” STANLEY KUBRICK | MAESTRO IN 13 MOSSE ” DI FEDERICO TABOURET
Redazione- Nato a New York nel 1928 da una famiglia di origini ebraiche, il giovane Stanley Kubrick, pur non essendo uno studente modello, è destinato ad un futuro brillante. Appassionato fin da giovane del gioco degli scacchi, a 13 anni riceve in regalo dal padre una macchina fotografica e si innamora della fotografia. Queste due passioni saranno fondamentali per ciò che diventerà da grande.
Da ragazzo Kubrick comincia a giocare a scacchi per soldi, in modo da sovvenzionare la sua passione per la fotografia. Il suo talento in questo campo lo porterà, dopo il diploma, a farsi assumere come fotografo dalla rivista “Look”. A 21 anni, però, decide di dedicarsi totalmente a quella che diventerà una felice carriera: il cinema. Dopo aver girato un paio di cortometraggi documentaristici tra il 1949 e il 1951, Kubrick dirige nel 1953 il suo primo lungometraggio, “Paura e desiderio”, finanziato dalla famiglia in quanto il regista non disponeva all’epoca del budget sufficiente per realizzarlo. Il regista definirà poi la pellicola un tentativo serio realizzato in modo maldestro, ed infatti poco dopo l’uscita il film scomparve per volontà dello stesso Kubrick. La pellicola fu riproiettata pubblicamente solo verso la fine del secolo scorso. Al di là dei giudizi sul film, resta comunque un’opera interessante, perché anticipa un tema ripreso dal regista in due film successivi, quello della guerra.
Nel 1955 Kubrick dirige “Il bacio dell’assasino”, un teso noir drammatico nel quale un pugile ormai sulla via del ritiro si innamora di una ragazza, contesagli però da un losco criminale che vuole eliminarlo in quanto rivale amoroso. Il film, altra opera interessante del regista, venne prodotto grazie al finanziamento di un farmacista del Bronx. Passa un anno e nel 1956 Kubrick dirige “Rapina a mano armata”, un avvincente noir su una rapina ad un ippodromo che viene raccontata da più punti di vista e che vede come protagonista un attore professionista già conosciuto per diverse altre pellicole, Sterling Hayden. Già da questi primi film si vede la maestrìa del regista nel dirigere e nel raccontare storie. Ma è a questo punto che la carriera di Stanley Kubrick, una mossa dopo l’altra, avanza prepotentemente nello scacchiere del mondo cinematografico.
Il 1957 è l’anno di “Orizzonti di gloria”. Ottimamente interpretato da Kirk Douglas, che rimase così impressionato dalla sceneggiatura che aiutò a produrre in parte il film, è un grande atto di accusa contro la guerra, tratto dal romanzo di un reduce della prima guerra mondiale che riportava le atrocità commesse dall’esercito francese. Girato in Germania – la Francia negò il permesso ed il film uscì in quel paese solo nel 1975 – questa pellicola mostra tutta la capacità tecnica di Kubrick nel raccontare una storia attraverso immagini molto efficaci. Kirk Douglas è eccezionale nell’interpretazione di un colonnello che cerca di salvare dalla condanna a morte tre soldati mandati sotto la corte marziale da un ambizioso generale che aveva costretto un reggimento ad un attacco insensato per conquistare una posizione nemica, attacco che costerà la vita di molti uomini e la diserzione di altri, consapevoli della follia di quell’ordine.
Nel 1960 Douglas volle Kubrick per la regia di “Spartacus”, film da lui prodotto. Kubrick venne chiamato dopo il licenziamento di Anthony Mann, originario regista della pellicola. “Spartacus”, che narra le vicende di uno schiavo che all’epoca della Repubblica romana decide di ribellarsi a tale condizione, vede un cast stellare. Oltre a Douglas recitano nel film Laurence Olivier, Charles Laughton, Peter Ustinov e Tony Curtis. Il film vede come autore della sceneggiatura Dalton Trumbo, che all’epoca del maccartismo era finito nella lista nera dei personaggi del mondo dello spettacolo che erano stati accusati di avere simpatie comuniste. Fu proprio Douglas ad annunciare pubblicamente che Trumbo era lo sceneggiatore del film, contribuendo a porre fine alla lista nera. In ogni caso Kubrick prese le distanze dalla pellicola poiché non aveva avuto il pieno controllo su di essa, cosa che accadde invece nei film successivi.
Nel 1962 Kubrick dirige “Lolita”. Il film è un dramma noir tratto dal romanzo di Vladimir Nabokov – al quale Kubrick chiese di riscrivere la sceneggiatura che poi fu ampiamente rimaneggiata-, nel quale si narra la discesa all’inferno di un professore di mezza età, interpretato da James Mason, che perde la testa per una ragazzina, interpretata da Sue Lyon (che all’epoca aveva 16 anni). La performance migliore la regala Peter Sellers, che interpreta il camaleontico ruolo di un commediografo, al quale Kubrick lascia grande libertà interpretativa, consentendogli di improvvisare durante le riprese. Il film, visto l’argomento, fece molto scalpore all’epoca.
