” ETRUSCHI UN POPOLO SENZA RACCONTO ” – DI VALTER MARCONE
Redazione- Il ritrovamento di cui ho scritto in un precedente testo su queste pagine mi da l’occasione per tornare a parlare di un popolo quello etrusco scomparso senza un racconto .
Nel raccontare la notizia del ritrovamento dei bronzi di San Casciano dei Bagni i giornali hanno usato toni molto enfatici, suscitando anche qualche polemica. Il motivo è che i ritrovamenti archeologici hanno una serie di echi culturali immediati, in particolare in Italia: è facile quindi scivolare dal resoconto alla creazione letteraria.
In quella riflessione mettevo in evidenza come quel rinvenimento fosse frutto non della estemporaneità o della casualità bensì di un lungo studio e preparazione. Ma anche il frutto di un lavoro di gruppo coordinato sul territorio . Mi ripromettevo di parlare più a lungo di due aspetti peculiari della cultura etrusca l’origine e soprattutto la scrittura. Perchè seppure siano stati compiuti progressi nella decifrazione dei vocaboli di quella scrittura in realtà non si è ancora arrivati ad attribuire a quelle parole un significato. Il che vuol dire che il popolo etrusco al momento è un popolo la cui storia si ricostruisce attraverso molte testimonianze ma non attraverso la scrittura.
La scrittura per la ricostruzione delle vicende di un popolo a volte è determinante .Lo studio della storia, “ insieme alla memoria delle generazioni viventi, alla percezione del presente e alla visione del futuro, contribuisce a formare la coscienza storica dei cittadini e li motiva al senso di responsabilità nei confronti del patrimonio e dei beni comuni. La disciplina storica si apre , attraverso una graduale distribuzione delle conoscenze e dei concetti, all’uso delle diverse fonti, all’organizzazione e alla rappresentazione delle informazioni attraverso strumenti diversificati e prodotti orali, scritti e digitali.”
La scrittura è dunque una delle fonti principali per lo studio della storia .La scrittura fu inventata dai Sumeri. Il salto di qualità c’è stato con il passaggio dalla scrittura ideografica a quella fonetica. I segni hanno iniziato ad essere usati per rappresentare non più oggetti o concetti, ma suoni. La scrittura fonetica riproduce i suoni che le parole hanno nella lingua orale. Tra la scrittura ideografica e quella fonetica c’è stata una fase intermedia rappresentata dalla scrittura sillabica. I segni, in questo caso, indicano ciascuno una sillaba e mettendoli insieme si ottengono le parole.
Infatti gli Etruschi sono un popolo che ci ha lasciato innumerevoli testimonianze originali e leggibili a partire dagli affreschi nelle monumentali sepolture di Tarquinia o Vulci per arrivare alle suppellettili, alla scultura e all’oreficeria, in campi come le manifestazioni artistiche, l’organizzazione sociale, la visione ultraterrena, le ritualità che accompagnavano la loro vita ma senza scrittura. O meglio ,mentre di tutte quelle manifestazioni sopra elencate noi troviamo testimonianze, per la scrittura non riusciamo a trovare il modo di interpretare una serie di segni che pur riconosciuti ci indicano dei vocaboli che non riescono ad essere messi assieme secondo un filo logico per ricostruire un sistema di scrittura. Molto probabilmente ciò dipende dalla incapacità degli studiosi di fare progressi in questo senso . Per questo motivo gli etruschi appaiono fino ad oggi un popolo dunque misterioso non tanto nelle sue origini per le quali si fanno diverse ipotesi, ma perchè senza narrazione.
Come dicevo, non è proprio vero che gli etruschi non abbiano avuto una scrittura. E’ che gli storici non sono riusciti ancora ad interpretare pienamente quei segni che possono chiamarsi scrittura e che risalgono dunque all’epoca etrusca . Ci sono stati dei tentativi di decifrare la scrittura rimasta misteriosa . Si tratta di un alfabeto di tipo greco le cui lettere sono state riconosciute in maniera quasi completa . La scrittura andava da destra verso sinistra e non vi era divisione tra le parole. Purtroppo malgrado gli scienziati siano riusciti a decifrare i vocaboli in realtà non ne conoscono il significato perché è una lingua morta da due millenni. La difficoltà stanno proprio nella traduzione
Ci sono alcune ipotesi sulle origini chiaramente smentite da una ricerca sul Dna , di cui parlo di seguito, che ha portato a concludere che il patrimonio genetico degli Etruschi è rimasto stabile per almeno 800 anni, dall’età del ferro al periodo della Repubblica Romana,il che indica che questo popolo era autoctono del territorio che occupava.
Le ipotesi sulle origini tra l’altro lasciano anche il tempo che trovano proprio perchè nel Novecento il problema delle origini è stato superato grazie all’archeologo Massimo Pallotino, secondo il quale interrogarsi sulle origini equivale a porsi una falsa domanda a cui è impossibile dare una risposta soddisfacente. Infatti, non c’è mai un’origine unica, ma diversi processi portano alla formazione di un popolo. Sono diversi contributi, etnici e culturali, che nel tempo danno vita a una nuova cultura.
