“RICAPITOLARE TUTTO IN CRISTO”- DOTT.MARCO CALZOLI
Redazione- Leggiamo il capitolo 23 del profeta Isaia, una profezia di giudizio contro una delle nazioni dei gentili, cioè il Libano:
1 Oracolo su Tiro.
Fate il lamento, navi di Tarsis,
perché è stato distrutto il vostro rifugio!
Mentre tornavano dal paese dei Kittim,
ne fu data loro notizia.
2 Ammutolite, abitanti della costa,
mercanti di Sidòne,
i cui agenti attraversavano
3 grandi acque.
Il frumento del Nilo, il raccolto del fiume
era la sua ricchezza; era il mercato dei popoli.
4 Vergognati, Sidòne,
perché ha parlato il mare, la fortezza marinara, dicendo:
«Io non ho avuto doglie, non ho partorito,
non ho allevato giovani,
non ho fatto crescere ragazze».
5 Appena si saprà in Egitto,
saranno addolorati per la notizia di Tiro.
6 Passate in Tarsis, fate il lamento, abitanti della costa.
7 È questa la vostra città gaudente,
le cui origini risalgono a un’antichità remota,
i cui piedi la portavano lontano
per fissarvi dimore?
8 Chi ha deciso questo
contro Tiro l’incoronata,
i cui mercanti erano principi,
i cui trafficanti erano i più nobili della terra?
9 Il Signore degli eserciti lo ha deciso
per svergognare l’orgoglio
di tutto il suo fasto,
per umiliare i più nobili sulla terra.
10 Coltiva la tua terra come il Nilo, figlia di Tarsis;
il porto non esiste più.
11 Ha steso la mano verso il mare,
ha sconvolto i regni,
il Signore ha decretato per Canaan
di abbattere le sue fortezze.
12 Egli ha detto: «Non continuerai a far baldoria,
tu duramente oppressa, vergine figlia di Sidòne.
Alzati, va’ pure dai Kittim;
neppure là ci sarà pace per te».
13 Ecco il paese da lui fondato per marinai, che ne avevano innalzato le torri; ne han demoliti i palazzi: egli l’ha ridotto a un cumulo di rovine.
14 Fate il lamento, navi di Tarsis,
perché è stato distrutto il vostro rifugio.
15 In quel giorno Tiro sarà dimenticata per settant’anni, quanti sono gli anni di un re. Alla fine dei settanta anni a Tiro si applicherà la canzone della prostituta:
16 «Prendi la cetra,
gira per la città, prostituta dimenticata;
suona con abilità,
moltiplica i canti,
perché qualcuno si ricordi di te».
17 Ma alla fine dei settant’anni il Signore visiterà Tiro, che ritornerà ai suoi guadagni; essa trescherà con tutti i regni del mondo sulla terra. 18 Il suo salario e il suo guadagno saranno sacri al Signore. Non sarà ammassato né custodito il suo salario, ma andrà a coloro che abitano presso il Signore, perché possano nutrirsi in abbondanza e vestirsi con decoro.
Il Libano è spesso chiamato anche Fenicia. Stiamo parlando quindi dei fenici, indicati complessivamente come Tiro. La capitale del Libano era Sidone, ma la città più importante era più a nord: Tiro, la città commerciale più influente della regione, un porto che importava e esportava una quantità enorme di merci in tutto il mondo conosciuto. In Amos 1, 9-10 è scritta un’altra condanna nei riguardi della Fenicia, sempre riguardo la città di Tiro: Amos ci dice che Tiro non si è ricordata del “patto fraterno” (stipulato molto tempo prima, infatti il sovrano del Libano era un amico di Salomone e i due fecero una alleanza) e ha lucrato sulla sventura di Israele, da ciò deriva la condanna di Dio. Ezechiele 26 ci parla del giudizio contro Tiro, che viene compiuto dalle armate babilonesi (proprio coloro che si allearono con Tiro contro il popolo eletto, una sorta di ironia della sorte).
Il paese di Kittim è Cipro, ma qui Isaia si riferisce più in generale a tutte le isole e i porti del Mar Mediterraneo. Oppure si tratta di una allusione al fatto che il re di Sidone, Luli, trovò rifugio nell’isola di Cipro, dove incontrò una morte violenta.