Nel 1964 Kubrick torna a lavorare con Peter Sellers in “Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”. In questa straordinaria satira sui pericoli di una guerra nucleare che distruggerebbe il mondo, Sellers dà magistralmente corpo a tre personaggi, un colonnello britannico della Royal Air Force, il Presidente degli Stati Uniti d’America e il dottor Stranamore, uno scienziato ex nazista che Sellers interpreta in maniera davvero formidabile (anche in questo caso Kubrick lascia a Sellers ampia libertà di improvvisazione durante le riprese). Ambientato ai tempi della Guerra Fredda, la pellicola mostra con connotazioni divertenti ma efficaci il rischio di una guerra provocata dalla follia umana, in questo caso di un generale che ordina un attacco per distruggere la minaccia comunista che in realtà in quel momento non esiste. Kubrick, nelle prime settimane di lavoro sulla sceneggiatura, ebbe l’idea di girarlo come una commedia da incubo poiché nel contesto dell’imminente distruzione del mondo l’ipocrisia, le incomprensioni, la lascivia, la paranoia, l’ambizione, gli eufemismi, il patriottismo, l’eroismo e anche la ragionevolezza possono evocare un’orribile risata.
E’ il 1968 e Kubrick dirige “2001: Odissea nello spazio”. Ispirato al racconto “La sentinella” di Arthur C. Clarke, che scrisse insieme a Kubrick la sceneggiatura del film, la pellicola anticipa i temi dell’intelligenza artificiale, rendendo protagonista e a tratti umano un computer che comincia ad uccidere i membri dell’equipaggio di una missione nello spazio. Il film è anche una riflessione sul destino dell’umanità ed il finale ne è una palese rappresentazione. In quanto alle interpretazioni che possono essere date alla pellicola, comunque, Kubrick affermò che ognuno era libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film e che lui voleva rappresentare un’esperienza visiva che aggirasse la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio. Il film resta in ogni caso un capolavoro tecnico (famoso è il salto temporale di millenni con l’inquadratura dell’osso lanciato in aria da un ominide che diventa, con un’abile montaggio, un’astronave moderna).
Il 1971 è l’anno del film più controverso di Kubrick, “Arancia meccanica”. Tratto da un romanzo di Anthony Burgess, che affermò che l’opera fu ispirata da un tragico episodio di pestaggio e violenza nei confronti della sua compagna, la pellicola narra le vicende di un ragazzo londinese che , assieme a tre amici, passa il tempo a perpetrare violenze verso chiunque per puro divertimento. Durante una delle sue scorribande viene catturato dalla Polizia e successivamente decide di sottoporsi ad un trattamento rieducativo che gli toglie il libero arbitro, rendendolo innocuo (da qui il titolo del film, che deriva da un tipico modo di dire della classe proletaria londinese e che tradotto significa arancia ad orologeria, cioè qualcosa che fuori appare normale come un frutto ma dentro ha una natura bizzarra, in questo caso un ragazzo che sembra innocuo ma in realtà lo è solo per mancanza di libero arbitrio). Rimesso in libertà, il giovane incontra e subisce violenza da tutti coloro contro i quali l’aveva usata. Il finale del film mostra quanto anche il potere politico possa però utilizzare la violenza per i propri scopi. La pellicola venne poi ritirata per volere di Kubrick in Gran Bretagna in seguito a lettere di minaccia rivolte al regista ed alla sua famiglia. E’ interessante ricordare – poiché si tratta di una delle sequenze che poi rimarranno maggiormente impresse nella mente di chi ha visto il film – che durante le riprese Kubrick rimase fermo cinque giorni perché non sapeva come girare una delle scene più violente, il pestaggio del vecchio scrittore e lo stupro della moglie. Ad un certo punto il regista chiese al protagonista Malcolm McDowell se sapesse ballare e lui, istintivamente, si mise a cantare “Singin’ in the rain”. Kubrick ne fu entusiasta ed acquistò i diritti della canzone per poterla utilizzare nel film.
Nel 1975 Kubrick dirige “Barry Lyndon”, tratto da un romanzo di William Makepeace Thackeray e ambientato tra l’Irlanda e la Gran Bretagna del ‘700. Questo ennesimo capolavoro del regista, forse il più bello, narra le vicende di un giovane irlandese di modeste origini che riesce a scalare le gerarchie sociali fino a sposare per opportunismo una contessa con la quale vivrà un matrimonio fasullo. Il film non solo è una bella storia magistralmente narrata, ma è anche molto curato fin nei minimi particolari. Kubrick girò molte scene ispirandosi a quadri d’epoca rendendo così molte inquadrature vere e proprie opere pittoriche. Inoltre il regista voleva ricreare l’atmosfera del lume di candela, ed a tale scopo utilizzò per le riprese delle lenti speciali realizzate per la NASA da una delle più grandi aziende del settore, la Zeiss.
