NIENTE PAURA | DOTT.SSA RITA FARNETI
Redazione- Ha un impianto proustiano questo libro di Julian Barnes, edito in Inghilterra nel 2008 ma pubblicato in Italia per Einaudi solo nel febbraio 2022. E’ un testo tagliente fin dalle prime pagine. Prova ne è lo scarno, volutamente ironico incipit, tutto sommato una provocazione.
Non credo in Dio, però mi manca. Ecco cosa rispondo quando me lo domandano. A mio fratello, che ha insegnato filosofia a Oxford, a Ginevra e alla Sorbonne, ho chiesto cosa pensava di quest’affermazione, senza rivelargli che era mia. Mi ha risposto con una parola: patetica.
Niente paura, traduzione di Nothing to Be Frightened of ad opera di Daniela Fargione, da diversi anni collaboratrice di Julian Barnes , è un testo ove la voce di un discorso interiore si accorda con la massima concentrazione emotiva. Cose, luoghi e persone diventano testimoni della temporalità dell’esistenza che la morte battezza. Per Frank Kermode, critico letterario inglese, in un romanzo la narrazione dell’esistenza umana può dirsi completa quando è metafora capace di superare la fragilità nella vita attraverso la consonance.
We find ourselves in the middle of a story. In order to make sense of our lives, we need to find some consonance between the beginning, the middle, and the end(1).
Se l’artista è spesso in grado di incarnare della vita la voce profonda – mentre il critico letterario privilegia del romanzo il valore maieutico – al romanziere spetta un onere, saper raffinare il tempo dentro trame, costruire luoghi, significati ed abitare mondi.
In Niente paura lievita pagina dopo pagina una pervicace volontà di dialogare con rappresentazioni e vissuti del morire: paura ed angoscia, chiosa l’autore, non si placano nella fede. Lui, agnostico convinto, si trova in compagnia di tanti (e illustri) tanatofobici, anche se preferisce dare alla paura del gran buco nero il significato di (un’ulteriore) superfetazione. Come ama sottolineare, se il timore che si lega al morire accomuna, ogni tanatofobico necessita però del conforto temporaneo di un caso più grave del proprio.
La morte è dolce; ci libera dalla paura della morte, questo è quanto invece affermava Jules Renard, tutto sommato un sofisma più che una consolazione. Per sconfiggere la morte e le sue ombre occorre forse una sorta di disposizione al commiato, in grado di intrecciarsi al vissuto di un’esistenza già (davvero) compiuta.

Niente paura è dunque un testo inconsueto, brillante, pur dentro alcune ingessature dialogiche, rese nella forma del monologo, adottate come efficace paravento per bisbigliare inquietudini senza dar loro una forma esplicita. Il ritmo narrativo, fra timori, convinzioni ed abitudini dei vari personaggi, è scandito da una punteggiatura emotiva che interroga davvero sull’esistenza della morte.
Esempi sono i familiari stessi dell’autore, da lui brillantemente descritti: il padre, un professore amabile e tollerante, la madre, donna lucida, categorica, apertamente intollerante delle opinioni contrarie, il fratello maggiore Jonathan, filosofo aristotelico, ateo, asciuttamente pragmatico.
Loro sono bravi interlocutori, ben più abili di lui nel pensare il morire. Il tema della finitudine (e l’ansia di diventare poi una cosa fra le cose)conferma domande per le quali esiste l’ impossibilità di una risposta appagante. Forse solo dentro un tempo altro, capace di far vivere il nostro mondo interiore, si intuisce davvero chi siamo, anche se talvolta non sappiamo dove siamo e, soprattutto, dove stiamo andando. Nostro malgrado siamo interpreti delle vicende che attraversiamo.
Tempus fugit, tempus sapit(2).
Vero è che non possiamo raccontare la storia della nostra vita una sola volta: la raccontiamo in modi diversi, migliorandola, mutandola, anche tradendola, tagliandone pezzi, ed aggiustandola a piacer nostro. Abili da giovani a costruire, da vecchi impariamo a dipingere quadri ai quali aggiungiamo pennellate nuove. Anche le cornici mutano.
Ci consegniamo a noi stessi di volta in volta diversi, il futuro modifica quanto abbiamo pensato di noi nel passato, le spinte che hanno sorretto nostre convinzioni si posano su una battigia di ricordi, talvolta rimpianti, talvolta rimorsi. Un’ onda nuova sembra capace di far vagare da un punto diverso lo sguardo sul filo dell’orizzonte. In Niente paura, come in altri suoi testi d’altronde, Barnes sostiene la presenza, anche la forza, di un tempo soggettivo, al polso ben nascosto, proprio accanto alle pulsazioni cardiache, un tempo personale, autentico, misurato in funzione del nostro rapporto con i ricordi.
Il tempo, sostiene il romanziere, per noi non agisce affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente.
Il tempo ci forgia e ci contiene. (…) Sto parlando del tempo comune quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente (…) il tempo compie il suo percorso quando abbiamo percezione del prima e del poi nel movimento.
L’uomo, mortale e parlante, è proprietario sia della facoltà’ del linguaggio sia, in quanto animale, della facoltà della morte. Se Kronos inasprisce la potenza della morte, perché esalta ciò che è intrappolato nella fissità della natura, Kairos ci offre, se sappiamo riconoscerla, la possibilità di svincolarci da quanto la caducità impone(3).
Come già Eraclito aveva affermato il tempo è un bambino che gioca, che muove le pedine; di quel bambino è il regno.
Riferimenti in bibliografia
(1)N.d.R. Noi troviamo noi stessi proprio dentro ad un racconto e per dare un senso alle nostre vite sentiamo la necessità di un’armonia fra l’inizio, la durata e la fine.
(2)N.d.R. Il tempo corre veloce, è vero, ma sentiamo il sapore di quello che ci insegna.
(3)N.d.R in greco Kronos è un tempo cronologico, quantificabile e dunque misurabile, Kairos è invece l’occasione ,l ’opportunità da cogliere, appella ad una sensibilità personale e soprattutto ad un senso di responsabilità.
.J.Barnes, Niente paura, Torino, Einaudi, 2022
J.Barnes, Il senso di una fine, Torino, Einaudi, 2014
Foto tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b3/The_Triumph_of_Death_by_Pieter_Bruegel_the_Elder.jpg
Foto tratta da Wikipedia/ Di Vincent de Groot – http://www.videgro.net – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=646036
