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EUROPA,MIGRANTI,MURI E CONFINI DI VALTER MARCONE

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Redazione- Nel momento in cui  viene assegnato il premio nobel per la letteratura ad un autore  che racconta nei suoi romanzi  vicende di emigrazione  in Europa, alcuni paesi  europei  chiedono all’unione finanziamenti per   costruire muri per  chiudere le frontiere.

Il premio è stato assegnato a  Abdulrazak Gurnah, nato nell’isola di Zanzibar (Tanzania) nel 1948,giunto  in Inghilterra come rifugiato alla fine degli anni ’60, dove ha insegnato letteratura post-coloniale e inglese all’Università del Kent, a Canterbury. Preceduto, come ogni anno, da pronostici e scommesse, da Stoccolma è giunto così l’annuncio, che nella motivazione  sottolinea “la sua intransigente e compassionevole capacità di comprensione degli effetti del colonialismo e del destino dei rifugiati nel divario tra culture e continenti”.

Probabilmente è difficile trovare al momento  le sue opere specialmente quelle  più celebri  Paradise (1994), che è stato selezionato sia per il Booker Prize sia per il Whitbread Prize, By the Sea (2001), a sua volta selezionato per il Booker Prize e poi finalista al Los Angeles Times Book Award, e Desertion (2005). Tutti e tre sono stati pubblicati in Italia dalla casa editrice Garzanti, rispettivamente con i titoli Paradiso, Il disertore e Sulla riva del mare ma attualmente sono in ristampa. Mentre  Elisabetta Sgarbi  di La Nave di Teseo ha annunciato di aver acquistato i diritti delle opere di questo autore che comincerà a pubblicare dal prossimo mese di dicembre . Altre sue opere, pubblicate sempre in lingua inglese, sono Memory of Departure (1987), Pilgrims Way (1988), Dottie (1990), Admiring Silence (1996), The Last Gift (2011), Gravel Heart (2017) e Afterlives (2020).

Ad  Abdulrazak Gurnah  va riconosciuto il merito di aver raccontato storie  che  cambiano i termini di un genere letterario   quello coloniale  che  è stato sempre  visto come  il racconto da parte  del cittadino europeo che  torna comunque  a casa  in Europa.  I protagonisti di quelle storie  continuano a vivere in Africa e quando vengono a vivere in Europa lo fanno  in condizione di  “ rifugiati”.  Uomini e donne che hanno memoria e forse nostalgia della loro terra  senza alcun romanticismo  o commozione. Non aspirano ad un’Africa precoloniale ma alla scomparsa delle contraddizioni che proprio il colonialismo ha  creato e che perdurano ancora oggi.  La loro condizi0one di rifugiati poi è una condizione dolorosa .

Va ricordato che fu  la Convenzione di Ginevra del 1951 a sancire la definizione di rifugiato come una persona che  «nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato».

Siria, Iran, Somalia, Libano, Eritrea, Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria, Ciad, Camerun e Niger: sono  i paesi che più di tutti alimentano la migrazione nei paesi europei.

