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LA RECITA E IL POTERE-DI ANTONIO ZIMARINO

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Redazione-La mostra d’arte dell’artista famoso è un esperimento di laboratorio interessantissimo che permette davvero una meditazione profonda sull’essenza o la decenza dell’essere umano. In pratica, permette di capire come si vuol definire la propria posizione in un contesto dal momento che tale posizione dice a se stessi e agli altri, chi siamo o non siamo, ma anche chi vorremmo davvero essere e magari, non possiamo.

La mostra d’arte dell’artista famoso la si frequenta per una serie di motivi e di suggestioni che stanno a metà tra la terapia e l’analisi psicologica o psicoanalitica: nel sistema di cose che avvengono o non avvengono in essa, si verificano e si osservano posizioni, magari non chiarissime, ma sufficienti a stabilire sistemi, gerarchie, contesti.

La si frequenta innanzitutto per dire di avervi partecipato, mentre ruoli e strutture della partecipazione si auto delineano partecipandovi … : c’è una “massa” che costruisce la scena, c’è un primo strato di “connaisseurs » che si stringe di volta in volta nelle proprie relazioni, ( sono le “quinte”, dove ci si apparta metaforicamente e realmente, osservando il muoversi degli altri). In questi radi capannelli ci si scambia volatili impressioni, opinioni e si indirizzano saluti vaghi tra la propria e l’altra cerchia; c’è un secondo strato di “demì élite”, che si guarda intorno, a volte vagamente consapevole di ciò che vede, comunque gratificato di vedere ed essere visto, che saluta chi val la pena salutare, come comparse e comprimari necessari, ad un passo dal proscenio della “véritable élite”: politici di vari gradi, jet set “de noantrii”, imprenditori, collezionisti di vari gradi, signore sussiegose affabili e sorridenti e gnocche in spolvero dal viso severo; c’è “l’élite” vera, che il (ma preferibilmente la) gallerista con cui, affabilmente per motivi di prestigio, di frequentazione, di notorietà o di borsa, si profonde in attenzioni, ammiccamenti, sorrisi e gestualità (in fondo in fondo bottegaie), determinate dal potere effettivo che definisce “élite” o “cerchio magico” che dir si voglia: la possibilità dell’acquisto o dell’esprimere in altre platee elitarie, un qualsiasi pensiero da accogliere come verbo. E’ in realtà la “compagnia di giro”, che non avrebbe bisogno di esserci ma c’è perché nulla è più bello dell’essere in scena e del testimoniare di essere nel cerchio magico. All’apice della catena, ci sono i protagonisti, tra il disorientato e il gratificato, reticenti e comunque « solitari » nell’ammirazione della corte che è lì per quello, per costruire attraverso l’arte, lo spettacolo del mostrare e del mostrarsi.

Qualcuno fende la folla, commentando con improbabili analisi ed emozioni, altri si sentono straniati da qualcosa che non si comprende; c’é chi parla con colui con cui è importante parlare, che saluta con cenno educato colui con cui non ha intenzione di parlare; c’é chi è condiscendente, con varia educazione o freddezza, chi ignora per davvero o per posa, chi si gira altrove, chi beve il vino, chi ciarla con l’amico incrociato. Si, è vero, ci sono anche alcuni amici con cui ci si ritrova davvero, qualche persona che incuriosisce e si stima, al di là del trovarsi in quella kermesse dell’apparenza.

Si raccontano progetti, amenità, considerazioni in tralice, chi sorride a mezza bocca, chi è elegantissimo e se ne autoconvince mostrandosi in mostra, chi non lo è appositamente, mostrandosi in mostra; chi racconta di tizio e di caio, chi chiede il costo delle opere, provando così il sottile orgasmo nel percepire, nel prezzare il luogo della ricchezza, dell’esclusività, del potere, a cui sta facendo cornice. Chi è alternativo, con sguardo truce e diretto, chi guarda dall’alto in basso, chi dal basso in alto … e poi, dei bambini ubriacati dal caos a cui danno un evidente contributo. Età medio alte. Pochi giovani.

L’arte salverà il mondo, diceva qualcuno. Ma il mondo di chi ? E quale mondo ? E cosa salvare in questo marasma di convenzioni, in questo meltin’pot di ambizioni e ostentazioni, persino di finte modestie o di preconcetti e di reale ignoranza dell’altro? Le opere sui muri sono il pretesto del rito, fondamentalmente ignorate, impossibili da vedere, per la calca o semplicemente perché la loro natura sarebbe l’antitesi di quella bolgia di occasionalità. Impossibili da pensare di contemplare davvero per il prezzo esagerato dato alla loro lineare bellezza, che si rivela essere grande a chi guarda, ma certamente niente affatto “democratica”.

Le opere ci guardano come fossimo dei pazzi, praticamente già auto rinchiusi nelle nostre gabbie sociali; ci guardano in silenzio, perché loro non sono davvero mai interrogate e non saprebbero con chi parlare. Rilasciano moderatamente solo qualche parolina della loro profonda sapienza. Il loro valore dipende da altro, dipende da fattori a loro esterni. Se fossero salami firmati, la calca se ne accorgerebbe appena, ma sono gli oggetti del culto, il pretesto per la celebrazione del rito sociale, la messa laica dell’unica transustansiazione mistica che conti per davvero : monetizzare l’idea, misurare la creazione, attribuire il valore del possesso, dare ad un oggetto l’aura necessaria perché chi ha il potere sociale o economico di accedervi si senta adeguatamente collocato nella scala dei valori, mentre chi non può, sogna di averlo. Servono a far capire di «potere».

Un rito, una celebrazione del potere della quantificazione, una sorta di “audizione” sociale, una gara alla conquista di una parte nella recita, così che si sappia qual’è il proprio posto nel gioco e qual’è il proprio potere nel costruirla. L’arte come “dono” al cuore e all’intelligenza, o la raffinatezza della poesia del tratto, divengono la moneta per la definizione di livelli sociali; Poesia acquistabile, che stabilisce il vero valore sociale delle parti : posso essere padrone della bellezza, posso acquistarla. Ma soprattutto, c’è chi me la vende, chi ha bisogno di determinare il valore materiale che si attribuisce al proprio saper fare; chi costruisce il senso di sé nella misura in cui si venda ad alto prezzo ciò che si è diventati. Chi costruisce il senso di sé nella misura in cui è in grado di comprare e possedere la profondità di ciò che l’altro ha proposto.

La bellezza non salverà affatto il mondo, piuttosto, lo salveranno gli ingenui, coloro che guardano la recità non sapendo il senso profondo della trama, chi guarda l’arte come se essa fosse davvero quello che la storia e il pensiero ha detto che sia.

Il mondo sarà salvato dall’ingenuo che non guarda la recita, che non è interessato ad essa ma che si estranea per seguire i moti del “senso”. Sarà salvato da chi conosce tanto bene la recita da fregarsene per andare al cuore dei significati e dietro la maschera delle relazioni.

Ci salverà la capacità di interessarci a ciò che è profondo e disinteressaci al “listino prezzi” non tanto delle opere, ma dei ruoli costruite dal sistema socio-economico delle arti.

Tutto sarà salvato dal volere e dal sapere ignorare sistematicamente il prezzo che il contesto ha stabilito.

Ecco, durante una recita, è possibile capire davvero da quale parte si vuol stare e persino pensare che la propria parte, non c’è, ed è ancora da

scrivere.

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