Ultime Notizie

SEMPLICEMENTE EDIE-DOTT.SSA RITA FARNETI

0

Redazione- Con il Regio Decreto legge n.1728 del 17 novembre 1938 in Italia furono introdotte le leggi razziali, poi modificate nella legge nº 1024 del 13 luglio 1939-XVII (Gazzetta ufficiale del 27 luglio 1939).

Nel primo capitolo de’ La generazione del deserto Lia Tagliacozzo sostiene che la Shoah ha rappresentato una tragedia che appartiene a tutti e che è doloroso narrare.

Chi ha ascoltato il racconto dei sopravvissuti ha avuto contatto con una narrazione che superava il senso delle stesse parole.  Oggi quel racconto è davvero una testimonianza oltre il tempo, è in relazione con il passato, con l’identità, con la memoria.

Chiunque, pur non proprietario di quel ricordo, non potrà estraniarsi dal dolore che sa ancora evocare.

Coloro che l’hanno vissuta –  tanti i superstiti ma ad oggi sempre meno – hanno in onere il riattraversare uno strazio dilatato nel significato di profondissima ferita.

Sono Edith Eva Eger, ma fin da piccola sono stata chiamata Edie. Nata in Ungheria, vivevo felice nel quieto mormorio di un’infanzia normale. Poi improvvisamente    la mia   vita cambiò e tutto mi venne portato via. Dopo la reclusione nel campo di concentramento di Auschwitz, da testimone di una realtà sulla quale non avevo alcun potere di cambiamento, mi guardo oggi come una persona che scelse di vincere sulla propria condizione di vittima.

La vicenda di Edith Eva Eger, di cui il libro La scelta di Edith diventa espressione struggente, spinge a riflettere. E’ realistico assumere l’impossibilità di poter ancora contare in futuro sulla testimonianza verbale dei protagonisti della Shoah.

In un’intervista, rilasciata dopo la pubblicazione del libro Io non mi chiamo Miriam, l’autrice Majgull Axelsson, una giornalista svedese, afferma con autorevolezza che non potremo mai permetterci di dimenticare. Lo sostiene con passione, intrecciando lei per prima elementi opportunamente romanzati con testimonianze vere, rese da protagonisti reali.

Inevitabilmente vengono in mente i versi di una poesia di Primo Levi, presente nella prefazione di Se questo è un uomo. In quelle parole lo scrittore torinese aveva saputo dare voce al vuoto e al silenzio avvitati dentro anime di donne e uomini divenuti fantasmi.

Il fine era scongiurare il pericolo che il ricordo della Shoah, da accadimento tragico, lentamente, ma inesorabilmente, potesse sfumare, omologandosi poi a semplice fatto.

Col rischio, aggiuntivo, di inumare un dramma collettivo dentro un cerimoniale, vacuo, sufficiente a lavare le coscienze di coloro che in tempi successivi ne sarebbero venuti a conoscenza. Scritto appena dopo la prigionia, nel testo di Levi prende voce il bisogno di non cancellare una pagina, tragica, dal libro dell’intera propria esistenza.

Il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore.

Quelle vite, inesorabilmente mancate, non dovranno subire una seconda morte, rimanendo ancora sepolte in tombe scavate nel cielo.

Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case,/voi che trovate tornando a sera/il cibo caldo e visi amici:/Considerate se questo è un uomo/che lavora nel fango/che non conosce pace/che lotta per mezzo pane/che muore per un si o per un no./Considerate se questa è una donna,/senza capelli e senza nome/senza più forza di ricordare/vuoti gli occhi e freddo il grembo/come una rana d’inverno./Meditate che questo è stato:/vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore/stando in casa andando per via,/coricandovi, alzandovi.

La poesia sottolinea in tutta la sua crudezza la necessità di disporsi a rispettare l’esistenza del ricordo: è un respicere, verbo latino da cui deriva il nostro rispetto. Non altro che un ritornare a guardare.

Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.

Occorre oggi domandarsi se ci possano essere compagni di viaggio in grado di dare risposte capaci di contrastare quel   senso di impotenza e desolazione che viene da molto lontano.

Edith  Eger, ebrea di origine ungherese, naturalizzata americana, una sopravvissuta del lager, è ancora in grado, a 94 anni, di dare significato al dolore, soprattutto di trovare la chiave per aprire la porta ad una rinnovata gioia di vivere. Non solo attraverso l’attività di psicologa, specialista nel trattare il PTSD (post-traumatic stress disorder), ma anche attraverso conferenze ed interviste, come quella concessa ad Oprah Gail Winfrey, conduttrice ed autrice televisiva, attrice, scrittrice, filantropa ed imprenditrice americana.