Il fortino Europa però tende sempre più a rinchiudersi . Perché : “Lo straniero e il migrante sono insiemi che si intersecano, ma non sono esattamente sovrapponibili. La figura dello straniero ha sempre avuto una certa allure , è il viaggiatore che viene da lontano, ma non è in fondo dissimile da noi. L’immigrato invece, nonostante la vaghezza della definizione , viene percepito, come ottimamente spiegato da Ambrosini, come portatore di una doppia alterità: è straniero  ed  è  povero.  La  differenza  di  cultura,  lingua,  storia  che  si  porta  dietro  e  costituisce  parte della sua identità e cultura è percepita e analizzata nei due casi in maniera diversa. Il primo rientra nelle  raffigurazioni  positive  e  suggestive  dell’innovatore:  «L’aspetto  più  interessante,  per  la  storia delle  migrazioni,  è  che  […]  in  varie  parti  dell’Italia,  arrivarono  dall ’estero  non  solo  capitali  e  tecnologie,  ma  anche  imprenditori  e  tecnici»  (Corti,  Sanfilippo  2012:  108).  È  colui  che  porta  un  bagaglio  che  potrebbe  potenzialmente  arricchire  il  paese  di  destinazione,  che  ha  scelto  perché  lo ritiene piacevole, interessante, adatto alle proprie aspirazioni: è un rapporto elettivo non dettato da  alcuna necessità se non quella dell’auto  realizzazione: non è un profittatore di sistemi  e non sarà un peso.  D’altro  canto  l’immigrato  pone  sin  da  subito  delle  difficoltà  interpretative :  nel  caso  del  migrante  volontario,  ha  scelto  a  ragion  veduta  un  paese  di  destinazione  e  questa  scelta  è  stata suggerita  dall’incontro  tra  le  sue  potenzialità  e  le  possibilità  disponibili:  è  un  rapporto  elettivo dettato  dalla  necessità  e  dalla  ricerca  di  un  luogo  in  cui  sia  possibile  vivere  in  condizioni  migliori  rispetto al paese d’origine. Nel    caso    invece    del    richiedente    asilo ,    figura    purtroppo    attualmente    in    primo    piano  nell’immaginario  collettivo,  è  difficile  parlare  di  una  scelta  perché  a  muoverlo  è  la  necessità  di allontanarsi  da  un  paese  d’origine  o  di  transito  ormai  pericoloso  per  la  sua  sopravvivenza.  Il  suo status  sarebbe  tutelato  da  convenzioni  internazionali  sottoscritte  dagli  stati  riceventi  e  la  sua accoglienza   dovrebbe   quindi   prescindere   da   considerazioni   di   convenienza   economica   e strumentale.  Qui  ci  si  scontra  però  con  le  rigidità  regolamentari  che  rivelano  quello  che  Beck chiama  «potere  di  definizione » (2007:54): «Il  “richiedente  asilo”  è  una  persona  che  si  sposta  attraverso  le  frontiere  in  cerca  di  protezione,  ma  che  non  sempre  rientra  nei  rigidi  criteri  della Convenzione  di  Ginevra,  giacché  molte  volte  non  è  in  grado  di  provare  di  essere  il  bersaglio individuale di una persecuzione esplicita.”(1)

Potrei azzardare anche un’idea  particolare in merito  ai comportamenti di rifiuto  del migrante, di continua ricerca di protezione da  questo pericolo  proponendo l’ipotesi che al fondo di questi comportamenti individuali ci sia poi  un aspetto   narcisistico .

Scrive Isabella Corvino nella sua tesi di dottorato  (2 )“Per proteggerci  abbiamo iniziato a “rinchiuderci” in un rapporto narcisistico con noi stessi, un noi  che   riferiamo   ai   membri   delle   società   sopracitate,   che   pretendiamo   siano   omogenee,   ci                                                                                                                                            comprendano  e  ci  rispecchino  in  quanto  loro  creatori  e  risultati.  Sfugge  ai  più  quanto  questa dinamica  sia  pericolosa  e  foriera  di  esiti  imprevisti,ma  non  per  questo  imprevedibili.  Come sottolineava Baudrillard già nel 1976, l’istituzione dell’Umano porta in sé un principio di esclusione progressiva che non può che culminare nel deserto astratto del concetto universale: «La definizione dell’Umano  è,al  livello  della  cultura,  inesorabilmente  ristretta:  ogni  progresso  “oggettivo”  della civilizzazione verso l’universale ha corrisposto a una discriminazione più stretta, al punto che si puòintravvedere  il  tempo  dell’universalità  definitiva  dell’Uomo,  che coinciderà  con  la  scomunica  ditutti gli uomini e in cui la purezza del concetto splenderà sola nel vuoto». Narcisi affascinati e narcotizzati  dall’immagine  che  pericolosamente  li  attrae  da  uno  specchio  d’acqua,  illusi  da  una rassicurante posizione di superiorità, si viene disturbati dagli effetti collaterali della globalizzazione e dai risultati dei conflitti, silenti e non, che scoppiano a due passi da casa, dai flussi di persone che si materializzano alla porta: i migranti, gli altri.”

