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THOMAS ROBERT MALTHUS E LA CONCEZIONE ELITARIA DELLA DEMOGRAFIA-DI GABRIELE GAUDIERI

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Redazione-Malthus (Rookery, Surrey, 1766 St.Catherine Bath 1834) era figlio di un gentiluomo di campagna, il padre propugnava ed era convinto assertore delle idee di Godwin, che, sotto l’influsso dei filosofi francesi, aveva scritto la sua “Inchiesta sulla giustizia politica (1793)”, improntata ai principi della Rivoluzione Francese, tesa a rivendicare l’assistenza ai poveri. Th.R.M. entra nella carriera ecclesiastica, diviene pastore di un villaggio rurale e, ben presto, nutre idee contrarie a quelle care a suo padre: proprio per confutare le idee di Godwin, che andavano acquistando una influenza sempre maggiore e per protestare contro la nuova legislazione dei poveri, pubblica nel 1798 “Saggio sul principio di popolazione”. Malthus si propone l’obiettivo di giustificare “L’ordine liberale”, di “esaltare” le tesi di Smith e la “naturalezza” dell’ineguaglianza sociale. Al contrario di Smith, tuttavia, il Nostro afferma che la ricchezza di una Nazione può aumentare senza che per questo migliori la situazione di ogni singolo individuo: un miglioramento non può verificarsi, dal momento che il numero dei membri della società cresce più rapidamente della quantità di beni disponibili per la soddisfazione dei loro bisogni. Malthus sostiene che il regime liberale e l’ineguaglianza sociale consentono di migliorare le sorti di una parte almeno di cittadini, determinando una limitazione alla “spinta demografica”; un regime di comunanza di beni e di uguaglianza ridurrebbe gli uomini alla miseria.“Possiamo ritenere certo che la popolazione, se non viene ostacolata in alcun modo nel suo sviluppo, si raddoppia ogni venticinque anni, e cresce, di periodo in periodo,secondo una progressione geometrica”

(Saggio sul principio di popolazione, Torino, Utet, 1947).

Malthus intende dire che, tenendo conto della fecondità delle coppie e del grado normale di mortalità, gli uomini si raddoppiano ogni 25 anni; si può ipotizzare che la produzione dei mezzi di sussistenza non segua la stessa legge.

La razza umana, afferma Malthus, tende a crescere come i numeri 1,2,4,8,16,ecc., mentre i mezzi di sussistenza crescono al massimo con i numeri 1,2,3,4,5,6,ecc..

Il contrasto tra queste due progressioni costituisce il punto di partenza di tutta la scienza sociale: l’economista inglese, sulla base di quel contrasto, ritiene che una popolazione, il cui comportamento matrimoniale e sessuale non venga in alcun modo controllato e frenato, è destinata a rimanere povera.

Solo coloro, che hanno i mezzi per allevare tutti quei figli che possono generare durante la loro vita, avranno il “diritto morale” di sposarsi in età giovane; gli altri, a seconda dell’entità del loro patrimonio o dei loro redditi, dovranno procrastinare l’epoca del loro matrimonio.

Il problema può essere completamente risolto sopprimendo ogni misura di assistenza ai poveri.

La teoria sviluppata nel “Saggio sul principio di popolazione” può essere considerata una “concezione errata” del naturalismo sociale: se è pur vero che la pressione demografica determina, in molti casi, una situazione di miseria, ciò non implica, tuttavia, che tutte le Nazioni si sviluppino seguendo una medesima legge, dal momento che numerose variabili quali l’organizzazione sociale, i costumi, la religione influenzano, in modo considerevole sia i matrimoni che la fecondità delle coppie.

Th.R.M. si trova, nel corso dei suoi studi, di fronte a casi che contrastano con la “tendenza alla sovrappopolazione”, dal momento che, per esempio, i romani dei primi secoli evidenziano un regresso demografico ed uno spopolamento:

Malthus attribuisce tale tendenza alle “abitudini viziose” dei romani, ma appare evidente che questa spiegazione è sin troppo elementare, sbrigativa, non veritiera.

Malthus spesso evidenzia il suo animo di prete e di cristiano: per lui il mondo è un processo voluto da Dio, per la creazione e la formazione dell’intelligenza, ma perché l’uomo possa esercitare la propria intelligenza occorre che sia spinto al lavoro dalla necessità di soddisfare i suoi bisogni.

La stessa “infelicità” costituisce (è evidente l’influsso puritano) una molla indispensabile per lo sviluppo del genere umano:

“I dolori, le sventure costituiscono un’altra categoria di incentivi, che sembrano essere necessari, per ingentilire e rendere più umano il cuore, per risvegliare sentimenti di simpatia sociale, per ingenerare tutte le cristiane virtù” (Saggio sul principio di popolazione, Torino, Utet, 1947)

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