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LIBERTA’ DI ESPRESSIONE | FONDAMENTO DELLA DEMOCRAZIA E DELLA PACE

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Redazione- Maria Ressa e Dmitry Muratov  sono i vincitori del premio Nobel per la Pace : “ rappresentano  i giornalisti nel mondo”, “ “per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è una condizione preliminare per la democrazia e una pace duratura” . Cos’ annuncia  il conferimento del premio ai due giornalisti L’Accademia reale svedese. Tra le 329 candidature c’erano anche il leader dell’opposizione russa Alexei Navalny – già vittima di un tentativo di avvelenamento e ora  in carcere – e medici e infermieri italiani per il loro impegno nel corso della pandemia del Coronavirus.

I candidati al premio erano diversi:  dall’attivista Greta Thunberg,  impegnata anche in Italia per il pre  incontro Onu a Milano e poi  a Glasgow , alle organizzazioni che lottano per affermare  la libertà di stampa come “Giornalisti senza frontiere”. C’era anche la cancelliera  tedesca Angela Merkel,  in procinto di  lasciare il suo incarico quindicinale al governo della Germania. Il conferimento ai due giornalisti in realtà assume grande pregnanza e valore  perché testimonia  il riconoscimento ,non solo di un impegno ma di  una dedizione , costi quel che costi, alla libertà e alla sua affermazione in qualsiasi  condizione e sotto qualsiasi latitudine.

«Il giornalismo libero, indipendente e basato sui fatti serve a proteggere dall’abuso di potere, dalle bugie e dalla propaganda – si legge sul sito del Nobel – Il Comitato norvegese per il Nobel è convinto che la libertà di espressione e la libertà di informazione aiutino a garantire un pubblico informato. Questi diritti sono prerequisiti cruciali per la democrazia e la protezione contro guerre e conflitti. L’assegnazione del Premio Nobel per la pace a Maria Ressa e Dmitry Muratov intende sottolineare l’importanza di tutelare e difendere questi diritti fondamentali». E infine: «Senza la libertà di espressione e la libertà di stampa, sarà difficile promuovere con successo la fratellanza tra le nazioni, il disarmo e un ordine mondiale migliore».

Maria Ressa ha denunciato nelle Filippine «abusi di potere e regimi dittatoriali» mentre Dmitry Muratov ha documentato «le condizioni difficili in Russia difendendo la libertà d’espressione». Nello specifico, Ressa ha fondato Rappler, una società di media digitali per il giornalismo investigativo. Come giornalista, ha difeso la libertà d’espressione concentrando la sua attenzione sulla campagna anti-droga del regime di Rodrigo Duterte (presidente della Repubblica delle Filippine). Ha anche documentato come i social media vengano spesso utilizzati per diffondere fake news, manipolare l’opinione pubblica e attaccare gli oppositori. Su di lei è stato anche realizzato un documentario, A Thousand Cuts.

Maria  Ressa  ha 58 anni, è di nazionalità filippina-americana,è co-fondatrice  nel 2012i  d Rappler, una società di media digitali per il giornalismo investigativo, di cui è tuttora a capo. È  stata più volte arrestata su ordine del presidente  delle Rodrigo Duterte ,  vive oggi in libertà su cauzione perché in attesa di un appello contro una condanna dello scorso anno in un caso di diffamazione informatica, per il quale rischia fino a sei anni di carcere. Viene processata secondo il regime filippino perché ha denunciato al mondo le esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie. Si dice che lo stesso Presidente  Duterte  abbia partecipato  a queste esecuzioni  senza processo quando era sindaco  di Davao City ,la terza città delle Filippine per grandezza e importanza.  Sono state e sono  quindi  giustiziate  persone accusate a vario titolo di traffico di droga o altri delitti. Lo stesso Duterte, nel corso della sua campagna elettorale alle presidenziali del 2015, si vantò di avere ucciso personalmente almeno tre persone mentre era sindaco di Davao.In una intervista alloa stessa Ressa commentò i l suo giustizialismo  così : “Quando ho detto che fermerò la criminalità, fermerò letteralmente la criminalità: se sei un criminale e devo ucciderti, ti uccido. Personalmente”.

