SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”
La Sardegna e d’Annunzio
Redazione- “E toccammo Terranova, la terra nuova sognata con tanto impeto di desiderio, per tutta una notte di contorcimenti e di spasmi furibondi.”
Nel calendimaggio del 1882 tre giovanissimi giornalisti, Edoardo Scarfoglio, Gabriele d’Annunzio, Cesare Pascarella intraprendono un viaggio avventuroso verso la Sardegna, attraverso un mar Tirreno alquanto agitato, inviati dalla rivista “Capitan Fracassa” per cui lavorano, e su invito degli intellettuali scrittori sardi di “Meteora” e “Vita di pensiero”, come racconta Antonio Scano.
Sono ventenni: chi poco più, chi meno. Sono giovani appartenenti a famiglie di benestanti borghesi dell’Italia post-unitaria, che a Roma iniziano la propria ascesa sociale e professionale.
Uno di loro è il diciannovenne Gabriele d’Annunzio, nato in corso Manthoné di Pescara Vecchia (oggi Porta Nuova), il 12 marzo 1863 da Francesco Paolo Rapagnetta-d’Annunzio e dalla madre Luisa de Benedictis da cui eredita la fine sensibilità. Il temperamento è invece quello del padre, uomo dal carattere sanguigno, con la passione per le donne e una grande disinvoltura nel contrarre debiti, che causano una difficile situazione economica per la famiglia dopo avere vissuto nell’agiatezza. Ricordi della condotta paterna risultano presenti in “Faville del maglio”, mentre sono appena accennati nel “Poema paradisiaco” e nel romanzo “Trionfo della morte”.
Il padre di Gabriele assume il cognome d’Annunzio da uno zio acquisito: Antonio d’Annunzio, cognato della madre Rita Olimpia Lolli, che sposa Anna Giuseppa Lolli. Non avendo eredi, a causa dell’infertilità della moglie, Antonio d’Annunzio lascia l’eredità ai Rapagnetta che di figli ne hanno avuto otto, tra cui il padre del Vate. Il cognome d’adozione d’Annunzio è aggiunto legalmente con relativo Atto di Adozione della Corte Civile di L’Aquila nel 1851.
Il padre di Gabriele diviene anche sindaco della città di Pescara sia nel 1878 sia nel 1882, svolgendo un ruolo rilevante nello sviluppo urbano ed economico della città. Esce dalla scena politica nel 1887.
Gabriele d’Annunzio, enfant prodige, a sedici anni ha l’ardire di scrivere a Giosuè Carducci, suo maestro spirituale, un’accorata lettera di ammirazione e di doléance a causa della smania di gloria e della dura vita collegiale nel prestigioso Cicognini di Prato, dove il padre lo ha avviato agli studi classici appena dodicenne. Il Convitto Cicognini è il più antico istituto scolastico della città, fondato nel 1862 dai padri Gesuiti. A quei tempi il rettore è Flaminio Del Seppia, con il quale d’Annunzio ha diversi contrasti tanto da definirlo “paedagogus paedagogorum”. Del Seppia è ritratto più volte, in forma caricaturale, in “Faville del Maglio”, raccolta di scritti autobiografici e poesie, che d’Annunzio pubblica a puntate sul Corriere della Sera nel 1911. Il poeta invece stima e apprezza l’insegnante di inglese Tito Zucconi, ex garibaldino.
Gabriele d’Annunzio da studente è vittima di episodi di bullismo da parte dei compagni dai quali è chiamato “Lupacchiotto della Maiella”, data la sua provenienza abruzzese, e contro cui reagisce sempre difendendosi. La vita quotidiana presso il Convitto è dura e strutturata. Intenso è lo studio. Gabriele d’Annunzio è descritto come uno studente indisciplinato, sebbene risulti fra i migliori. Lascia il Convitto nel 1880. Nel 1879, finanziato dal padre, pubblica “Primo vere”, raccolta di poesie ispirate a Carducci, recensita su “Fanfulla della Domenica” da Giuseppe Chiarini così: “L’Italia ha un nuovo poeta”.