Le parole   latine “Hostes “ e “hospes” che hanno la stessa radice in realtà tradotte in italiano diventano “ ospite” e  “ nemico”.

Scrive Marco Dotti : “  Nel primo volume del suo fondamentale Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, dedicato a “economia, parentela, società”, Emile Benveniste parla di «quattro cerchi dell’appartenenza sociale». È qui che il linguista, nato ad Aleppo nel 1902, a lungo direttore dell’Ecole Pratique e dal 1937 professore al Collège de France, offre le indicazioni più preziose per comprendere il tema dell’abitare e dell’ospitare, dell’accogliere e del condividere. Ma anche dell’appartenere”.(…)” Ospite è tanto la persona che accoglie nella propria casa, quanto la persona che è accolta in casa d’altri. Il latino hospıte (nomin. hospes) è infatti «colui che ospita» e «colui che è ospitato». Hospes ha un’origine indoeuropea che viene fatta risalire a ghos(ti)–potis, «signore dello straniero», cioè il padrone di casa che esercitava il diritto di ospitalità nei confronti del forestiero, composto da ghostis, ossia straniero, e potis, signore e corrispondente all’antico slavo gospodı, padrone, signore, da cui, con lo stesso significato, deriva il russo gospodin.  Potere, casa, accoglienza, amicizia, legame. Ma anche guerra, inimicizia, nemico. Approfondendo i termini comuni al vocabolario preistorico delle lingue dell’Europa, infatti, le parole mostrano la complessità delle cose. Ecco perché la riflessione etimologica su “ospite” riveste per noi interesse tutt’altro che ozioso. Ricorda Benveniste che «hostis del latino corrisponde al gasts del gotico e al gostı dell’antico slavo, che presenta inoltre gos-podı “signore”, formato come hospes. Ma il senso del gotico gasts e dell’antico slavo gosti è “ospite”, quello del latino hostis è “nemico”. Per spiegare il rapporto tra “ospite” e “nemico”, si ammette di solito che l’uno e l’altro derivino dal senso di “straniero” che è ancora attestato in latino; da cui “straniero favorevole -> ospite” e “straniero ostile -> nemico”».”

La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo per eccellenza, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis), è divenuto ospite (hospes). Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo.

In Europa dunque le politiche migratorie continuano infatti ad essere concepite innanzitutto come politiche di ordine e sicurezza pubblica, e promosse come politiche di controllo delle frontiere (un “controllo” che peraltro non ha mai evitato l’ingresso delle persone, ma solo favorito la “clandestinizzazione” di tutti i migranti e la pericolosità dei viaggi .

Per tornare ai fatti di cronaca va detto che  la Commissione si è detta contraria, ma non alla costruzione dei muri in sé, quanto all’uso di risorse europee: “Abbiamo risorse limitate”, ha detto la commissaria Ue agli Affari Interni, la socialdemocratica svedese Ylva Johansson. Che ha aggiunto di condividere invece l’idea di barriere ai confini. E così, con Bruxelles ad aver cambiato posizione, gli Stati membri si sono dati da fare nell’innalzare nuovi muri, in particolare Grecia, Polonia e Lituania, allarmate dal “pericolo”  dei profughi afghani. Muri che si aggiungono a quelli già esistenti: tutti insieme, messi l’uno al fianco dell’altro, raggiungerebbero la lunghezza di 1000 chilometri.

