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QUANDO NON RISPONDERE AGLI STARDAR RISCHIA DI RAPPRESENTARE LA DIMENSIONE DEL “NON ESSERE”-DOTT.SSA ANTONELLA FORTUNA

11.077

Redazione-Il disturbo psichico o esistenziale non sempre deve essere considerato “handicap”, privazione o mancanza, quanto deturpo; ovvero, un modo nuovo o  diverso di stare nel mondo, essere e comunicare:

«Sento di star divenendo diverso, dunque io ero, dunque sono stato me stesso!»

Le connessioni del concetto Deleuziano della territorializzazione,  indicano  “territori psicologici” che suggeriscono come le  esperienze di “non-sano” siano reazioni del tutto “sane” per mondi “del tutto personali” o “dell’aumentata profondità” di certe percezioni personali.
Il corpo, dunque,  inteso come “macchina”, di cui verrebbe inibito il corretto scorrimento dei fluidi, nella  visione di un individuo che,attraverso  la  “macchina sociale”, che con i suoi ingranaggi comunicativi,  tiene in atto la fenomenologia di queste situazioni.

Guattari e Deleuze gettano le basi per una nuova disciplina: la schizoanalisi, ovvero una sorta di analisi del funzionamento delle istituzioni viste alla luce dei rapporti di potere che esse sviluppano con individui e società.

L’Anti-Edipo, pubblicato nel 1972, ha come compito quello di tornare sull’errore che costituisce secondo gli autori il desiderio concepito come mancanza («l‘inconscio non è un teatro, ma un’officina, una macchina per produrre»), e postula che non è la follia a dover essere ricondotta all’ordine, ma al contrario è il mondo moderno ovvero l’insieme degli ambiti sociali che devono essere interpretati anche in funzione della singolarità del folle («l’inconscio non delira sui propri genitori, bensì sulle razze, le tribù, i continenti, la storia e la geografia, sempre un ambito sociale»). Secondo gli autori, solo il desiderio – o la dimensione del fatto che rivela il desiderio – garantisce la libera configurazione delle singolarità e delle forze nel mettere la storia in movimento.

Secondo l’Anti-Edipo, l’individuo pratico non costituirebbe un punto di partenza (non più che le strutture) nell’ordine della conoscenza e della prassi storica: bisogna invece vederlo come risultato della repressione sociale, cioè del modo in cui le forze attive dell’inconscio si sono strutturate nelle forme storiche dell’uomo e del mondo; o, se si preferisce, come l’effetto di un processo di registrazione sociale delle forme fluide della vita pulsionale, che da luogo simultaneamente all’individuo, alla famiglia, alla struttura economica, ai modi di produzione, ecc.

Se l’individuo e la struttura si ritrovano a fronteggiarsi in un rapporto speculare infinito, è sul fondo di questa registrazione repressiva o, meglio, di questa strutturazione che si trova il fondamento materiale di tutti i nostri sistemi di rappresentazione. Ma questa strutturazione uomo/mondo non è un’illusione della coscienza, uno strato ideologico che si sovrappone al reale deformandolo: essa è reale, appartiene al reale: gli individui ed il mondo, le forze di lavoro ed il capitale, il soggetto e la struttura esistono realmente in una materialità istituzionale irriducibile e piena d’energia viva. È su questo campo reattivo della storia che si costituiscono la coscienza scientifica e la rappresentazione.

Come inventare o reinventare le possibilità dei singoli in tutta la vita, al di là delle loro qualità particolari, senza fonderli in una massa indifferenziata? Come credere al mondo come sorgente di questi movimenti inediti che attraversano le città e i nostri modi di abitarvi? Sta lì il problema della minoranza in Kafka; che è anche il problema melvilliano di uno spazio dinamico dove le singolarità possano comporsi come in un «muro di pietre libere, non cementate, dove ogni elemento si colloca per sé stesso e tuttavia in rapporto agli altri: relazioni fluttuanti, punti mobili e linee sinuose…» (Deleuze, Critica e clinica). Questo è ciò che Deleuze e Guattari cercano di introdurre nel concetto stesso di politica e di «dignità democratica». Ed è forse attraverso la lettura deleuziana di Spinoza che si possono rintracciare degli elementi di una concezione «immanentista» della democrazia, basata sulle possibilità e sui loro rapporti alla libera parola, e non su un contratto ed una verità di stato (come in Hobbes). Ne consegue una politica del «virtuale» e non del solo possibile, che aprirà il senso stesso della politica ad

una sperimentazione irriducibile:

. Contro quelli che pensano “io sono questo, io sono quello”, e che pensano ancora così in maniera psicanalitica (in riferimento al loro passato o al loro futuro), bisogna pensare in termini incerti, improbabili. Il problema non è quello di essere in questo o in quell’umano modo, ma piuttosto di diventare inumano, anomalo: non diventare come una bestia, ma disfare l’organizzazione umana dei corpi, attraversare tale o talaltra zona d’intensità dei corpi, ricoprendo ciascuno le proprie zone, e i gruppi, le popolazioni, le specie che li abitano. (Gilles Deleuze, «Lettera ad un critico severo» in Pourparler)

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