Approda a Roma nel 1881. Ha diciotto anni. È febbricitante. Va in affitto in una soffitta al quinto piano di via Borgognona 12, nei pressi di piazza di Spagna. Fugge dal provincialismo di Pescara alla ricerca di affermazione nella mondanità della capitale. Scrive:
“il clima è dolcissimo, il cielo splendido, il sole d’oro; le rovine hanno strofe e immagini superbe pel mio cuore di poeta”.
Del resto Roma, la “madre Roma che il poeta ha sempre circondato di fervida religione e che per l’amatore sincero non ha mai avuto segreti” è l’argomento preferito della cronaca mondana e della critica letteraria ed artistica su cui d’Annunzio si concentra. Scrive in “Il Piacere”: “Roma, d’innanzi, si profondava in un silenzio quasi di morte, immobile, vacua, simile a una città addormentata da un potere fatale.”
Arriva a Roma per studiare Lettere ma ben presto abbandona gli studi universitari per dedicarsi al giornalismo e alla vita mondana, divenendo una figura chiave della Belle Époque nella capitale. Il lavoro giornalistico gli consente a stento di far fronte alle esigenze economiche. Alighiero Castelli scrive in “Pagine Disperse. Cronache Mondane – Letteratura – Arte di Gabriele d’Annunzio”: “Non era ancora il tempo delle ricche offerte: la letteratura era gaia e spensierata, ma povera”.

La buona accoglienza riscontrata da d’Annunzio nella capitale è favorita dalla presenza di un nutrito gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese. Il giovanissimo d’Annunzio ha già conosciuto alcuni di loro a Francavilla al Mare, nel convento di proprietà del corregionale pittore nonché amico Francesco Paolo Michetti. Si tratta del compositore Francesco Paolo Tosti, dell’avvocato e politico di Casoli Pasquale Masciantonio, dello scultore chietino Costantino Barbella e di Edoardo Scarfoglio, che fanno parlare in seguito di una “Roma bizantina”, dal nome della rivista su cui scrivono: “Cronaca bizantina” dell’editore Angelo Sommaruga.
“E fra questa gente non irritabile egli passava sorridente come un piccolo dio grazioso e benigno, cui fosse a tutti dolce offrire confetti e carezze, per renderselo propizio”, testimonia Scarfoglio.
In quei primi anni giovanili d’Annunzio scrive sotto lo pseudonimo di Duca Minimo per “La Tribuna”, giornale fondato dagli esponenti della Sinistra storica, Alfredo Baccarini e Giuseppe Zanardelli. È attratto dalla Roma “bene”, dal lusso, dalla bellezza, dai salotti in cui non ha difficoltà ad emergere.
Conosce Maria Hardouin, duchessa di Gallese, la quale gli ispira il “vivere inimitabile”. La sposa nel 1883 con un matrimonio riparatore nella cappella di palazzo Altemps. Da lei ha tre figli: Mario, Gabriele Maria, Ugo Veniero.
Roma diviene per d’Annunzio anche fonte d’ispirazione artistica. Pubblica l’Intermezzo di rime, raccolta di poesie, Il libro delle vergini, la sua seconda raccolta di novelle, la novella San Pantaleone e i versi di Isaotta Guttadauro.
Sempre a Roma si innamora di Barbara Leoni con cui condivide una grande passione. Abbandona la moglie e grazie alle forti emozioni suscitate dalla conturbante Leoni e al desiderio di possesso della donna amata scrive Il Piacere e il Trionfo della morte, due romanzi che cova nell’animo. Il grande successo letterario arriva nel 1889 con la pubblicazione a Milano presso l’editore Treves del primo romanzo “Il piacere”. Dopo un decennio di vita intensa, trascorsa anche a contrarre debiti, si trasferisce a Firenze nel 1895 per vivere accanto all’attrice Eleonora Duse. Si conclude così il periodo romano del Vate.
