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” LA MORTE E LE RELIGIONI ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Il Buddha storico era un induista, appartenente alla casta dei guerrieri, il quale predicò nel VI secolo a.C. nel nord del Subcontinente indiano. Egli si staccò dall’induismo, la religione più antica del mondo, perché non accettava i suoi testi sacri (i Veda) né la divisione della società in caste (varna).

L’induismo prevede che l’uomo abbia una anima immortale (ātman), la quale coincide con il Brahman, cioè l’Assoluto, Dio. Il compito della vita è scoprire l’identità tra anima e Dio (questo conferisce mokṣa, la liberazione), altrimenti ci si reincarna in altre esistenze. Demeriti acquisiti in una vita predispongono a reincarnarsi in una vita infelice, e viceversa, cioè i meriti donano una vita futura felice (legge del karma).

Invece il buddhismo nega la esistenza di un’anima immortale (anatta, termine composto da a privativo + ātman, quindi “assenza di anima”). Per il buddhismo tutto è impermanente (aniccia), anche lo psichismo di una vita. Pertanto, secondo una interpretazione, l’anima esisterebbe per i buddhisti ma scomparirebbe con la morte. Allora cosa si reincarna? Non si reincarna l’anima, bensì le condizioni karmiche accumulate nelle vite precedenti, che portano a far sì che la nuova esistenza risenta dei demeriti o dei meriti.

Tuttavia, secondo un’altra tradizione, anatta significherebbe che l’anima non esiste in questa vita. Il secondo libro del Milindapañha (la più famosa delle opere paracanoniche del buddhismo, scritto in pali, la lingua liturgica della corrente buddhista theravada, lingua simile al sanscrito, redatto tra il I a.C. e il I d.C.) prende avvio proprio con la famosa metafora del carro. Il primo libro ha funzione di cornice narrativa, la discussione inizia con il secondo libro. Questo è segno che l’interpretazione di anatta come assenza assoluta di anima era molto diffusa già in passato.

Nella tradizione cristiana si parla molto di “peccato” e di “perdono”, cioè Dio che perdona le colpe e concede la salvezza. Qualcosa del genere esiste anche nell’induismo (Ṛg-Veda VIII: si parla a più riprese di offesa fatta a una divinità e di perdono concesso da questa, la quale è Varuna).

Invece per il buddhismo non prevede ciò, infatti si legge nell’importante Dhammapada 165:

“Da sé stessi è compiuto il male, da sé stessi si diventa impuri; da sé stessi non è compiuto il male, da sé stessi ci si purifica; purezza e impurità sono dentro di noi, nessuno può purificare un altro”.

Quindi per il buddhismo la responsabilità dell’avere una vita migliore dipende dalla intenzione dell’azione, che porta ad ottenere karma positivo. Non l’azione in sé, bensì l’intenzione con la quale è compiuta.

Questo discorso vale per il buddhismo delle origini, cioè quello theravada. Invece in seguito anche il buddhismo si dotò di pratiche per aiutare gli altri, si tratta della possibilità di intercedere per i disgraziati o addirittura di trasferire le proprie buone condizioni karmiche ad un’altra creatura (nel buddhismo tibetano abbiamo la pratica del gtong-len e la pratica del p’owa). È il concetto di mettā, cioè di amore misericordioso verso le creature. Ma non vi è l’idea di un Dio supremo che perdona e dona la salvezza. Per il buddhismo, infatti, le divinità sono espressioni inconsapevoli della mente.

Per il buddhismo il fine ultimo della vita è il nirvāṇa, che indica la cessazione (nir-) di una fiamma, è sinonimo di nirodha, “estinzione”. Il termine viene adoperato dall’induismo per indicare tutti i gradi della realizzazione spirituale, ma i buddhisti primitivi lo usano per esprimere non la estinzione nel nulla dopo la morte bensì quella del desiderio (kāma). Il desiderio spinge ad essere attaccati in questa vita e quindi a reincarnarsi nuovamente in una esistenza transeunte. Chi, dopo molto karma positivo proveniente da molte vite precedenti, è riuscito a sopprimere il desiderio, semplicemente va fuori il ciclo delle reincarnazioni (saṃsāra), vale a dire che raggiunge il nirvāṇa. Egli, come il Buddha storico, continua a stare su questa terra e a insegnare ma dotato di una visione ultima delle cose e, quando muore, non tornerà mai più, penetrando nella beatitudine finale.

