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AREE INTERNE E PIANO DI RIPRESA E RESILIENZA

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Redazione- Il Documento tecnico collegato alla bozza di Accordo di Partenariato definisce così le aree interne   del nostro paese  :“Chiamiamo  interne  quelle  aree  significativamente  distanti  dai  centri  di  offerta  di servizi  essenziali  (di  istruzione,  salute  e  mobilità),  ricche  di  importanti  risorse ambientali  e  culturali  e  fortemente  diversificate  per  natura  e  a  seguito  di  secolari processi  di antropizzazione.  Vive  in  queste  aree  circa  un  quarto  della  popolazione italiana, in una porzione  di territorio che supera il sessanta per cento di quello totale  e che è organizzata in oltre quattromila Comuni” ( 1 )

La relazione  sulla strategia  nazionale presentata al CIPE afferma: “La Strategia Nazionale per le Aree Interne è una politica nazionale con una forte  valenza locale, che opera per promuovere la ricchezza e la diversità conservata  nei luoghi più remoti del Paese, migliorando la qualità dei servizi ai cittadini e stimolando la capacità delle persone che vivono in queste aree di immaginare e realizzare nuovi percorsi per l’innovazione e il cambiamento. La Strategia interviene non solo sui diritti e sulle libertà sostanziali, ma si preoccupa dei contesti territoriali, puntando a creare nuove opportunità di lavoro e ricchezza per gli individui. Il fine ultimo è quello di preservare e attivare quegli “spazi di libertà”, in grado di arrestare lo spopolamento di una porzione del nostro Paese che, con il 60% della superficie territoriale, il 52% dei Comuni, il 22% della popolazione, è tutt’altro che marginale. (2 )  “

Il documento poi prosegue : “La Strategia Nazionale per le Aree Interne ha, quindi, il duplice obiettivo  di migliorare la quantità e qualità dei servizi di istruzione, salute, mobilità (e quindi di “cittadinanza”) e di promuovere progetti di sviluppo che valorizzino il patrimonio naturale e culturale delle aree interne del Paese, puntando sulla rinascita delle filiere produttive locali e sulla promozione di nuove filiere (per favorire l’accesso al “mercato”). Al primo obiettivo sono assegnate le risorse nazionali, appositamente stanziate nel bilancio dello Stato; al secondo obiettivo concorrono le risorse provenienti dalla programmazione regionale, soprattutto di natura comunitaria (FESR, FSE, FEASR, FEAMP). “

All’interno di questa strategia nazionale  sono state avviate delle azioni in favore delle aree interne che negli ultimi anni hanno  favorito alcuni settori di sviluppo  e avviato iniziative  importanti e interessanti.  La pandemia da ccovid 19 ha  però messo n evidenza alcune problematiche  tra le quali  i criteri per realizzare la mappatura delle aree interne  che hanno bisogno assolutamente di una revisione specialmente nel momento in cui  si stanno per avviare i progetti contenuti nel Piano di ripresa e resilienza.

Il problema è stato sollevato da tempo dal Sindaco di Tornimparte  Giacomo Carnicelli che  ritorna a porre all’attenzione questo  tema-problema  anche in un recente articolo apparso sulla pagina regionale de Il Messaggero.   Ma prima di riportare per esteso  gli interventi di Carnicelli occorre qui per una migliore comprensione del tema  esporre seppure in breve  i criteri si classificazione   attualmente vigenti

Finora sono stati seguiti alcuni criteri per quanto riguarda la Regione Abruzzo come  quelli indicati dall’Agenzia  per la coesione territoriale che in un documento  afferma  : “La Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) è promossa dall’Agenzia per la Coesione Territoriale con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dei territori distanti dai centri dotati dei servizi essenziali e che soffrono importanti svantaggi di natura geografica o demografica. Questa Strategia focalizza l’attenzione su tutti questi territori che nel corso degli anni sono diventati marginali rispetto alle grandi città ma che in realtà rappresentano il cuore della cultura italiana, con un potenziale di sviluppo economico da valorizzare maggiormente. Per sollecitare l’attenzione sui territori distanti dai servizi essenziali e individuare le aree-progetto su cui concentrare l’intervento della SNAI, nel 2012 l’Agenzia per la Coesione Territoriale ( 3 ) ha realizzato una prima mappatura del territorio italiano tenendo conto di due elementi principali:

  –  i criteri con cui selezionare i centri di offerta di servizi (i poli)

  –  la scelta delle soglie di distanza per misurare il grado di perifericità delle diverse aree, calcolate in termini di minuti di percorrenza rispetto al polo più prossimo

Attraverso l’individuazione dei poli e la classificazione dei restanti comuni in 4 fasce (peri-urbane, intermedie, periferiche, ultraperiferiche), ottenuta grazie al calcolo della distanza tra le aree più periferiche e i comuni centrali di riferimento, è stato possibile individuare:

  –  4.185 comuni appartenenti alle Aree Interne (nel 2012 erano 4.261), abitate dal 23% circa il della popolazione italiana, con oltre 13 milioni di abitanti residenti in una porzione di territorio che supera il 60% della superficie nazionale

  –  3.907 comuni come poli (nel 2012 erano 3.831), che ospitano circa il 78% della popolazione italiana

Da questa prima distinzione sono state selezionate 72 aree-progetto (1.077 comuni totali) su cui stati avviati diversi interventi nell’ambito della SNAI.