Marcu Lupis  su Huffpost.it  del 8 ottobre 2021  nel fare un ritratto della giornalista scrive: “Quando conobbi Maria, ai primi di maggio del 1998, da Hong Kong seguivo con attenzione ciò che stava accadendo in Indonesia. Da Giacarta giungevano notizie di un crescente malcontento popolare, sfociato in violenti disordini e in un bagno di sangue, che portò alla caduta del dittatore Suharto – soprannominato “lo sterminatore di comunisti” – il 21 maggio di quell’anno. Lei era già una giornalista affermata – responsabile dell’ufficio della Cnn di Giacarta – ma ciò non le impedì di fornire generosamente aiuto a un collega sicuramente molto menò affermato di lei, come ero allora. In seguito la incrociai in partica ad ogni nuova occasione in cui tornai in Indonesia per coprire i fatti più importanti di quegli anni: l’amministrazione di transizione dell’ex presidente Habibie; il travagliato mandato del primo presidente democraticamente -eletto, Abdurrahman Wahid e la sua sostituzione con il presidente Megawati Sukarnoputri e soprattutto durante la copertura degli eventi più drammatici e rischiosi in quel periodo e in quel Paese, come la violenza separatista, religiosa ed etnica, che includeva decapitazioni brutali e ritualizzate nel Kalimantan occidentale, il conflitto separatista ad Aceh e Irian Jaya e la guerra di religione ad Ambon.”

E continua con queste brevi note biografiche : “Maria Ressa è nata nelle Filippine, ma si è trasferita negli Stati Uniti da bambina dopo che, nei primi anni 70, l’allora presidente Ferdinando Marcos dichiarò la legge marziale. “Sono atterrata nel New Jersey, dove parlavo a malapena inglese, e dovevo capire cosa avrebbe potuto combinare una bambina bassa e scura di carnagione in questo grande mondo bianco”, ha confessato a Lyse Doucet della BBC. In America Maria si è concentrata sull’istruzione e dopo aver studiato alla prestigiosa Princeton University, è stata adottata dal patrigno americano e poco dopo ha deciso di tornata nelle Filippine per “ritrovare le radici”: “Ho sempre sentito di non essere americana come gli americani e poi, quando sono tornata nelle Filippine, ho capito che non ero davvero filippina” mi ha detto una volta, ammettendo la sua condizione unica, sospesa tra due mondi e due civiltà, che era però ciò che la rendeva così unica, interessante e, soprattutto, tremendamente capace nel suo lavoro.”   (1 )

Nell’agosto 2017, la Securities and Exchange Commission (SEC) filippina ha avviato un’indagine contro Maria e nel gennaio 2018, ha revocato la licenza di Rappler. Il 22 gennaio 2018, Maria è comparsa davanti al National Bureau of Investigation (NBI) delle Filippine, per ottemperare a un mandato di comparizione su una denuncia per diffamazione online ai sensi del Cybercrime Prevention Act del 2012, una serie di norme liberticide che l’amministrazione di Duterte ha varato per punire le critiche nei confronti il presidente e i suoi alleati.

La stessa Ressa in merito alla sua vicenda personale ma soprattutto professionale ha detto: ““Viviamo sulle sabbie mobili, potremmo essere oscurati ogni giorno. In due anni sono stati presentati 10 mandati di arresto contro di me. Lavoriamo esercitando i valori presenti nella costituzione filippina”

Dmitry Muratov è un giornalista russo, caporedattore del quotidiano russo indipendente Novaya Gazeta.Un premio che arriva all’indomani del quindicesimo anniversario dell’uccisione di Anna Politkovskaya, la più famosa e la più talentuosa dei suoi giornalisti ammazzati per aver infastidito i potenti.

Scrive Fabrizio Dragosei su Il Corriere della sera.it : “Sei, per la precisione, sono stati i reporter che Dmitry Muratov ha dovuto seppellire durante la sua direzione di Novaya Gazeta, quello che è sempre stato il più libero dei giornali russi. Igor Domnikov nel Duemila; Viktor Popkov l’anno dopo; Yury Shchekochikhin nel 2003; Anna Politkovskaya nel 2006; Anastasia Baburova e Natalia Estemirova nel 2009.

