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PINOCCHIO, DUECENTO ANNI DOPO LA NASCITA DI COLLODI

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Redazione-  Pinocchio è stato uno dei miei primi libri. Ricordo i pomeriggi trascorsi a sfogliarlo, il tempo passato sulle illustrazioni, la curiosità di sapere come sarebbe finita ogni avventura. Poi sono arrivati i cartoni animati, le risate e quelle scene che riconoscevo prima ancora che cominciassero. Riaprendolo da adulta, ritrovo quel piacere, ma mi soffermo su personaggi e particolari che allora lasciavo sullo sfondo. Guardo soprattutto Geppetto e il suo modo di essere padre, le difficoltà materiali, le occasioni in cui un bambino avrebbe bisogno di aiuto e incontra invece qualcuno pronto ad approfittarne.

Il 24 novembre 2026 ricorrono i duecento anni dalla nascita di Carlo Lorenzini, conosciuto come Collodi. L’anniversario offre l’occasione per tornare al romanzo, oltre le immagini familiari che ne hanno accompagnato la diffusione. La storia cominciò a uscire nel 1881 sul «Giornale per i bambini» e fu pubblicata in volume nel 1883. Appartiene all’Italia dell’Ottocento, eppure molte delle sue domande riguardano ancora il nostro modo di intendere l’educazione: quale valore attribuiamo all’obbedienza, come giudichiamo un errore, che cosa chiediamo agli adulti quando un bambino fatica a crescere.

La povertà, anzitutto, occupa uno spazio che le versioni semplificate rischiano di farci dimenticare. La casa di Geppetto ha un focolare dipinto sul muro; il cibo manca, gli abiti proteggono poco, un libro scolastico richiede un sacrificio. Quando il padre vende la casacca per comprare l’abbecedario, l’istruzione diventa una spesa sostenuta rinunciando a qualcosa di necessario. Letto oggi, l’episodio aiuta a riconoscere quanto le possibilità di studiare dipendano anche dalle condizioni in cui una famiglia vive. Nel racconto, la volontà individuale deve continuamente misurarsi con la fame e con la mancanza di denaro.

Pinocchio vende quel libro per entrare nel teatro dei burattini. Il gesto irrita, perché conosciamo il prezzo pagato da Geppetto. Poco dopo, però, si offre di morire al posto di Arlecchino. La generosità è già presente in lui, insieme all’impulsività che gli fa dimenticare gli impegni. Collodi costruisce così un personaggio che sfugge a una divisione troppo semplice tra bambini buoni e cattivi. Seguirlo significa tenere insieme comportamenti diversi, senza assolverlo ogni volta e senza ridurlo alla sua ultima disobbedienza. Chi educa conosce la fatica di riconoscere le capacità di un bambino anche nei giorni in cui sembra dimenticarle.

Anche la lingua contribuisce a questa complessità. I dialoghi rapidi, le ripetizioni, i proverbi e le espressioni colloquiali danno alla narrazione un andamento vicino al racconto orale. Il narratore si rivolge ai lettori, commenta, anticipa una reazione, interrompe il resoconto. Si passa dal comico alla paura senza che la vicenda perda continuità. Questo movimento mantiene vivo l’interesse e impedisce alla lezione morale di occupare tutto lo spazio: prima di formulare un giudizio, siamo coinvolti in ciò che accade.

Il mondo degli adulti, del resto, offre pochi motivi per fidarsi senza riserve. Il Gatto e la Volpe sfruttano l’inesperienza di Pinocchio e il suo desiderio di arricchirsi. Ad Acchiappacitrulli, quando denuncia il furto delle monete, il giudice lo manda in prigione. La giustizia assume una forma grottesca: chi dovrebbe tutelare la vittima finisce per punirla. Pinocchio paga la propria ingenuità, ma anche l’incontro con un mondo che lo inganna e poi gli nega protezione. La sua disobbedienza, da sola, non spiega quello che gli accade.

Il Paese dei Balocchi rende ancora più evidente questo rapporto. La promessa di una vita senza scuola e senza obblighi attira i ragazzi, che vengono trasformati in asini e venduti. Il divertimento serve a procurare un guadagno a chi organizza l’inganno. L’ammonimento contro la fuga dai doveri è evidente. A renderlo inquietante è il modo in cui un adulto sfrutta il desiderio dei ragazzi di sottrarsi alle regole: li attira con una promessa e li trasforma in merce.

Il ritorno di Lucignolo nell’ultimo capitolo rende difficile fermarsi a una morale rassicurante. Pinocchio lo ritrova nella stalla dell’ortolano Giangio, ormai sfinito dalla fame e dal lavoro. Lucignolo muore; Giangio si preoccupa del denaro speso per acquistarlo e deride il dolore del burattino. Il lavoro, che per Pinocchio accompagna la maturazione, qui consuma una vita. È una differenza dolorosa, che lascia aperta una domanda anche per chi legge oggi: quali possibilità ha Lucignolo di salvarsi? A lui manca un soccorso paragonabile a quelli che consentono a Pinocchio di ricominciare.

Geppetto rende visibile il peso di questi legami. Parte per cercare il figlio e, quando si ritrovano nel Pesce-cane, è diventato fragile e dipendente dal suo aiuto. Pinocchio cerca una via d’uscita e lo porta con sé; poi entrambi vengono soccorsi dal Tonno. La salvezza richiede iniziativa, ma anche la disponibilità di qualcun altro. In seguito il burattino lavora per procurare il latte al padre, fabbrica canestri e si esercita a leggere e a scrivere la sera. L’apprendimento entra nella vita quotidiana, tra strumenti poveri, stanchezza e necessità concrete.

La crescita di Pinocchio si riconosce nella continuità dei suoi gesti. Riesce a mantenere un impegno nel tempo e destina alla Fata, che crede malata, i soldi risparmiati per un vestito. La sua capacità di affezionarsi, già riconoscibile nel teatro di Mangiafoco, orienta ora anche le scelte di ogni giorno. La trasformazione finale in ragazzo conferma l’approvazione di questo percorso e lo accompagna con un miglioramento delle condizioni materiali. Il romanzo lega così la crescita morale al lavoro, allo studio e alla cura familiare, secondo un modello educativo che possiamo comprendere nel suo contesto senza considerarlo l’unico possibile.

Quando oggi torno a queste pagine, mi interessa anche ascoltare le domande che possono suscitare nei bambini: perché il giudice lo condanna, perché Lucignolo non viene salvato, quali richieste degli adulti sono giuste e quali meritano di essere discusse. Sono domande che nascono dalla storia e che vale la pena discutere, senza affrettarsi a chiuderle con una lezione. Il piacere delle mie prime letture è rimasto. Oggi gli si aggiunge una maggiore attenzione per le esitazioni di Pinocchio e per gli adulti che incontra. Mi accorgo di giudicarlo con meno fretta, pur vedendo i suoi errori: forse anche per questo continuo a leggere con affetto un libro che conosco fin da bambina

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