Inoltre l’Accordo di Partenariato 2014-2020 per l’Italia – nelle sezioni 1A, 3 e 4 – definisce l’approccio volto ad affrontare le sfide demografiche delle regioni o a rispondere a esigenze specifiche di aree geografiche caratterizzate da gravi e permanenti svantaggi naturali e demografici, di cui all’art. 174 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.

È in questo contesto che viene presentata la definizione generale di “Aree Interne”, intese come quella parte maggioritaria del territorio italiano caratterizzata dalla significativa distanza dai centri di offerta di servizi essenziali.

Nella sezione 1 A, in particolare, è proposta una mappatura del Paese che, partendo dall’individuazione dei centri di offerta di servizi, classifica i restanti comuni in quattro fasce: aree di cintura, aree intermedie, aree periferiche e aree ultra periferiche. Sulla base di tale mappatura, l’Accordo di partenariato identifica le aree interne come il complesso dei comuni afferenti alle aree intermedie, periferiche e ultra periferiche.

Secondo quanto previsto dall’Accordo di Partenariato 2014-2020 sezioni 3 e 4, l’attuazione operativa della Strategia si articola in due fasi:

  –  individuazione delle aree sulle quali concentrare l’intervento ed inserimento delle aree nella programmazione dei fondi SIE 2014-2020;

 –   preparazione delle Strategie d’area e realizzazione degli interventi.

A partire dal 2014 è stato, quindi, avviato il processo di selezione delle aree sulle quali concentrare gli interventi nel ciclo programmatorio 2014-2020. La selezione è stata operata da ciascuna Regione e della Provincia Autonoma di Trento, d’intesa con il Comitato tecnico aree interne, attraverso un’istruttoria pubblica. Di questa istruttoria si dà conto nella sezione Strategie di Area per ogni singolo territorio  regionale. Il processo di selezione delle 72 aree interne si è chiuso con Delibere di Giunta regionali approvate tra il 2014 e il 2017.

Le Aree selezionate comprendono 1.060 Comuni (dato 2020). La Provincia Autonoma di Bolzano non ha candidato alcuna area alla Strategia nazionale per le aree interne.

Francesca Sabella  il  24 Novembre 2020 su il Riformista scriveva a proposito di una particolare condizione del territorio  meridionale, facendo così una efficace fotografia di buona parte del Mezzogiorno d’Italia  : “«La Strategia nazionale per le aree interne (Snai) può rappresentare una svolta anche per i territori dellIrpinia colpiti dal terremoto del 1980. A patto, però, che la collaborazione tra i Comuni coinvolti diventi sempre più stretta»: ne è convinta Clelia Fusco, responsabile per il Formez dell’area Nuovi assetti istituzionali della Snai. È proprio con l’obiettivo di rilanciare le aree interne che nel 2014, con Fabrizio Barca, già ministro della Coesione territoriale, prese il via la Snai.”

“Questa strategia mira a contrastare la marginalizzazione e i fenomeni di declino demografico propri delle aree interne del Paese, a cominciare da quelle colpite da catastrofi come il terremoto dell’Irpinia che, ormai 40 anni fa, contribuì a isolare ulteriormente località già ai margini dello sviluppo economico e sociale. Le aree interne sono quelle caratterizzate da una distanza di 45/70 minuti dai principali centri di offerta di servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità collettiva) ma anche da una grande disponibilità di risorse ambientali (risorse idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali e umani) e culturali (beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere). In Italia ci 72 le aree interne, rappresentano il 51,6% circa dei Comuni italiani (4.181) indicati come “periferici, ospitano il 22,3% della popolazione italiana (pari a 13,3 milioni di abitanti) e occupano una porzione del territorio di poco inferiore al 60% della superficie complessiva. In Campania ce ne sono quattro: Vallo di Diano, alta Irpinia, Cilento interno e Tammaro Titerno dove la Snai sembra avviata sul giusto binario.”

