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” CHI PUO’ ANDARE ALLA FONTE NON RICORRE ALLA BROCCA ” -DI VALTER MARCONE

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Redazione-  La città di Firenze fu la città centro del Rinascimento “classico” con le biblioteche,l’Accademia platonica fondata da Cosimo dei Medici, la vita delle botteghe d’arte dove vennero ideati e confezionati i manufatti di arredo  della città ed opere   come dipinti , sculture . Una città che ospitava  molti  pittori, scultori, architetti, letterati  che  le dettero fama e lustro  con le loro opere. Basti ricordare che secondo  la “Cronica” di  Benedetto Dei nel 1473,  erano aperte  e quindi svolgevano in pieno la loro attività,  rendendo la città unica,  botteghe  in cui  erano occupati orafi (44), maestri intagliatori  (50 ed oltre ) legnaioli (80) .

Una città ricca anche di commerci e di attività artigianali  come per esempio l’industria della lana .Un’attività che fin dal medioevo si era sviluppata anche grazie all’apporto  degli armentari abruzzesi  e in particolare aquilani come descritto  in numerosi studi  tra cui “ I rapporti economici tra l’Abruzzo aquilano  e Firenze nel basso medioevo” , di Hoshino Hidetoschi – L’Aquila (1988).Nella città di Firenze esistevano  luoghi di confezionamento  per i panni di lana tra cui  il Tiratoio delle Grazie (o “di Piazza d’Arno”, “delle Travi” o “de’ Castellani”),  un edificio dell’Arte della Lana  situato tra le attuali piazza de’ Giudici,Lungarno Diaz  e Piazza Mentana perchè la lavorazione del panni di lana aveva bisogno ,nelle varie fasi, di spazi  per  asciugare i panni dopo la coloritura e il lavaggio . Per tali operazioni l’Arte della lana possedeva alcune grandi strutture apposite denominate appunto “tiratoi”.

L’Aquila ,tra le città abruzzesi fu centro di commerci  della lana e dello zafferano, prodotti che attraverso la Via degli Abruzzi, venivano spediti da sud a nord del nostro paese. Ma anche oltr’Alpe  stando al commercio dello zafferano che si svolgeva con i tedeschi  le cui società commerciali avevano a L’Aquila delle rappresentanze .Lo zafferano veniva usato in cucina ma soprattutto nell’industria dei panni per colorarli di giallo .In Italia si raccoglieva un terzo dell’intera produzione europea e venivano coltivate alcune qualità come quella aquilana, quella lombarda e quella pugliese. I mercanti tedeschi a L’Aquila dimoravano nel  quartiere di San Marciano (ricordato spesso come quarto di San Giovanni)  e avevano una cappella nella chiesa  di Sant’Agostino  come testimonia l’Antinori nei suoi Annali.

Ma torniamo alle botteghe fiorentine .Uno stuolo di uomini dediti ai lavori d’arte a  cominciare dallo stesso Lorenzo dei Medici ,uomo colto , raffinato, dedito agli affari, come d’altra parte tutta la sua famiglia , ma anche letterato .

Di lui ricordiamo quel  canto che scrisse  per la festa del carnevale del 1490 . Il canto doveva accompagnare il corteo delle maschere mitologiche, ecco perchè  richiama  figure della mitologia classica, utilizzate dall’autore per esprimere i temi centrali del componimento.

Qui ci basta ricordare il famosissimo  ritornello con il quale chiude

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia1!

Chi vuol esser lieto, sia2:

di doman non c’è certezza.

Un lieto trascorrere del tempo come  diceva lo stesso Boccaccio al termine del suo Decamerone “Appresso questa, più altre se ne cantarono e più danze si fecero e sonarono diversi suoni” riferendosi proprio a  un contesto “Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via, e quivi, poi che alquanto diportati si furono, l’ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono e da quella levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo l’altre, fu cantata:

Qual donna canterà, s’i’non cant’io,

che son contenta d’ogni mio disio?

Vien dunque, Amor, cagion d’ogni mio bene,

d’ogni speranza e d’ogni lieto effetto;

5 cantiamo insieme un poco,

non de’ sospir né delle amare pene

ch’or più dolce mi fanno il tuo diletto,

ma sol del chiaro foco,

nel quale ardendo in festa vivo e ’n gioco,

10 te adorando, come un mio iddio.

Un inno quello di Lorenzo il Magnifico  che pur celebrando i fasti dell’amore mette però in guardia sulla caducità del tempo . Il tempo che fugge  e quindi il monito ad occuparsi giorno per giorno delle cose del mondo  perchè del  domani  non c’è certezza.

