” LA NASCITA DELLA PAROLA IN PSICOANALISI ” – DOTT.SSA MARIA RITA FERRI
Redazione- E’ noto come ogni differenziazione psichica nasca da una fusione originaria. Così il bambino, nella sua nascita psicologica, emerge distaccandosi gradualmente dall’unione fusionale con la madre. La madre delle origini è peraltro chiamata da S. Freud la “Cosa materna”, ovvero Das Ding, per sottolineare l’indifferenziazione nella percezione originaria del bambino. La madre è per lui il mondo, un insieme di percezioni preziose e non ancora congiunte.
La parola, dunque, nasce con l’Io e nasce dunque da una perdita, la perdita originaria, il distacco da Das Ding.
Ma la parola ci salva perché riunisce il soggetto all’oggetto portato alla dignità di Cosa. Ci salva perché ci unisce, parola pensata che ci ricollega al pensabile, ad un universo sensibile che pulsa oltre l’oggetto e nell’oggetto.
La parola congiunge la pulsione all’immagine, ne genera come la rugiada dal fiore. Genera unendo l’affetto all’immagine, alla rappresentazione, sottraendo gli impulsi al bisogno di porsi pronti ad agire.
Ci salva perché dunque permette l’elaborazione del primo lutto, ne fa un elemento favorevole, fortunato perché dà la libertà di esistere.
Parola è un pensiero possibile. E’ un impulso che ha perduto la sua urgenza e ha trovato un grembo in cui sognare, una mente in cui giungere a divenire pensabile.
La parola sostituisce l’oggetto perduto e un suo richiamo permette di ricordarlo, di dargli un nome e anche di ritrovarlo all’interno. Va a colmare il vuoto generato dalla rottura della liaison originaria.
La parola pronunciata è sempre l’ombra di una parola pensata, parte di un ramage mentale che dà senso al vivere.
La parola include sempre un Altro, è una devozione per l’Alterità, proviene dall’inconscio ed è narrazione infinita. La parola è desiderio dell’Altro, il suo discorso di frumento. E’ sostanza che piange, con G. Bachelard, è un grido modulato dalle parole dell’Altro. La parola notturna, poi, è lirismo puro.
La parola non nasce esclusivamente dalla mente, ma da una mente innamorata dell’oggetto, ad esso protesa, infatti unisce la rappresentazione, la percezione dell’Altro, ad un affetto. Non è mai la ripetizione di ciò che l’Io guarda, ma di come lo guarda. Proprio perché è l’unione tra percezione e pulsione (e la pulsione è la base inconscia degli affetti) la parola viene sempre dal profondo della terra dell’Io.
Dalle origini fusionali con l’oggetto, l’Io lentamente, dalla nascita, si distanzia investendo sui propri confini fino a giungere ad un distacco dall’oggetto. E’ questo un momento altamente traumatico di morte psichica dell’Unione Originaria, perdita dell’Oggetto che, riconosciuto come estraneo, è quindi, con S. Freud, da sempre perduto.
Il distanziamento crea poi uno spazio psichico-fra, un “entre nous”, con E. Lévinas, cioè uno spazio che separa, ma che contiene, unendole intimamente, le due entità.
Questo è lo spazio che permette lo svilupparsi della parola
Spazio d’amore e di desiderio, spazio di creazione, dove l’Arte ha luogo.
La parola è, dunque, superamento della perdita, ne fa un ramo che si rivolge all’oggetto, , che non cessa di cercarlo e di stabilire un nuovo legame con lui. Legame che si rinnova con la parola che, come l’ombra, segue l’Io e si forma dai primi scambi emotivi con l’oggetto divenuto esterno. La parola nasce da uno stupore che l’Io innamorato prova per aver ritrovato l’oggetto, mai più perduto. La lallazione, infatti, è il canto di gratitudine per l’oggetto per essere tornato. Chi ha bisogno di molto parlare, come nella logorrea, si assicura magicamente la presenza senza pause dell’oggetto. La parola, infatti è sempre, nel buio il richiamo della piccola oca Martina alla madre, con K. Lorenz: ”Io sono qui, tu
dove sei?
