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STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO E LA FORMAZIONE DELLO STATO UNITARIO IN ITALIA (PRIMA PARTE) – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

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Redazione-  Il Congresso di Vienna, apertosi nel novembre del 1814, sancì l’Alleanza fra Trono e Altare e, secondo il principio di legittimità, promosso da Talleyrand, e di equilibrio fra Russia, Francia, Inghilterra, Austria, la Restaurazione, ossia il riassetto degli Stati europei (status quo ante), sconvolti dalla rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche.

A conclusione del Congresso l’Italia uscì frammentata in tanti ducati e regni. Il Congresso concretizzò i suoi piani, attuando una restaurazione alquanto anacronistica, in quanto sui vecchi troni tornarono i vecchi regnanti, ma si poté dire fallito fin dall’inizio, poiché era impossibile ricostruire sulla carta geografica un’Europa da poco reduce dall’avventura napoleonica, senza tener conto dell’eterogeneità etnica, sociale, religiosa dei vecchi regni. Né si potevano cancellare con un colpo di spugna quelli ideali di libertà che erano trionfati con la rivoluzione francese nel 1789 e che erano stati diffusi da Napoleone, sebbene questi usò quegli ideali per attuare il suo programma di espansione imperialistica. I popoli d’Europa giammai avrebbero sopportato la restaurazione, in quanto essa era e fu sinonimo di reazione. Infatti, una volta sui troni, i vecchi regnanti attuarono una feroce politica reazionaria specialmente contro coloro che erano stati filofrancesi, arrivando addirittura, come in Piemonte, a distruggere le opere pubbliche napoleoniche. Pertanto la ribellione da parte del popolo non sarebbe tardata e a nulla valse la Santa Alleanza, promossa da Alessandro I di Russia, il quale nutriva generiche velleità umanistiche. Se nella mente dello zar la Santa Alleanza era una semplice unione di regnanti, che doveva condurre una politica paternalistica nei confronti del popolo, nelle mani di Metternick, , cancelliere austriaco dal 1821 al 1848, divenne “bieco strumento di cieca reazione”.

Nel 1820 a Cadice in Spagna un esercito guidato da Raffael del Riego, che avrebbe dovuto imbarcarsi per andare a sedare una rivolta scoppiata nell’America Latina, si ammutinò e chiese al re la Costituzione del 1812. Non potendo reagire, poiché troppo forte era la pressione dei rivoltosi, il sovrano, Ferdinando VII, fu costretto a concederla. Di lì a poco tempo altrettanto fece il re del Portogallo in seguito ad un’altra sommossa. I fatti di Spagna e Portogallo ebbero ben presto ripercussioni in Italia dove nel luglio del 1820 una guarnigione di Nola, sotto il comando degli ufficiali Morelli e Silvati, procedette verso Napoli. Vi fu anche una rivolta separatista in Sicilia, dove scoppiò persino una lotta civile. Dopo l’eroica resistenza purtroppo gli isolani furono domati dal generale  Florestano Pepe, fratello di Guglielmo. Agli insorti si unirono altri rivoltosi fra cui quelli appoggiati da Guglielmo Pepe, già ufficiale murattiano, vecchio generale napoleonico.  A nulla valsero i tentativi della polizia regale poiché Ferdinando I, re delle Due Sicilie, dovette concedere la Costituzione sul modello spagnolo del 1820 e prestare giuramento di fedeltà.

Sull’esempio dei napoletani insorti, nel 1821 vi fu una sommossa a Torino dove i più illustri uomini, fra cui il conte Santorre di Santarosa, cercarono di convincere alla propria causa Carlo Alberto di Carignano, nipote di Carlo Felice, unico erede al trono del Regno di Sardegna. Carlo Alberto era un giovane dalla complessa personalità, corroso dal tarlo romantico, contagiato da una morbosa aspirazione alla gloria di pretto stampo romantico. Si sentiva destinato da Dio a grandi cose, ma la corte diffidava di lui poiché in lui vedevano il figlio della rivoluzione. Infatti già ai tempi della pressione francese la famiglia Savoia-Carignano aveva preferito la potenza di Napoleone alla fedeltà dinastica. Lo stesso Carlo Alberto era stato nominato conte ed ufficiale dei Dragoni Imperiali da Napoleone in persona.  Carlo Alberto non aveva un vero ideale, l’unico suo sogno era raggiungere il trono, come non importava, o schierandosi con i reazionari o con i liberali. In lui si riscontrava un culto mistico della propria persona.

