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LE MOTIVAZIONI E IL COMPORTAMENTO (I MERCOLEDI’ DELLA CULTURA)

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La redazione, nel ringraziare il Dottor Romandini per i suoi “stimolanti ” articoli, invita,altresi’, i signori lettori ad esprimere le loro considerazioni,al fine di far nascere un dibattito vivace, come conviene a ogni quotidiano che si prefigge non solo di informare, ma di contribuire alla formazione del “bonus civis Rei Publicae”, consapevole dei propri diritti e doveri , in grado di avere un’opinione sugli eventi reali.

Redazione- Definizione del termine e coordinate concettuali. I livelli di analisi del comportamento. Il comportamento e l’approccio biologico: il “modello omeostatico”. Il comportamento e le motivazioni sociali primarie.

Per “motivazione” s’intende la causa o il “motivo” di un’azione o di un comportamento. A sua volta, e coerentemente, definiremo il “comportamento” come l’insieme stabile di azioni e reazioni di un organismo ad una stimolazione proveniente dall’ambiente esterno (stimolo) o dall’interno dell’organismo stesso (motivazione). Se ne deduce, altresì, che il comportamento stesso è un fenomeno rigorosamente non scindibile nella componente cromosomico-genetica ed in quella esperenziale-ambientale, poiché non è mai “puro” in un senso o nell’altro. Ancora, il comportamento risulta (anche negli animali inferiori) evidentemente dominato e regolato dal fine da raggiungere: tale fine, anche quando ignorato dall’autore del comportamento, esercita ugualmente un’influenza direttrice e coordinatrice che lo rende unitariamente organizzato.

Il concetto di “motivazione”, e il suo utilizzo, ha trovato differenti espressioni nella storia del pensiero filosofico e psicologico. Ad es.: la “filosofia razionalista” non ha valorizzato i fattori motivazionali del comportamento, dato che per essa l’elemento principale dell’agire umano è costituito appunto dalla ragione; in direzione decisamente opposta, invece, le posizioni “edonistiche” (ad es., Hobbes); Brucke fu tra i primi ad individuare una matrice fisico-chimica del comportamento; l’evoluzionismo (e in genere, l’etologia) interpreta il concetto di motivazione come parte essenziale del processo di adattamento; la psicologia associazionista non prende in considerazione i fattori motivazionali, essendo suo proposito determinare la consapevolezza attraverso il metodo introspettivo; al contrario, per i “funzionalisti” le motivazioni (o, meglio, gli istinti) sono alla base del comportamento; la psicoanalisi, da parte sua, come sappiamo, vede negli istinti (o, meglio, “pulsioni”) i responsabili principali del comportamento e del pensiero.

Come si vede, si tende a confondere, come generici sinonimi, “motivazioni”, “istinti”, “pulsioni”. Una loro opportuna differenziazione non è solo frutto di un puntiglio filologico. Distinguiamo, così, in modo specifico:

– motivazione: come detto, fattore dinamico del comportamento che attiva e dirige un organismo verso una meta;

– istinto: risposta (innata) organizzata, tipica di una data specie, filogeneticamente adattata ad una determinata situazione ambientale;

– riflesso: risposta automatica ed involontaria agli stimoli che agiscono sull’organismo;

– pulsione: costituente psichica che produce uno stato di eccitazione che spinge l’organismo all’ attività, anch’essa geneticamente determinata ma suscettibile di modificazione (per effetto, ad es., dell’esperienza individuale).

I livelli di analisi del comportamento.