Al v. 2 si fa riferimento agli abitanti della costa, che sono i cittadini di Tiro, questo perché la città fu fondata sulla costa di Sidone collegando questo litorale a un isolotto, sul quale fu fondata Tiro: gli abitanti di Sidone riempirono di terra e pietre lo spazio tra la costa e l’isolotto. È interessante poi il verbo ‘ober, participio, “i passanti” (coloro che passavano/attraversavano le grandi acque): il verbo ricorre anche al v. 6 (e non solo), dove viene usato da Isaia per indicare la fuga dopo il disastro prodotto da Dio. Pertanto ciò che prima (v. 2) è emblema del commercio e della ricchezza (i fenici che attraversano il mare per arricchirsi), adesso (v. 6) è emblema della punizione di Dio (fenici che passano il mare per scappare).
Al v. 3 abbiamo “grano di shichor”: il termine ebraico significa di per sé “nero, scuro”, quindi gli studiosi ipotizzano che si tratti del “grano del Nilo” (ogni anno il fiume esondava e copriva di limo scuro la terra rendendola fertile). Allora qui Isaia parlerebbe del Nilo per indicare il grano proveniente dall’Egitto (metonimia). La prova della corretta resa la abbiamo in Geremia 2, 18, ove è scritto: “E ora, perché vai per la via che conduce in Egitto per andare a bere l’acqua di shichor?”. È chiaro quindi che si tratti del Nilo (l’unico fiume in Egitto). Il Libano era il principale importatore del grano egiziano: l’Egitto era il più grande produttore di grano del mondo, il Libano lo comprava a basso costo e poi lo rivendeva al resto delle nazioni. Per questo l’Egitto fu la causa della ricchezza del Libano.
Nella sintassi vi è un contrasto tra il v. 2 (gli agenti commerciali) e la successiva frase predicativa del v. 3, che serve a sottolineare la differenza tra la ricchezza e lo sviluppo di prima, quando si facevano lauti guadagni dal commercio, e la crisi di adesso.
Per comprendere il v. 4 dobbiamo richiamare la storia. Il mare viene personificato e parla in prima persona, dicendo che non ha figli: è un modo elaborato per dire che Tiro non c’è più, tanto che il mare non ha più l’isolotto su cui era costruita la città, isolotto che era stato suo figlio (perché creato a partire dal mare riempiendolo di terra). Inoltre, il verbo “vergognarsi” indica in ebraico la perdita del kabod, dell’onore, di ciò che conferisce a una persona importanza e stima (cfr. 2Re 19, 26). Per l’ebreo di allora una donna è disonorata quando ha subìto violenza o non ha figli, perciò Isaia rammenta alla città come essa stessa si lamenti di non avere figli.
Al v. 7 c’è un problema di traduzione. La grammatica ebraica ha verbi molto malleabili (ogni verbo ebraico può essere inteso o al passato o al presente o al futuro, è il contesto che occorre guardare per decidere). Quindi la traduzione che abbiamo riportato rende: “i cui piedi la portavano lontano per fissarvi dimore”, mentre altri intendono con un futuro (… la porteranno lontano …”). Secondo la prima traduzione, Tiro andava in terre lontane per fare commerci. Secondo la seconda traduzione, Tiro andrà lontano in quanto distrutta dai babilonesi, per questo i suoi abitanti fuggiranno in terre straniere.
Al v. 10 il testo masoretico presenta il verbo chibri, “attraversa”, ma gli editori lo correggono con chibdi, “coltiva” (con 1QIsaia, che conferma la Settanta, ergazou). Il senso generale sarebbe che, essendo stato distrutto il suo porto, Tiro è costretta a rinunciare alle sue attività mercantili e commerciali e a mettersi a coltivare la terra. Inoltre la lezione “posto” (tradotta con “porto”: quale “posto” è una città marinara se non un “porto”?) è della Settanta, mentre il testo masoretico ha “cintura”.
Al v. 12 ritorna il verbo “passare” nel senso di “fuggire”. Al v. 13 (passo in verità che presenta più di una difficoltà) gli interpreti traducono che la città di Tiro fu costruita per marinai, che è una resa possibile di un originale ebraico che forse intende che la città non esisteva da molto tempo, cioè giovane, pur essendo di origini antiche rispetto ad altri toponimi (v. 7; cfr. Strabone 16, 2, 22); non solo ma fu distrutta dai babilonesi, che erano una popolazione recente. Che ne è quindi del vanto che i fenici tributavano a loro stessi? Della loro gloria, del loro splendore? È tutto fumo, una nullità nei confronti del giudizio di Dio, il vero Signore della storia. (Ricordiamo che in questo capitolo Isaia parla sia di Tiro sia di Sidone. Perché? Stratificazione diacronica di materiale eterogeneo. Questo bellissimo cantico presenta difficili problemi di critica testuale, di composizione e di cronologia: il suo carattere composito attesta che esso non proviene da una sola mano. Oppure Isaia intende Tiro e Sidone come un tutto unico in quanto la prima città venne fondata da Sidone).
