” IL SENSO DEL CRISTIANESIMO ” DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Leggiamo nei vangeli che Cristo durante la sua passione è triste fino alla morte, ma in quel momento di oscurità massima egli consegna il nome di Dio: infatti Marco 14, 36 usa la parola aramaica abbà, “padre”. Molte volte Cristo nel vangelo invoca Dio quale “padre”, ma nel Getsemani lo chiama abbà, che corrisponde al modo in cui un figlio si rivolge al padre nella intimità della casa, equivalente al nostro “babbo”. Nella letteratura ebraica la parola non si riferisce mai a Dio, invece Cristo sì, esprimendo la vicinanza filiale che egli stringe con Dio.
Grazie al battesimo ogni cristiano diviene familiare di Dio, figlio nel Figlio. “E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre»” (Galati 4, 6).
Cristo prega il Padre chiedendo che passi il calice della passione, ma non deve essere fatta la sua volontà bensì quella di Dio.
Il termine ebraico “Getsemani” evoca l’idea del frantoio dell’olio: Gesù viene frantumato come si macinano le olive, perché egli deve essere battezzato nel fuoco. L’espressione fa riferimento a un passo del Vangelo di Luca (12,49-53) dove Gesù dichiara che è venuto a gettare fuoco sulla terra e ha un “battesimo nel quale sarà battezzato”. Questo “battesimo di fuoco” indica la sua passione e morte sulla croce, che purifica e trasforma, e la conseguente venuta dello Spirito Santo che accende la fede nei cuori dei credenti.
La parola greca “battesimo” deriva da un verbo greco che vuol dire “immergere”: Cristo deve essere immerso nel fuoco della sua passione, nella fiamma viva della prova e della sofferenza per redimere l’intera umanità.
Il calice di cui parla Cristo indica una stessa eredità, una stessa parte. Nel matrimonio ebraico gli sposi bevono allo stesso calice. Quindi Cristo, bevendo del calice preparato da Dio, deve partecipare alla opera divina della redenzione. La eredità di Cristo, l’Uomo Dio venuto sulla terra a salvare l’umanità, è fare la volontà del Padre.
Ma il calice evoca anche l’idea del dolore, che però è una grazia. Lo era per Cristo e lo è per ogni cristiano. Infatti per chi è unito a Dio, la croce è un dono e addirittura la scala per salire al paradiso.
Il rito pasquale ebraico, cioè il seder (ordine, rituale), prevedeva quattro calici di vino. La passione e morte di Cristo avviene all’interno della Pasqua ebraica.
Durante il banchetto pasquale ebraico era obbligatorio assumere vino. Secondo la Bibbia (Esodo 12) bisogna consumare l’agnello, il pane azzimo e le erbe amare, non compare il vino. Ma sappiamo dal Libro dei Giubilei, un apocrifo fondamentale per la comunità ebraica del tempo di Cristo, che era obbligatorio. Secondo la Mishnà (redatta all’inizio del III secolo ma che raccoglie tradizioni più antiche) anche il povero ha diritto ai quattro calici della Pasqua.
Già nella Pasqua ebraica c’è una certa relazione tra vino e sangue, per questo il vino deve essere rosso.
Chi celebra la Pasqua ebraica non può essere nella tristezza, perché il vino porta ebrezza. Gli ebrei che entrarono nella Terra Promessa bevvero vino, segno di libertà (per questo lo schiavo non ne assume).
Per l’ebraismo il rituale della Pasqua è detto ziqqaron, cioè “memoriale”. Vuol dire che è non solo un ricordo ma un rivivere l’evento antico. Infatti nel seder pasquale si dice che ogni ebreo che celebra il rito deve considerarsi liberato dall’Egitto. Quando Cristo istituisce l’Eucaristia, ordina “fate questo in memoria di me”. Si riferisce alla tradizione ebraica: quindi la Messa non è un ricordo del passato, del sacrificio di Cristo, il novello Agnello pasquale per la salvezza del genere umano, ma un rivivere concretamente quel sacrificio, riattualizzato in ogni chiesa dal sacerdote che invoca lo Spirito (epiclesi) sul pane e sul vino, facendoli diventare veramente e realmente il corpo e il sangue di Cristo. È significativo che la seconda invocazione dello Spirito nella Messa riguarda la trasformazione dei fedeli nell’unico corpo di Cristo. Pertanto tutti i cristiani sono invitati a rivivere nella propria carne e nella propria anima i patimenti del Signore: questo sia per partecipare alla redenzione (“Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo”, Colossesi 1, 24) sia per partecipare alla gloria futura (“Se moriamo con lui, vivremo anche con lui”, 2Timoteo 2, 11).
