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” RIARMO EUROPEO : UN ANNUNCIO O UN PIANO ” – DI VALTER MARCONE

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Redazione-  Albert Einstein nel suo soggiorno americano ha insegnato per qualche tempo a Princeton. Per raggiungere il posto di lavoro da pendolare viaggiava su un treno locale. Un giorno quando il controllore gli chiese il biglietto rovistò dappertutto nelle tasche e nella borsa ma non riuscì a trovarlo. Il controllore cortesemente lo rassicurò: “Stia tranquillo professor Einstein,la conosco ed è sicuro che ha comprato il biglietto” e passò oltre. Giunto in fondo alla vettura voltandosi indietro vide che Einstein cercava ancora il biglietto e questa volta anche sotto il sedile. Tornato indietro gli disse :”Professore io so chi è lei non si affanni a cercare il biglietto”. Allora Einstein gli rispose:” Anch’io so chi sono ma il fatto è che cerco il biglietto perché non so dove sto andando”.

Il curioso aneddoto che ho letto sui social ma che non so quanto sia vero si addice però alla perfezione a questa Europa che , di fronte ad alcune evidenze in tema di sicurezza e difesa quali l’annuncio di riarmo dei paesi che fanno parte dell’unione, non sa dove andare tanto che non si riesce a capire se la decisione comunicata dalla presidenza della commissione sia un annuncio o un piano . Entrambi sicuramente da trasformare in azioni e risultati concreti che richiedono non solo le risorse evidenziate , 800 miliardi di euro , ma soprattutto tempo. Un tempo che non c’è stando al precipitarsi degli eventi che mette in primo piano la perdita della protezione Nato di fronte ad una Russia putiniana ,alla quale sono state avanzate proposte per una pace in Ucraina , che probabilmente ci sarà per alcuni interessi comuni tra la stessa Russia e l’amministrazione degli Stati Uniti d’America, ma che l’Europa vede ancora come una minaccia. Una trattativa che però stanto alle premesse esclude per il momento l’Ucraina e l’Europa

Donald Trump il neo eletto presidente degli Stati Uniti d’America fin dalla sua campagna elettorale ha richiamato l’Europa ad un maggiore impegno finanziario per le spese militari e in concreto ha fatto capire che l’ombrello Nato di cui l’Europa ha beneficiato per decenni non potrà durare a lungo senza un contributo al suo mantenimento da parte dunque della stessa Europa. La questione sollevata da Trump ha messo l’Europa di fronte ad un fatto quasi compiuto e ha riproposto la questione della difesa comune europea. Oltre che alla trasformazione dell’attuale Nato . Una questione , quella della difesa comune che sicuramente non consiste nel solo riarmo che può essere sbrigativamente liquidato con la ovvia considerazione che le risorse per le armi potrebbero essere utilizzate per beni e servizi alle persone. Ma che è sempre più una questione di difesa comune , una idea che da una parte viene penalizzata anche dall’annuncio mediatico Re Arm Europe e che dall’altra evita però ogni ipocrisia perchè allo stato delle cose di rirmo si tratta in quanto il percorso per una difesa comune è ancora lungo e soprattutto ha bisogno della creazione delle condizioni .Una necessità dunque a cui l’Europa non ha mai voluto guardare fidando sulla protezione della Nato a gestione americana . Una necessità che va adeguatamente considerata in ogni suo aspetto.

Certo il cosiddetto riarmo che suscita immediatamente qualche ripulsa poteva essere chiamato in altro modo. Poteva essere annunciato appunto secondo un piano diversamente strutturato da come si presenta il Re Arm Europe. E sembra che pa Presidente della Commissione nel proseguire il lavoro in questo settore della difesa comune sia già corsa ai ripari annunciando la prosecuzione degli impegni sotto un altro contenitore “Pronti per il 2030”. Ma tant’è. Chiamarlo senza ipocrisia un ritorno alle armi può essere anche utile se appunto questo riarmo si intende anche dal punto di vista psicologico . Non va dimenticato infatti che per quasi ottanta anni i paesi dell’Europa hanno goduto di una pace e le generazioni si sono abituati a questo stato di fatto come pure si sono abituate alla democrazia.Dando per “fatti scontati “ entrambi questi beni preziosi per la convivenza: Senza tener conto che purtroppo pace e democrazia non sono delle conquiste definitive ma vanno cercate e difese quasi quotidianamente .