Ma in realtà di muri :” Ce n’erano già diversi prima delle tensioni con la Turchia o con la Bielorussia, come le barriere di Ceuta e Melilla, finanziate dalla stessa Unione europea con ben 30 milioni di euro per bloccare i migranti che dal Marocco tentano di raggiungere la Spagna, o meglio l’enclave di Madrid in Africa, lascito del suo passato coloniale. Anche in questo caso, la motivazione è sempre la stessa: fermare l’immigrazione clandestina e contrastare l’uso da parte dei migranti come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, stavolta da parte del governo marocchino. Ma i casi non finiscono qui: secondo il sito InfoMigrants, già nel 2018 erano 1000 i chilometri di barriere antimigranti costruiti dai diversi Paesi Ue. C’è quella della Francia, innalzara nella città portuale di Calais nel 2016 con il contributo del Regno Unito. Ci sono i 109 chilometri che l’Ungheria ha eretto lungo il confine con la Croazia e la Serbia per fermare migranti di varie nazionalità, compresi i profughi siriani. Una recinzione l’ha innalzata anche l’Austria al confine con la Slovenia, la quale a sua volta ne ha costruita una con la Croazia. Come diceva Mogherini, “se si costruiscono muri intorno a sé si rischia di finire in prigione”. Ma quelle parole, oggi, sembrano appartenere a un’altra era. (3 )

Proprio un’altra era se si considera che oggi  ,come racconta il Fatto quotidiano  nella versione on line del 10 novembre : “Sono almeno 2mila le persone bloccate da giorni nei boschi al confine tra Bielorussia e Polonia nel tentativo disperato di entrare nell’Ue, con temperature glaciali e pochissime scorte di acqua e cibo. La crisi migratoria sulla rotta dell’Europa orientale secondo Bruxelles è stata orchestrata dall’autocrate Vladimir Lukashenko come rappresaglia contro le sanzioni, con un comportamento definito da “regime gangster”. (….)Due gruppi di persone hanno sfondato la resistenza polacca al confine e hanno messo piede in Europa, una cinquantina di questi sono stati arrestati dalle forze di frontiera di Varsavia, mentre Angela Merkel chiama Vladimir Putin chiedendogli di mettere fine al ricatto del governo di Aleksandr Lukashenko, l’Unione europea raggiunge un accordo per nuove sanzioni alla Bielorussia e il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, riapre la partita (che sembrava ormai chiusa) del finanziamento europeo alla costruzione di muri ai confini esterni. È ormai una guerra a tutti gli effetti quella scoppiata al confine tra Polonia e Bielorussia, dietro alla quale sembra nascondersi la mano del Cremlino. Una guerra combattuta sulla pelle di migliaia di profughi in fuga dal Medio Oriente e dall’Asia centrale e che aspirano a un futuro migliore in Europa. Una crisi tanto allarmante che l’Onu ha deciso di convocare per giovedì 11 novembre  un Consiglio di Sicurezza straordinario.”

Dunque migranti muri e confini si rincorrono (4). Tra i muri contro l’immigrazione clandestina, il più noto è quello che separa gli Stati Uniti dal Messico. in Europa è stata l’area Schengen, il più imponente muro virtuale al mondo, che ha voluto erigere barriere all’interno del suo territorio; e sono stati creati 1.000 chilometri di muri.

Scrive Nuccia Bianchini   :” Il muro costruito nel 2015 da Viktor Orbàn al confine tra Ungheria e Serbia si estende per 175 chilometri e ha un filo spinato alto quattro metri: progettato per “preservare le radici cristiane”, ha ispirato Slovenia, Austria, e Macedonia, che hanno fatto lo stesso ai loro confini. Anche la Bulgaria ha innalzato quasi 176 chilometri di recinzione di filo spinato lungo il confine con la Turchia.(…)E ancora “l’Estonia con i suoi 110 chilometri di barriera hi-tech lungo il confine con la Federazione russa, poi i 90 chilometri di filo spinato in costruzione alle frontiere lettoni e il “Muro europeo” voluto dall’Ucraina, infine la Lituania, con una barriera alta 2 metri che corre lungo 50 dei 130 chilometri di frontiera con l’enclave russa di Kaliningrad. Anche la Grecia ha completato la costruzione di una barriera di 40 km alla frontiera con la Turchia. E non basta. Perchè la Turchia ha quasi terminato la costruzione di un muro lungo il confine con l’Iran: un muro che, come quello lungo il confine siriano e iracheno, è stato costruito principalmente per prevenire l’arrivo di migranti clandestini e la cui costruzione – più moduli, per una struttura lunga 295 chilometri, dotata di sensori a infrarossi – ha avuto un’accelerazione nelle ultime settimane sul versante iraniano, unica parte non completata, dopo il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan.”(5)