Il calice è per Cristo e per i cristiani: infatti il cristiano è alter Christus, un altro Cristo (Tertulliano). Anche nella nostra Messa il vino non è solo simbolo della passione, del sangue ma anche della gioia. Il calice del prete è simbolo della gioia di partecipare alla missione di Dio e questa missione si attua nella croce. Tuttavia la croce è grazia. Infatti il prete sull’altare dice: “Bevetene tutti”, questo indica la dimensione della festa, che paradossalmente avviene nella prova.
È significativo che nel Vangelo di Giovanni la glorificazione di Cristo è formata da due momenti inscindibili: la passione e la risurrezione.
Secondo il teologo statunitense Scott Hahn, quando sulla croce Cristo beve l’aceto, si tratterebbe del quinto calice della Pasqua, quello con il suo sangue. Pertanto Cristo proseguirebbe il seder pasquale fino sulla croce, per questo dice “tutto è compiuto”. È insomma il calice della Nuova Alleanza.
Certamente l’Eucaristia è il sacrifico di Cristo ma è anche il banchetto pasquale. Quando Cristo nell’Ultima Cena proclama che quel vino è il sangue della Nuova Alleanza, si riferisce al sangue dell’agnello, un dettaglio fondamentale del libro dell’Esodo: con il sangue dell’agnello pasquale gli ebrei che parteciparono all’esodo bagnarono gli stipiti delle porte per essere salvati dall’angelo sterminatore.
Ma il sangue della Nuova Alleanza è anche un riferimento a Esodo 24: Mosè che fa il sacrifico di comunione e asperge gli israeliti con il sangue dell’alleanza con Dio.
Nel Salmo 23, 5 l’orante è ospite del banchetto preparato dal Signore e dice che il suo calice trabocca. I Padri della Chiesa lo hanno interpretato in riferimento all’Eucaristia. Leggiamo questo Salmo stupendo:
1 Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
2 su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
4 Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
5 Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
6 Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.
Secondo i Padri della Chiesa, qui ci sarebbe una profezia dei sacramenti più importanti: le acque alludono al battesimo, l’olio al crisma, il calice all’Eucaristia.
Nel calice di Cristo poggia il senso del cristianesimo e dell’intera vicenda umana. È nella croce che l’uomo è veramente gioioso. Gli autori spirituali pongono una differenza tra “felicità” e “gioia”. La prima si realizza quando le cose vanno bene, la seconda anche se le cose vanno male ma si ha la presenza di Dio nel cuore. Chi è unito a Cristo come il tralcio alla vite, è gioioso anche nelle prove, anzi lo è soprattutto nella croce in quanto il palo verticale è simbolo della unione con Dio, un anticipo, già sulla terra, del paradiso, che è la gioia piena.
Per questo la chiesa cattolica fa obbligo grave ai fedeli di partecipare alla Messa la domenica e le feste comandate: perché in quel pane e in quel vino vi è il senso più recondito dell’esistenza umana. Cristo ha vinto la morte e la sofferenza! Nella Messa si celebra non solo la morte di Cristo, cioè il suo sacrificio, ma anche la risurrezione, in quanto in quel pane e in quel vino vi è il corpo e il sangue risorto di Cristo. In Cristo risorgiamo tutti a nuova vita e alla fine del mondo anche con il nostro corpo.