Nell’attuale situazione geopolitica il presidente della Commissione Ue dando un accelerazione ha annunciato di voler mettere a disposizione per il riarmo una somma pari a 800 miliardi di euro. Una cifra che sembra uno sproposito nelle difficoltà che stiamo affrontando ,pandemia, inflazione, recessione, scarsa crescita ma che fa riflettere su due pericoli che questo piano,così come annunciato, mette in evidenza: temporaneità e precipitazione.

Il Re Arm Europe prevede l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità che consente ai paesi membri di aumentare la spesa per la difesa anche oltre il limite del 3% di deficit senza incorrere nella procedura di infrazione . Oltre ad un nuovo strumento finanziario da 150 miliardi di euro per investimenti militari condivisi. Crediti agevolati che dovranno essere restituiti nel tempo concessi solo per acquisti coordinati tra più paesi membri. Con un ulteriore possibilità, veramente controversa almeno per quello che riguarda l’Italia : utilizzare i fondi di coesione per progetti di difesa militare .Il quarto punto ha per obiettivo il coinvolgimento di finanziatori privati . La Commissione modificherà le attuali normative finanziarie per abbattere le barriere tra mercati nazionali e facilitare gli investimenti transfrontalieri nel settore militare. L’ultimo punto de Re Arm Euripe è la modifica del regolamento della Bei, la Banca di investimenti europei, che ha avuto finora il divieto di investire in spese militari.

Un piano che però sostanziamente non tiene conto del fatto che una risorsa così ingente per essere trasformata in qualcosa di utile, appunto sotto il profilo della difesa, avrebbe bisogno di un nuovo meccanismo decisionale e soprattutto di una integrazione del sistema di difesa dei singoli paesi con una possibile cessione di sovranità. Ovvero la nascita di una Europa politica che a varie ragioni e difficoltà non è riuscita mai a decollare con le conseguenze che purtroppo viviamo come cittadini europei ogni giorno . Significa che una risorsa economica così importante avrebbe bisogno di una Europa “rinata “ovvero una Europa Unita politicamente dando piena attuazione al Manifesto di Ventotene che dà vita ai principi e agli ideali di una Europa che è stata protagonista per millenni nel campo delle arti, delle scienze , arrivando ad identificare , da ultimo con gli Stati Uniti d’America quello che noi chiamiamo “ occidente”. Una Europa che però accanto alle sue magnifiche realizzazioni anche in tema di diiritti, di libertà, di progresso e di conquiste scientifiche e ai suoi errori come per esempio il colonialismo, ha visto i paesi che la compongono lacerarsi in guerre continue. Tanto che la normalità è stata per secoli la guerra e solo negli ultimi ottanta anni l’anormalità, la pace . Proprio quel manifesto fu scritto al confino,nell’isola di Ventotene dove tre antifascisti erano stati confinati dal regime, Alterio Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni che che ne curò la redazione e ne scrisse la prefazione. Il Manifesto venne diffuso in seguito grazie a due donne le mogli di Rossi e Colorni che lo portarono sul continente dall’isola di Ventotene e lo fecero conoscere agli ambienti dell’opposizione di Roma e Milano. Metteva l’accento sul fatto che di fronte a quella che era stata la catastrofe europea il futuro poteva essere diverso dando all’Europa un’organizzazione federale. Una intuizione che ripensava un ruolo da protagonista di quella Europa che stava ancora combattendo una guerra mondiale . “Per un’Europa libera e unita“, il titolo originale, oggi conosciuto come “Il Manifesto di Ventotene”, è dunque un documento anzi “il” documento fondante di una federazione europea ispirata ai principi di pace e libertà, con base democratica dotata di parlamento e governo e alla quale affidare ampi poteri, dal campo economico alla politica estera. Il fulcro per un’Europa unita che fu scritto in piena guerra. Con uno sguardo lungimirante sul futuro , pienamente realizzato fino ad oggi : quello di garantire una pace duratura tra paesi che nei secoli si erano combattuti aspramente. Un futuro che viene messo ora in discussione .

Nello spirito di quel manifesto la difesa comune dovrebbe essere il risultato di una decisione vitale: affidare la difesa Europea ad una autorità sovranazionale indipendente del modello BCE. Diversamente, e il dibattito è aperto, si tratta di promuovere solo un “via libera” , ogni paese per proprio conto , agli acquisti dei supermercati delle armi tra i quali quello più accreditato è sicuramente lo statunitense. Sicuramente con grande soddisfazione di un Trump che vedrebbe di buon occhio tali acquisti perché in favore delle sue industrie belliche La discussione è comunque aperta anche su questo tema perché l’Europa ,dal punto di vista della produzione delle armi, potrebbe e dovrebbe raggiungere una certa autonomia potendo contare su industrie esistenti in casa propria. C’è chi maliziosamente osserva che la disponibilità di risorse da parte della Commissione sia un modo di favorire la riconversione delle industrie tedesche in industrie per la produzione di armi . In tema di un esercito europeo e di una difesa comune è poi il caso di dire che molti sono gli studi pubblicati su questo tema anche se ignorati. Quello per esempio i redatto da Bruegel Think Tank che ha una particolare attenzione proprio per questi aspetti.