Il buddhismo mahayana prevede la esistenza dei bodhisattva, i quali sono degli illuminati che, prima di raggiungere il nirvāṇa, decidono volontariamente di non possederlo per continuare a reincarnarsi qui per aiutare gli esseri senzienti nel loro percorso.

Il sacrificio è il punto capitale della società vedica, cioè induista, mentre il buddhismo non lo pratica. Quindi la composizione dei Veda si accompagna al sacrificio. Infatti i quattro Veda principali (Saṃhitā) raccolgono il proprio materiale in relazione agli officianti fissi del sacrificio vedico, che prevede un invocatore (hotṛ, per cui il Ṛg-Veda contiene gli inni agli dei), un intonatore (udgātṛ, per cui il Sāma-Veda contiene le melodie), un operatore del sacrificio (adhvaryu, per cui il Yajur-Veda contiene le formule sacrificali), un sacerdote capo (brahman, il quale coordina gli officianti, per cui l’Atharva-Veda contiene le potentissime formule di magia bianca e di magia nera).

Gli officianti sono fissi in quanto il sacrificio, per riuscire, deve seguire una procedura ben precisa, dove ogni gesto e ogni formula sono stabiliti in precedenza. Il mondo divino sceglie di stare in relazione con quello umano mediante la perfezione del rito. Il gesto rituale deve essere “perfetto”, saṃsḳrta, donde la parola “sanscrito”, termine che allude alle purificazioni rituali, ai sacramenti (saṃskāra) attraverso i quali passa l’indù durante la propria vita.

La cultura vedica è incentrata sul sacrificio: karman significa etimologicamente “azione”, dalla radice kṛ, “fare”, comune al verbo latino creare, ma nei Veda significa “sacrificio”, in quanto esso è l’azione perfetta, quella per antonomasia. Invece l’altro termine vedico per sacrificio, yajña, rimanda all’idea dell’onorare.

Gli dei creano l’universo sulla base di un ordine prestabilito interno, detto dharma, termine che deriva da una radice che pertiene al campo semantico della stabilità, il dharma è ciò che sta sotto e sostiene. Il dharma permette la coerenza del cosmo e la sua possibilità di esistere mantenendo la propria coerenza. La creazione del cosmo è messa in scena dai Veda come atto sacrificale. Nel Ṛg-Veda X. 90 c’è il sacrificio del Puruṣa, l’Uomo primordiale, che viene sacrificato sull’altare, smembrato e dalle sue membra traggono origine le articolazioni dell’universo. L’atto di creare da una massa informe un corpo (del Macrocosmo o universo e del Microcosmo o uomo) è detto ṛta: è l’atto rituale, che indica etimologicamente l’ordine, da una radice che si ritrova nel latino ordo e ritus. Il rito è l’adattamento stretto tra le parti di un tutto, chiaramente ha una connotazione di sapore brahmanico: l’ordine dell’universo che si riflette sulle gerarchie più basse, tra cui l’uomo e le sue caste.

In questa società in cui tutto si tiene, gli esseri umani ripetono il rito sacrificale iniziale delegandolo a una classe di sacerdoti perché è dai riti ripetuti che si garantisce la perennità del dharma. Nei Brahmaṇa spesso si ripete la formula “come gli dei hanno fatto all’inizio, così noi facciamo”. Senza il rito il cosmo si sgretola, finisce nel a-dharma.

I riti sono rivolti agli dei, quindi c’è una relazione stretta tra umani e divinità. Nell’atto sacrificale avviene uno scambio tra i due mondi: la vittima sacrificale è il nutrimento degli dei.

L’universo vedico è fatto di relazioni interessate biunivocamente. Le divinità sono nutrite, gli esseri umani ricevono benefici, fino alla certezza dell’immortalità nello svarga, il paradiso.

Colui che sacrifica perde una parte delle sue ricchezze, ma allo stesso tempo guadagna di non offrire sé stesso come vittima, cioè delega: quindi vi è una esteriorizzazione del sacrificio mediante un tramite (animale o Soma), che permette a colui che sacrifica di ottenere benefici senza pagarli con la vita.