Benedetto Croce scrive così in “Critica” del 1904: “Alcuni dei componenti dei circoli del Sommaruga si riconoscono anche ora, in certo lor modo di sentire e di concepire, e non propriamente per le ragioni per le quali, secondo il Macauly, si riconobbero per molti anni dopo, nei sobrii ed austeri artigiani inglesi i vecchi soldati di Oliviero Cromwell. Il d’Annunzio respirò l’aria dei circoli sommarughiani, e dove, non dico risentirne profonda l’efficacia, ma senza dubbio rafforzarvi alcune tendenze che gli erano naturali. Poco stante, egli frequentò l’alta società romana, aggirandosi nei palazzi principeschi dove il fasto e il lusso e il vizio son quasi nobilitati dalla luce che v’irraggiano le opere dell’arte italiana, che l’eredità dei secoli vi ha accumulate, e vivendo la vita delle cacce, delle corse, dei salotti, dell’amore dello sport e dello sport dell’amore”.
Il poeta toscano Luigi Lodi ricorda d’Annunzio nel n. 8 (anno 1893) del mensile illustrato “La Tribuna illustrata”: “L’ho conosciuto – mi ricordo – undici anni sono, in quell’ufficio della ‘Cronaca bizantina’ nel quale la fantasia letteraria d’allora ha posto tante cose originali e strane, ma in cui, per verità, non v’era che un cavalletto, il quale avrebbe potuto servire per disegnare, ma non servì mai, neppure ad Ugo Fleres, che, allora, schizzava teste per dovunque, colla stessa facilità abbondante colla quale ha poi scritto, in prosa e in versi, parodie di lirici e di novellieri. … La relazione mia collo scrittore abruzzese era dunque, letterariamente bene avviata quando lo conobbi di persona, come ho detto. Avevo letto già, a proposito dei suoi versi, che era giovane: ma, conoscendolo, mi pareva di trovare un fanciullo, così fresca era l’impressione, il colorito, la serenità del suo volto… Di poi, tutte le volte – e ora avviene a tratti fra loro lontani – che incontro il d’Annunzio, non posso a meno di non rammentarmi, spontaneamente, di quella prima quasi remota, tanto sono deboli e scarsi i mutamenti avvenuti in lui durante l’aspro passaggio della giovinezza alla maturità, traverso un periodo di lavoro continuato sempre, e lavoro martellato, faticoso, che più d’una volta non pare prorompere dall’animo…. La persona si è raffinata, certamente; non è più il fanciullo roseo, ricciuto, tutto sorridente e impacciato nella modestia della sua toeletta e nel sentimento della sua fama d’una volta. Il colore è rimasto, ma ha acquistato alcune sfumature bianche, quasi d’avorio, che non aveva; i capelli non sono ancora del tutto spianati ma non si raccolgono più nel riccio ostinato di una volta; gli abiti sono con maggior cura scelti perché siano eleganti e diano l’immagine di un perfetto raffinato, ma chi si muove dentro di essi non ha ancora acquistata la piena libertà e sicurezza di sé; forse, non è più l’ impaccio di prima, ma una leggiera preoccupazione del pubblico, anche dei pochi che l’osservano, coi quali vive in intimità. Ciò poiché, assolutamente, non ha mutato è il sorriso, sorriso di giovanetto, su cui non passano le vicende della vita, che il lavoro non ispegne, e che sarebbe da credersi si conservi tanto resistente perché riman sempre esteriore, una consuetudine, un movimento meccanico… Insomma, questi undici anni sono passati, la venustà spontanea di allora si è andata coltivando, ha procurato d’accrescersi di nuove, studiate eleganze, ma l’impressione che desta il d’Annunzio, vedendolo, è che sia rimasto, con un miracolo raro di conservazione, il fanciullo miracolo del ‘Primo vere’”.
