” LA DONNA NEL VICINO ORIENTE ANTICO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Il Codice di Hammurabi (promulgato dal sovrano babilonese Hammurabi nel II millennio a.C. e redatto in antico babilonese) rappresenta antiche visioni sui ruoli di genere che minimizzano il ruolo delle donne e favoriscono gli uomini. Vi erano fondamentalmente tre classi sociali: l’awilum, il mushkenum e il wardum, rispettivamente il libero, il semilibero e lo schiavo. Le donne venivano classificate in base al loro status sociale (come gli uomini) – i termini includevano: donne libere della nobiltà/classe superiore (awilatum in accadico), donne libere del clero (alcune note come naditu in babilonese), amministratrici (sakintu nel periodo neo-assiro), donne libere della classe inferiore (note con vari termini), prostitute e/o donne single (harimtu in accadico), dipendenti che non appartenevano a nessuna famiglia maschile (sirkus in babilonese), schiave (amtu in babilonese).
C’è una differenza notevole tra il modo in cui uomini e donne potevano controllare e gestire le loro vite secondo il Codice di Hammurabi. Nel mondo odierno la società si sforza di fare in modo che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini. Il Codice di Hammurabi dipinge un quadro drasticamente diverso: una società in cui le donne erano considerate inferiori agli uomini e la procreazione era considerata il loro unico valore. Le donne non avevano il diritto di gestire la propria ricchezza; l’unico riferimento alle donne e al denaro nel codice è quando una donna portava una dote quando si sposava (138). La suddetta dote le sarebbe stata restituita se suo marito avesse deciso di divorziare da lei o se lei avesse voluto lasciarlo (142). È particolarmente ingiusto che se una donna avesse scelto di porre fine al matrimonio, la sua vita dovesse essere esaminata attentamente, mentre un uomo avrebbe potuto risolvere la questione semplicemente pagandole la dote che aveva portato (138). L’infedeltà era un altro problema che veniva trattato in modo diseguale: se una donna veniva sorpresa a tradire, veniva punita (129); tuttavia, era ragionevole che un uomo tradisse e avesse figli con la sua amante (170). Se una donna era considerata “una sciocca” e “persisteva nell’uscire”, suo marito aveva il diritto di perseguitarla (141). Per converso, il testo non menziona l’indecenza di un uomo punito dalla moglie. Emerge chiaramente che le punizioni pensate per le donne erano più severe di quelle pensate per gli uomini. Ad esempio, prescrive la pena di morte per le venditrici di vino che non arrestavano i “cattivi” nel loro locale (109). Alle donne di fede, in particolare alle sacerdotesse, non era permesso entrare nei negozi per bere alcolici (110). Tale distribuzione della giustizia indica che le donne erano soggette ad un grande controllo e una sorveglianza più attenta. Come è evidente dal codice il valore personale delle donne era misurato dalla loro capacità di avere figli. Nel codice, ci sono diversi riferimenti a bambini e gravidanza. Ad esempio, c’è una specifica che permette ad un uomo di divorziare da una donna se la donna non ha dato alla luce i suoi figli (138). Un altro esempio è quando una donna incinta cade vittima della violenza di un uomo e ciò provoca un aborto spontaneo, l’uomo deve pagare denaro come punizione (209).
Per approfondire lo status delle donne nella Mesopotamia antica, consigliamo: Bertman, S. Handbook to Life in Ancient Mesopotamia. Oxford University Press, 2005. Bottéro, J. Everyday Life in Ancient Mesopotamia. Johns Hopkins University Press, 2001. Brosius, M. Women in Ancient Persia, 559-331 BC . Clarendon Press, 1998. Culbertson, Laura. “Slaves and Households in the Near East.” Oriental Institute of Chicago, 2010, pp. 101-112. Halton, C. &Svärd, S. Women’s Writing of Ancient Mesopotamia. Cambridge University Press, 2017. Kramer, S. N. The Sumerians: Their History, Culture, and Character. University of Pennsylvania Press, 1998. Kriwaczek, P. Babylon: Mesopotamia and the Birth of Civilization. Thomas Dunne Books, 2010. Leick, G. The A to Z of Mesopotamia . Scarecrow Press, 2010. Nemet-Nejat, K. R. Daily Life in Ancient Mesopotamia. Greenwood, 1998. Spencer, C. Homosexuality in History. Harcourt, 1996. Stol, M. Women In The Ancient Mesopotamia, 2015.