In quasi tutte le religioni vi è il sacrificio, ed è un rito capitale. Leggiamo nel Ṛg-Veda (I.164.35), il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, ove è scritto in sanscrito vedico:
iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||
“L’altare è l’ultimo limite della terra;
questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;
Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;
la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.
In Ṛg-Veda IV.23.10 si gioca sul valore del termine vedico ṛta, che oscilla tra “rito” e “ordine cosmico”, in uno splendido metro nicṛttriṣṭup:
ṛtaṃ yemāna ṛtam id vanoty ṛtasya śuṣmas turayā u gavyuḥ | ṛtāya pṛthvī bahule gabhīre ṛtāya dhenū parame duhāte ||
“L’(adoratore cerimoniale) che sottopone ṛta (alla sua volontà) gode veramente di ṛta; la forza ṛta è (sviluppata) con velocità ed è desiderosa di (possedere) acqua; a ṛta appartengono il cielo e la terra ampi e profondi; vacche sublimi, cedono il loro latte a ṛta”.
Il sacrificio vedico è l’atto cultuale più importante che ci sia in quanto permette la armonia dell’universo. Così si legge nel Śatapatha Brāhmaṇa XIV.3.2.1:
sarveṣām vā eṣa bhūtānām sarveṣāṃ devānāmātmā yadyajñastasya
“Tutto ciò che è, compresi gli esseri celesti,
ha un solo principio di Vita, un solo Sé: il Sacrificio”.
Anche gli induisti hanno elaborato la concezione che il sacrificante diviene lui stesso la vittima del sacrificio per ottenere l’immortalità. Nella Messa cattolica tutti i cristiani diventano il corpo di Cristo, come abbiamo già accennato.
Per questo i cristiani sono chiamati alla carità nei confronti di qualsiasi persona, sull’esempio di quanto ha compiuto Cristo sulla terra.
La carità verso il prossimo si compie con le opere, con la parola e con la preghiera. Anche quando andremo in cielo continueremo a pregare per i vivi. Ci sono santi canonizzati la cui preghiera è particolarmente efficace nei casi difficili (san Giuda Taddeo, san Benedetto, santa Rita), quindi dobbiamo invocarli sempre. E noi da vivi dobbiamo pregare anche per le anime del purgatorio: con la morte non finisce tutto, ma iniziano le vere prove, se si va in purgatorio (e la rovina eterna per chi si danna). Pochi accedono direttamente al paradiso, specie quei cristiani purificati sulla terra dalla sofferenza.
“Tutto è grazia”, faceva dire Bernanos al protagonista de “Il diario di un curato di campagna”. Papa Francesco ci esortava spesso: “Non fatevi rubare la speranza”. I santi affermano che il vero cristiano è sempre ottimista. Cristo ha vinto la morte e ci porta con sé! Nel frattempo c’è la Provvidenza di Dio che ci guida. Il paradiso non è un luogo ma uno stato permesso dalla grazia, che viene anticipato da su questa terra. È ciò che i cristiani sanno per esperienza; ed è anche la tematica giovannea della escatologia già realizzata su questa terra.
La croce è uno scandalo solo per chi non ha Dio nel cuore! Lo “scandalo” indicava in greco antico un sasso che fa inciampare lungo la via. Ma chi sta con Dio, vive in grazia di Dio i sacramenti e prega il Rosario non può inciampare lungo la via, perché è sorretto e guidato dalla forza soprannaturale, angeli compresi.
Ricordiamo che è verità di fede l’esistenza degli angeli, potenti esecutori della volontà di Dio, i quali ci assistono nelle necessità materiali e spirituali. Secondo san Giustino e sant’Ambrogio avrebbero un corpo etereo fatto di luce, invece per san Gregorio Magno sarebbero creature completamente spirituali.
Il Salmo 56 afferma questo riguardo Dio:
8 Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime nell’otre tuo; non le registri forse nel tuo libro?