Il territorio denominato Etruria corrispondeva all’area compresa tra i fiumi Tevere e Arno ossia le attuali regioni Lazio, Umbria e Toscana. Poi c’erano due aree d’espansione altrettanto importanti: l’Etruria padana (coincidente con buona parte della pianura padana) e l’Etruria campana. Insomma un territorio ampio sul quale sorsero molti centri importanti. Si parla di dodici città principali come Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Orvieto, Chiusi, Vetulonia, Volterra, Perugia, Cortona, Arezzo, Fiesole. Non fu mai uno stato unitario, le singole città mantennero sempre una forte autonomia e non mancarono tensioni e lotte interne. Tentativi di unità con scarso successo per l’elezione di un magistrato unico che potesse coordinare e dare indirizzi specialmente in politica estera furono fatti con la cosiddetta dodecapoli, per dare vita ad un’assemblea (Fanum Volutumnae) .L’egemonia romana e quindi la conquista e annessione di quel territorio si affermò, dopo battaglie cruente con la presa di Orvieto (246 a.c.) a cui seguì una feroce repressione. Alla fine del I sec a.c. gli etruschi vennero infatti definitivamente assorbiti dallo Stato Romano: ottennero la cittadinanza e abbandonarono la loro lingua per il latino .
Una storia dunque senza narrazione . Ecco perchè per esempio in riferimento alle origini si sono fatte più ipotesi nessuna delle quali può ritenersi definitiva. Secondo Erodoto, storico greco del V sec a.c., erano originari della Lidia, regione dell’Asia minore, (oggi Turchia). Per Dionigi di Alicarnasso, storico vissuto tra il 60 a.C e il 7 a.c.. invece, erano nativi della penisola italiana. Nell’Ottocento prese piede una nuova ipotesi: gli Etruschi sarebbero discesi dalle regioni alpine verso l’Italia centrale. Anche perchè di recente attraverso studi sul Dna estratto dai reperti ossei e dall’esame del sangue delle popolazioni odierne l’origine asiatica e Mediterraneo orientale può essere esclusa . Uno studio del 2021coordinato dall Istituto Max Planck per la scienza della storia umana di Jena, in Germania (con collaborazione dell’Università di Tubinga, in Germania e dell’Università di Firenze), ha infatti concluso che gli Etruschi non erano di origine asiatica e non provenivano dal Mediterraneo orientale.
Dunque secondo questo studio il patrimonio genetico degli Etruschi è rimasto stabile per almeno 800 anni, dall’età del ferro al periodo della Repubblica Romana.
La scrittura come racconto di un popolo . Il primo pensiero che viene è quello del popolo ebraico che è un popolo che racconta. Per esempio la festa di Pesach (la Pasqua ebraica) non è altro che il racconto della fuga degli Ebrei dall’Egitto. E ogni anno da quell’avvenimento si aggiunge qualcosa di diverso, di particolari magari inventati .
In Mesopotamia la scrittura compare,come abbiamo già accennato , tra il 3500 e il 3300 a.C. Le preoccupazioni fondamentali all’origine della scrittura nelle regioni del Medio Oriente sono le seguenti: (a) contare o misurare i beni posseduti; (b) rendere conto delle transazioni eseguite; ( c) predire il futuro. Perchè in realtà è questo il racconto della realtà di quei popoli .
D’altra parte l’uomo è un essere narrante – ci ha ricordato recentemente papa Francesco – fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Storie raccontate dapprincipio attraverso il mito , poi in forma di fiaba e sempre più recentemente con romanzi . film, canzoni, notizie… le storie influenzano la nostra vita anche se non ne siamo consapevoli.
C’è un libro di Martina Piperno dal titolo esplicativo “L’antichità crudele “,Carocci Editore , 2020 che racconta come gli Etruschi e gli altri popoli dell’Italia antica hanno lasciato tracce più misteriose e più inquietanti dei Romani conquistatori. Mentre la cosiddetta “classicità” greca e romana ci parla attraverso numerose fonti, gli Etruschi e gli Italici risultano di sconcertante laconicità, in quanto le fonti della loro storia sono per lo più indirette e scritte in altre lingue.
Dice Giuseppe M. Della Fina recensendo l’opera di Piperno su Il giornale dell’arte : “ In un lucido saggio degli anni Cinquanta, riproposto più di recente come prefazione a un’edizione italiana di Etruscan Places di David Herbert Lawrence (Nuova Immagine Editrice, Siena), il «rifondatore» degli studi etruscologici Massimo Pallottino ha osservato: «C’è una Etruria degli studiosi e una Etruria dei letterati le cui tradizioni corrono per due vie divergenti», auspicando che le due vie si ricongiungano dovendo la scienza: «riconoscere ancora una volta il suo debito alla poesia».