L’idea di base nei Veda è che questi benefici concessi alla società in qualche modo sono realizzati solo se l’azione è continuamente ripetuta. Per questo deve esserci la classe sacerdotale (brahmani) predisposta a eseguire tali riti, l’unica che li può compiere perfettamente.

Per il mondo vedico (induismo primitivo) il sacrificio permette, come dono più grande, l’entrata nello svarga (paradiso) dopo la morte, invece in seguito l’induismo adotterà il concetto di reincarnazione, così come il buddhismo.

Quindi per l’induismo e il buddhismo il problema fondamentale dell’uomo è quello della morte, così come per tutte le religioni. L’uomo sta in una condizione detta in sanscrito avidya, “non conoscenza”, “ignoranza”, etimologicamente “non visione”: l’uomo comune deve essere istruito sulla esatta realtà della sua condizione e sui modi per ottenere la liberazione.

Ma per il buddhismo è l’uomo l’artefice del proprio futuro e del proprio destino, sulla base della retta intenzione delle azioni. Invece per l’induismo è il sacrificio che permette di manovrare il mondo, di “cuocerlo”, cioè di renderlo commestibile, adatto all’individuo e alla società. Infatti in Ṛg-Veda I.86. 1 è scritto:

ā no bhadrāḥ kratavo yantu viśvato ‘dabdhāso aparītāsa udbhidaḥ | devā no yathā sadam id vṛdhe asann aprāyuvo rakṣitāro dive-dive ||

“possano opere propizie, senza molestie, senza ostacoli e sovversive (dei nemici), giungerci da ogni parte; possano gli dei, non voltandoci le spalle, ma concedendoci protezione giorno per giorno, essere sempre con noi per il nostro progresso”.

Analizziamo per un attimo il testo sanscrito. Il termine bhadrāḥ non indica letteralmente che le “opere” (kratavo) siano ben ispirate, quindi utili e fruttuose, per l’appunto propizie. Il termine kratavo contiene la radice del fare, kṛ-, è un sinonimo di karman, “sacrificio”. Quindi si potrebbe intendere che le opere propizie non siano solo azioni non moleste in genere ma anche i sacrifici, che gli amici tributano alle divinità per il nostro bisogno. Oppure kratavo potrebbe indicare anche la ispirazione, la forza delle idee (“forza” situata nella testa secondo II.16.2): quindi un’altra interpretazione sarebbe quella per la quale il poeta del passo citato chiede agli dei, mediante il sacrificio, di avere buone ispirazioni. Altrove kratu è ordinariamente un termine abbastanza generale, che rientra nei poteri e nelle virtù esemplari di un personaggio, orientandosi verso la “forza” o verso l’intelligenza. Il kratu è il segno di un certo dominio: trasferendo la funzione di Asura ad Agni, gli dei hanno accettato il suo kratu (VII.5. 6), e il mortale favorito dagli dei “abita” (ā kṣeti) il kratu (I.64. 13).

Probabilmente il passo va spiegato con la seconda parte, nella quale si menzionano gli dei. Gli dei sono menzionati perché evocati dal sacrificio: il sacrificio li ingrazia e loro riconoscenti elargiscono benefici al singolo e alla comunità, tra cui quello di avere un buon destino, opere buone da parte di tutti, oppure buone ispirazioni.

Nelle varie sette Tantra (che fanno parte dell’induismo non ortodosso) è la dea Kali, caratterizzata dalle mestruazioni magiche, ad essere la padrona del Tempo, scandito per l’appunto dai suoi ritmi biologici e dai suoi flussi vaginali. E il Tempo riguarda sia la vita terrena sia quella dopo la morte. Nella letteratura tantrica, la Suvasini è una “sacerdotessa”, nel senso che è il veicolo scelto dalla Dea Suprema, o Potere Magico (Mahashakti). Il suo corpo contiene zone di energia occulta intimamente correlate con il reticolo di nervi e plessi collegati con le ghiandole endocrine. Quando il Grande Potere Magico (Kundalini) è destato all’attività, stimola i chakra nel corpo della “sacerdotessa”, generando vibrazioni che influenzano la composizione chimica delle secrezioni ghiandolari. Queste vibrazioni, dopo essersi appropriate dell’amrit (nettare) precipitano in un qualsiasi determinato chakra, formando i fluidi che scorrono dall’apertura vaginale. E la letteratura tantrica afferma che le varie secrezioni vaginali sono tutto ciò che è necessario all’essere umano, anche in preparazione della morte.