9 Nel giorno che t’invocherò i miei nemici indietreggeranno. So che Dio è per me.
Dio si rende conto di ogni dolore e lo trasforma in gioia di risurrezione, come ha fatto con i patimenti di Gesù sulla croce. In Apocalisse 20 compare un angelo che scende dal cielo avendo la chiave dell’abisso e una catena grande nella mano. Questo angelo è stato interpretato come un simbolo di Cristo, il quale è strettamente connesso con Dio (scende dal cielo) e è dotato di un potere decisivo sul male (abisso) simboleggiato dalla chiave e dalla catena. La chiave apre e chiude, quindi ammicca al pieno controllo degli spiriti maligni e del male sotto qualsiasi forma si presenti, anche le malattie e la morte. La catena sta nella mano: il simbolismo è duplice, la catena indica dominio, la mano indica il controllo immediato e pienamente a sua discrezione. Dio è Signore di tutto quanto esiste, quindi al cristiano il male non può mai fare paura.
Nel calice della passione sta il Graal della nostra gloria futura. Secondo la tradizione il Graal è la coppa che raccolse il sangue di Cristo effuso dalla croce. Il Graal è d’oro, si trova nascosto sulla terra e avrebbe poteri terribili. È insomma un simbolo del potere trasformativo e redentivo del dolore.
Leone XIV afferma: “Ogni dolore, se è abitato dall’amore, può diventare luogo di comunione”. Con Dio e i fratelli, nonché con noi stessi.
Il poeta pagano Virgilio cantava in latino: Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt, l’espressione più tormentata dell’Eneide (I, 462), una cui traduzione potrebbe essere “la storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente” (Augusto Rostagni). Ma Cristo ha vinto ogni umano soffrire.
Dio sconfigge il male non annullandolo con la bacchetta magica, bensì portandolo su di sé. Quando Giovanni Battista chiama Cristo “Agnello di Dio” afferma che Cristo è “colui che toglie (airōn) il peccato del mondo”. Il verbo greco non significa solo “togliere” ma anche “portare/assumere”. Cristo, Dio fatto carne, si offre in sacrifico a Dio Padre e quindi, assumendo il peccato, lo toglie dal mondo mediante la azione sacrificale.
Per i cristiani le prove sono permesse per acquisire le virtù. L’innocenza è una cosa positiva, ma ancor più meritevole è combattere il male e risultarne vincitori, così da sviluppare una virtù. Il paradiso costa lacrime e sangue! In greco antico “sofferenza” si dice algos, forse dal verbo alegein, “tenere in considerazione”: il dolore va tenuto in considerazione perché è importante, è infatti la porta per il paradiso. Per aspera ad astra.
Il venerdì della passione cede necessariamente il posto alla domenica della risurrezione. Il senso della vita cristiana è di stare in Dio nella gioia e che la nostra gioia sia piena (cfr. Giovanni 15, 11). “I tuoi insegnamenti sono la mia gioia: sono essi i miei consiglieri” (Salmo 119, 24).
Leggiamo il Salmo 92:
1 Salmo. Canto per il giorno del sabato.
È bello celebrare il SIGNORE e cantare le tue lodi, o Altissimo;
2 proclamare al mattino la tua bontà, e la tua fedeltà ogni notte,
3 sulla lira a dieci corde e sulla cetra, con la melodia dell’arpa!
4 Poiché tu mi hai rallegrato con le tue meraviglie, o SIGNORE; io canto di gioia per le opere delle tue mani.
5 Come sono grandi le tue opere, o SIGNORE! Come sono profondi i tuoi pensieri!
6 L’uomo insensato non conosce e lo stolto non intende questo:
7 che gli empi germogliano come l’erba e che tutti i malfattori fioriscono per essere distrutti in eterno.
8 Ma tu, o SIGNORE, siedi per sempre in alto.
9 Poiché, ecco, i tuoi nemici, o SIGNORE, ecco, i tuoi nemici periranno e i malfattori saranno dispersi.
10 Ma tu mi dai la forza del bufalo; io sono cosparso d’olio fresco.
11 I miei occhi hanno visto la rovina di quelli che m’insidiano; il mio orecchio ha udito la disfatta dei malvagi che si avventano contro di me.
12 Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano.