Anche l’Antico Testamento (composto durante tutto il I millennio a.C.) presenta perlopiù la donna in maniera arcaica. Nei Comandamenti la donna appare una proprietà del maschio. Essa viene vista solo in funzione della maternità, infatti una sterile è concepita quale un tronco secco, inutile.
Tuttavia in questo corpus di scritti (46 libricini di autori diversi) compaiono a volte delle figure femminili assai rilevanti.
L’istanza esegetica femminile è stata avanzata soprattutto nell’ambito anglosassone (esegesi femminista), la quale ha come scopo quello di “de-patriarchizzare” la Bibbia e di demascolinizzare tutto il sistema ideologico, simbolico e linguistico del testo biblico. In realtà la esegesi femminile della Bibbia nasce ben prima, esattamente nel 1885, quando viene pubblicato il primo volume della “Bibbia delle donne”, che avrà il secondo volume nel 1898: si tratta di una rilettura in chiave femminile, ma in seguito diventerà la Bibbia femminista.
Sono molti gli elementi del contesto storico-culturale arcaico che emergono dalla Bibbia, pensiamo solo a:
- Famiglia patriarcale: è un dato di fatto che nella Bibbia il capo della famiglia, il patriarca, è un maschio;
- Poligamia e concubinato: espressioni che determinano una forma di sudditanza della donna verso l’unico uomo, il quale sceglie la sua compagnia preferita secondo il proprio gusto. È questa la struttura dell’harem vicino orientale;
- Ripudio: che secondo Deuteronomio 24, 1 ss avviene sulla base di una clausola, “se l’uomo ha trovato in lei qualcosa di sconveniente, può divorziare”. “Qualcosa di sconveniente” è nell’originale ebraico “cherwat dabar”, alla lettera “cosa di nudità”. Si tratta di una espressione difficile, che è stata interpretata come adulterio, cioè in senso restrittivo, ma al tempo di Gesù il liberalissimo Rabbì Hillel giungerà al punto di inserirvi anche un cibo troppo cotto oppure qualche decennio dopo Rabbì Achiba, molto onorato, da alcuni visto come una figura messianica, formalizzerà un’altra applicazione della clausola, cioè se l’uomo ha trovato una donna più bella può divorziare;
- La legislazione dell’adulterio, anche se può punire in qualche modo pure il marito, colpisce soprattutto la donna. In Giovanni 8 l’adultera sta per essere lapidata, è un caso che ben esemplifica ciò che avviene all’adultera nella Bibbia;
- Matrimonio: nell’antico Oriente fino ai nostri giorni il matrimonio è un contratto, con alla base una clausola precisa di tipo finanziario. In particolare, è molto importante il “mohar”, cioè la dote che deve essere versata dallo sposo al padre della sposa, il quale concedendola a nozze toglie dalla propria famiglia un bene, che deve essere quindi rimpiazzato o pagato. Qualora la donna sia ripudiata, questa potrebbe vivere con il mohar. Alcuni pensano che in Cantico dei Cantici 8, 7 (“Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio”) ci sia una polemica nei confronti della prassi del mohar. Nella Bibbia è norma che il contratto matrimoniale presenti due momenti: il fidanzamento (considerato una prima fase del matrimonio in senso stretto, infatti se si scopre che la donna è incinta si procede al divorzio, cfr. Giuseppe e Maria) e il rito nuziale vero e proprio.