E dei giornalisti caduti ha parlato Muratov subito dopo le notizie giunte dalla Scandinavia: «Non è merito mio ma dei cari colleghi che sono stati ammazzati difendendo il diritto alla libertà di parola».

E continua : “Il nuovo premio Nobel per la pace ha diretto il giornale dalla sua fondazione nel 1993 fino al 2017, quando ha gettato la spugna per «esaurimento» come ebbe a dire lui stesso. Poi però, due anni dopo, è stato richiamato dai suoi colleghi al vertice di Novaya Gazeta che dirige tutt’ora, nonostante le enormi difficoltà di chi vuole ancora realizzare in Russia un mezzo d’informazione indipendente.Nel 1993 Muratov, allora trentaduenne, uscì dal quotidiano Komsomolskaya Pravda durante i violenti scontri tra l’allora presidente Eltsin e il parlamento, assieme ad altri 49 colleghi. Nacque così il periodico Novaya Gazeta (ora esce tre volte a settimana) al quale l’ultimo premio Nobel sovietico Mikhail Gorbaciov regalò una parte del compenso ricevuto a Oslo.Da allora l’ex presidente dell’Urss è sempre rimasto vicino a Muratov e ai redattori e ancora oggi è azionista (al 10%) di Novaya. Dmitry ha iniziato la sua carriera nel giornalismo prestissimo, dopo la laurea a Mosca in filologia. Per il suo giornale ha seguito per un periodo la prima guerra cecena degli anni Novanta. Poi il suo impegno al timone di Novaya è diventato preponderante.”  ( 2  )

Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) con sede a New York ha recentemente diffuso un rapporto contenente l’elenco di 10 paesi dove il diritto di stampa e libera espressione non è osservato come prevede la carta delle Nazioni Unite. Andando per ordine il primo dell’elenco è l’Eritrea, che l’ONG ha definito come il paese più censurato del mondo, seguita da Corea del Nord, Turkmenistan, Arabia Saudita, Cina, Vietnam, Iran, Guinea Equatoriale, Bielorussia e Cuba. I primi tre (Eritrea, Corea del Nord e Turkmenistan) secondo il Cpj usano i media “come megafono dello Stato, il giornalismo indipendente è condotto all’esilio e i pochi giornalisti stranieri autorizzati ad entrare sono attentamente monitorati”. Stati come l’Arabia Saudita, la Cina, il Vietnam e l’Iran, invece, sono responsabili di aver “incarcerato e molestato i giornalisti e le loro famiglie” oltre ad aver condotto una campagna di “sorveglianza digitale e censura di Internet e dei social network”. Le classifiche, si apprende, sono basate su un ampio raggio di violazioni a cominciare dalle restrizioni sui media privati ​​o indipendenti, passando per leggi penali sulla diffamazione fino al blocco di siti Web e la sorveglianza dei giornalisti da parte delle autorità o l’ostacolamento della diffusione delle notizie tramite hacking o trolling mirati. “Molti dei paesi più censurati del mondo sono altamente cablati, con comunità online attive. – ha detto il direttore esecutivo del Cpj Joel Simon commentando il rapporto – Questi governi combinano brutalità vecchio stile con nuove tecnologie, spesso acquistate da società occidentali, per reprimere il dissenso e controllare i media”. “Internet avrebbe dovuto rendere obsoleta la censura – ha concluso Simon – ma ciò non è accaduto”.

Lo Stato eritreo, riporta il Cpj, mantiene un monopolio legale dei media di trasmissione a tal punto che i giornalisti dei media statali seguono la linea editoriale dettata dal governo per paura di rappresaglie. Fonti di informazione alternative come Internet e le trasmissioni satellitari di stazioni radio situate in esilio hanno un campo di applicazione molto limitato, a causa delle occasionali interferenze dei loro segnali e della scarsa qualità del servizio Internet, che è controllato dal governo, secondo DW Akademie. Un controllo ferreo e assoluto degli organi di stampa tale che nel 2001 il governo ha fatto chiudere tutti i media indipendenti. Durante quell’ondata repressiva diversi giornalisti sono stati incarcerati e a tutti loro è stato negato il diritto ad un processo. Attualmente, come si evince dal rapporto, ci sono almeno 16 giornalisti dietro le sbarre nel Paese, l’Eritrea è infatti considerato “il peggior carceriere di giornalisti nell’Africa sub-sahariana”. (3 )