In sanscrito l’organo genitale femminile si dice yoni, che ha la stessa radice del latino ianua, “porta”. Secondo Mayrhofer, probabilmente c’è un collegamento anche con l’iranico *iauna, “origine di”, il cui significato primitivo sarebbe quello di “strada, cammino, percorso”, poi perduto. Cfr. nella lingua pašto il termine yun, “andatura, strada”. Quindi la vagina è lo strumento che apre la porta della vita su questo pianeta e, dopo la morte, permette di accedere anche all’altro mondo?

Anche per l’induismo ortodosso è il desiderio che trattiene l’essere umano nel ciclo delle reincarnazioni, quindi bisogna sedarlo con una vita attenta all’aspetto spirituale e mediante l’ascesi, tutto benedetto dal sacrificio. Pure per le sette del Tantra il desiderio imprigiona alle vite, ma occorre non bloccarlo con l’ascesi bensì farlo emergere prepotentemente e continuamente fino a che non si esaurisca da solo, soltanto in questo modo è possibile ottenere la liberazione.

Per il mondo mesopotamico la morte faceva talmente paura che nei testi accadici vi sarebbe una sorta di tabù a parlarne, secondo la studiosa Sturlock. Quindi i testi accadici hanno, accanto a passi espliciti, anche un linguaggio figurato, metaforico per non menzionare direttamente il supremo passaggio. Per esempio, si parla della morte con questa perifrasi:

ana ḫarrāni ša alaktaša lā tayyārat

“sulla strada il cui percorso non torna indietro”

(Epopea di Gilgameš VII 186)

Gli storici delle religioni affermano che i vari culti dell’umanità nascono tutti per esorcizzare la paura della morte.

La morte è il traguardo certo, l’unica certezza della vita, potremmo dire parafrasando il filosofo tedesco Heidegger: la morte ci attende inesorabilmente, quindi pone problema. Ma lo stesso filosofo scriveva che denken ist danken, “pensare è ringraziare”: l’uomo può usare le facoltà mentali e spirituali per spiegare ciò che lo circonda e magari trovare delle soluzioni. Il pensiero quindi è un modo per ringraziare chi ce lo ha dato in virtù dei benefici che dall’atto mentale e spirituale derivano.

L’ebraismo celebrava nel tempio di Gerusalemme dei sacrifici di espiazione per il perdono dei peccati e ottenere dal Dio supremo, YHWH, la salvezza. Il tempio era il luogo deputato al sacrificio, invece la sinagoga, che si diffuse dopo l’esilio, è il luogo della lettura della Parola e della preghiera. Con la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. l’ebraismo non ha più una classe sacerdotale (cioè predisposta al sacrificio). Invece si aspetta l’avvento del Messia per la ricostituzione del tempio e dei sacerdoti. I rabbini non sono sacerdoti ma interpreti della Legge.

Il cristianesimo primitivo si rifà molto ai moduli ebraici. Il centro della fede cristiana è la Eucaristia, nella quale vi è la presenza vera e reale del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Il termine greco eucharistia, “ringraziamento”, deriva dal verbo greco eucharisteō, “ringrazio”, in riferimento alla preghiera ebraica della Berakà, fatta prima del pasto a mo’ di ringraziamento e di richiesta di benedizione da parte di Dio. Quindi prima di tutto la parola greca eucharistia si riferisce al rito del ringraziamento prima della consumazione del pasto, poi passa a indicare il pane e il vino consacrati, cioè sui quali il sacerdote invoca lo Spirito (epiclesi).

La Eucaristia costituisce il culmine della storia della salvezza, cioè ciò che sintetizza e suggella tutto il rapporto di amore tra Dio e gli esseri umani. L’Eucaristia fonda il suo mistero su tre parole greche: agapē (amore), eucharistia (ringraziamento) e eirēnē (pace tra cielo e terra). Gesù si offre al Padre per amore dell’umanità con lo scopo di ottenere la pace dell’umanità con Dio in un continuo atto di profusione di grazia (charis, per cui eucharistia vuol dire letteralmente “buona-eu grazia-charis”). Queste tre parole greche suggellano l’incontro che Dio ha instaurato con gli uomini sin dagli inizi, dopo che essi si allontanarono da Lui con il peccato originale. Secondo san Tommaso d’Aquino la Eucaristia è il Sacramento dell’Amore, poiché contiene l’Amore Divino fatto carne (Summa Theologiae III, q. 73, a. 3).