Ulteriore chiarificazione ci può giungere dalla strutturazione, proposta da Teitelbaum (1967), di 3 livelli distinguibili per complessità d’integrazione nell’analisi del comportamento:

A il comportamento riflesso: sono sequenze di “riflessi” mediati dal midollo spinale e suscitati dalla stimolazione di recettori specifici, indipendentemente dalle condizioni interne dell’organismo e dalle condizioni ambientali esterne; [è da notare che proprio in questo campo ha avuto origine la psicologia “sperimentale”, con l’indirizzo comportamentistico di Watson e la riflessologia di Pavlov: essi, difatti, definivano il comportamento macroscopicamente inteso (il comportamento molare) come un fenomeno secondario riducibile da una serie di riflessi (o comportamenti molecolari) da individuare coi metodi della fisiologia];

B il comportamento istintivo (o “specie-specifico”): si tratta delle medesime sequenze di riflessi, ma assoggettate al controllo ormonico attraverso l’azione integrativa degli specifici centri ipotalamici. L’ipotalamo aggiunge al comportamento una componente affettiva (piacere, collera…).

I comportamenti specie-specifici hanno delle caratteristiche tipiche che sono, approssimativamente:

– preformazione: significa che un comportamento, per essere così com’è, non deve essere appreso per esperienza o imitazione, e che viene eseguito perfettamente fin dalla prima volta;

– specificità: significa che ogni specie ha un suo proprio comportamento preformato;

– uniformità: indica l’unicità comportamentale specie-specifica negl’individui della stessa specie;

– costanza: indica la permanenza del comportamento specie-specifico come identico a sé stesso lungo l’arco di vita dell’individuo;

– stabilità: indica che il comportamento preformato non muta attraverso le generazioni;

– ignoranza dello scopo: il comportamento specie-specifico in quanto tale non abbisogna, per essere perfettamente eseguito, della presenza conscia dell’individuo riguardo alle sue cause, al modo di esecuzione o al suo fine.

A sua volta, l’ “atto consumatorio” del comportamento specie-specifico possiede 3 caratteristiche, inerenti alla sua definizione:

-modificabilità limitata;

-indipendenza dall’apprendimento;

-spontaneità: il comportamento specie-specifico si manifesta come non dipendente dall’esperienza e quasi sempre secondo un andamento ciclico; gli apporti dell’esperienza, intelligenza e memoria vi concorrono esclusivamente come elementi aggiunti, affiancati, non necessari dell’atto consumatorio; in particolare, l’intelligenza non è necessaria al comportamento istintivo come tale, ma negli animali superiori quasi sempre vi si affianca come elemento coadiutore, soprattutto in situazioni “difficili”.

C il comportamento motivato (o “intenzionale”): sono azioni che l’animale inizia autonomamente per raggiungere determinati scopi.

Possiamo, per quanto detto, immaginare il comportamento degli animali superiori, ove esistono tutti i livelli d’integrazione prodotti dall’evoluzione, come l’effetto di questi 3 piani di strutture sovrapposte.

Il comportamento e l’approccio biologico: il “modello omeostatico”.

Il fisiologo Cannon (1934) coniò il termine “omeostasi”, per spiegare che la motivazione serviva per riportare le funzioni dell’organismo in una condizione di equilibrio ideale, con la riduzione della tensione prodotta da un bisogno insoddisfatto.

L’ipotesi di una prevalente base biologica della motivazione (articolata e sviluppata dalle osservazioni di altri autori: Lashley, Morgan, Stellar, Grossman…) non è stata suffragata da risultati certi, e sono stati individuati “recettori specifici” solo per alcuni bisogni primari. I centri eccitatori principali sono stati individuati a livello dell’ipotalamo e i centri d’integrazione superiori a livello del circuito limbico [ad es., per quanto riguarda la fame, sono stati individuati (Woods, Mayer) appunto nell’ipotalamo un “centro della fame” (zona laterale), un “centro della sazietà” (regione ventromediale), un “meccanismo glucostatico” (che regola l’ingestione del cibo) e un “meccanismo termostatico” (il quale conduce l’animale ad alimentarsi di più quando è freddo)].