Quando Santorre di Santarosa riuscì a convincerlo, si stabilì la data della sommossa tuttavia, e non si sa per quale motivo o in seguito a quali ripensamenti, Carlo Alberto all’ultimo momento rinunciò. E se si riuscì a fermare il moto nella città di Torino, non fu altrettanto possibile nella lontana Alessandria, dove l’8 Marzo si alzò il vessillo della rivolta. Torino, dove precedentemente era stato dato il contrordine, si schierò con la città di Alessandria. Così il moto si propagò in tutto il Piemonte, costringendo Carlo Alberto a concedere la Costituzione. Il 13 marzo del 1821 il re Vittorio Emanuele I° abdicò in favore del fratello ma il nuovo re, Carlo Felice, assente, ricevuta la notizia della rivolta, tornò immediatamente in patria, sconfessando la Costituzione data dal nipote e proclamando ribelli gli insorti. Carlo Alberto fu costretto ad abbandonare subito Torino e riparò nel Granducato di Toscana. La congiuntura italiana non piacque al concerto delle potenze europee che nel 1820 dapprima a Trouppeau e poi a Lubiana, dichiarando il principio del legittimo intervento, decise di riportare ordine nella penisola. Al Congresso di Lubiana fu invitato lo stesso Ferdinando I del Regno delle Due Sicilie, il quale, una volta assiso fra le grandi potenze, rinnegò quella Costituzione su cui aveva giurato fedeltà poco prima di partire. Condannò i rivoltosi ed invocò egli stesso l’aiuto austriaco. A nulla valse la strenua resistenza dei difensori della Costituzione. Essi furono irreparabilmente sconfitti ad Antrodoco l’8 Marzo 1821 dalle truppe austriache.

Sempre nel 1821 in Grecia scoppiò un’insurrezione appoggiata dalla Russia che si riteneva paladina dei Greci ortodossi, i quali subivano le angherie dei Turchi. Anche l’opinione pubblica europea era a favore della Grecia. Nel 1822 ad Epidauro fu proclamata l’indipendenza greca. Accanto alla Russia e alla Grecia si schierò l’Inghilterra mentre la Turchia fu aiutata dall’Egitto. E nel 1830 al Congresso di Londra si diede vita al regno di Grecia.

Quali furono gli scopi fondamentali dei moti italiani degli anni 1820-1831 e quali furono i motivi del loro insuccesso? Perché in Grecia il moto riuscì e in Italia no?

In Grecia, come nelle colonie spagnole dell’America latina, si combatté contro l’oppressione straniera. Lì soltanto il moto liberale trovò il suo sbocco più ovvio e riuscì a proclamare l’indipendenza, giocando anche sui conflitti di interesse delle grandi potenze. Ciò non poté purtroppo avvenire in Italia, dove i sovrani furono considerati legittimi non solo da Metternick o dallo zar Alessandro I ma anche da larghi strati della popolazione, compresi gli stessi liberali che promuovevano lo scoppio degli insurrezioni.

Nel 1822 con il congresso di Verona si stabilì il pronto intervento anche in Spagna per mezzo della Francia, mentre il compito di riportare ordine in Italia fu affidato all’Austria. Alla sconfessione della Costituzione seguì un periodo pieno di processi e di condanne a morte. Nel 1825 anche in Russia si ebbe un moto insurrezionale, il moto decabrista, capeggiato dal colonnello Pestell, che fu definito il socialista avanti il Socialismo. Egli fu repubblicano convinto che voleva liberare i servi della gleba e collettivizzare le terre libere ma anche il moto russo fu ben presto represso e seguito da numerose condanne. In Russia vi era anche una complessa questione sociale. Infatti vi erano pochi ma grandi latifondi e una numerosa folla contadina che, corrosa dalla miseria e legata al servaggio, voleva essere redenta. Lo zar Nicola I° riuscì a sedare il moto decabrista del 1825 ma fu impotente di fronte alle numerose rivolte agrarie.

I moti del 1820-21 fallirono ma furono i primi di una lunga serie che avrebbe dovuto portare gli Stati Europei verso l’indipendenza e la libertà. Tali moti sorsero all’ombra delle Società Segrete.