Martina Piperno ha percorso la seconda via, quella verso la quale va riconosciuto il debito, e ha preso in esame la letteratura italiana del Novecento, con alcuni dei suoi protagonisti: Gabriele D’Annunzio, Vincenzo Cardarelli, Alberto Savinio, Carlo Levi, Giorgio Bassani per fare qualche nome. In realtà è andata più indietro nel tempo sino all’Ottocento, seguendo le tracce di una riflessione del poeta inglese Byron che presenta Dante Alighieri, come uno dei «tre grandi Etruschi», insieme a Petrarca e Boccaccio. (1)
Ma è proprio sulla narrazione della storia di etruschi e italici attraverso altre lingue che la stessa Piperno dice in una intervista : “Il volume L’antichità «crudele» è il frutto di un progetto di ricerca biennale finanziato da una Irish Research Council Government of Ireland Postdoctoral Fellowship e svolto presso University College Cork. Mi fa piacere ringraziare Daragh O’Connell e agli altri membri del Dipartimento di Italiano per il sostegno prezioso. L’Irish Research Council, insieme a National University of Ireland, ha anche sostenuto le spese di pubblicazione. L’idea è nata nelle prime fasi della mia carriera postdottorale a Warwick, in Regno Unito (grazie a Fabio Camilletti e David Lines, miei mentori di allora), e ho iniziato a lavorarci durante una Visiting Fellowship a Seton Hall University, in New Jersey (USA), in conversazione con Gabriella Romani, che ringrazio.
Una caratteristica della storia dell’Italia preromana è che è molto lacunosa, e ci è giunta per lo più attraverso fonti indirette, scritte da altri popoli (i Greci, i Romani) e in altre lingue. Già nel ‘700 Mario Guarnacci, un precursore della moderna etruscologia, si doleva profondamente della mancanza dei “libri etrusci”, come li chiamava. Guarnacci scrisse anche una tragedia “etrusco-centrica”, il Muzio Scevola, che non dipinge gli Etruschi semplicemente come nemici dei Romani, ma invece vuole sottolineare l’enormità del debito che la civiltà romana ebbe con i suoi precursori. Nell’800 uno scrittore molisano, Vincenzo Cuoco, aveva testato il potenziale narrativo della leggenda italica. Ne era uscito un singolare romanzo, il Platone in Italia, oggi quasi dimenticato ma allora letto con interesse. Più tardi Carducci ambienterà diverse poesie in luoghi della memoria preromana, e D’Annunzio sceglierà Volterra, città carica di drammatici ricordi etruschi, come ambientazione per il suo romanzo Forse che sì forse che no.”
I saggi contenuti in L’antichità «crudele» (il titolo è tratto da una frase di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli) si concentrano su alcuni casi di studio novecenteschi, connettendo fra loro tematicamente le suggestioni emerse da un corpus di opere appartenenti a generi diversi (poesia, romanzo, memoir, prosa d’arte, critica letteraria) e offrendone una prima sistematizzazione. Ma la ricerca continua: presso il laboratorio MDRN dell’Università di Lovanio, dove continuo le mie ricerche su archeologia e miti preromani in letteratura, è attivo il progetto Literary Knowledge: Modernism and the Sciences in Europe (http://www.mdrn.be/projects/literary-knowledge-1890-1950-modernisms-and-sciences-europe) dedicato ai rapporti fra letteratura e scienze, con un ramo riservato all’archeologia. Sia i miei interessi di ricerca che quelli dei giovani colleghi impegnati nel progetto stanno convergendo in una analisi della contaminazione fra letteratura e nuove scienze in Europa nel primo Novecento con molta attenzione alle scienze del mondo antico. Dov’è il confine fra scienza e letteratura? Possiamo veramente tracciare una demarcazione fra ricostruzione e invenzione dell’antico? I testi dell’archeologia sono attraversati da suggestioni letterarie, e viceversa?
In L’antichità «crudele» ho voluto dare un po’ di spazio anche all’ambiguità politica – intesa in senso lato – del mito etrusco-italico. Se da una parte è vero che l’esaltazione delle radici territoriali dialoga perfettamente con l’ossessione localista di alcuni movimenti culturali legati al Fascismo (per esempio il cosiddetto “strapaese”), che il “mito” etrusco-italico fu alimentato dalla propaganda fascista in cerca di narrazioni autoctone, tanto che l’archeologia etrusco-italica nacque come scienza indipendente proprio in quel periodo, è altrettanto vero che questo nucleo propagandistico è in contraddizione con il mito della romanità esaltato sempre dalla narrazione fascista. Savinio, Levi e Bassani, forse riprendendo David H. Lawrence (Etruscan places, 1932), tentano di problematizzare se non rovesciare l’appropriazione politica del mito preromano da parte del regime, mostrandone la contraddittorietà (a prezzo anche qui di inevitabili semplificazioni storiche): si può esaltare allo stesso tempo la civiltà romana e quella dei popoli conquistati dai Romani? (2)
In attesa dunque di poter leggere , attraverso la conquista da parte degli storici di un metodo di lettura e interpretazione dei segni lasciati dagli etruschi, non rimane che visitare i loro luoghi che hanno un fascino veramente ammaliante .
(1)https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/per-byron-e-carducci-dante-era-etrusco/136542.html