Come si evince dal Nuovo Testamento, dalle altre scritture primitive e dai dati archeologici, i primi cristiani smisero da subito di celebrare sacrifici cruenti nel tempio di Gerusalemme, preferendo lo spezzare il pane e il versare il vino, cioè il sacrificio del corpo e del sangue di Cristo, come comandato da lui medesimo, “fate questo in memoria di me”. E scelsero come giorno del nuovo sacrificio la domenica, il primo giorno della settimana, cioè quello nel quale risorse Gesù Cristo, che è la base della fede cristiana, come insegna Paolo. I primi cristiani continuarono ad andare per un certo tempo in sinagoga a leggere l’Antico Testamento, ma dato che, su mandato di Cristo, iniziarono a interpretarlo in chiave cristologica, gli ebrei si opposero, quindi già dalla fine del I secolo i cristiani smisero di frequentare le sinagoghe. Nel rito della Eucaristia vi è la condensazione dei due momenti del culto ebraico, già testimoniati così da Giustino nel II d.C.: la liturgia della parola (sinagogale) e il sacrificio del pane e del vino (templare).

Gesù risorge il primo giorno della settimana ebraica, cioè quello dopo il sabato: è la domenica. I Padri della Chiesa parlano in proposito dell’Ottavo Giorno come del giorno finale, nel quale si compie la nostra redenzione. Quando in Luca 24, 36 ss Gesù Risorto appare ai discepoli, dice loro: “Pace a voi!”. Il saluto della Pace, in ebraico Shalom, si faceva ai tempi di Cristo quando finiva un lutto. Nel mondo di ebraico di allora il lutto era una esperienza tremenda, segnata da regole molto rigide, tra cui quella di vestire di nero per una settimana coprendo tutto il corpo tranne gli occhi. Quindi Cristo con quel saluto annuncia la gioia per fine del lutto che riguarda la propria persona, in quanto Egli è risorto. Inoltre, sempre secondo la consuetudine ebraica del tempo, il saluto della Pace va fatto solamente a una persona degna perché “integra” (shelem), come un Maestro, e non alle persone dappoco. Pertanto Cristo dicendo ai discepoli “Pace a voi!”, li forma quali suo corpo mistico, “integri” e degni come Lui. Probabilmente in questa pericope evangelica vi è una allusione alla celebrazione eucaristica: Cristo Risorto è il pane e il vino consacrati (da due millenni la fede cristiana vede nel pane e nel vino consacrati il corpo risorto di Cristo), il quale comunica la pace messianica e la dignità alla assemblea riunita per celebrare il Divin Sacrificio.

In questo brano evangelico quindi abbiamo la Persona di Cristo che allude alla Eucaristia. E questo è assai significativo, in quanto quando Cristo nell’Ultima Cena dice “Questo è il mio corpo”, riferendosi al pane, non vuole riferirsi semplicemente al corpo fisico. Infatti, per gli ebrei di allora il “corpo” è in realtà l’intera persona. Gesù stesso nel capitolo 6 di Giovanni fa riferimento a un “pane vivo”. Quindi l’Eucaristia è corpo, sangue, anima e divinità di Cristo. Allora l’Eucaristia è capace di sentire, di amare, di parlare, di comunicare. I santi si innamorano della Eucaristia in quanto essa è la Persona di Cristo. Quando nel Medioevo i musulmani raggiunsero Assisi e penetrarono nel cortile del convento di santa Chiara, le suore spaventate accorsero da lei, che era la superiora. Santa Chiara si fece portare l’Eucaristia e tutte le suore udirono che il Corpo di Cristo parlava a voce con santa Chiara come una persona viva. Allora santa Chiara, imponendo alle suore di non rivelare mai a nessuno quello a cui avevano assistito se non dopo la sua morte, ordinò loro di portare l’Ostensorio con dentro l’ostia davanti a quei figli del diavolo che stavano per penetrare dentro l’edificio: miracolosamente quei musulmani, alla vista della Eucaristia, scapparono via immediatamente.