La Restaurazione fu effettuata in un periodo in cui vi erano molte correnti ideologiche. Ormai trionfava il Romanticismo. Veniva rivalutato il passato sebbene in questo termine si annidassero delle ambiguità. Accanto ai cultori del passato mummificato e ai bacchettoni religiosi vi erano i cultori del nuovo spirito delle libere nazionalità che esigevano l’azione. Si iniziò dunque a lottare per il principio di nazionalità e per l’affermazione del liberalismo politico. Inoltre con la rivoluzione francese era trionfata una nuova classe sociale: la borghesia, costituita da mercanti, banchieri, industriali, professionisti i quali miravano all’ascesa politica, anche perché con la Restaurazione erano tornati l’economia chiusa e il protezionismo doganale, che danneggiavano molto il mercato. La borghesia, essendo in continua attività e a contatto con altri paesi anche più progrediti, aveva un’apertura mentale maggiore rispetto alle altre classi sociali. Fu proprio la borghesia, assieme all’elemento militare e a qualche aristocratico illuminato, a prendere parte alle Società Segrete. In tutta Europa vi furono numerose sette. Fra esse le più famose furono la Carboneria e la Società Buonarrottiana.

Si pensa che la Carboneria sia sorta fra il 1806 e 1811 nel napoletano e sia di origine francese. Nei formulari e nei rituali massonici carbonari si pose sempre l’accento su un puro Deismo. La Società Segreta fu divisa in due gradi: gli apprendisti e i maestri, i quali furono vincolati al più scrupoloso silenzio. Per lo spergiuro vi era la pena di morte. Il loro fine fu la realizzazione di un governo costituzionale e l’indipendenza dallo straniero. Il Nord Italia fu acquisito in gran parte dalla Setta Buonarrotiana, la quale, diversamente dalla Carboneria, aveva scopi più alti, come l’avvento della sovranità popolare, la proclamazione della Repubblica, l’attuazione della comunione dei beni, come fine sociale. Gli aderenti, a seconda del grado di appartenenza, furono a conoscenza dettagliata e completa del programma, poiché Buonarroti riteneva che solo con una profonda preparazione si poteva comprendere la meta più alta, ovvero la comunione dei beni. Durante la Restaurazione oltre ad esservi società segrete liberali, vi furono anche quelle reazionarie, come i Sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo, al quale faceva riferimento anche la loggia dei Calderari.

In Italia le Società Segrete si macchiarono più volte di calcoli possibilistici poiché il problema italiano fu molto complesso, specialmente a causa della presenza dell’Austria. I patrioti pensarono di allearsi con un qualsiasi principe per combattere il nemico austriaco. Naturalmente come ricompensa al Principe “alleato” sarebbe stata riconosciuta la piena sovranità su di loro. Da qui le aspirazioni di alcuni principi della penisola, come Francesco IV di Modena e lo stesso Carlo Alberto. Opponendosi dunque alla teoria dell’intervento austriaco si concretizzò anche per i liberali italiani la possibilità di offrire la corona di un ampio regno ad un principe che si fosse posto a capo di un riscatto nazionale “contro lo straniero”.

I moti italiani non ebbero una chiara visione realistica della situazione storica nella penisola e l’errore fondamentale non fu tanto di lungimiranza politica o di incapacità organizzativa – in fondo il moto in Grecia non fu meglio guidato o meglio organizzato rispetto a quelli italiani – ma fu di composizione sociale e di propaganda dei moti stessi. Infatti i moti carbonari in Italia, data anche la congiuntura politica internazionale, non avrebbero potuto avere migliore successo di quanto ne abbiano avuto, nonostante l’eroismo e l’insofferenza italiana ai lacci imposti dal Congresso di Vienna. Gli errori tattici o strategici non poterono giustificare pienamente gli insuccessi. Dunque i limiti erano invece da ricercare nella mancata propaganda ovvero nel metodo di diffusione delle idee, legato al ristretto mondo delle Società Segrete e ancora di più alla loro composizione, che ne determinò i programmi: una Costituzione con un suffragio ristretto a pochi ambienti, che negò la partecipazione al potere della maggioranza della popolazione. Un simile programma non avrebbe giammai potuto suscitare larghi consensi. Fu difficile per la maggior parte dei cittadini comprendere la differenza fra assolutismo illuminato e monarchia costituzionale. Sta di fatto che molti contadini aderirono alle Società Segrete promosse dai governi reazionari, come i Calderari a Napoli o i Sanfedisti in Calabria, per opporsi alla Carboneria, piuttosto che farne parte.