Nasce nell’area transizionale che si stabilisce nello svezzamento, nel luogo psichico tra la bocca ed il seno. Questo spazio è luttuoso perché sancisce la fine della fusione con la madre rinnovata nella suzione, ma è anche l’area libera per l’Io per ritrovare in un altrove il suo oggetto perduto attraverso l’uso dei suoni e dei gesti.
Tale spazio, tra madre e bambino, è definito transizionale da D. W. Winnicott,è lo spazio che permette il passaggio dell’Io alla esplorazione del mondo e alla ricerca dell’oggetto. E’ il luogo dove l’Io giunge a creare oggetti intermedi che magicamente e simbolicamente rappresentano ai suoi occhi la madre con il bambino, cioè il rapporto nuovamente stabilito in chiave fusionale.
E’ nello spazio transizionale che l’Io dà inizio alla sua storia, e ne inizia la consapevolezza. Con il giungere della parola lo spazio transizionale non è più il vuoto in cui perdersi, ma il luogo dei misteri, dove l’Io riesce a ricreare il legame. I giochi tutti nascono nell’area transizionale, e così i giocattoli vengono a rappresentare la madre con il suo bambino ritrovato e mai più perduto.
L’oggetto così creato, l’oggetto transizionale, è creazione artistica, sublimazione di un dolore e creazione di un’opera che si pone su un piano diverso, il piano onirico del vivere. Attraverso tal dimensione, infatti, il dolore è consolato dall’esistenza di un oggetto non del tutto esterno, ma che mantiene la natura di un oggetto sognato e quindi intimamente proprio.
La parola, nel suo formarsi segue l’Io nel costruire la propria integrità e consistenza.
L’Io, infatti, alle origini non sa di essere un intero, ne’ sa dove egli ha vita, poiché prova esperienze diverse e irrelate, così come irrelato è il corpo nella sua percezione. Le sillabe prima, le parole poi, sono testimoni di un’integrazione felice, così la parola al pensiero, così la psiche al soma. E’ questo il momento in cui il bambino fa esperienza di essere uno e di vivere in questo luogo-esperienza. La madre offre eventi di vita felice e assiste stupita all’unirsi di tali frammenti di vita in parti sempre più complesse che il bambino percepisce di sé e dell’oggetto. La parola segue l’integrazione dell’Io. Le parole poi sono suoni, legati al corpo e alle esperienze sensoriali ed emotive. Sono parole tremanti, come sottolinea T.H. Ogden commentando D. W. Winnicott: “…il tremolio del sentimento-parola del bambino, una parola debolmente legata agli oggetti, scarsamente localizzata, sperimentata ora nel corpo come sensazione senza oggetto, ora nella più definita e localizzata sensazione di sentire un oggetto, ora nel volto della madre…”
Ed è proprio quindi nella relazione con la madre che il bambino può chiamarla con un nome se lei risponde con un’esperienza di vita, fondamentale perché lui la senta viva (cioè capace di vivere con desiderio la sua esperienza con il bambino) e accettando l’illusione del bambino di aver creato lui la madre. E’ così che può nascere, creata, la prima parola. Ciò nel senso che lei abbia il desiderio di ciò che viene a vivere con il bambino e non solo che faccia in modo che qualcosa accada.
Non un vivere operatorio, ma in sintonia, desiderando e non soddisfacendo un bisogno. La parola della madre poi porta il mondo al bambino, rispettando il suo bisogno di crearla, cioè porgendo solo ciò che può essere da lui compresso o ciò di cui egli ha bisogno.
“…L’argomento dell’illusione” scrive D. W. Winnicott in Lo sviluppo emozionale primario “…scopriamo darci la chiave dell’interesse di un bambino per le bolle le nuvole e gli arcobaleni e per tutti i fenomeni misteriosi e anche del suo interesse per i peluches. Da qualche parte, qui, c’è anche l’interesse per il respiro che è impossibile stabilire se venga primariamente dall’interno o dall’esterno”.
La parola, come funzione dell’Io permette di nominare il mondo sensibile e di legarsi ad esso.