Il sacerdote sull’altare spezza il pane e versa il vino, sull’esempio dell’Ultima Cena di Cristo. Pertanto l’Eucaristia in sé è una comunione, una partecipazione. È Cristo che si comunica all’assemblea. Proprio per questo nel brano evangelico di Luca che abbiamo citato Cristo rende “degni” i suoi: Egli comunica la sua Persona mediante il saluto della Pace.

In questo brano Cristo appare vero Dio e vero Uomo. È vero uomo in quanto ha sul suo corpo i segni della passione, ed è vero Dio in quanto egli “aprì loro la mente alla intelligenza delle Scritture” (v. 45). Anche qui bisogna ricorrere al retroterra ebraico: gli ebrei scrutavano le Scritture per trovarvi anche un senso che va oltre quello meramente letterale. Per riferirsi a questo momento di “apertura” della Parola di Dio gli ebrei impiegavano l’espressione magghid ha-katub, “la Scrittura vuol dire, esprime”. Gesù quindi si sta comportando come un Maestro ebraico nell’interpretare la Scrittura in suo riferimento, non solo, ma anche come Dio, in quanto essa parla proprio di Lui. Che qui Cristo sia tratteggiato come Dio lo si può evincere anche dal v. 47: “nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Ora, “nel nome”, in greco epi tōi onomati, è un chiaro riferimento al Dio dell’Antico Testamento, chiamato in ebraico Ha-Shem, Il Nome. Per di più, al v. 50 Cristo li benedisse: Egli non apparteneva alla tribù sacerdotale, quindi evidentemente li benedisse in quanto Dio. Per finire, i suoi gli si prostrarono, l’evangelista Luca usa il verbo greco proskuneuō: per gli ebrei di allora questo atto poteva essere compiuto solo nei confronti di Dio.

Secondo il cristianesimo Cristo, l’Uomo Dio nato e morto duemila anni fa in Palestina, è l’unico Salvatore del mondo, il quale con i meriti della sua morte in croce, vero sacrificio offerto a Dio Padre, ha ottenuto per gli uomini il perdono dei peccati e l’apertura del paradiso. I battezzati che muoiono in grazia di Dio ottengono l’entrata in paradiso e la resurrezione alla fine dei tempi. Il centro della vita cristiana è la Eucaristia, che rinnova la salvezza attuando in maniera non cruenta il sacrificio di Cristo.

Il Santo Curato d’Ars diceva che un buon sacerdote è il più grande dono che Dio può dare a una parrocchia, come se quel santo francese non avesse parole per esprimere la grandezza dell’inviato di Dio. Infatti senza il sacerdote il mondo non avrebbe il Signore. Il sacerdote è allo stesso tempo tutto e niente: è niente perché non esalta la propria persona, è semplicemente un servitore di tutti, per questo veste di nero, segno di rinnegamento di sé, ma è tutto perché porta nel mondo Dio, soprattutto sotto le specie eucaristiche. Dopo Dio il sacerdote è tutto: è lui che ci accoglie alla vita spirituale con il battesimo; perdona i nostri peccati quando ci allontaniamo da Dio e andiamo verso la morte vera, quella dell’inferno; nei momenti nei quali stiamo sulla soglia dell’ultimo passaggio da questo mondo, ci introduce a Dio con il sacramento della unzione degli infermi.

Tutte le opere buone non valgono quanto la Santa Messa: le prime sono prodotte dagli uomini, mentre la Messa è prodotta da Dio! San Pio da Pietralcina riusciva a vedere durante la Messa Cristo che si immola e la Vergine Madre Maria accanto a lui.

La Lumen Gentium (63) descrive la Madonna come Vergine e Madre. Maria ha concepito, dato alla luce e assistito Gesù lungo la vita, fino alla croce, collaborando in maniera singolarissima all’opera della redenzione. Come lei è Madre del Cristo Dio, così è Madre spirituale della chiesa. Nella storia della chiesa anche molte donne esercitano, come Maria, la maternità spirituale, soprattutto verso i consacrati, che sono tentati di più dal demonio, quindi hanno bisogno delle nostre preghiere e non delle nostre critiche. Siracide 2, 1: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione”. La chiesa è sempre stata e è meravigliosa, nonostante le imperfezioni degli uomini.

