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A PROPOSITO DI LUIGI SANTUCCI (E DEL SUO VELOCIFERO)- DOTT.SSA RITA FARNETI

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Redazione- Definito da Benedetto Croce sulla Rivista La Critica, già al tempo della tesi in letteratura infantile, uno scrittore   capace di buona analisi dell’anima dei fanciulli, acuto e accurato, Luigi Santucci, vincitore nel 1967 del premio Campiello con Orfeo in Paradiso, non risulta ad oggi molto considerato.

Appare autore minore, nonostante la sua prosa, elegante e profonda, essenziale nel ritmo narrativo, mantenga quella fluidità necessaria a sostenere il carattere nei vari personaggi dei romanzi. E’ scrittura priva di ridondanze, ma diventa una narrazione scompigliata da una sobria ironia, intinta in un lucido disincanto. Una prosa raffinata e sincera.

Santucci adotta un registro stilistico sorretto, come nel caso de’ Il velocifero, da un’osservazione vigile, quasi austera, nell’evocare le vicende di una famiglia borghese nella Milano del Primo Novecento. Un testo degli anni Sessanta, allora confermato da uno straordinario successo di vendita – fu anche candidato al Premio Campiello – e ad oggi comunque di piacevole lettura, perché ancora si porta con una vitalità letteraria del tutto stimabile.

L’accuratezza alla quale fece cenno Benedetto Croce, un’accuratezza priva di puntiglio, ma capace di cesellare dei personaggi i tratti salienti, si dimostra anche in un lessico aperto comunque al moto gioioso della parola, lungi dal pericolo di costruire un plot narrativo artificioso. Lo sguardo dello scrittore milanese sarà acuto, vigile nel tener conto, senza infliggersi però troppa afflizione, anche delle etichettature con le quali con troppa facilità venne di frequente catalogato.

L’etichetta di scrittore cattolico, se incollata addosso sbrigativamente e puntigliosamente appunto come etichetta (ed è da tempo il mio caso), significa ben poco, serve ad alimentare confusione, pigrizia, archiviamento di personalità e problemi (…)In effetti non mi sento più interessato a Cristo come cattolico di anagrafe di quanto lo fossero i protestanti Martin Luther King o Albert Schweitzer; sono solo uno scrittore che vive oggi, coi suoi spasimi e alternative sempre più tese, una sua cristomachia. Fuori dalla foresta in cui mi arrabatto non posso sapere se troverò Cristo e non so quale Cristo troverò: certo non sarà un Cristo riduttivamente cattolico.

Questo è quanto Luigi Santucci dichiarò in un’intervista del 1972.

Bene lo aveva già intuito anche Gianfranco Contini quando dello scrittore milanese lesse i Misteri Gaudiosi: la fede di colui che scriveva pagine come quelle doveva avere radici fino al centro della terra. Tuttavia Santucci si vedrà comunque imporre l’etichetta di scrittore cattolico, un’etichetta da lui modificata nella più consona versione di scrittore cattolico del dissenso. Riconoscendosi come scrittore e cattolico, Luigi Santucci si nutrirà degli orientamenti filosofici e religiosi del proprio tempo e manterrà forti e tenaci amicizie con personalità letterarie del calibro di Carlo Bo, Primo Mazzolari, Vittorio Sereni, Nicola Lisi, Fabio Tombari, Giuseppe Novello, Cesare Angelini.

Con Calvino, Vergani e Zucconi formerà addirittura una sorta di amicale circolo letterario nella casa avita di Guello, vicino a Bellagio, una villa su quel ramo del lago di Como di manzoniana memoria.

Spesso la scrittura in un narratore rappresenta un dichiararsi: nel dichiararsi si corre il rischio di non essere accolto, capito, complessivamente anche ben compreso. Luigi Santucci aveva intercettato nei propri confronti un grande favore, compiacimento e entusiasmo da parte dell’ala cattolica: erano espressioni lusinghiere, alcune lo portavano addirittura a sorridere per una qualche ingenua goffaggine. Dal mondo laico, invece, non mancava il non apprezzamento, una conseguenza, logica, dell’essere stato naturalmente (…) ripudiato, squalificato e anche deriso. Concludeva però serenamente di considerare il bigottismo dei laici non da meno di quello dei cattolici.