Dopo  la caduta del Muro di Berlino che aveva la funzione di  impedire la fuga dalla Germania del nord in questi uoltimi venti anni sono stati eretti muri che hanno lo scopo di non far entrare. Si cerca di  bloccare   la dinamica entrare – uscire ,che è una dinamica naturale quando parliamo di movimenti di popolazioni  ,per bloccare un fenomeno che ha bisogno di ben altri strumenti per essere controllato  e contrastato . Le cause della migrazione sono numerose e vanno da sicurezza, demografia e diritti umani fino al cambiamento climatico.

Il 1° gennaio 2019 erano 21,8 milioni i cittadini di paesi terzi che risiedevano nell’UE, pari al 4,9% della popolazione dei 27 paesi membri. Nella stessa data erano invece 13,3 milioni i cittadini europei residenti in un paese membro diverso da quello di provenienza. Tra i motivi socio-politici che spingono le persone a scappare dal proprio paese ci sono le persecuzioni etniche, religiose, razziali, politiche e culturali. Anche la guerra o la minaccia di un conflitto e la persecuzione da parte dello stato sono fattori determinanti per la migrazione. Fattori come l’invecchiamento o la crescita della popolazione possono influire sia sulle opportunità lavorative nei paesi d’origine sia sulle politiche d’immigrazione nei paesi di destinazione. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, nel 2017 erano circa 164 milioni i lavoratori migranti nel mondo, cioè le persone che si spostano per trovare lavoro, pari ai due terzi dei migranti internazionali. Quasi il 70% si trovava in paesi ad alto reddito, il 18,6% in paesi a reddito medio-alto, il 10,1% in paesi a reddito medio-basso e il 3,4% in paesi a basso reddito. L’ambiente è da sempre una delle cause della migrazione: le persone scappano da disastri naturali come inondazioni, uragani e terremoti. Secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, “i migranti ambientali sono coloro che a causa di improvvisi o graduali cambiamenti ambientali, che colpiscono negativamente la loro vita o condizioni di vita, sono obbligati a lasciare la propria abitazione, temporaneamente o in modo permanente,

e che si spostano in un’altra area del proprio paese o all’estero.”(6)

(1 ) http://amsdottorato.unibo.it/8208/1/corvino_isabella_tesi.pdf

Beck, U. (2005). Lo sguardo cosmopolita.Roma: Carocci.

( 2) http://amsdottorato.unibo.it/8208/1/corvino_isabella_tesi.pdf Migrazioni e cittadinanza globale. Uno studio sul significato del riconoscimento tra cultura e identità.

(3 ) https://europa.today.it/fake-fact/muri-migranti-europa-chilometri.html

(4)” L’Europa, ma anche il mondo, ha centinaia di chilometri di muri o barriere elettrificate eretti ai confini: da sei che erano nel 1989, oggi le barriere fisiche sono diventate 63, a sentire i dati pubblicati nel novembre 2020 in uno studio realizzato dal think tank olandese Transnational Institute, il Centre Delàs d’Estudis per la Pau di Barcellona e il gruppo tedesco Stop Wapenhandel. https://www.agi.it/estero/news/2021-10-10/principali-muri-barriere-contro-migranti-eretti-europa-14131596/

(5) https://www.agi.it/estero/news/2021-10-10/principali-muri-barriere-contro-migranti-eretti-europa-14131596/

(6) Fonte : https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/world/20200624STO81906/perche-le-persone-migrano-esplorare-le-cause-dei-flussi-migratori

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