Il successo arrise agli insorti con più fortunate congiunture internazionali ma l’elemento costante fu sempre la scarsa partecipazione popolare. La situazione in Grecia, in Belgio o nell’America meridionale fu completamente diversa. Lì l’indipendenza poté provocare più facili entusiasmi e favorire almeno in apparenza uno strato più largo di interessi, sebbene poi in America si affermarono i grossi coloni e il capitalismo inglese e nordamericano, non certo a vantaggio degli indigeni e dei contadini che avevano alimentato l’insurrezione.

Anche le discordie e le rivalità municipalistiche furono le cause concomitanti e rilevanti delle sconfitte e degli insuccessi riportati. Esse dimostrarono che le insurrezioni erano mosse da interessi particolari di ristrette “élites”, che avrebbero potuto avere anche risultati positivi soltanto se la Francia fosse stata pronta a contrastare il predominio austriaco in Italia e se già nei primi decenni del 1800 avesse avuto interesse a farlo. L’insegnamento più fruttuoso dei moti liberali fu proprio questo e Giuseppe Mazzini, inizialmente carbonaro, partì proprio da simili considerazioni per delineare il programma della Giovane Italia, in cui il popolo intero divenne protagonista della propria redenzione.

La rivoluzione francese del 1830 ebbe ripercussioni in tutta Europa, in Belgio come in Italia ma il Belgio fu aiutato dal principio di non intervento proclamato dal re Filippo d’Orlean e poté ottenere l’indipendenza con il riconoscimento anche dell’Inghilterra. Non altrettanto accadde in Italia. Nel 1830-31 in Europa erano morti diversi vecchi regnanti e ad essi erano succeduti i legittimi eredi. Con le rivolte in Belgio e il principio di non intervento rinasceva negli animi dei patrioti italiani la speranza di una nuova insurrezione. L’Austria di fronte all’incendio che stava per scoppiare in Italia ammassò numerose truppe in Lombardia e Francesco IV, sentendosi con le spalle coperte, diede all’Austria i nominativi dei congiurati, informando anche sul giorno in cui sarebbe scoppiata la rivolta, capeggiata da Ciro Menotti e dall’avvocato Enrico Misley. La repressione giunse tardi. La rivolta scoppiò sia Bologna il 4 febbraio del 1831, sia a Ferrara, poi a Ravenna, a Rimini e a Forlì, tanto da formare il governo delle Province Unite con due eserciti. In seno a tale governo troppo forti però erano le rivalità municipalistiche su cui ebbero la meglio l’intervento delle truppe di Frimont e il trionfo di una cieca reazione con condanne e punizioni.

I moti del 1820-21 e 1830-31 fallirono. Molteplici furono le cause: la limitata partecipazione del popolo; il popolo se partecipava lo faceva senza conoscerne il motivo e il fine; la mancata consapevolezza del proprio stato; la mancata educazione delle masse; la fiducia nell’aiuto straniero; le gerarchie delle sette e delle società segrete che impedivano vasta partecipazione. Di tali cause fu consapevole Mazzini che molto contribuì alla formazione dell’Italia Una, Libera, Indipendente e Repubblicana. Nel 1830 Mazzini partì per l’esilio in Francia dove creò la Giovane Italia che guadagnò tanti giovani alla causa italiana. Il programma mazziniano si può riassumere nei due binomi: Pensiero ed Azione – Dio e Popolo. Mazzini riteneva che nei monti cospiratori occorresse una maggiore partecipazione popolare; che il popolo dovesse essere educato alle finalità della nazione. Soltanto quando il popolo poteva ritenersi maturo, solo allora si poteva passare all’azione con piena consapevolezza e coscienza, solo allora il popolo avrebbe avuto sul campo di battaglia l’ardore da combattente. Mazzini, pur essendo religioso, non ebbe un vero e proprio credo. Credeva tuttavia nella missione che ogni popolo ha, missione voluta da Dio. Riteneva che il popolo sarebbe stato aiutato da Dio nella propria redenzione (v. “Inno di Mameli”: “… se il popolo si desta, Dio si pone alla sua testa e la sua folgore gli dà”). L’Italia già altre due volte aveva compiuto la propria missione: con la Roma dei Cesari e con la Roma dei Papi. Ora doveva condurre a termine la terza missione: con la Roma del Popolo. Per Mazzini un altro fine era rendere l’Italia Repubblicana, poiché la Repubblica è l’unica ad assicurare cittadini liberi, uguali e fratelli, poiché in essa risiede la sovranità popolare. Inoltre repubblicane sono le sue memorie. L’Italia avrebbe dovuto divenire Una poiché senza l’unità non vi sarebbe stata la nazione, non vi sarebbe stata unità di forza. Mazzini indicò come bandiera della futura nazione: il tricolore.