Oltre alle strutture sociali, anche l’ideologia dell’uomo biblico offre spontaneamente il primato del maschio. In Siracide 42, 14 si dice “meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna”. Qoelet 7, 26-28: “Amara più della morte è la donna …”. Così anche in Proverbi, capitoli 5 e 7. In genere la letteratura sapienziale riflette il desiderio di presentare la donna come un pericolo. In Giobbe la moglie rivela un atteggiamento ostile quando la tragedia entra nella vita del protagonista. In Tobia il rapporto tra Anna e Tobi è teso: quando egli si ammala agli occhi la donna gli rinfaccia la sua debolezza. Nel Nuovo Testamento Paolo risente della ideologia del tempo.
Però la Bibbia conosce una ricchissima simbolica femminile: il giardino, l’esaltazione della fecondità e della fertilità, l’immaginario dell’acqua.
Nella pagina di apertura della Bibbia (Genesi 1, 27) Dio “creò l’uomo a sua immagine (in ebraico compare un “be essentiae”), a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò”. Quindi la femminilità è una ricchezza, se assieme alla mascolinità è immagine di Dio. In Genesi 2, 20 solo la donna è “aiuto simile/degno” rispetto all’uomo, che nell’originale ebraico suona “tsezer kenegdo”, alla lettera “aiuto di fronte a lui”: quindi sussiste pari dignità tra uomo e donna! La stessa creazione della donna dalla costola ribadisce la identità di esistenza tra maschio e femmina (in sumerico “ti” significa sia costola sia donna sia vita). In ebraico biblico “uomo” (ish) e “donna” (isshah) hanno lo stesso suono, sono uguali anche sul piano fonetico della lingua.
Nella Bibbia la donna è il segno della comunicazione dell’amore. Nel Cantico dei Cantici è la fanciulla che guida il suo uomo sulle strade dell’amore, le dichiarazioni più alte riguardo l’amore vengono pronunciate dalla donna. Proverbi ha spesso pagine che rompono il contesto sociale del tempo, pensiamo solo a capitolo 5, versetti 15-20:
“15 Bevi l’acqua della tua cisterna,
l’acqua viva del tuo pozzo.
16 Le tue fonti devono forse spargersi al di fuori?
I tuoi ruscelli devono forse scorrere per le strade?
17 Siano per te solo,
e non per gli stranieri con te.
18 Sia benedetta la tua fonte,
e trova gioia nella sposa della tua gioventù.
19 Cerva d’amore, capriola di grazia,
le sue carezze t’inebrino in ogni tempo,
e sii sempre rapito nell’affetto suo.
20 Perché, figlio mio, ti innamoreresti di un’estranea,
e abbracceresti il seno della donna altrui?”.
Nella Bibbia la donna comunica spesso la fede, pensiamo a figure immortali come Rut, Giuditta, Ester, ma anche Debora, Anna, Culda la profetessa (2Re 22, 14-20), la quale con il suo messaggio converte una nazione e riconosce la canonicità del libro trovato nel tempio. La stessa cosa avviene nel Nuovo Testamento. In Luca 8, 1-2 Gesù è seguito da donne. Pensiamo al dialogo di Cristo con la samaritana, il quale le annuncia di essere il Messia (nella cultura dell’epoca la donna non si può ammaestrare nella fede, se per di più è una eretica come i samaritani). Prestiamo attenzione altresì all’episodio di Maria e Marta ai piedi di Cristo, il quale svela loro i segreti del Regno, cioè la cosa più importante. Poi in Giovanni 11 Marta fa una professione di fede, un credo pasquale perfetto.
La donna oltre ad essere oggetto della fede ne è anche soggetto. Sul Calvario assieme a Cristo sono ricordate quasi esclusivamente donne. L’annuncio pasquale è fatto a donne. Maria di Magdala è una figura controversa: gli gnostici cristiani dei primi secoli la identificano con Maria e anche con la Sapienza divina, mentre la lettura occidentale la vede come una prostituta; inoltre nei vangeli apocrifi è la compagna prediletta di Cristo che questi bacia sulla bocca (oltre a una lettura letterale, potrebbe essere anche una immagine tipica della Sapienza dell’Antico Testamento che esce dalla bocca di Dio). Nel vangelo canonico Maria di Magdala riceve la fede e la missione di annunciare (in greco anghelousa) ai discepoli la risurrezione di Cristo.
