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“IL PRINCIPIO DI AUTOREVOLEZZA” DI GIANFRANCO CORDI’

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Redazione-Chi gode di stima, credito e prestigio in genere viene definito autorevole. Non si attribuisce la stima a caso; non si conquista, se non con i propri meriti, il prestigio. Non si assume credito se non si è fatto qualcosa di notevole. Con l’avvento della globalizzazione – soprattutto con la globalizzazione delle reti della comunicazione – quello che viene sempre meno è il concetto di autorevolezza. Già in alcune pagine illuminanti Umberto Eco aveva stabilito che oggi l’opionione dello scemo del villaggio (un tempo circoscritta ai quattro amici del Bar Sport) è diventata pari – in termini di stima e autorevolezza – a quella di un premio Nobel. Le Reti appiattiscono tutto. Un post, un Sms, il dialogo in una chat-line tendono a livellare verso il basso qualsiasi tipo di opinione rendendo tutto simile a quella hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere. E nel nero della notte (o nel grigio – secondo Hegel) quelle che vengono meno – come giustamente affermano Vincenzo Susca e Derrick de Kerckhove – sono solamente le differenze. Come ci insegna Jacques Derrida: la differance da una parte fa differire e quindi genera uno scarto ma dall’altra parte rinvia a qualche cosa d’altro. Quindi la mancanza delle differenze – nella società globalizzata – fa si che manchino sia lo scarto che il rinvio – utilizzando il termine differance come sinonimo di differenza in senso decostruttivo (questo può essere uno dei tanti usi possibili). Dunque il Potere (Biopotere – secondo la lezione di Roberto Esposito) delle grandi Aziende Multinazionali (transnazionali) che controllano il Web e che nello stesso tempo non sono soggette ad alcuna restrizione particolare per i loro «Movimenti nell’Impero» (Toni Negri) fa si che si generi una notte nella quale spariscono le differenze e con esse gli scarti e i rinvii. Tutto è piatto, amorfo, sterile: in una parola fragile. Noi sappiamo che un’identità umana si struttura anche in base ad alcune identificazioni particolari ma in un epoca di crisi del Padre (Massimo Recalcati) si ha che questa strutturazione abbia a che fare con un universo di pensiero in cui si registra la fine dell’autorevolezza. La fine delle differenze; la notte; il piattume. In questo livellamento generale e in questa omogeneizzazione l’uomo (l’essere umano) rimane preda di una certa qual confusione: ogni opinione è uguale (come peso in termini di stima) ad ogni altra: non c’è più la possibilità di discernere ciò che è utile alla crescita della mia personalità. E’ il trionfo dei blog, di Youtube, di Facebook. In questa confusione non si sviluppa un umanità nichilista (come avrebbe predetto Nietzsche) cioè un umanità per la quale ogni valore è stato azzerato. Qui i valori sono livellati: sono portati alla stessa cifra: non sono annullati e azzerati. E l’opinione che più mi è utile in questo momento può assumere un valore rilevante per me. Non si sviluppa nemmeno un umanità liquida (come voleva Bauman) ossia un tipo di società nella quale non si ha una forma ma si assume la forma del contenitore che in-forma il sistema. Infattio questa tele-video-umanità ha una forma: che è quella del continuo zapping, del continuo andare verso nuove proposte commerciali o di conoscenza, del continuo vagabondare verso l’offerta più promettente. Umanità nomadica. No. Da questa confusione si sviluppa un umanità fragile che non ha più punti di riferimento. E la cultura di questa umanità è quella di Ciccio di Nonna Papera: che magia, dorme (soprattutto dorme!) e se ne frega. La cultura dei microbi, degli ultimi, del kitsch. Si dice questo non in termini spregiativi (essendo una cultura, anche questa avrà i suoi punti di forza e le sue caratteristiche positive): si dice questo perché queste sono le caratteristiche che emrgono da un umanità digitale, interattiva e che ha sotterrato il principio di autorevolezza. Una cultuira che non ha più punti di riferimento solidi è quella di un tipo di essere umano

fragile, frattale, segmentato, scomposto.

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