Al v. 15 abbiamo la menzione dei 70 anni: ci si riferisce al dominio che i babilonesi esercitarono su Canaan (di cui il Libano era una porzione). Anche Geremia 25, 11 ce ne parla. Durante quei 70 anni non regnò un solo re, ma Isaia qui paragona questo lasso di tempo all’età di un solo re. Perché? Il singolo re equivale a una sola dinastia di vari re (che poi, sempre durante quei 70 anni, venne destituita con un colpo di stato portato avanti da altri sovrani babilonesi). Infatti “uno” è nell’originale ebraico ‘echad, che indica una unità composta, cioè non un singolo re bensì tutta una dinastia.
Ma alla fine, come dice Isaia, il Signore darà l’eredità di Tiro a coloro che sono scelti dal Signore stesso. Cosa significa? Probabilmente quando si diffuse il cristianesimo, esso si estese anche in Libano. Non suona quindi come una profezia del fatto che i popoli antichi (ebrei, fenici, e altri), visitati da Dio in vari modi, verranno declassati a favore del cristianesimo? Ricordiamo che oggi il cristianesimo (nelle sue varie chiese) è la religione più numerosa al mondo.
Ma Israele ha perso per sempre l’elezione? Cerchiamo di spiegarci secondo la Bibbia. La questione dell’elezione del popolo ebraico nelle lettere di Paolo, in particolare nella Lettera ai Romani (capitoli 9-11), è complessa e non si traduce semplicemente nel concetto che gli ebrei abbiano “perso” l’elezione.
Paolo sostiene fermamente che Dio non ha ripudiato il suo popolo. L’elezione di Israele è vista come irrevocabile. Paolo spiega che un “indurimento” si è prodotto in una parte di Israele, ma solo temporaneamente, per permettere l’ingresso dei pagani (i gentili) nella salvezza. Secondo Paolo, questa dinamica mira a portare alla salvezza sia i gentili che, alla fine, tutto Israele, mostrando la misericordia di Dio verso tutti. Paolo, quindi, rilegge l’elezione non più su base puramente genealogica o legale (osservanza della legge), ma basata sulla fede in Cristo.
Leggiamo infatti in Efesini 1:
Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 4In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, 5predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, 6secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; 7nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. 8Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, 9poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito 10per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. 11In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà.
Agli inizi del cristianesimo la nuova fede era molto legata all’ambiente giudaico, per poi perdere progressivamente l’impronta tradizionale e aprirsi meglio ai popoli pagani, per merito soprattutto di Paolo.
Bisogna anche dire che nel Vicino Oriente sorse il cristianesimo siriaco, che è stato ed è tuttora importantissimo. Giovanni Paolo II invitava a guardare alla chiesa cattolica come formata da due grandi sezioni: Oriente e Occidente. Tuttavia bisognerebbe inserirne anche una terza, quella siriaca, che portò addirittura il messaggio di Cristo in Cina. La cristianità siriaca ha prodotto poi una letteratura oceanica e profondissima, per nulla secondaria a quelle oggi maggiormente conosciute.
Il cristianesimo siriaco è una delle tradizioni cristiane più antiche, nata nel Vicino Oriente tra i popoli di lingua aramaica (Siria, Mesopotamia) nei primi secoli. Caratterizzato dall’uso del siriaco, un dialetto aramaico, come lingua liturgica, si distingue per una forte impronta semitica e una letteratura variegata, spesso focalizzata su misticismo e ascesi. Il suo centro principale fu Edessa (odierna Urfa in Turchia).
Originario della zona tra Siria e Iraq, il cristianesimo siriaco si è diffuso anche in India, oltre al fatto che i missionari siriaci svolsero un ruolo decisivo anche in Occidente (ricordiamo solo il fatto che la pianta delle città medioevali occidentali risente di quella delle città siriache). La lingua siriaca, considerata molto vicina alla lingua di Gesù, è fondamentale per l’identità di queste comunità.