Nella Bibbia la donna è anche il mistero della relazione. Proverbi 30, 18-20:
“18 Ci sono tre cose per me troppo meravigliose;
anzi quattro, che io non capisco:
19 la traccia dell’aquila nell’aria,
la traccia del serpente sulla roccia,
la traccia della nave in mezzo al mare,
la traccia dell’uomo nella giovane”.
Il mistero, espresso dalla traccia, è quello per cui l’uomo va verso la donna. È inspiegabile questa attrazione! La dea dell’amore sumerica, Inanna (come la Isthar dei babilonesi), diceva: “Sono io la divinità che fa andare l’uomo verso la donna, faccio andare la donna verso l’uomo”.
C’è altresì nella Bibbia il mistero della fecondità. La prima donna è colei che serba in sé le radici della vita, è tale il nome “Eva”, come spiegato dalla Genesi. In Sofonia 3, 17 è scritto: “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente”, dove “in mezzo a te” è nell’originale ebraico “be-qirbek”, letteralmente “dentro l’utero tuo”. Quindi la donna ha in sé il mistero del divino. I berberi cantano alla madre: “Se una donna ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il suo Creatore”.
Maria è la Madre verginale di Cristo, l’Uomo Dio incarnato nel nostro mondo duemila anni fa per morire in croce come sacrifico a Dio Padre con lo scopo di ottenere il perdono dei nostri peccati. Maria quindi non solo è Madre di Cristo ma anche Madre di Dio. In Gesù Cristo c’è una sola Persona in due nature (umane e divina) intrinsecamente unite, allora Maria è veramente Madre di Dio. La fede cristiana la vuole Vergine prima, durante e dopo il parto: le chiese orientali esprimono questo mistero raffigurando sul manto della Madonna tre stelle. Il giusto Giuseppe è solo il “padre putativo” di Cristo, con l’incarico di proteggerlo, assisterlo e procurargli sostentamento materiale e morale lavorando come artigiano.
Cristo è definito Logos, Parola (Giovanni 1, 1), quindi l’utero di Maria, fecondata dallo Spirito Santo, accoglie la Parola di Dio. Nell’Antico Testamento l’Arca dell’Alleanza accoglieva le tavole dei Dieci Comandamenti dati a Mosè da Dio sul Sinai, ora nel Nuovo Testamento Maria è la Arca della Nuova Alleanza, che ha custodito per nove mesi la Parola di Dio. Inoltre Maria dona al mondo suo Figlio permettendo che Dio giunga al cuore dei credenti, esattamente come fece manifestandolo ai Magi nella grotta di Betlemme.
Maria viene definita dall’angelo “piena di grazia” (Luca 1, 28), in greco kecharitōmenē. Si tratta del participio perfetto passivo del verbo greco charitoun, “dare grazia”, quindi indica che Maria è investita (passivo) di una grazia perfetta e duratura che implica pienezza (perfetto). Non per nulla il Magistero della Chiesa afferma che “la pienezza di grazia indica tutta l’elargizione soprannaturale, di cui Maria beneficia in relazione al fatto che è stata scelta e destinata ad essere Madre di Cristo” (Redemptoris Mater 9).
Maria è il modello di ogni vero cristiano. Ciò che Dio ha fatto in Maria era quanto accadeva ai progenitori prima del peccato originale e quanto accadrà ai salvati in Cristo.
Il sacrificio di Cristo sulla croce, compiuto duemila anni fa in maniera cruenta, continua ad avvenire in maniera non cruenta in ogni Messa: il pane spezzato e il vino versato dal sacerdote diventano, con la invocazione dello Spirito (epiclesi), il vero e reale corpo di Cristo risorto, che partecipa della morte e della risurrezione. San Pio da Pietralcina vedeva in ogni Messa Cristo che moriva e assieme a lui la Madonna.