In Italia  il fenomeno dei giornalisti uccisi  e minacciati quindi sotto scorta  trova una costante  stando a quanto per esempio  documenta  l’Organismo permanente di supporto al Centro di Coordinamento per le attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti del ministero dell’Interno su questo fenomeno. Tanto che il 23 aprile 2021 il linguaggio d’odio e le minacce in rete sono stati   al centro della riunione dei componenti di quell’Organismo. Linguaggio  d’odio e minacce  sono due “ fenomeni interconnessi che spesso hanno ad oggetto giornaliste e giornalisti ‘colpevoli’ di trattare argomenti come il fenomeno migratorio, la criminalità organizzata, le attività di gruppi neofascisti e neonazisti.  Un trend di violenza in costante crescita quello evidenziato dal Servizio Analisi Criminale: nei primi tre mesi del 2021 sono stati già registrati 63 episodi (+50% rispetto al primo trimestre 2020), in quasi un caso su due (42%) arrivati tramite web. Lazio, Toscana, Lombardia, Sicilia, Puglia ed Emilia Romagna le regioni più colpite (con 45 casi su 63, pari al 71% del totale). Le donne l’obiettivo privilegiato degli odiatori, con tutto quello che questo comporta in termini di insulti e minacce di tipo sessista.”  Dopo i 73 casi di atti intimidatori nei confronti dei cronisti censiti nel 2018 e gli 87 episodi del 2019, la tendenza all’aumento è confermato per il 2020, con i casi – registrati al 30 settembre 2020 – che già ammontano a 129. Lo riporta l’aggiornamento fornito dal Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza nell’ambito dell’Osservatorio sulle minacce ai cronisti istituito nel 2017 dal Viminale in collaborazione con la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Ordine dei giornalisti. Nel periodo considerato – precisa il report – gli atti intimidatori riconducibili alla matrice della criminalità organizzata si sono attestati al di sotto del 20% del totale dei casi (19% nel 2018; 18% nel 2019 e 16,3% nel periodo considerato del 2020); di contro “i contesti socio/politici e gli altri contesti” appaiono essere alla base della gran parte delle minacce rivolte ai giornalisti. Nel 2018 e 2019, inoltre, circa un quarto delle intimidazioni è arrivata via social network (24% per il 2018 e 23,5% per il 2019), mentre nell’anno in corso il dato è aumentato fino ad attestarsi al 41,9% del totale (54 episodi).2 ( 4 )

“Sono 110 gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti segnalati alle Forze di Polizia nel primo semestre del 2021, in aumento dell’11% rispetto ai 99 episodi dello stesso periodo del 2020. Il 65% dei casi si è verificato in cinque regioni: Lazio (passata dai 35 casi dell’anno scorso ai 26 di quest’anno), Lombardia (dove il trend è opposto: da 7 a 16 casi), Sicilia (13), Toscana (10) ed Emilia Romagna (che da zero episodi è passata a 7). Seguono Puglia e Piemonte (6 casi a testa), Calabria (5) e Campania (4). In aumento anche le minacce alle giornaliste che sono più che raddoppiate rispetto alle 14 conteggiate nei primi sei mesi dello scorso anno. Le intimidazioni veicolate sul web (soprattutto attraverso i social) riguardano 55 episodi nel primo semestre del 2021, in aumento del 27% rispetto allo stesso periodo del 2020. Sono i dati illustrati dal prefetto Vittorio Rizzi, vice direttore generale della Pubblica sicurezza e direttore centrale della Polizia Criminale, e dal direttore del Servizio Analisi Criminale, Stefano Delfini, nell’ambito del seminario “Gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti: una minaccia alla libertà d’espressione” che si è svolto giovedì mattina a Roma organizzato dall’Ordine dei giornalisti insieme alla Direzione Centrale della Polizia criminale.”   (5 )

 Sul sito della Federazione nazionale della stampa italiana si legge che nel 20220 erano  venti i giornalisti che attualmente vivono sotto scorta, per tre dei quali è stato disposta una vigilanza “secondo livello” (appena sotto quello previsto, ad esempio, per il presidente del Consiglio).