13 Quelli che sono piantati nella casa del SIGNORE fioriranno nei cortili del nostro Dio.
14 Porteranno ancora frutto nella vecchiaia; saranno pieni di vigore e verdeggianti,
15 per annunciare che il SIGNORE è giusto; egli è la mia rocca, e non v’è ingiustizia in lui.
Questo Salmo è un grande inno alla gioia di essere salvati. Nella Bibbia la risposta agli interventi di Dio nella storia è l’esultanza. Infatti in Esodo 18, 8-9 è scritto: “Allora Mosè raccontò al suo suocero tutto quello che l’Eterno aveva fatto a Faraone e agli Egiziani per amor d’Israele, tutte le sofferenze patite durante il viaggio, e come l’Eterno li aveva liberati. E Jethro si rallegrò di tutto il bene che l’Eterno aveva fatto a Israele, liberandolo dalla mano degli Egiziani”.
La gioia è suscitata dalla parola e dalla presenza di Dio. Isaia al capitolo 52 afferma:
7 Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero di lieti annunzi
che annunzia la pace,
messaggero di bene che annunzia la salvezza,
che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
8 Senti? Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme gridano di gioia,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore in Sion.
9 Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
10 Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutti i popoli;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.
La gioia vive della speranza dei beni futuri, che per i cristiani sono il cielo. Infatti in Deuteronomio 28 è scritto:
8Il Signore ordinerà alla benedizione di essere con te nei tuoi granai e in tutto ciò a cui metterai mano. Ti benedirà nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti.
9Il Signore ti renderà popolo a lui consacrato, come ti ha giurato, se osserverai i comandi del Signore, tuo Dio, e camminerai nelle sue vie. 10Tutti i popoli della terra vedranno che il nome del Signore è stato invocato su di te e ti temeranno. 11Il Signore, tuo Dio, ti concederà abbondanza di beni, quanto al frutto del tuo grembo, al frutto del tuo bestiame e al frutto del tuo suolo, nel paese che il Signore ha giurato ai tuoi padri di darti. 12Il Signore aprirà per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani: presterai a molte nazioni, mentre tu non domanderai prestiti.
In Esodo 3, 8 la Terra Promessa agli ebrei durante l’esodo è descritta come un largo spazio su cui scorrono “latte e miele”. L’espressione si ritrova anche nel Deuteronomio (6, 3; e così via). Alcuni autori collegano i due alimenti (che sono latte di capra e forse miele prodotto da datteri o uva) al cibo degli dei nella tradizione greca; dato che gli dei dimorano in un luogo paradisiaco, allora la Terra Promessa si trasfigura come la terra della salvezza dopo la morte. È significativo che Amos 9, 13 e Gioele 3, 18 si servono di immagini analoghe per rappresentare l’era messianica. L’era messianica si compie in Cristo, parola greca che significa “unto”, equivalente dell’ebraico Messia. È stato Cristo ad aprire le porte del paradiso.
In Cantico 4, 11 latte e miele sono simbolo anche della dolcezza dell’amore tra i due giovani protagonisti del libricino biblico. In una poesia araba è scritto: “La sua lingua spande perle e la sua saliva è miele puro”. Il poeta greco ellenistico Teocrito: “Le mie labbra sono più dolci del latte in rivoli di miele”. Ma nel Cantico l’amore umano tra i due giovani è una metafora dell’amore spirituale tra Dio e il popolo di Israele, il quale vien teneramente ricolmato di delizie soprannaturali.
La gioia, infatti, è motivata dal perdono dei peccati e dalla salvezza. Isaia 35 rivela:
8 Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata «la Via Santa»; nessun impuro vi passerà. Essa sarà per quelli che la seguiranno, per quelli soltanto; anche gli insensati non potranno smarrirvisi.
9 In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà, ma vi cammineranno i redenti.
10 I riscattati dal SIGNORE torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno.
La gioia è frutto dello Spirito Santo (Atti 13, 52: “… mentre i discepoli erano pieno di gioia e di Spirito Santo”). La gioia si può sperimentare già sulla terra nella fede (Romani 15, 13: “Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo”) e anche tra le afflizioni. Infatti san Paolo in 2Corinzi 7 scrive:
4Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione.
Infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, il nostro corpo non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori all’interno. 6Ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito; 7non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunciato il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me, cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta.
Il perdono dei peccati e la salvezza eterna fanno del vangelo un annuncio gioioso e carico di speranza. Cristo è il Salvatore del mondo e il suo annuncio è potente. Anche gli storici marxisti si sono accorti di ciò che chiamavano il “veleno rivoluzionario del vangelo”, un qualcosa di nefasto, per loro, come un veleno, ma capace di muovere la storia.
Per questo il peccato, che toglie la comunione con Dio, è la disgrazia più grande che possa accadere ad essere umano. In tutte le religioni si insegna a essere uniti a Dio, facendo la sua volontà e a volte anche amandolo. In sanscrito l’amore per Dio è detto bhakti. La preghiera cristiana fa qualcosa di più: permette di sentire Cristo nel proprio cuore, trasformandolo in Lui.
La nostra vita, in tutte le latitudini, trova senso unicamente nel rapporto con Dio. Nel buddhismo ci sono delle formule magiche, che poi possono essere recitate anche come mantra, dette dhāraṇī, sostantivo femminile, derivato dall’aggettivo dhāraṇa nel significato di ciò “che sostiene”, “che porta”, “che mantiene il ricordo”, “che preserva”, “che protegge”. Avere il “ricordo” di ciò che è Dio e di ciò che ha compiuto per noi crea un fiume di energia positiva che ci “sostiene” e ci “protegge”. È tutto collegato: se siamo uniti a Dio Egli ci dà la grazia.
Per questo nelle religioni del mondo ci sono i templi. La parola “tempio” deriva dal verbo greco “tagliare” ed indica uno spazio delimitato dal resto del mondo, spazio sacro nel quale si manifestano le energie divine. È un po’ quello che diceva Ezechiele 47: dal tempio escono fiumi di acqua che sanano tutta la terra.
L’Onnipotente ci libera dal laccio che ci hanno teso, come dice la Bibbia. Nelle tavolette mesopotamiche il rituale di esorcismo per neutralizzare uno stregone e i suoi artifici di magia nera era detto maqlu, da un verbo accadico che vuol dire “bruciare”.
L’energia divina scioglie i nodi, come fa la Madonna che prega Dio. “Madonna del Riscatto” è un’invocazione mariana che simboleggia la Vergine come liberatrice dai peccati e dalle catene, sia fisiche che spirituali, quelle demoniache. Esistono diverse opere e culti legati a questo appellativo, tra cui l’affresco a Volterra legato alla Compagnia della SS. Trinità che riscattava gli schiavi, la tela nella Chiesa di San Pietro a Vetralla, e una statua con la catena e i prigionieri ai piedi conservata in alcune località. Giovanni Paolo II coniò l’espressione “alleanza dei cuori” di Gesù e Maria: Gesù è Dio che ci vuole salvare e la Madonna vuole tutto ciò che desidera il Divin Figlio, quindi essa prega costantemente Dio per la redenzione di ogni singolo cristiano. Nelle rivelazioni private la Madonna dice di avvertire ogni singola preghiera dell’Ave, Maria. In un’altra rivelazione privata Maria afferma che, ad ogni Ave, Maria, essa fa scendere dal cielo una benedizione, sui giusti e sui peccatori. Nella iconografia cristiana la Madonna schiaccia la testa del serpente infernale.