Una difesa comune con un ombrello nucleare viene in qualche modo offerta dal Presidente francese Macron. Dal 1972 la Francia ha un sottomarino in grado di lanciare fino al 16 missili balistici con testata nucleare in pattugliamento costante negli oceani . Armato dunque di missili M51 con una potenza fino a 1000 volte superiore alla bomba di Hiroshima. Macron offre questo scudo all’Europa con missili di una gittata di 8000 km tenuto conto che la distanza tra Parigi e Mosca è di 2500 km . Naturalmente per avere uno scudo nucleare francese ,la Francia ,in concreto ,dovrebbe essere disposta a schierare anche aerei Rafale armati di testata nucleare come quelli degli USA che stazionano in basi della Germania, Belgio, Italia, Olanda.

Dunque da queste considerazioni nasce l’esigenza di immaginare uno scenario “post americano “; una opzione nucleare guidata da Francia, con una proliferazione allettante contro potenziali minacce per l’Europa. Una nuova dottrina che al momento non ha certezze né concretezza in un contesto in cui la innovazione in tema di armi è così veloce che ogni ipotesi rischia di essere scompaginata in breve tempo. Riarmo, difesa comune, ombrello nucleare francese al posto di quello americano , ingenti risorse economiche a disposizione sono temi importanti da tenere presenti nel momento in cui ci si accinge a considerare e riconsiderare il problema della sicurezza. Un tema che propone però una domanda interessante: ma la sicurezza è solo quella delle armi o diversamente, in un’ottica di governance e di stabilità ,la possibilità di realizzare politiche di coesione che permettano di dare sicurezza ai cittadini in un momento in cui molte, anzi troppe, sono le incertezze tra le quali guerre, instabilità economica, divisioni politiche. Forse è questo uno degli insegnamenti che non riusciamo a fare nostro e che ,per esempio, ci viene dalla guerra in Ucraina che non riguarda solo armi e frontiere ma anche altre dimensioni per la stabilità economica, coesione sociale e sicurezza energetica.

I fondi di coesione permettono ai paesi europei tra cui l’Italia di creare condizioni di vita essenziale per i cittadini ( casa, lavoro stabile, acqua potabile ) e per le future generazioni. Distrarre risorse a questi fondi per dirottarli nell’acquisto di armamenti è un discorso miope e pericoloso, un errore strategico fondamentale. Certo un rafforzamento della capacità di difesa comune europea quasi sicuramente è necessario, è nell’ordine delle cose , seppure non si sia discusso e non si discuta sufficientemente sulle modalità di realizzazione . Una rafforzamento che però non deve andare a scapito della stabilità interna dell’Europa. Il “ fronte” per l’Europa non è nei suoi confini ma al suo interno, dove la prima linea è rappresentata da città e regioni che combattono un altro tipo di battaglia : quello della stabilità di fronte a cambiamenti epocali come l’invecchiamento delle popolazioni, la transizione economica ed energetica ,la necessità di garantire servizi come la sanità, l’istruzione, il welfare.

Quindi la richiesta di ricercare modalità diverse per finanziare il Re Arm Europe viene da più parti. Per esempio tra i sostenitori del ricorso ad un debito comune , come avvenne con il Covid , c’è Mario Draghi consulente speciale della presidente della Commissione Ue presentando il suo rapporto al Parlamento. che secondo quanto si legge in un comunicato Ansa dice : “La difesa comune dell’Europa” è “un passaggio obbligato per utilizzare al meglio le tecnologie che dovranno garantire la nostra sicurezza”. Un processo nel quale “gli angusti spazi di bilancio non permetteranno ad alcuni Paesi significative espansioni del deficit” e dunque “il ricorso al debito comune è l’unica strada”, Secondo Draghi interventi nazionali a scapito della spesa sociale e sanitaria sarebbero “la negazione” dell’identità europea che vogliamo proteggere difendendoci dalla minaccia dell’autocrazia.”La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione Europea”. “Gli indirizzi della nuova amministrazione hanno drammaticamente ridotto il tempo disponibile” – ha detto Draghi – “l’Europa è oggi più sola nei fori internazionali”.