In Italia sono  accompagnati da una scorta i giornalisti Sigfrido  Ranucci vice direttore di Rai 3 e conduttore di Report, Nello Scavo, inviato dell’Avvenire , la freelance Nancy Porsia,lo scrittore Roberto Saviano , Sandro Ruotolo, Floriana Bulfon e Federica Angeli, quest’ultima minacciata dal clan Spada di Ostia e sotto scorta dal 2013, Paolo Berizzi e Giovanni Tizian,Sandro Ruotolo  ed altri.

Per non parlare di intimidazioni e minacce direttamente a giornali e quotidiani . Come nel caso de Il quotidiano Metropolis di Castellammare di Stabia che  ha subito varie intimidazioni. Alcune persone collegate a un clan criminale, ritenendosi danneggiate dalla diffusione di una notizia, hanno preteso il ritiro dalle edicole delle copie del giornale e imposto agli edicolanti di non venderlo. Altri episodi analoghi si sono verificati nella stessa zona. Inoltre Giovanni Taranto, direttore di Metropolis TV, è stato minacciato di morte per avere ospitato in un talkshow magistrati impegnati nella lotta alla mafia. Camorra.

Su la testata online Ossigeno per l’informazione   vengono monitorate costantemente situazioni di  intimidazioni  nei confronti dei giornalisti . Ossigeno per l’informazione  nel 2014 ha realizzato la  ricerca “L’antitesi mafia-informazione”, per incariico della Commissione Parlamentare Antimafia. La ricerca ci informa che erano  oltre duemilatrecento i giornalisti minacciati in Italia fra il gennaio 2006 e il maggio 2015. I loro nomi e le loro storie sono stati  pubblicati sul sito web di Ossigeno.  Inoltre nel testo di presentazione della ricerca  (6   )non potendoli illustrare tutti,la rivista presenta  trenta casi fra i più gravi e significativi. Altri 75 casi altrettanto significativi sono contenuti nella pagina sul metodo di Ossigeno dove sono catalogati per tipologia di intimidazione. Per ciascun caso si forniscono i link all’archivio delle notizie del notiziario Ossigeno. È ovvio che moltissimi casi meritevoli di attenzione rimangono fuori da questa carrellata e perciò si invita a scorrere l’elenco completo dei minacciati e a leggere le singole storie.

Questa in breve la situazione in Italia . Nel mondo la situazione non è molto diversa come per esempio in  Messico,  Pakistan,  Filippine,Honduras, ma anche in Iran e Iraq. Le minacce alla libertà di informazione non vengono solo dalla guerra: nel 2020 sono stati uccisi 50 giornalisti nel mondo e la maggior parte lavorava in Paesi non in conflitto. È uno dei dati che emergono dal rapporto annuale di Reporters sans Frontières (Rsf) che monitora lo stato di salute del giornalismo nel mondo. In dieci anni, dal 2011 a oggi, Rsf ha censito 937 vittime, ma il numero dei morti cala più o meno costantemente dal 2012. Quest’anno sono stati uccisi mentre facevano il loro lavoro 50 giornalisti, anche se secondo l’organizzazione sono arrivate meno segnalazioni a causa della pandemia.  (7)

L’ultimo rapporto Demonishing The Media realizzato da Index on Censorship all’interno del progetto di indagine Mapping Freedom Media, che cerca di tenere traccia di limitazioni, minacce e violazioni che colpiscono i professionisti dei media nello svolgimento del loro lavoro. Il periodo preso in considerazione va dal 2014 al 2018 e sono stati monitorati 43 Paesi: gli Stati membri dell’Unione europea, i candidati e potenziali candidati all’adesione, gli Stati non-Ue ma inseriti nell’Area economica europea e quattro paesi dell’ex blocco sovietico. n tutto sono 445 le aggressioni fisiche registrate nell’Ue e l’Italia, con 83 segnalazioni, registra il numero più alto. Seguono Spagna (38), Francia (36) e Germania (25). (8)