Ogni singolo cristiano, sull’esempio di Gesù e Maria, deve crescere nella carità mediante l’umiltà, la sottomissione al divino volere e la preghiera. Le suore fondate da santa Teresa di Calcutta, insigni ancelle della misericordia e del servizio ai più bisognosi, prima delle lunghe giornate all’insegna dell’assistenza dedicano molto tempo alla adorazione eucaristica. La grazia di Dio, attraverso l’Eucaristia che sta nel tabernacolo all’interno della chiesa, si comunica al cristiano e costui la comunica a sua volta ai bisognosi. È un vero irraggiamento cosmico. I mistici avvertono che durante la consacrazione del pane e del vino si dipartono dall’ostia raggi divini che vanno a beneficare i partecipanti alla Santa Messa. San Pio da Pietrelcina vedeva, durante la Messa, Cristo che va a morire e la Madonna che lo accompagna. Prima di lui san Giovanni Crisostomo riuscì a scorgere, durante la consacrazione, gli angeli di Dio, in maniera invisibile, che si avvicinano al sacerdote.
In Deuteronomio 6, 4 Dio dà un comandamento, quello dell’amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Quando noi oggi sentiamo la parola “amore”, pensiamo secondo gli schemi del romanticismo, movimento culturale di fine Settecento e Ottocento, che ha rivoluzionato il modo di pensare e di sentire, essendo stato una grande innovazione nella storia del pensiero. Il romanticismo è andato contro le idee dell’illuminismo e del razionalismo e ha anche cominciato a destrutturare ciò che da secoli si era sedimentato nell’immaginario collettivo dell’umanità occidentale. Quindi per noi oggi l’amore equivale a un sentimento vago, un moto del cuore, al massimo una emozione intensa capace di travolgerci i sensi, sulla quale abbiamo poco da contrattare. Ma l’autore del Deuteronomio ha scritto il libro biblico molto prima del romanticismo e evidentemente non aveva in testa una idea romantica di amore. Come si fa a comandare un sentimento o un’emozione? Per l’autore, allora, l’amore è un progetto di vita, costituito di scelte concrete quotidiane e nel lungo periodo. Quando Dio ordina di amarlo con tutto il cuore, Dio vuole dire che bisogna praticare la religione, con tutto quello che una adesione formale comporta. E tale adesione deve essere praticata con tutto noi stessi. Nel mondo biblico il cuore non è tanto la sede dei sentimenti quanto piuttosto delle decisioni e dei pensieri. L’anima è il principio vitale dell’individuo, quindi Dio sta dicendo che tutto il nostro essere deve essere orientato alla pratica della religione, che quindi deve andare avanti con tutte le energie dell’individuo e della collettività. Pertanto, Dio ordina, altresì, di praticare i riti sacri, che in seguito staranno nel tempio di Gerusalemme, e oggi in chiesa. Non per nulla in Giovanni 14, 15 Gesù dice: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Gesù è Dio e quale Dio dà i “suoi” comandamenti. Anzi, essendo Dio li ha già dati nell’Antico Testamento, come quello di santificare le feste. Pertanto anche in Giovanni l’amore si lega indissolubilmente al rito sacro. Perché? Il rito è fondamentale nella pratica religiosa, in tutto il mondo, in quanto mediante il rito la divinità comunica al fedele la propria grazia.
L’amore non può essere qualcosa di teoretico, non calato nella pratica, esattamente come avviene in un rapporto sponsale. Se il marito dicesse alla moglie “ti amo” ma poi non passasse il tempo con lei, che amore sarebbe? Nella divina liturgia e nelle devozioni come il Rosario vi è un incontro, Dio si presentizza agli occhi dell’anima del fedele ed elargisce la grazia in abbondanza, e il fedele, praticando il rito, accetta di passare del tempo con Dio. Per la teologia cristiana la grazia di Dio è il suo amore per l’umanità, infatti è significativo che la traduzione greca della Settanta traduceva il sostantivo ebraico chesed, “amore misericordioso” (di Dio per i suoi fedeli) con il sostantivo greco charis, che ha dato luogo alla parola “grazia”, e che ritroviamo nell’italiano “caro”, “carezza” e nell’inglese “charm”, “fascino”.
Dio non è una idea ma una Persona vera e propria, e come tale vuole alimentare il rapporto con noi mediante dei segni reciproci, che sono i sacramenti e la preghiera. Quando nei vangeli si riportano le parole di Cristo che, riferendosi al pane, dice “questo è il mio corpo”, si usa la parola greca sōma, che nella Palestina del tempo equivaleva a “persona”. I santi si sentono guardati dalla Eucaristia, si innamorano perdutamente di essa, a volte addirittura ci parlano e si sentono rispondere.