Dall’annuncio del Re Arm Europe, così come è stato fatto, si intravede in modo preoccuopante la possibilità che questa modalità di avviare in concreto un discorso che ha bisogno di ben altro respiro sia precipitosa ed estemporanea perchè apparentemente non tiene di indicazioni che da più parti si sono sollevate a cominciare appunto da quellke espresse da Draghi . Un piano che così come formulato probabilmente non giova all’Europa che deve seriamente prendere in considerazione una vera minaccia: la dissoluzione . Una crisi di legittimazione strisciante che i cittadini europei avvertono. Le istituzioni europee perdono senso e significato , fiducia e consenso. Risultato: deficit democratico che sembra essere certificato dalla decisione della presidente della commissione Ue di voler sottrarre la discussione su riarmo al Parlamento Europeo. Un deficit che comprime l’esigenza dei cittadini europei di tutelare lavoro, sanità, vita comune e riduce la “difesa militare “ ad una tutela meramente immediata per la sopravvivenza , certamente importante ma troppo semplificativa di una realtà complessa. Riarmo e difesa non sono sinonimi ma spesso possono essere anche contrari.

La chiarezza in questo senso non può venire dalle posizioni “si”,” no”,”astensione” come è accaduto in questi giorni al parlamento europeo da parte per esempio del gruppo democratico ma sicuramente da un diverso modo di argomentare modalità con le quali reclutare, formare , finanziare e sostenere un esercito comune, per esempio che è uno degli aspetti della questione difesa .

Una chiarezza che permetterebbe di svolgere all’Europa anche un ruolo importante in tema di promozione della pace in scenari come quelli Russia Ucraina e Medio oriente . Un modo di declinare l’europeismo che probabilmente è una “babele “ ma è l’unica strada da percorrere. Si può rimanere silenziosi e accettare com’è ineluttabile i rapporti di forza tra cui lo strapotere americano. e magari tranne anche qualche vantaggio. Ma è questo il futuro auspicabile? Come già aveva avvertito Enrico Berlinguer con il suo euro-comunismo si tratta di valorizzare una progettualità politica con il coraggio di pensare al futuro come fecero gli uomini che scrissero il Manifesto di Ventotene che abbiamo ruicordato .Guardarono ad un’alleanza tra le forze progressiste per dare all’Europa il ruolo che le spettava perché le sue potenzialità che esprime ancora oggi con quei valori che da secoli animano la vita dei suoi popoli e che restano unici : occidente e democrazia , avessero ancora un ruolo internazionale

Un futuro dunque in discussione che potrebbe essere incerto a tener conto del fatto che purtroppo questa Europa che conosciamo e che pure ha delle potenzialità ha scelto di privilegiare il primato dell’economia su quello della società. Si sono così svuotate alcune funzioni tra le quali quella della giustizia sociale. Il mercato è la misura e il limite dei diritti e dei servizi per i cittadini. E si sono fatti risentire i nazionalismi che hanno alimentato nei secoli appunto le divisioni e le guerre. Al posto di rafforzare il tema della federazioni tra Stati l’Europa attuale ha raffrozato il centro dando vita ad un contesto in cui gli stati restano nella sola condizione di sorvegliati e a volte puniti come nel caso della Grecia.

Di fronte alla richiesta di riarmo , così come il piano lo avvia, ci sono aspetti che preoccupano il nostro paese tra i quali per esempio e soprattutto la nontraddizione dell’articolo 11 della carta costituzionale. Oltre al debito che con l’allentamento del piano di stabilità si dovrebbe contrarre per le spese militari in una situazione in cui il debito pubblico pesa moltissimo soprattutto a carico delle future generazioni.

Nel 2016 il budget della Difesa non arrivava a venti miliardi mentre nel 2019 era già lievitato a 24 miliardi e con la guerra in Ucraina saliva al record di 32 miliardi di questo anno secondo i dati dell’Osservatorio delle spese militare (Milex ). Con il Re Arm Europe l’Italia dovrebbe aggiungere altri 30- 35 miliardi arrivando praticamente al raddoppio delle spese che sommato ai prestiti comuni di 18 miliardi porterebbe la spesa a 50 miliardi. Imponente rispetto ad uno stato che ha un rapporto debito pubblico PIL di 134,8% tenuto conto che il debito pubblico dell’Italia è salito a 2.965,7 miliardi al 31 dicembre 2024, in aumento rispetto a fine 2023, quando il debito ammontava a 2.868,4 miliardi . Con la stima di una crescita congiunturale del Pil al 30 aprile 2024 dello 0,3%, mentre quella tendenziale era stata dello 0,6%. Con un bilancio che arriva per l’anno 2025, in termini di competenza ad una previsioni per le entrate finali pari a 728.833 milioni, mentre quelle per le spese finali ammontano a 915.769 milioni; il saldo netto da finanziare si attesta a 186.937 milioni.