Edith Eger nutre la convinzione profonda di non essere una vittima, piuttosto una vittimizzata, ed ama spesso iniziare gli incontri con interrogativi che diventano poi confortanti e bene-auguranti conclusioni.

            Isn’t it amazing when the worst reveals the best in us*?

La sua capacità di resilienza è frutto non solo di risorse interiori –  nel libro ne parla con convinzione, soprattutto quando riporta le parole della madre –  ma anche del fortunato incontro col maestro e mentore   Viktor Frankl, dal quale lei per prima ha tratto un vero e proprio nutrimento psicologico.

Viktor Frankl, ebreo, prigioniero nel lager, anche lui un sopravvissuto, seppe trasmettere ad Eva una grande fiducia, quella di poter uscire dalla sofferenza (del ricordo) durata per anni dopo la liberazione. Nel libro questo aspetto, fondante la vita di Edie, viene trattato con sobrietà, ma rivela una forza potente, almeno quanto la gratitudine nutrita nei confronti del dottor Frankl.

Viktor Frankl gave me permission not to hide anymore; he helped me find words for my experience, he helped me to cope with my pain**.

Riconosciuta capace di testimoniare i valori più alti dello spirito dell’essere umano, ad Edith Eger è stato di recente assegnato il prestigioso Annual Christopher Award***, ad ulteriore riprova della sua capacità di costruire ponti di relazioni. In un mondo sempre più diviso, in attesa di scontrarsi piuttosto che incline alla speranza di potersi incontrare, questo premio diventa doppiamente apprezzabile, soprattutto nel caso di una sopravvissuta al dramma della Shoah.

Ho fatto la conoscenza del testo della Eger in un giorno di dicembre, casualmente, passando in libreria. Copertina giallo pallido, un filo spinato intrecciato allo stelo di un fiore giallo vivo. Il racconto del lager è sgomento puro, interroga sul senso della vita in un mondo a brandelli.

Uomini e donne imprigionati in uniformi sporche e stracciate, la pelle segnata da cicatrici di odio, il cranio rasato, in mano ciuffi di erba strappati, alla luce di un’alba impoverita.

Alba resa opaca dal buio di notti dentro le quali la vita di ognuno di loro diventava un frammento malamente incistato, sorretto dal disperante tentativo di sopravvivere.

E’ memore l’autrice di quanto le era stato passato in eredità dalla propria madre proprio nel giorno in cui quella donna veniva mandata a morire nelle camere a gas: ricorda, nessuno potrà portarti via quello che hai messo nella tua mente.

La sera di quello stesso giorno il dottor Mengele costringe Edith a ballare per lui.

Una danza elegante, ma dal sapore grottesco, una danza che la giovanissima sedicenne ricama con grazia: l’incanto dei movimenti vinse allora sul paradosso di un presente tragico incontrando il conforto del ricordo di un suo passato di ginnasta e danzatrice.

E’ una prosa sobria, poggia sulla intermittenza estraniante di fatti che scivolano dentro la luce calda delle parole, una narrazione comunque agile. Non avvizziscono le parole nella retorica, paradossalmente proteggono   dal contatto con tutto ciò che allora ad Edith mancò.

Sullo sfondo prende corpo, indomata, la paura che l’odore della morte possa ancora vincere e vivere sovrano.

Bibliografia in nota

https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_razziali_fasciste.

L.Tagliacozzo, La generazione del deserto Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, Ed.Manni, S.Cesareo di Lecce,2020

https://dreditheger.com/

Edith Eva Eger   La scelta di Edith, Milano,Ed. Corbaccio, dicembre 2017, in originale The Choice Escape the past and embrace the possible, traduzione dall’originale americano di Lucia Corradini Caspani.

Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam, Iperborea, Milano, 2016.

Farian Sabahi, Così sono stati perseguitati i Rom, in www.iodonna.it 11 novembre 2016.

https://www.centumcellae.it/ebookcentumcellae/ebook48-se-questo-e-un-uomo.pdf

N.Zingarelli,Vocabolario della lingua italiana,Zanichelli ed.,Bologna, 1999

*N.d.R.  Non è meraviglioso che proprio attraverso le esperienze peggiori si possa trarre il meglio da sé?

https://it.wikipedia.org/wiki/Viktor_Frankl

**N.d.R. Viktor Frankl ha legittimato il mio non dovermi più nascondere, aiutandomi a trovare le parole per il dolore e, dunque, a fare i conti con la mia sofferenza.

***N.d.R. To affirm the highest values of the human spirit, così recita il testo.

https://s3.amazonaws.com/tsn-newsletter/201807-article-eger-6.jpg

file:///C:/Users/Utente/Desktop/15316899-v18-edithevaeger-kopie.webp

Commenti

commenti