Le due correnti principali sono la Chiesa ortodossa siriaca (pre-calcedonese, monofisita, con circa 2 milioni di fedeli) e la Chiesa assira d’Oriente (tradizione siriaca orientale). Esistono anche Chiese siriache cattoliche (maroniti, siro-cattolici) in comunione con Roma.
Centro spirituale è la chiesa siro-ortodossa di San Marco a Gerusalemme, considerata uno dei siti più antichi, legato alla tradizione apostolica. Sant’Efrem il Siro (IV secolo) è una figura fondamentale della letteratura e teologia siriaca.
I testi liturgici si evolvono considerevolmente nel tempo e, nelle loro forme attuali, sono stratificati, con elementi arcaici e molto più recenti che convivono fianco a fianco: gli elementi più antichi risalgono a prima della divisione ecclesiastica tra la tradizione siro-orientale e quella siro-occidentale (V/VI secolo), e quindi le due tradizioni condividono alcuni testi (soprattutto in poesia); tra il VII e il IX secolo circa si assiste all’emergere di molti riti nelle forme oggi conosciute: tradizionalmente, le riforme liturgiche su larga scala sono attribuite a Ishoʿyahb III (m. 659) nella tradizione siro-orientale e a Yaʿqub di Edessa (m. 708) in quella siro-occidentale. Le prime lunghe preghiere teologiche conosciute come sedre (o ḥusoye) nella tradizione siro-occidentale appartengono a questo periodo, così come le loro controparti, di Shalliṭa e altri, nella tradizione siro-orientale. La maggior parte dei manoscritti liturgici più antichi giunti fino a noi risale al IX/X secolo circa per la tradizione siro-occidentale, mentre quelli siro-orientali sono raramente anteriori al XII secolo circa.
Probabilmente è a partire dal VII secolo circa che le tradizioni liturgiche ortodosse maroniane e siro-ortodosse iniziarono a separarsi, con la prima che spesso conservava elementi arcaici andati perduti nella seconda (ad esempio, nei testi battesimali e nell’Ufficio feriale). Ciò potrebbe spiegare le sorprendenti analogie tra le tradizioni maroniane e siro-orientali: l’Anafora maroniana nota come “Sharrar” (o di Pietro III) presenta molte preghiere in comune con l’Anafora di Addai e Mari, e l’Ufficio feriale maronita include diverse sugyotho di origine siro-orientale, attribuite ad autori del VI e VII secolo.
Nella tradizione melkita, il X e l’XI secolo furono testimoni della notevole transizione da un rito antiocheno a un rito costantinopolitano (all’incirca in concomitanza con la riconquista bizantina di parti della Siria settentrionale, 969-1084); ciò comportò un’imponente opera di traduzione dal greco al siriaco (e successivamente all’arabo). Diversi testi poetici, tra cui alcuni di Giovanni Damasceno, furono in seguito adottati anche nella tradizione siro-ortodossa, probabilmente tra l’XI e il XII secolo.
Sebbene la tradizione liturgica siro-occidentale avesse sempre incluso molti testi tradotti dal greco, questo nuovo afflusso di materiale di origine greca portò all’emergere di due tradizioni siro-ortodosse leggermente diverse: quella di Antiochia, che incorporò questi nuovi elementi, e quella di Tagrit, che non li incluse. Fu essenzialmente il rito di Tagrit ad essere introdotto nell’India meridionale tra il XVIII e il XIX secolo.
Nella tradizione siro-orientale molti riti sono tradizionalmente associati alle riforme di Patr. Ishoʿyahb III e/o all’uso del “Monastero Superiore” (di Mar Gabriel e Mar Abraham, Mosul). Molti nuovi testi furono incorporati durante i primi secoli del II millennio, in particolare testi in prosa di Eliya III Abū Ḥalīm (m. 1190), testi in versi di Gewargis Warda e ʿonyāthā di Khamis bar Qardaḥe (entrambi del XIII secolo?).
Per richiamare brevemente la continuità tra mondo ebraico e mondo cristiano ci riferiamo a un caposaldo della letteratura siriaca, la Caverna dei tesori, un’opera cristiana appartenente al genere letterario delle riscritture bibliche già conosciute nel mondo ebraico. Viene erroneamente ascritta ad Efrem (m. 373). Gli studi più recenti hanno ipotizzato una redazione non anteriore al VI secolo nell’area della Mesopotamia settentrionale.