Abbiamo speso e stiamo per spendere 23 miliardi per 140 carri armati da combattimento secondo un accordo tra Leonardo e il Rein Metal, il gigante tedesco delle armi. Un fiume di miliardi in armi di fronte al fatto che in 10 anni sono stati tagliati 36 miliardi alla sanità pubblica con 43.000 posti di lavoro . Un carro armato costa dunque come lo stipendio annuale di 215 Medici.

L’altro risvolto che va considerato, esaminando appunto il tema del riarmo e comunque della difesa comune è quello che si riferisce alla possibilità che questa accellerazione su questo piano potrebbe produrre consistenti passi verso una maggiore integrazione in molti ambiti. Ovvero la creazione di un meccanismo, anche per altri settori, dove ancora il freno della cessione di sovranità gioca un ruolo decisivo. Senza tener conto del fatto che l’accellerazione in tema di riarmo può favorire innovazioni importanti nel campo di tecnologie di vario tipo, hardware e software. Innovazioni che non solo consentirebbero di disporre di una nuova dotazione per la difesa, ma che potrebbero essere impiegate in seguito anche in altri ambiti. La storia ci insegna che molte tecnologie sperimentate in ambito militare hanno avuto poi delle fiorenti applicazioni in ambito civile. Si pensi per esempio ad internet o più banalmente alla invenzione della penna biro che sostituì la penna stilografica che non scriveva sugli aerei in volo.

Un piano di riarmo deve porsi dunque un obiettivo ambizioso : non solo un supermarket di armi da acquistare ma un intervento strutturale in tre grandi ambiti: energetico, industriale, infrastrutturale. La discussione in questo senso è dunque aperta . Soprattutto per esempio sull’adozione dell’energia nucleare a fissione di nuova generazione in primis e, in prospettiva, quella a fusione; processi industriali di nuova generazione . E poi ancora per esempio , anche in tema di coordinamento delle infrastrutture europee con la creazione di software che consentono di coordinare l’azione di droni aerei, marini e terrestri di diversi costruttori . Quindi con un obiettivo rendere autonoma l’Europa in tema di armamenti atteso che secondo uno studio del Sipri (Stockholm international peace research institute), ben il 55% di tutte le armi acquistate dai paesi europei tra il 2019 e il 2023 proviene dagli Stati Uniti. Un dato che evidenzia una forte dipendenza dall’alleato d’oltreoceano, che ha aumentato del 35% le proprie esportazioni militari verso l’Europa rispetto al quinquennio precedente. Con l’aggiunta che secondo Bloomberg, in Europa mancano attualmente almeno 100mila soldati e tecnici specializzati ( previsioni che arrivano a 300mila), essenziali per operare nei moderni scenari bellici ad alta tecnologia.

Insomma una capacità di vedere non solo eserciti aumentati a dismisura ma anche investire in difesa che non significa solo rafforzare le strutture militari ma anche sostenere l’innovazione con ricadute positive in ambito civile.

E’ questa la strada che l’Europa si avvia a intraprendere con una serie di interrogativi : la corsa alle armi sarà sufficiente a garantire la protezione del continente in caso di disimpegno americano? Come sarà la nuova Nato a cui il suo neo presidente sta lavorando ? L’alleanza con gli Stati Uniti d’America in tema di difesa è ancora una strada da percorrere nei confronti di minacce vere o supposte che si affacciano all’orizzonte ? In un contesto geopolitico in cui una delle priorità del riarmo non è quella dell’unione europea bensì degli stati membri. La strada sicuramente è quella di creare le condizioni per avviare un percorso che porti ad una difesa comune che vuole dire fare un passo in avanti in quella idea di federalismo , fondamentale per un ruolo decisivo dell’Europa non solo nel campo economico e finanziario.

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1 Commento
  1. Claudio Travaglia dice

    Si dice anche di Einstein che avesse messo in guardia rispetto alla quarta guerra mondiale, affermando che si sarebbe combattuta con pietre e bastoni.
    Nella paranoia dei vari Ursula e Marion e, urge svegliarsi e destinate risorse per altre priorità.