Il cardinale del Rinascimento Niccolò Cusano in un sogno ebbe chiara una visione, come se entrasse in una chiesa annessa a un convento femminile e lì migliaia di suore pregavano e nelle loro mani tenevano sacerdoti, vescovi e anche il Papa. Lo stesso sant’Agostino diceva che doveva tutto a sua madre Monica, che pregò molto per la conversione del santo figlio.

Per l’Islam non esistono sacerdoti, cioè coloro che presiedono al sacrificio, in quanto Maometto non li ha voluti. Nel Corano, la morte e la vita sono integralmente poste sotto l’autorità divina. Allah le ha create (67,2) ed è “colui che dà la vita e dà la morte” (huwa alladhī yuḥyī wa yumītu; 2,258; 23,80; 40,68; con alcune varianti in numerosi altri versetti). L’avvenimento escatologico del Giudizio divino dà alla vita terrena il senso di un servizio divino (‘ibāda) del quale la vita futura è retribuzione. Per l’uomo libero nei suoi pensieri e nelle sue azioni, la vita terrena è un periodo di prova. Il divenire postumo non è più funzione della solidarietà tribale, ma della fede di un individuo responsabile davanti a Dio quanto all’opera compiuta in vita, e della misericordia divina. Questo cambiamento ha introdotto importanti modifiche nelle pratiche funerarie: l’Islam ha posto un freno alle lamentazioni eccessive e ha incoraggiato la preghiera sui morti, come la visita alle tombe (ziyāra) il cui scopo non è celebrare il defunto ma implorare su di lui la misericordia divina. È la fede in Allah che porta alla salvezza finale, invece per coloro che non credono la morte suscita paura (Corano 2, 19):

yajʿalūna aṣābiʿahum fi ādhānihim mina l-ṣawāʿiqi ḥadhara l-mawti,

“si mettono le dita nelle orecchie per non sentire il fragore delle saette, per timore della morte”.

Secondo approcci psicologici transpersonali, Dio non è una entità astratta o che sta fuori di noi, bensì abita la nostra interiorità. Tutti noi avremmo una costellazione di intuizioni che ci spingono verso il sacro, inteso nel suo senso più generico. È ciò che Frankl chiamava “Dio nell’inconscio”, oppure che Assagioli denominava “Superconscio”. È in fondo la dottrina di Jung, per il quale le divinità abitano il nostro inconscio collettivo e sarebbero gli archetipi, nuclei energetici che ci spingono a fare esperienza in un certo modo.

Avremmo quindi una tensione costante alla spiritualità, più intima di noi stessi. Secondo tale visione, in noi abiterebbe la verità e il senso, che collima con il mondo spirituale. La nostra mente razionale (Io) ignora la verità e si sente perduta, invece il nostro inconscio (Sé) serba tutte le risposte: basta integrarlo nella coscienza.

Anticamente gli uomini avevano un approccio più diretto con le immagini archetipiche inconsce, a detta di Jung e di Hillman. Quindi tali immagini producevano spontaneamente il culto religioso. Invece nella contemporaneità si è perduto il collegamento con la nostra anima più profonda, allora il fenomeno religioso viene meno e “gli dei si sono trasformati in malattie” (Jung) per poter emergere alla ribalta.

Tra le verità custodite nel nostro profondo, c’è anche quella della morte. Il nostro io cosciente è sconcertato di fronte al paradosso del dover lasciare questo mondo, ma il nostro inconscio sa che è un passaggio fondamentale per il nostro sviluppo, che deve completarsi in altri mondi, quelli superiori.

La morte non deve far paura: il nostro inconscio sa che è l’incontro con le energie primordiali, quelle che ci hanno accompagnato per tutta la vita terrena. Dopo la morte si paleseranno e riconosceremo molti volti che ci hanno accompagnato precedentemente.

Hillman scriveva in un famoso saggio pubblicato in Italia nel 2010 che “l’analista parte dalla premessa che ciascuna morte ha un senso ed è in qualche misura comprensibile, al di là di come la si classifichi”.

Bibliografia

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  • L. Renou, Ètudes védiques et pāṇinéennes, vol. 4, Paris 1958.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 57 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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