L’autore – o gli autori – agì evidentemente con l’intento di legare le tradizioni dell’Antico Testamento a quelle del Nuovo, creando un’unità letteraria e teologica coerente. Lo scopo primario è quello di sancire l’importanza della figura di Cristo e delle tradizioni cristiane, presentandole come prosecuzione naturale di quelle ebraiche antiche. Il titolo dell’opera deriva dai contenuti di uno pseudoepigrafo cristiano: il Testamento di Adamo. L’opera narra la storia dalla creazione del mondo fino alla crocifissione di Cristo, organizzata in “cinquecento anni e mezzo”. Contiene numerosi dettagli non presenti nella Bibbia canonica, come la storia di Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso, dettagli sui magi che adorano Gesù, e tradizioni sui patriarchi, che arricchiscono l’immaginario religioso. È considerata una “tradizione primordiale” e costituisce una fonte preziosa per gli studiosi che vogliono comprendere la spiritualità, la visione del mondo e le credenze dei cristiani siriaci nei primi secoli del cristianesimo.
La prosa della Caverna dei Tesori è generalmente semplice, narrativa e didascalica. È tipico della letteratura siriaca l’uso di parallelismi, immagini poetiche e una narrazione vivace. La letteratura siriaca è famosa anche per la sua forte componente poetica (madrāšē), spesso attribuita a Efrem Siro, caratterizzata da un linguaggio simbolico e teatrale. Tuttavia, opere come la Caverna prediligono una forma di cronaca arricchita da elementi leggendari. Lo stile siriaco dell’opera è permeato dalla mentalità semitica, con una forte enfasi sulla tipologia (figure dell’Antico Testamento che prefigurano il Nuovo).
La Caverna dei tesori descrive i tesori custoditi nella grotta di Adamo, tra cui oro, incenso e mirra, poi offerti dai Magi, indicati per la prima volta come re persiani, a Gesù. La “Caverna dei Tesori” è il luogo simbolico in cui Adamo ed Eva si rifugiarono dopo la cacciata dall’Eden e dove depositarono l’oro, l’incenso e la mirra.
Secondo il testo, i Magi sono tre re caldei e figli di re: Hormidz di Makhozdi (Persia), Jazdegerd di Saba, e Peroz di Sceba.
La grotta rappresenta anche un prototipo del luogo di sepoltura, con forti connessioni simboliche con il Golgota e la redenzione.
Il racconto unisce elementi esegetici dell’Antico Testamento con tradizioni cristiane, influenzando profondamente la devozione orientale e l’iconografia dell’adorazione dei Magi.
Leggiamo qualche brano per far capire il tenore dell’opera. In 48 si legge:
- Nella prima ora Dio plasmò Adamo dalla polvere
E nella prima ora del venerdì Cristo ricevette lo sputo dei maledetti figli dei crocifissori.
- E nella terza ora del venerdì venne posta la corona sulla testa di Adamo. E nella terza ora del venerdì fu posta la corona di spine sulla testa di Cristo.
- Nell’ora sesta Eva salì verso l’albero della trasgressione del comandamento.
E nell’ora sesta Cristo salì sulla croce, albero della vita.
20 Dalla parte sinistra di Adamo uscì Eva, madre dei figli mortali.
E dal costati di Cristo uscì il battesimo, madre dei figli immortali.
Bibliografia
- BROCK S. P., BUTTS A. M., KIRAZ G. A., VAN ROMPAY L. (eds.), Gorgias Encyclopedic Dictionary of the Syriac Heritage. Piscataway, New Jersey: Gorgias 2011, alla voce “Liturgy”.
- BUDGE E. A. W., The book of the Cave of Treasures (1927).
- KAISER O., Isaia. Capitoli 13-39, Paideia, Brescia 2002.
- MCDOWELL G., The Rewritten Bible in Late Antiquity Pirqe de-Rabbi Eliezer, Jubilees, and the Cave of Treasures, De Gruyter, 2025.
- MELLO A., Isaia. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Milano 2012.
- MINOV S., Memory and Identity in the Syriac Cave of Treasures. Rewriting the Bible in Sasanian Iran, Brill, 2021.
- RI A. S.-M., La Caverne des trésors (CSCO 486–87; 1987) (edizione critica del testo siriaco con traduzione francese).
- VIRGULIN S., Isaia. Versione, introduzione, note, Paoline, Milano 1989.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 64 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