Un inno all’amore che è in definitiva quella stessa voce che si alza nei secoli successivi  dall’anelito degli scritti di molti letterati ed umanisti  Un amore che  si rivolge alla bellezza delle cose, della natura, degli sguardi, delle emozioni delle sensazioni  che in modo nuovo  avvolgono una città, la Firenze Medicea  che è fatta  di affari, di banche, di commerci, ma anche di botteghe d’arte.

Cosimo dei Medici fonda una dinastia di banchieri e lentamente attraverso  le mirate azioni  per così dire “ finanziarie” ,l’invenzione della lettera di credito e  alcune  risorse locali  mette assieme potere economico finanziario e potere politico. Tanto da divenire il banchiere del Papa e l’uomo o meglio la famiglia che decide sui destini della città. Tanto che la famiglia Medici,ricordiamolo,  governò Firenze per circa tre secoli, dal 1434 al 1737.

Dal punto di vista politico  con Cosimo  detto “ il vecchio”, figlio di Giovanni , la famiglia arrivò al controllo  della “repubblica” di Firenze  e poi  con il titolo di granduchi  del  Ducato di Firenze prima e  del  Granducato di Toscana poi .

Tre secoli di dominio conclusosi con il “Patto di famiglia” che l’ultima discendente dei  granduchi Anna Maria Luisa de’ Medici stipulava con gli Asburgo Lorena imponendo tra l’altro una clausola che i nuovi successori non potessero spostare  “(…) o levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato, Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose, della successione del Serenissimo GranDuca, …”

Ma non voglio fare la storia  della famiglia Medici qui. Basti ricordare ancora che furono esponenti di quella famiglia dunque non solo uomini d’affari  ma anche cardinali, pontefici (Leone X e Clemente VII ). Che la famiglia dovette per un certo periodo  anche abbandonare Firenze,una città sotto l’influenza della predicazione del Savonarola, e sotto il dominio dei francesi di Luigi XII. Fino alla riconquista da parte del figlio di Piero, nipote di Lorenzo  con la sconfitta dei francesi.

Voglio parlare di quella bellezza non solo della della città e delle sue opere d’arte nata con la vita delle botteghe ma anche della bellezza della natura e della natura dell’uomo ,da conoscere e da valorizzare  che trasformò un Rinascimento che era nato  scoprendo la bellezza e la natura nei libri  che fu l’ideale a lungo coltivato  dagli umanisti. Un ideale che trasformò appunto il Rinascimento classico  in qualcosa di diverso

Ma cominciamo dalle botteghe d’arte  .Che cos’erano queste botteghe . La bottega d’arte era un laboratorio  condotto da un artista, per così dire una impresa familiare. C’erano dunque padri, figli, fratelli , congiunti  diversi che si occupavano  del lavoro, diretto da un artista  che aveva i rapporti con i committenti , firmava i contratti e sceglieva i lavoranti, ovvero gli allievi. Tra gli artisti  che diressero una bottega ricordiamo per esempio Raffaello o il Verocchio . La bottega era  una vera e propria scuola per i giovani che venivano occupati in attività di servizio e di routine  come macinare e preparare i colori ma anche contribuire con una specie di lavoro di gruppo alle opere o manufatti che venivano realizzati . Una bottega che selezionava le attitudini e spesso l’artista che la dirigeva delegava ad un suo allievo, per esempio, i lavori di disegno o pittura perchè ci riusciva meglio di lui. E’ il caso del Verrocchio nei confronti di Leonardo. Il Verrocchio decise di non dipingere e disegnare più, visto i risultati ,come racconta la leggenda, di un dipinto il” Battesimo “ attribuito allo stesso Verrocchio. In quest’opera tra le figure un poco  paludate e rigide  dipinte dal  Verrocchio medesimo spicca la figura di un angelo  dipinto da Leonardo che surclassa tutta la scena  perchè riesce a rendere viva quella figura .Un angioletto ricciuto che viene portato da Leonardo “alla vita” e diventa un fanciullo che sembra vivo . L’allievo dunque imparava a disegnare ,intagliare, scolpire,decorare tanto da avere una formazione completa .Generalmente  la bottega classica era quella di un orafo .

Dunque botteghe rinomate furono quella di Raffaello dove veniva accolto chiunque mostrasse una qualche inclinazione e poi quella del Ghirlandaio da dove uscì Michelangelo Buonarroti. Prestigiosa quella di Andrea del Verrocchio  che a Firenze  riesce a dare una formazione  completa che comprende  pittura , scultura, architettura ma anche musica, ottica , botanica. Dalla bottega del Verrocchio uscirono gli artisti del Rinascimento più importanti come Leonardo (1452-1519)  Botticelli (1445-1510), Perugino (c. 1446/1450 -1523) .