Dice l’art. 21 della Costituzione italiana :«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Come detto più sopra, sono stati registrati 445 episodi classificati come aggressione fisica. L’Italia è lo Stato membro col maggior numero di segnalazioni, 83 aggressioni fisiche in tutto, seguita da Spagna (38), Francia (36), Germania (25) e Ungheria (18). Altri 697 episodi, invece, sono stati classificati come intimidazioni. Anche in questa circostanza l’Italia fa da capofila, con 133 casi. Seguono Romania (47), Croazia (41), Francia (39) e Ungheria (36). Nei paesi candidati e potenziali candidati, la Bosnia-Erzegovina ha registrato 47 incidenti. Sono seguiti da Serbia (40), Macedonia (31), Turchia (31) e Montenegro (19).(9)

Continua il rapporto Demonishing The Media realizzato da Index on Censorship all’interno del progetto di indagine Mapping Freedom Media, :”I social media permettono ai giornalisti di entrare in contatto con un vasto pubblico, ma spesso vengono esposti in questo modo, sottolinea ancora lo studio, all’insulto e alla derisione. Gli episodi di molestie online segnalati comprendono accuse di morte, stupro e notizie false da parte di cittadini e politici.In tutto, i casi segnalati sono 117 e il maggior numero tra i paesi Ue proviene dalla Croazia, con 16 casi. Seguono Italia (9), Spagna (9), Regno Unito (8) e Francia (5).Tra i paesi candidati e potenziali candidati, il maggior numero degli episodi si ha in Bosnia-Erzegovina con 16 casi, a cui seguono Serbia (9), Repubblica di Macedonia (5), Kosovo (4) e Turchia (4).«Le minacce alla libertà dei media si verificano in tutta l’Ue, non solo nei paesi considerati ai margini della comunità. Demonising the Media illustra in dettaglio le questioni chiave: dalla legislazione sulla sicurezza nazionale che viene utilizzata per mettere a tacere i giornalisti investigativi fino a minare l’indipendenza editoriale delle emittenti pubbliche di tutto il continente. Tutto questo si svolge in un’atmosfera tossica che i giornalisti si trovano ad affrontare su scala globale», ha dichiarato Jodie Ginsberg, amministratore delegato di Index on Censorship.”

Dice Sandro Ruotolo  uno dei giornalisti minacciati e sotto scorta  da tempo : ““La storia del giornalismo italiano è anche una brutta storia. Abbiamo giornalisti uccisi dalla mafia e dal terrorismo. Casi come Ilaria Alpi. Quando si uccide un giornalista perché fa il giornalista non si uccide solo un membro della categoria, un lavoratore: a perdere è anche la nostra democrazia”

Una democrazia che ha bisogno in Italia e nel mondo della informazione  che è espressione di   libertà  e quindi fondamento della stessa democrazia e della pace  come dimostra l’assegnazione del premio Nobel per la Pace ai due giornalisti vincitori Maria Ressa e Dmitry Muratov  .

( 1 ) https://www.huffingtonpost.it/entry/maria-ressa-reporter-di-razza-che-col-suo-lavoro-la-differenza-lha-fatta_it_61606668e4b0fc312c96ebd7

(2   ) https://www.corriere.it/esteri/21_ottobre_08/dmitry-muratov-chi-giornalista-premio-nobel-pace-2021-3bfe29be-2818-11ec-8a6d-f17b9efd9487.shtml

(3  ) afiaduemila.com/home/terzo-millennio/232-crisi/75688-la-lista-dei-10-paesi-dove-regna-la-censura-e-la-persecuzione-dei-giornalisti.html dalla FONTE cpj.org/reports/2019

(4 ) https://www.fnsi.it/minacce-ai-giornalisti-nel-2021-gia-63-casi-fnsi-preoccupano-gli-attacchi-degli-squadristi

(5)https://www.famigliacristiana.it/articolo/giornalisti-minacciati-nel-2021-casi-aumentati-dell-11-nel-mirino-sopratutto-le-donne.aspx

(6)https://www.ossigeno.info/trenta-casi/#toggle-id-10.

(7)https://www.repubblica.it/esteri/2020/12/29/news/rsf_50_giornalisti_uccisi_nel_2020_la_maggior_parte_in_paesi_non_in_guerra-280281859/

(8)https://www.osservatoriodiritti.it/2018/12/20/liberta-di-stampa-italia-mondo-classifica/

(9)https://www.osservatoriodiritti.it/2018/12/20/liberta-di-stampa-italia-mondo-classifica/

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