Un’opportuna revisione del modello ha introdotto l’influenza di fattori esterni (ad es., Hull incluse l’idea della spinta dinamica motivazionale del “rinforzo”) e ha distinto (Grossman, 1967) tra motivazioni omeostatiche (fame, sete, sonno, evacuazione) e non omeostatiche (sesso, attività esploratoria, manipolazione…): le prime suscitate ed estinte da modificazioni dell’ambiente interno, le seconde da modificazioni dell’ambiente esterno; le prime adattanti l’organismo al mondo, le seconde “strategie” per appropriarsi e manipolare il mondo stesso. Inoltre, l’insorgenza delle motivazioni omeostatiche è per larga parte (negli animali inferiori totalmente) indipendente dall’apprendimento, mentre l’esperienza passata e la memoria giocano un ruolo importantissimo (preponderante negli animali superiori) nell’insorgenza di quelle non omeostatiche, in senso integrativo ed organizzante [un caso a parte, la cosiddetta “motivazione cognitiva”, una spinta (innata?) a conoscere ed esplorare, proporzionalmente incrementata dal grado di novità e complessità degli stimoli stessi (esperimenti di Harlow e Butler sulle scimmie): la relazione organismo-ambiente si arricchisce, in questo modo, di attività che rispettano l’oggetto, anzi mostrano interesse per esso].

In linea generale, si può affermare con sicurezza che la validità del modello omeostatico decresce man mano che si sale lungo la scala filogenetica ed è sicuramente minima nel caso delle motivazioni umane. Ciò non implica l’irrilevanza dei fattori fisiologici nel sostenere motivazioni come la fame e la sete, ma la necessità di tenere conto di numerosi altri fattori.

Il comportamento e le motivazioni sociali primarie.

Alla base di ogni struttura sociale vi è una richiesta “gregaria” dell’individuo, ch’è una motivazione sociale “spontanea”. Ora, gli elementi fondamentali, che caratterizzano l’ambiente culturale sociogenetico e lasciano una traccia indelebile nel comportamento, sono le figure parentali, i coetanei (generalmente) della stessa specie, l’ambiente fisico circostante. Gli stimoli-segnale caratteristici di queste figure vengono appresi ed assimilati in tenera età essenzialmente in 2 modi diversi:

A “imprinting” (“stampa”) (o “socializzazione primaria”). E’ una forma di comportamento/ apprendimento – studiata in dettaglio per la prima volta da Lorenz (1937) – tipica degli uccelli, che determina una forma di attaccamento nei confronti della figura materna, anche se questa è solo un oggetto in movimento. Si determina in momenti sensibili (“periodi critici”) poco dopo la nascita e può determinare, in maniera più o meno coattiva e in tempi più o meno distanti, scelte successive, come ad es. soprattutto quelle sociali e sessuali [esperimenti di Harlow (1959) sulle scimmiette]. La forza dell’imprinting non dipende solo dalla durata del processo stesso, ma anche dallo sforzo esercitato dall’animale nel seguire l’oggetto.

Oggi, si tende ad estendere il termine “imprinting” praticamente a tutte le specie delle quali sia stata studiata la vita neonatale. Ad es., nella specie umana: il bambino, già nell’utero materno, sarebbe imprinted dal battito cardiaco della madre, per cui i bambini che sentono in continuazione la registrazione del battito cardiaco crescono significativamente meglio e più sereni.

A tal proposito, è stata efficacemente sottolineata l’importanza determinante della variabile “ruolo materno” (o, come è stato anche detto, “organizzatore materno”) per un buono sviluppo dell’emotività, della psicomotricità, della socialità e del linguaggio del bambino. Di contro, Spitz (1946) ha studiato la sindrome presentata da bambini ricoverati in brefotrofio (o comunque privi dell’attenzione e dell’affetto della madre o di un valido sostituto) ed ha concluso che in questi soggetti si ha uno sviluppo della personalità abnorme, patologico soprattutto in direzione antisociale.

B “socializzazione secondaria”: questo modo non è formalmente dissimile dal primo, tranne per il fatto che dipenderebbe dall’apprendimento ed avverrebbe in periodi non critici e sensibili.

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