La vita di Maria è stata, nella vita terrena strettamente unita a quella di cristo, e la cosa perdura nella vita eterna. Esiste la risurrezione spirituale, che avviene nel battesimo, e la risurrezione della carne alla fine del mondo, quando Cristo ritornerà sulla terra nella Gloria. Solo allora tutti risorgeranno, i buoni per una risurrezione di gloria e i cattivi per una risurrezione di condanna. Fino a quel momento sono due le persone risorte: Cristo e la Santa Vergine, la quale è stata assunta in Cielo in anima e corpo. La chiesa lascia liberi i teologi di asserire che la Madonna è morta (la sua anima si staccò dal corpo) oppure di asserire che Maria non è mai morta. Il corpo dei risorti non ha vincoli di spazio e tempo, quindi quello di Cristo può comparire in ogni ostia consacrata e quello di Maria può apparire anche in posti diversi contemporaneamente.
Maria è risorta per partecipare della dignità del Figlio secondo una legge mistica per la quale la loro unione nella vita terrena deve continuare nella vita spirituale. Inoltre, come Maria alle nozze di Cana intercedette presso il Figlio per ottenere il miracolo dell’acqua trasformata in vino, così Maria intercede a favore di tutti i battezzati le grazie necessarie che il buon Dio ama concedere.
Maria è la Mediatrice di tutte le grazie che Dio riversa ogni giorno sull’umanità. È anche invocata come Aiuto dei Cristiani e Causa della nostra gioia. Gesù stesso sulla croce (Giovanni 19, 25-27) affida a Maria il discepolo che Egli amava, San Giovanni, e Maria a San Giovanni. In San Giovanni vi sono tutti i cristiani, che la hanno come Madre. Maria è Madre della Chiesa (Paolo VI).
Giovanni Paolo II (Remptoris Mater 27): “Maria appartiene indissolubilmente al mistero di Cristo, ed appartiene anche al mistero della Chiesa sin dall’inizio, sin dal giorno della sua nascita. Alla base di ciò che la Chiesa è sin dall’inizio, di ciò che deve continuamente diventare, di generazione in generazione, in mezzo a tutte le nazioni della terra, si trova colei «che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Proprio questa fede di Maria, che segna l’inizio della nuova ed eterna Alleanza di Dio con l’umanità in Gesù Cristo, questa eroica sua fede «precede» la testimonianza apostolica della Chiesa, e permane nel cuore della Chiesa, nascosta come uno speciale retaggio della rivelazione di Dio. Tutti coloro che, di generazione in generazione, accettando la testimonianza apostolica della Chiesa partecipano a quella misteriosa eredità, in un certo senso, partecipano alla fede di Maria”.
Sant’Agostino diceva che la fede nasce nel cuore di coloro ai quali lo permette Maria. Sant’Alfonso Maria de Liguori rivelava che, nel momento della morte, i diavoli si accampano attorno all’agonizzante per cercare di strappare l’anima a Dio, ma si presenta anche la Vergine Maria per intercedere a suo favore: e coloro che le sono stati devoti in vita avranno grazie speciali in quell’ora suprema.
Maria Santissima in persona fece 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che morì nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:
- “Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
- Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
- Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
- Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
- Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
- Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
- I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
- Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
- Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
- I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
- Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
- Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
- Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
- Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
- La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione”.
Giovanni Paolo II (Rosarium Virginis Mariae 7): “Numerosi segni dimostrano quanto la Vergine Santa voglia anche oggi esercitare, proprio attraverso questa preghiera, la premura materna alla quale il Redentore moribondo affidò, nella persona del discepolo prediletto, tutti i figli della Chiesa: « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19, 26). Sono note le svariate circostanze, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, nelle quali la Madre di Cristo ha fatto in qualche modo sentire la sua presenza e la sua voce per esortare il Popolo di Dio a questa forma di orazione contemplativa. Desidero in particolare ricordare, per l’incisiva influenza che conservano nella vita dei cristiani e per l’autorevole riconoscimento avuto dalla Chiesa, le apparizioni di Lourdes e di Fatima, i cui rispettivi santuari sono meta di numerosi pellegrini, in cerca di sollievo e di speranza”.
