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L’INCONTRO CON L’ALTRO COME RINNOVAMENTO ONTOLOGICO ( DOTT.SSA ANTONELLA FORTUNA- PSICOLOGA CLINICA, PSICOTERAPEUTA DINAMICA IN FORMAZIONE)

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Redazione- Nel quotidiano ignoriamo i meccanismi legati alla funzionalita’ delle relazioni.Curiosi, distratti, incapaci di perdere tempo, altaleniamo tra “ la volontà di vivere” e la “ pulsione di distruggere”.

Divari flebili tra normalità e patologia con connessioni legate ad ansie, perplessità e solitudini distorcenti e manipolanti le comunicazioni stesse.

Come diceva MANZ, bisogna essere umani “ ogni giorno ed in ogni circostanza”, con speranza, coraggio, amicizia ed amore, per dare vita alla sfera “del noi” in quanto categoria primordiale della realta’ umana ( Heidegger).

Se esistere è partecipare, l’incontro non puo’ intendersi come una serie “anonima” ed “ impersonale” di rimandi quotidiani, verso un altrui “ diverso o sofferente”.

Cosa vince tra l’angoscia e la passione per il vivere?

L’inquietitudine, l’invidia, la colpa, il pudore, il coraggio, la fiducia o la nostalgia?

In realtà se la coscienza è intenzionalità e l’esserci è “ esserci- nel mondo”, l’IO si dovrebbe sempre e soltanto comparare con una NOITA’ come fonte di senso e significato.

Lo spessore umano odierno incontra sempre piu’ spesso: il vuoto, l’opaco di una società performativa, in scambi “ anodini ed impersonali” dove il linguaggio non è piu’ “ la dimora dell’essere” ( Heidegger).

Orizzonti dell’assurdo e dell’illusione, manierismi, evasività, il non volersi confrontare, intanto che i silenzi diventano “ solitudini verbali”.

Il rischio della tendenza alla “ depersonalizzazione” è quello di non potersi sottrarre da esperienze oscure, ineffabili del vivere ogni avvenimento come distorsivo, pallido, smorzato e precario.

Una esperienza del proprio tempo, alterata, in cui domina il timore di risonanze individuali ed aloni emotivi.

L’estraniamento è individualismo o dispersione ed angoscia profonda per la vita come movimento significante?

E’ più agevole propendere per “ la vita facile” su attese miracolistiche o vivere di “ esagerate esigenze”, e solo nel momento dell’incontro con una vicenda, un popolo deprivato, un profilo umano, saper “ dimenticarle” per ritrovarci in un NOI autentico.

Allora ci si puo’ riconoscere come esseri viventi ed umani, nel senso piu’ nobile e pieno della parola.

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