“FONTI DELLA STORIA GRECA PIÙ ANTICA” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO
Redazione- Le fonti monumentali dell’età cretese-micenea fra il quindicesimo e il decimo secolo avanti Cristo dimostrarono che quella civiltà faceva già uso della scrittura. Dopo la loro recente decodificazione ciò che tuttavia ci è giunto degli scritti minoici-micenei, se ci ha fornito delucidazioni sul ceppo etnico a cui quei popoli appartenevano, ben poco hanno chiarito sulla loro storia e sulla loro civiltà. Quegli scritti non poterono essere usati neppure dalle generazioni vissute dopo il rapido eclisse di quella civiltà e di quella scrittura dato che l’arte della scrittura tornò ad essere familiare ai Greci solo dopo l’adozione dell’alfabeto fenicio fra il nono e l’ottavo secolo avanti Cristo.
Precedentemente al secolo VIII avanti Cristo non fu possibile conservare alcun ricordo se non attraverso la tradizione orale, la quale fornì il materiale indispensabile agli storici e ai poeti dei secoli posteriori. La tradizione orale però vale molto poco dal punto di vista storico a causa dell’estrema facilità con cui i fatti tramandati oralmente vengono svisati, confusi, dimenticati, esagerati nel corso di pochi anni, a volte di pochi mesi e nel passaggio da un luogo all’altro e da un narratore all’altro. Il suo valore, già relativo, diminuisce ancora di più a causa dello scarso interesse e senso storico di quei narratori più antichi nei cui componimenti, sia in versi sia in prosa, si fissò di volta in volta la tradizione orale.
Fra i componimenti scritti più antichi ci sono certamente le tavole genealogiche, le quali in parte contengono ricordi di tempi precedenti all’uso della scrittura. Alcuni si rivelano del tutto fantastici, costruiti in base a fatti quasi esclusivamente mitologici in cui i nomi di déi e di eroi si alternano indifferentemente con nomi di personaggi umani veri o immaginari. Distinguere gli uni dagli altri è per noi quasi impossibile.
Accanto alla tradizione genealogica si affermò la tradizione poetica nella poesia epica. Il valore della tradizione epica tuttavia è storicamente inesistente perché i canti omerici furono di certo trasmessi a memoria, dunque oralmente, per varie generazioni. Bisognerà attendere l’ottavo secolo a. C. prima di avere una redazione scritta di quei canti. Inoltre al poeta epico importava solo l’episodio in sé mentre gli erano indifferenti i motivi, le conseguenze dei fatti narrati. Quel poeta era sempre pronto a sacrificare la verità storica allo scopo artistico della sua composizione, attingendo ora alle leggende ora ai miti e, quando questi non bastavano, creando di propria fantasia.
Pertanto accade che di fronte ad una tradizione epica lo storico si trovi nella penosa condizione di dover scegliere il vero dal probabile, dal falso e dall’ improbabile con criteri che si rivelano sempre arbitrari, quantunque siano prudenti e guardinghi.
L’epopea omerica si pone però al fianco dei dati degli scavi archeologici come una fonte per la ricostruzione dei costumi, della vita sociale ed economica, delle condizioni culturali e religiose delle genti greche nell’età micenea. Non bisogna tuttavia dimenticare che spesso Omero, autore dell’Iliade e dell’Odissea, attribuì all’età e al popolo, narrati nei suoi versi, condizioni, costumi, conoscenze proprie del suo tempo, della sua gente.
Fra i documenti scritti più antichi di cui gli storici greci di età posteriore poterono disporre – e in parte ne disponiamo ancora oggi – sono da annoverare le liste di sacerdoti, di re, di magistrati, di vincitori di giochi. Per la parte più antica di esse valgono le osservazioni già fatte in merito alle tavole genealogiche. Difficilmente si può attribuire un valore storico ai nomi dei personaggi precedenti l’ottavo secolo. Si può però ritenere autentiche le liste degli efori spartani che iniziano dal 754 avanti Cristo, quella degli arconti ateniesi, con inizio dal 682, mentre meno attendibile risulta, nella parte più antica, la lista dei vincitori olimpici risalente al 776 avanti Cristo.
Per avere una vera e propria storiografia in Grecia bisogna aspettare il 500 a. C., tant’è che degli avvenimenti precedenti al sesto secolo non restarono che scarsi e frammentari ricordi nei poeti ad essi contemporanei. Tirteo è la sola fonte contemporanea delle guerre messeniche, come Callino dell’invasione dei Cimmeri nell’Asia Minore, Mimnermo delle guerre delle città ioniche contro i re di Licia, e Alceo delle lotte dei partiti in Mitilene.