In Genesi 3, 15 vi è una profezia, che in ebraico suona:
we’ebah ‘ašit beneka uben ha’iššah
uben zar’aka
uben zar’ah
hu yešupeka roš
we’attah tešupennu ‘aqeb
“Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno”.
L’autore della Genesi si sta riferendo al serpente tentatore, che i Padri della Chiesa hanno visto come il demonio. La donna è Eva.
Da questo Proto-Vangelo è nata l’immagine della Beata Vergine Maria con una serpe sotto i piedi. Ma, stando al testo ebraico, che abbiamo riportato, “questa (hu, pronome neutro) ti schiaccerà la testa” si riferisce alla stirpe (genere neutro) e non alla donna (genere femminile). L’equivoco è nato dalla traduzione di San Girolamo che rende: “ipsa conteret caput tuum”. Anche le antiche versioni greche sbagliarono nel rendere l’ebraico hu, che è tradotto come autos, maschile, “egli” (e non auto, neutro, come il pronome ebraico): quindi le traduzioni greche vedevano precisamente nel Messia colui che avrebbe schiacciato la testa del serpente.
Ma a prescindere da queste sviste, la Genesi parla chiaramente del seme di una donna, la sua discendenza, la quale schiaccerà la testa al demonio. Sono i Figli della Luce, di cui parla San Paolo (1Tessalonicesi 5, 5), cioè i 144.000 di cui parla Apocalisse 7. Nella Bibbia i numeri sono simbolici. Il numero 144.000 è formato da 12 per 12, che dà 144; poi 144 è moltiplicato per 1000. 12 è simbolo del popolo di Dio (le tribù di Israele e gli apostoli). Invece 1000 vuole alludere alla grandezza. Quindi in questi 144.000 ci sono gli eletti, i veri cristiani, il cui numero è sterminato, grandissimo.
Il verbo ebraico šup significa di per sé “stritolare”, ma in una seconda accezione (come forma parallela di ša’ap) significa “avventarsi”, “cercare di afferrare”.
Il verbo in questione da una parte indica l’azione di chi “insidia”, dall’altra quella del “vincere”: si tratta di una azione completa, chi insidia lo fa per vincere l’avversario. “Questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”: si usa nell’originale ebraico lo stesso verbo. Allora gli studiosi ipotizzano che tra i due “semi” vi sia una tensione costante nella storia, come se il testo di Genesi ancora non contemplasse la vittoria finale della stirpe della donna. Inoltre l’ “inimicizia” è in ebraico ‘ebah, indica uno scontro continuo, una lotta senza tregua, pertanto è da tradursi meglio con “guerra”.
Ma noi che siamo cristiani sappiamo che vincerà la stirpe della donna, cioè Gesù. Ce lo dice Giovanni 1, 5:
to fōs en tēi skotiai fainei, kai ē skotia ou katelaben
“la luce splende tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta”.
Il verbo greco katalambanein significa sia “comprendere” sia “accogliere” sia “afferrare” sia “vincere”. Anche in questo caso si afferra per vincere l’avversario. Potrebbe essere tradotto in tutti questi modi. Forse l’originale aramaico è il verbo ‘aḥad, “afferrare”.
È interessate il gioco dei tempi verbali. La luce continua a splendere (presente: fainei) tra le tenebre fino ai nostri giorni, ma al tempo dell’evangelista le tenebre non la hanno compresa/accolta/afferrata/vinta (aoristo: ou katelaben). Nel greco biblico l’aoristo può avere valore di perfetto.
Qui compare per la prima volta in Giovanni la lotta tra Luce e Tenebre, che viene menzionata anche nel Testamento dei XII Patriarchi ma soprattutto negli scritti di Qumran. Probabilmente è anche una allusione a Genesi 3, 15.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 53 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