Nasce la capacità di pensare. In che modo? Nei due stadi in cui l’immagine si congiunge al suono, avremo una “rappresentazione di cosa” ( l’Io si raffigura l’oggetto attraverso un’immagine che specularmente ricorda l’oggetto) e una “rappresentazione di parola” (l’Io nomina l’oggetto, non più sua creatura, attraverso dei segni e un simbolo che non ricordano per nulla la forma dell’oggetto).
Nel primo stadio nella mente si forma un’immagine che somiglia al massimo all’oggetto, nel secondo caso, un pensiero più maturo è più staccato dall’elemento pensabile e gli attribuisce un segno non collegabile tous cours ad esso. Nasce il simbolo. La parola così genera il segno ed il pensiero.
La capacità di pensiero, nell’opera di W. Bion, è legata alla capacità di apprendere dall’esperienza.
Alle origini l’esperienza con l’oggetto, in assenza di un linguaggio che lo identificasse e con un Io non ancora integrato, era foriera di “sensazioni grezze, penombra di associazioni, elementi onirici”, parole di W. Bion, elementi parzialmente Integrati, da lui chiamati elementi beta.
Tali elementi beta sono elementi primari del pensiero e quindi della parola, perché si trasformino in elementi alfa (parola, linguaggio, pensiero) dovranno entrare in contatto con la dimensione alfa della madre che, in rêverie, ospiterà i piccoli elementi beta del bambino nella propria mente li sognerà e li riconoscerà. Possiamo dire che la madre sogna il senso degli elementi beta del bambino e ad esso risponderà. Il bambino riceve nella risposta al bisogno il significato della sua domanda. Il piccolo Io appoggerà la sua mente a quella della madre e lì riceve il senso. Ciò permetterà agli elementi beta di divenire pensabili e al bambino di costruire per contatto la propria struttura alfa che gli permetterà di apprendere dall’esperienza.
In analisi tale rapporto si duplica: è necessario, a volte, che ci siano due menti per pensare i pensieri impensabili. La capacità di sognare, in rêverie, dell’analista sarà la capacità del paziente di sviluppare un lavoro psicologico su di sé
Esaminiamo ora il rapporto tra il linguaggio e ciò che lo precede nella psiche e nei primi scambi affettivi madre-bambino secondo J. Lacan.
Il sistema linguistico che ospita e lrende possibile e condivisibile la parola ha carattere sovraindividuale e segue norme e leggi precise. L’organizzazione del linguaggio avviene dunque attraverso l’articolazione di segni sovraindividuali.
Questo sistema trans-individuale è sostenuto da un’altra forma linguistica chiamata da J.Lacan lalangue, non strutturata da leggi universali, ma fatta di morbidezza di nidi, tracce colorate, ricordi, tracce mnestiche, suoni, profumi, stupori odorosi.
Il bambino nella lallazione, all’inizio del suo movimento con la madre si esprime con Lalangue, non ancora con il linguaggio. Ciò che si può ascoltare è un impasto di suoni vitali, un insieme astrutturale di emozioni, profumi, cinguettii generosi, trilli colorati, insieme di calore morbido e ricordi, nell’area antica della lalangue che precede il linguaggio.
Lalangue è un insieme assemblato emozionale e singolare.
Con J.Lacan possiamo dire che ognuno ha una sua intima lalangue.
Ogni luogo, inoltre, ogni territorio ha una sua lalangue. Nel nostri luoghi monti, valli che accolgono farfalle, il fiorire improvviso delle ginestre, i fiumi, i trabocchi, le acque, le pietre antiche, portoni, fioriture stupite nei borghi, tracce di memoria.
Lalangue è l’unirsi, l’assemblarsi di ricordi che vengono alla luce nella creazione artistica, l’unica che richiami lo spazio intimo tra i due amanti che sono, con P. Neruda,
“…così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.”
D’altronde si può dire che la parola in autunno è come l’odore dei mosti, come l’edera sui muri, si forma all’ombra dei tigli e profuma di panni al vento.
Infine possiamo dire che se davvero la parola è narrazione infinita, la parola del poeta ha l’incanto della prima luna.
Dott.ssa Maria Rita Ferri
Psicoterapeuta Psicoanalitico