E’ il 1980 ed arriva l’undicesima sorprendente mossa di Kubrick. Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, che non apprezzò la versione cinematografica del regista, “Shining” è un horror atipico. Come da sua consuetudine Kubrick rompe gli schemi e ci regala una propria personale visione della paura. Jack Nicholson è straordinario nell’interpretare uno scrittore che si reca con la moglie ed il figlio in un hotel isolato tra le montagne del Colorado per occuparsi della sua manutenzione durante i mesi invernali. Il viaggio dell’uomo verso la follia è reso da Nicholson con grande efficacia, e sembra quasi che lui sia effettivamente il personaggio che interpreta in un saggio di bravura che non ha uguali. Durante le riprese Kubrick era così minuzioso nel proprio lavoro che fece spazientire molti attori del cast (Shelley Duvall ebbe diversi scontri con il regista). Da ricordare inoltre che la famosa frase “Il mattino ha l’oro in bocca”, scritta ripetutamente su un blocco di fogli di carta da Jack ormai in preda alla follia, nella versione originale suona invece “All work and no play makes Jack a dull boy” (solo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo noioso). Va infine menzionato Giancarlo Giannini, eccezionale voce di Jack Nicholson nel doppiaggio italiano.
Passano sette anni e nel 1987 arriva “Full metal jacket”. Mentre con “Orizzonti di gloria” Kubrick aveva voluto fare un film contro la guerra, in questo caso il regista vuole descrivere la guerra come fenomeno, ricostruendo le scene ambientate in Vietnam in un set vicino a Londra e nel Sussex. Il film è sostanzialmente diviso in due parti. La prima è quella dell’addestramento, nella quale l’attore che interpreta il sergente maggiore che istruisce duramente le reclute è un vero ex istruttore dei Marines. Paradossalmente è forse la parte più cruda del film, nella quale i giovani che devono partire per il Vietnam vengono addestrati in maniera feroce da un militare che rende “umano” anche un fucile. E’ anche la parte dove è presente un personaggio che ci coinvolge emotivamente, la giovane recluta sovrappeso che il sergente denomina Palla di lardo e che denigra continuamente, provocando in lui uno scompenso mentale. La seconda parte è quella nella quale i giovani, diventati ormai soldati, combattono in Vietnam. Molto bello il finale, con i soldati che ormai provati da tutto quell’orrore marciano in mezzo ad un luogo ormai distrutto e tra le fiamme cantano “La marcia di Topolino”, quasi un ritorno ad una normalità perduta.
Nei primi anni ’90 Kubrick ha intenzione di fare un film sull’Olocausto dal titolo “Aryan Papers”, tratto dal libro “Wartimes lies” di Louis Begley, ma vi rinuncia perchè Spielberg sta girando un film sullo stesso argomento, “Schindler’s list”. In seguito il regista pensa di produrre un film sull’intelligenza artificiale e ne parla proprio con Spielberg, ma per ragioni tecniche deve rinunciarvi e così gira quello che sarà il suo ultimo film.
Sono passati dodici anni e nel 1999 esce “Eyes wide shut”, pellicola tratta dal romanzo “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler. Il progetto di fare un film basato su questo romanzo risale alla fine degli anni ’60, prima di girare “Arancia meccanica”. Il progetto rimase in un cassetto proprio per l’intenzione del regista di dirigere la pellicola basata sul libro di Burgess. “Eyes wide shut”, che viene girato tutto nei pressi di Londra – Kubrick viveva ormai da anni nel Regno Unito e rifiutava di prendere l’aereo-, narra la storia di una coppia di coniugi che attraversa una fase di crisi sessuale che scatena una serie di fantasie e desideri erotici che alla fine li riuniranno. Il film, interpretato dalla coppia Tom Cruise e Nicole Kidman – all’epoca realmente sposati -, esce dopo la morte del regista avvenuta proprio nel 1999. Kubrick non riuscì a concludere il montaggio definitivo, e questo aprì un dibattito tra i molti detrattori del film, che lo considerarono come non fosse opera del grande regista. Il film è invece un interessante e ben raccontato viaggio nelle fantasie erotiche di una coppia e ha, come “Arancia meccanica”, un avvincente percorso circolare (come in “Arancia meccanica” il protagonista viene picchiato dalle stesse persone che lui aveva picchiato nella prima parte del film, così qui Cruise cerca senza fortuna le donne che aveva rifiutato precedentemente).
Stanley Kubrick ci lascia con un gioco in tredici mosse sulla scacchiera. Tredici film uno diverso dall’altro, giocati tutti tra diversi generi – dal noir al film storico, dal dramma alla satira, dalla fantascienza all’horror, dalla guerra al thriller erotico -, tutti interpretati secondo la sua personale visione. Kubrick ha saputo adattare per il grande schermo romanzi che lo avevano colpito, e lo ha sempre fatto a modo suo ed in maniera magistrale. Scatenando la sua visionarietà e la sua conoscenza profonda del linguaggio cinematografico. E raccontando storie che hanno saputo catturare gli spettatori di tutto il mondo. Nel 2001 Steven Spielberg omaggerà il genio di Kubrick dirigendo “A.I. – Intelligenza artificiale”, basato sul progetto che il grande regista gli aveva proposto anni prima.