Dal 1832 al 1834 si tentarono due moti che fallirono per caso e anche per la mancanza di fedeltà dei partecipanti, come quella del generale Ramorino nell’insurrezione a Genova. Con la spedizione nella Savoia e la sventata insurrezione di Genova si ebbero molte condanne. Mazzini fuggì in Inghilterra e Giuseppe Garibaldi nell’America Latina. In Inghilterra Mazzini fu colto dalla tempesta del dubbio. Negli anni dell’esilio pensò spesso alla costituzione di un’Europa Unita.

Frattanto, nonostante Mazzini li avesse sconsigliati, i Fratelli Bandiera con nove compagni cercarono di portare una rivolta nelle Calabrie ma, traditi, furono accerchiati e condannati nel Vallone di Rovito nel luglio del 1844. Mazzini ebbe ragione nel dire che bisognava educare gli animi. I tempi tuttavia erano ancora immaturi. Gran parte della popolazione era contadina, ligia ai dogmi della Chiesa e seguire Mazzini significava essere rivoluzionari, andare contro la religione, andare contro la dinastia, cui avevano giurato fedeltà. Nacque allora una nuova corrente ideologica, quella del moderatismo cattolico-liberale: il neoguelfismo. Tale corrente ebbe il maggior numero di proseliti proprio perché molti videro in essa l’unica corrente che avrebbe potuto soddisfare pienamente l’amore patrio con la fedeltà dinastica e religiosa. Il padre del neoguelfismo fu Gioberti, già mazziniano, che durante l’esilio a Bruxelles scrisse Il Primato Civile e Morale degli Italiani, elaborando una nuova dottrina: non più una rivoluzione, mai più moti sporadici ed effimeri, ma una coalizione di Stati, la formazione di una Federazione sotto la Presidenza del Pontefice. Questi avrebbe dovuto essere un papa liberale e lo si vide in Giovanni Mastai Ferretti, più noto come Pio IX°, eletto nel 1846. Nella sua opera vendutissima, Gioberti dimenticò – e si pensa volutamente – il problema della presenza austriaca in Italia. Il problema fu risolto da Cesare Balbo, il quale ipotizzò che l’Austria, in cambio delle perdite del fertile Lombardo-Veneto, avrebbe potuto trovare un compenso adeguato nell’imminente disgretolazione dell’Impero Turco. E, poiché Cesare Balbo era poco fiducioso nell’avvento di un papa liberale, in quanto erano troppi i privilegi che il pontefice doveva difendere, auspicò una lega armata di principi, tacendo a chi affidarne la presidenza. Fu facile comprendere che Balbo ravvisasse come guida il re del Piemonte, considerato “la spada d’Italia”.

Oltre al neoguelfismo nacque un’altra corrente, quella del neoghibellinismo, costituita da opposizioni di sinistra al neoguelfismo, con uomini moderati quali Balbo, D’Azeglio. Il neoghibellinismo fu anticlericale, democratico e abbracciò uomini come Giusti, Guerrazzi, Niccolini. A loro si aggiunsero i radicali come Cattaneo e Ferrari e i repubblicani. Diversamente da Mazzini, però essi volevano l’avvento di una repubblica federale.

Il Piemonte si avviò alla candidatura di guida del Risorgimento italiano, poiché in Piemonte conservavano una vecchia classe dirigente dalle migliori qualità per lo spiccato senso dello Stato, per la dedizione al servizio pubblico, per l’attitudine al comando e al governo. Solo nel Regno di Napoli, che per certi aspetti aveva avuto un’evoluzione storica analoga a quella piemontese, si poté riscontrare un personale politico con tali requisiti e stile, requisiti che mancavano invece ai borghesi e ai patrizi lombardi, da troppo tempo disabituati alle responsabilità politiche, così come mancavano all’hobereau, il signorotto di campagna toscano, erede di una lunga tradizione municipalistica e cittadina a cui erano estranei sia lo spiccato senso dello Stato, sia ogni spirito militare.

(continua…)

 

F.to Gabriella Toritto

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