui si è costruita la civiltà dell’Occidente. Di questa è giunta la fine nel momento in cui i confini tra bene e male, fra il vero e il falso, sui quali si era retta, furono annullati e l’uomo si smarrì in un labirinto senza possibilità d’uscita.  Il passato non potè più arrivare in soccorso poiché i suoi contenuti non erano più validi, non avevano più significato.Né poteva aiutare la memoria essendo trascorse le circostanze, “le occasioni” utili per salvarsi dal naufragio abbattutosi sull’umanità.Neppure la donna, recuperata nella sua funzione di donna-angelo, di depositaria d’intimità e, quindi, di fiducia, verità, elevazione, potè soccorrere nell’emergenza.Niente potè servire, poiché tutto era drammaticamente finito o era divenuto precario e costituiva una minaccia estesa, illimitata per l’uomo. Gli impediva di ritrovarsi con se stesso, di soddisfare i propri bisogni, di conoscere la verità, l’autenticità, ciò che era unico, invariabile e valido per tutti e per sempre.Anche l’arte, la poesia avevano perso la loro posizione privilegiata di espressioni superiori alle altre e ad esse non rimaneva che constatare questa allucinante realtà.Eugenio Montale morì nel 1981 a Milano, città da lui prediletta, poiché “anonima e discreta”.

F.to Gabriella TORITTO

Eugenio

MONTALE

UNI Terza Età PE

a.a. 2021/22

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