Solone ci dà egli stesso, nelle sue elegie, le più precise informazioni sulle condizioni di Atene e sulla Costituzione da lui data alla città. A proposito di Solone è stato bene scritto da De Santis che egli fu “il primo uomo politico della Grecia, anzi di tutto il mondo europeo, che possiamo dire di conoscere”.
In Grecia i più antichi scrittori di storia furono i cosiddetti logografi, ovvero narratori in prosa, contrapposti ai narratori poetici, la cui produzione è quasi completamente andata perduta. Il lavoro dei logografi può essere considerato una continuazione dell’epica di cui non solo uguaglia il dialetto ionico e il frasario ma di cui ripete spesso anche il contenuto, dal momento che soggetto delle narrazioni dei logografi furono quegli stessi miti e leggende già sfruttati dall’epopea.
Per le età più recenti e vicine a loro, i logografi facevano anche ricorso a documenti ufficiali. Sicché le narrazioni da essi compilate acquisiscono un valore storico man mano che si avvicinano all’età dello stesso logografo. La schiera di tali narratori inizia con Cadmo di Mileto, la cui personalità però risulta assai incerta. Cadmo di Mileto sarebbe stato il più antico scrittore greco di prosa. Dopodiché ricordiamo Ecateo di Mileto, Acusilao di Argo, Carone di Lampsaco, Ferecide di Atene, fioriti nella prima metà del quinto secolo. Successivamente l’attività letteraria si lega a Ellanico di Mitilene.
Tutta la letteratura storica o contemporanea dei logografi del VI e della prima metà del V secolo avanti Cristo è andata ormai perduta. Essa tuttavia risultò accessibile agli storici che scrissero successivamente. D’altra parte i logografi non riportarono nei loro scritti avvenimenti di importanza capitale come le “Guerre Persiane” sia perché alcuni di essi scrissero anteriormente al 490, 480 avanti Cristo sia perché la trattazione di tale argomento non si addiceva alla loro natura. Scrissero ordinariamente storie locali, di singole città o popoli. Sappiamo però che Carone di Lampsaco, fiorito intorno al 450 a.C. aveva scritto una storia della Persia in due libri che, sebbene nota prima che Erodoto componesse la sua storia, non fu – per quel che noi sappiamo – da Erodoto consultata.
La principale fonte delle guerre persiane è per noi Erodoto nella seconda parte dei suoi nove libri di Storie e, per quanto i pochi decenni trascorsi avessero già notevolmente intaccato con la fantasia e con la leggenda la verità dei fatti, tuttavia il racconto di Erodoto rappresenta una fonte di primo ordine poiché lo storico poté attingere a vari documenti, in special modo a epigrafi e poté parlare con chi era stato partecipe o testimone diretto di quelli avvenimenti. Lo stato delle fonti peggiorò nei cinquant’anni che andarono dalla vittoria su Serse allo scoppio della guerra del Peloponneso.
Dello stato delle cose si lamentò anche Tucidide, ricordando che nessun contemporaneo aveva scritto relativamente a quel periodo, eccetto che Ellanico, e facendo precedere alla sua Storia della Guerra del Peloponneso un compendio storico sullo sviluppo dello Stato ateniese, dalle guerre persiane in poi. La ricostruzione storica tucididea, sebbene insufficiente, è tuttavia quanto di meglio ci resta sul periodo, come quella di Erodoto. Così abbiamo intera l’opera di Tucidide, primo storico che abbia lasciato la narrazione degli avvenimenti cui aveva assistito e partecipato, ovvero la guerra del Peloponneso, dal principio all’anno 411.
Continuatori di Tucidide furono due suoi contemporanei più giovani: Senofonte e Cratippo, e, una generazione più tardi, Teopompo. Dell’opera di Cratippo, andata anch’essa perduta, sono stati recentemente recuperati larghi frammenti nei papiri egiziani; invece sono del tutto perdute le Storie Elleniche di Teopompo di Chio che continuò la storia di Tucidide fino all’anno 394 a. C.. Sono andate pure perdute le sue Storie Filippiche che narravano in 58 libri i fatti del regno di Filippo di Macedonia. Invece ci sono pervenute le Elleniche di Senofonte, comprendenti la storia dal 411 a 362 (battaglia di Mantinea).
Così oggi noi possiamo conoscere da fonti contemporanee tutto il periodo fra il 431 e il 362 avanti Cristo.
Intorno alla metà del IV secolo scrisse anche Eforo, nativo di Cuma in Ansia Minore, autore di una Storia Universale che dall’invasione dorica arrivava fino al 340 avanti Cristo. L’opera è andata perduta ma ad essa attinsero largamente tutti gli storici posteriori.