Uno dei termini per indicare il tempio induista è prasāda, che indica anche la “grazia” divina, come se nel tempio si avvertisse in maniera più pura l’amore che le divinità hanno nei nostri confronti.
Per tale motivo, nelle varie religioni, i sacerdoti e gli altri operatori del sacro, attraverso i quali si comunica la grazia divina, sono tenuti in grande rispetto. Lo sciamano africano è considerato posseduto da uno spirito, quindi viene omaggiato con sacrifici di sangue che lo purificano. La parola Papa deriva dal greco “padre” e una volta gli si baciava il piede. Il prete cattolico riceve il titolo di Don, derivato dal vocabolo latino dominus, “signore” (tuttora il parroco ha anche potestà di governo del territorio parrocchiale). L’imam musulmano, che presiede la preghiera del venerdì, deriva il nome dalla radice araba per “mamma”. Il fedele tibetano, in segno di omaggio ad un lama che venera, gli tocca la parte bassa del vestito, quella più vicina alla polvere. Sempre in Tibet, ci sono molti pellegrini che girano la regione per visitare i luoghi santi, come la città santa di Lhasa, la capitale: in quest’ultima località ci sono i rogyapa, una casta particolare, considerata impura, a cui non è permesso di entrare nelle case di persone di alto rango. I rogyapa ripuliscono Lhasa dagli animali morti e operano la Sepoltura celeste: smembrano i cadaveri umani e li lasciano mangiare dagli avvoltoi. I buddhisti tibetani, così come la maggior parte dei buddhisti, sono favorevoli alla cremazione, ma in Tibet questa pratica risulta difficile in quanto manca il legname. Per ecclesiastici di alto rango si rimedia sostituendo il rogo con un grosso paiolo pieno di burro, nel quale viene incenerito il corpo del defunto. Invece per la maggioranza dei tibetani si ricorre alla Sepoltura celeste: quando la carne viene finalmente mangiata dagli avvoltoi e il cadavere è ridotto alle sole ossa, divenute secche, la famiglia del defunto le raccoglie e le consegna a un lama, il quale le pesta e ne ricava una polvere che unisce a terra umida, poi questi confeziona servendosi di uno stampo delle miniature dette tsatsa, conservate in luoghi speciali.
Quindi la Sepoltura celeste è diffusa e molto importante. Pertanto questi strani preti urlano alla porta dei pellegrini più facoltosi chiedendo ingenti somme di denaro, una sorta di tassa, per cui, se non viene elargita, i viandanti ricevono maledizioni e percosse.
Oltre al tempio in quanto luogo ben localizzato, anche le città sante nel loro complesso sono mandala cosmici, luoghi dello spazio nel quale il Signore sana le nostre ferite. I mistici riferiscono che le grandi città delle religioni, come Gerusalemme, Roma, La Mecca, Lhasa per i tibetani, Varanasi per gli induisti, Angkor Wat in Cambogia, e così via, sono dei grandi magneti, una sorta di dispostivi angelici che donano energia, ciò che si chiama “grazia”. Addirittura l’India nel suo complesso è ritenuta essere un polo di attrazione-proiezione particolarmente potente.
Secondo le credenze antiche, nel tempio o nella città sacra oppure in India abiterebbe fisicamente un dio o la Divinità, e questo gli conferirebbe tanto potere. Secondo la concezione veterotestamentaria il “tempio” è detto in ebraico bet, che vuol dire anche “casa”, in quanto dimora di Dio. Il cristianesimo non ritiene che Dio risieda in un edificio come una persona, in quanto essere spirituale perfettissimo, nondimeno abita in ogni tabernacolo.
Ogni volta che guardiamo il pane eucaristico, i nostri occhi spirituali possono vedere il Salvatore, pur velato agli occhi della carne mediante le specie del pane. È in quel pane il senso della nostra vita e la promessa della nostra salvezza.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 61 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