Furono  gli amici a sostenerlo, mostrando di apprezzare la sua prosa, asciutta ed elegante, e la peculiarità dei contenuti. Italo Calvino affettuosamente lo invitava a continuare a scrivere perché c’era la voglia di leggere cose divertenti e con dentro una loro (santa o meno) diavoleria.

Il lascito personale di Luigi Santucci, lo spirito vero della sua avventura letteraria, privilegiata dall’abbandono della professione di insegnante, è presente ad oggi in queste sue parole.

Se dovessi sintetizzare in una formula, in un’espressione il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare. (…) Io ho lodato, ho cercato di applaudire, di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto.(…) La lode, sì, come messaggio, come linguaggio, se non per salvare il mondo (per guarirlo ci vuole altro!), per aiutarlo, perché recuperi una qualche stima, una qualche fiducia in se stesso; perché esca dall’autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l’amabilità(…) Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri, si va a rischio al contrario d’infiltrare negli altri i nostri squilibri, il nostro scetticismo o addirittura pessimismo sull’umanità.(…) E tutto quello che ho avuto l’ho davvero goduto, grazie penso alla mia natura di poeta, l’ho goduto (questo è molto importante) con consapevolezza.

La scrittura è stata per lui un modo riconoscente di ringraziare per le cose ricevute, trattenendo le cose più a lungo possibile nel cerchio della memoria, della gratitudine della vita.

Nutre di questa tensione gioiosa i personaggi de’ Il velocifero, un libro nel quale Renzo e Silvia, i due protagonisti principali, vivono un mondo fatto anche di odori, suoni, colori e sogni, che dovranno abbandonare per incontrare il dolore dei commiati e dei conflitti, prima nella morte di nonno Lorini, il garante di equilibri familiari, poi nella guerra. Lo scrittore milanese offre una narrazione sapientemente dosata, coglie barbagli di malinconia dentro lampi di allegria nell’avventura quotidiana dei suoi personaggi. Il registro lessicale sostiene una prosa che guadagna un languore tiepido e disvela intimità rese domestiche. E’ il topos dolce-amaro del ricordo struggente, ancora sguardo sofferto su conflitti ed interiorità, resi densi nell’uso limpido della parola.

Negli anni della tarda maturità Santucci affermerà deciso che le parole sono tutto, il resto è mediocrità.

Il velocifero sa trasmettere una serietà fondata sulla consapevolezza del dolore: l’arguzia ed un uso vivido del dialetto milanese servono a lenire le asperità del vivere. Sottolineano l’altalenante rapporto di bene e male, vizio e virtù, ingenuità e sfrontatezza, senza togliere respiro ad una mitezza dignitosa, solidamente ancorata al dolore che lambisce un po’ tutti i personaggi. Sarà Renzo, nome di manzoniana memoria, protagonista maschile dell’intera vicenda, a proteggere quel che resta della famiglia da un futuro livido, attingendo da un passato, ancora potente, il calore della musica della vita.

Estraneo alle conventicole letterarie, definito da Calvino lo scrittore a lui   più congegnale, ma anche il più lontano, Luigi Santucci esalta il piacere della vita, pur nella sofferta problematicità dell’esistenza, convinto, da scrittore capace di illuminare il dolore della separazione e del cambiamento, che le parole siano tutto, e il resto mediocrità.

Riferimenti in nota

L.Santucci,Il velocifero,Milano,Mondadori,2018

https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Santucci

https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-santucci_(Dizionario-Biografico)

https://www.luigisantucci.org/scrittore/vita-e-pensiero

https://www.youtube.com/watch?v=0B4H94xPIso&t=1022s

https://www.chiesadimilano.it/news/arte-cultura/luigi-santucci-nel-segno-dellamicizia-33693.html

Quesiti a Santucci, intervista a cura di C. Toscani, Il Ragguaglio librario, settembre 1972

Non sparate sui narcisi, intervista a cura di P. Bianucci, Gazzetta del Popolo, 25 marzo 1972

La foto di Luigi Santucci è tratta da https://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Luigi-Santucci-la-liberta-e-la-fede-un-convegno-tra-Firenze-e-Panzano

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