Il Cinquecento si apre con tre grandi protagonisti,  Leonardo, Michelangelo, Raffaello mentre il Quattrocento aveva dato vita alle prime collezioni di antichità ad opera  di alcune ricche famiglie, tra cui le più importanti furono le collezioni d’arte papali, di Giulio II e di Paolo III Farnese. L’universalità dello sguardo sul mondo da parte di questi artisti rende le opere  di architettura, pittura, scultura , non più opere artigianali ma frutto dell’intelletto come la letteratura e la poesia . E’ il Cinquecento il secolo in cui cambia il ruolo dell’artista.

Ritorno al Verrocchio e alla sua bottega . Si racconta che allievo del Verrocchio sia stato anche Saturnino Gatti uno dei protagonisti del Rinascimento abruzzese insieme a Andrea de Litio . Gatti è  l’autore degli affreschi nella Chiesa di S. Panfilo  in Villagrande di Tornimparte ritenuti la Cappella Sistina abruzzese. Uno studio sicuramente da leggere  su Saturnino Gatti porta la firma dello storico dell’arte Ferdinando Bologna. (“Saturnino Gatti. Pittore e scultore del Rinascimento aquilano di Ferdinando Bologna, Textus Editore, Roma ).Gli affreschi risalgono al 1495 e sono la testimonianza di un Rinascimento maturo  che risente dell’influenza fiorentina e che fa la coppia con  la prima “città ideale” , Giulianova,  menzionata dagli architetti rinascimentali, fatta ricostruire dal duca di Atri sulle rovine del  Castrum San Flaviano .Di Saturnino Gatti va ricordata anche la Madonna in trono al Munda di L’Aquila .

Andrea del Verrocchio( Firenze 1435 -Venezia 1488)  prese il nome da Giuliano Verrocchi alla cui bottega andò  da ragazzo a lavorare  con successo anche grazie alla protezione della famiglia de’ Medici. Tra le sue opera vanno ricordate : il Monumento funebre in bronzo di Cosimo de’ Medici e quello di Piero e Giovanni de’ Medici(1465-67 e 1472, San Lorenzo); l’Incredulità di san Tommaso (1466, Orsanmichele); ma anche famosi dipinti come il Battesimo di Cristo, con la collaborazione di un giovanissimo Leonardo (1474-75, Uffizi) e la Madonna e santi per il Duomo di Pistoia.I suoi capolavori più noti sono certamente la Dama col Mazzolino (Firenze, Museo del Bargello) e il Monumento equestre di Bartolomeo Colleoni (1481-88, Venezia, Piazza San Giovanni e Paolo), per la cui fusione Andrea di trasferì a Venezia, dove morì lasciando il lavoro incompiuto.

Dunque nel  1479 la repubblica di Venezia  volle realizzare un monumento  equestre a Bartolomeo Colleoni  morto nel 1475. Andrea del Verrocchio concorse  per  quest’opera  da collocare in campo Santi Giovanni e Paolo  che gli  fu affidata nel 1480. Nel 1481 il Verrocchio  mandò il modello  di cera e nel 1486, per  la fusione del gruppo in bronzo, il Verrocchio si trasferì a Venezia  .

Il suo trasferimento fu  dunque la fine della sua bottega perchè gli allievi più prestigiosi presero la via di Milano  da Ludovico Sforza ,Leonardo da Vinci e di Roma da  Sisto IV che sta costruendo la Cappella Sistina  ,Botticelli, il Ghirlandaio, il Perugino, Cosimo Rosselli.

Ma questo è anche il momento di trasformazione del Rinascimento fiorentino perchè come diceva  Leonardo “ chi può andare alla fonte non ricorre alla brocca”. Ovvero l’idea medievale della divinità  irraggiungibile e dell’annullamento della natura umana  in una prospettiva ultraterrena cede il posto  ad una  nuova concezione della natura. L’uomo  deve provare con i propri sensi, fisicamente  l’essenza della natura per agire e agire correttamente conoscendo .

“Chi può andare alla fonte non ricorre alla brocca “ è una frase di Leonardo che si riferisce all’idea di natura che l’uomo deve conoscere  meglio per operare. Sta in questa nuova idea, che abbandona l’imitazione dei modelli classici,seppure eleganti , per volgersi  verso una nuova realtà, la transizione  del Rinascimento di cui è simbolo lo stesso Leonardo. E’ transizione da una nozione classica del Rinascimento ad una nozione popolare,da una nozione ideale e una nozione pratica. Il passato è importante e risplende come un faro  ma il presente diventa ancora più importante. L’uomo  fatto da sé  in questa nuova concezione dell’essere, dell’esistere , del fare per fare, non ricerca più la sua essenza nei libri di pergamena  ma nel libro della natura , quella che lo circonda ma soprattutto la sua, quella di uomo nuovo .

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