La strategia ha individuato nella collaborazione tra i Comuni la chiave per la buona riuscita dello sviluppo delle aree interne. Il pre-requisito per entrarne a far parte, infatti, è l’associazionismo. I Comuni devono prevedere uffici unici, intervenire sul sistema dei ruoli per riorganizzare i servizi comunali e lavorare non più come una piccola realtà isolata dal contesto. «Il requisito associativo è fondamentale – spiega Fusco – perché la Strategia mira a lavorare su un territorio che va oltre i confini comunali: le aree vengono considerate nel loro insieme e per lo sviluppo del territorio è necessario superare l’individualismo proprio dei piccoli enti locali». I Comuni che intendono partecipare alla Snai devono dimostrare di saper lavorare insieme attraverso la gestione associata di funzioni e servizi. Non sempre ci sono riusciti: molti sindaci si sono limitati a condividere funzioni come protezione civile e gestione del catasto e non hanno “spinto” la collaborazione al punto da gestire in forma associata settori cruciali come edilizia e trasporti. Eppure, per la Snai, Governo e Regioni hanno stanziato un miliardo e 300 milioni di euro. Oggi com’è la situazione delle aree interne? «La strategia funziona – spiega Fusco – Sono già state approvate 66 strategie e firmati 39 accordi di programma-quadro».

Dopo la selezione delle aree interne, la procedura che porta al finanziamento dei singoli progetti sul territorio si articola in due fasi principali: approvazione della Strategia d’area, da parte del Dipartimento per le politiche di coesione, e sottoscrizione dell’Accordo di programma-quadro, firmato dal Comune capofila dell’area, attraverso cui il Governo, le Regioni e i territori assumono gli impegni per l’attuazione degli obiettivi definiti nelle Strategie d’area ed erogano i finanziamenti. Il Governo ha previsto tre milioni di euro per ogni area, dopodiché saranno le Regioni a decidere come distribuire il resto dei fondi messi a disposizione.

Secondo Talk on web di IFEL sulle aree interne ha coinvolto anche il Ministro per il sud e la coesione territoriale  ( 4)

 “L’emergenza Covid induce a ripensare molti aspetti della nostra vita economica e sociale. Uno di questi è l’equilibrio fra città ed aree interne. IFEL ha dedicato a questo tema cruciale per i Comuni due appuntamenti di Talk on web per ipotizzare scenari futuri coinvolgendo studiosi, esperti ed accademici e per individuare politiche pubbliche e strategie da mettere in campo con le istituzioni tutte.

Per lo sblocco burocratico nell’attuazione delle strategie in atto per le aree interne e per un potenziamento dei livelli di governo è stata annunciata la nomina del Coordinamento Nazionale per le strategie delle aree interne nazionali. Lo ha annunciato lo stesso Ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano che ha partecipato ai lavori della Fondazione. Il ministro, dopo aver parlato dell’impatto sociale enorme non solo dovuto alla pandemia da Covid19 ma anche per le differenze territoriali tra città metropolitane ed aree interne già presenti ma acuite dalla crisi, ha snocciolato i ritardi accumulati negli anni, soprattutto nel settore della digitalizzazione del paese ipotizzando possibili soluzioni di sblocco. Al centro del suo intervento i provvedimenti che il Governo sta mettendo in campo nei confronti dei comuni in termini non solo di risorse ma di strategie da condividere con tutti i settori coinvolti.

Stesso dicasi per il contributo offerto da Stefano Boeri. “Gli attori nuovi creati dalla pandemia lasceranno una nuova consapevolezza diffusa soprattutto nel progettare il tempo di lavoro – ha spiegato l’architetto ed esperto urbanista – conciliandolo con una domanda fortissima di un ciclo di vita diverso, passando anche dai negozi di vicinato, riscoperti e rivissuti, con una domanda forte di un rapporto diverso con la natura, non solo digitale, rapporto che si è rotto da tempo. Dobbiamo capire come si esce dall’ingorgo istituzionale ed il problema non sono le risorse. Il tema ambientale è fondamentale ed importante per l’Italia ma chi se ne fa capo? Non solo i Ministeri della Coesione territoriale e dell’Ambiente, ma tutti devono costruire nella rigenerazione delle città con una dimensione differente del ciclo della vita. La mia preoccupazione è legata al timore che tutto si disperda in merito progetti ministeriali, anche se iniziative importanti, ma senza la forza di un progetto unitario e strategico per l’intero paese”.

“La strategia che il sistema dovrà attuare – così Guido Castelli, Presidente IFEL – richiederà un telaio istituzionale per la messa a terra delle linee di azione con una leale collaborazione tra gli attori protagonisti. Apriamo una stagione di programmazione, organizzando una strategia compiuta. Ritroviamo la cultura del risultato, curiamo l’obiettivo prima del mezzo. Il rafforzamento amministrativo è necessario e parte con 500 mila nuovi dipendenti pubblici annunciati, rispondendo al disegno unitario, oltre alla logica specialistica delle aree interne, in un’unica grande rete “metro-montana”. Il rilancio va interpretato parando il colpo, ma realizzando un destino più aderente all’Italia che nel policentrismo ha il suo elemento distintivo. Remiamo tutti dalla stessa parte come abbiamo fatto in pandemia”.

“Non è certo nuovo il tema delle aree interne – così nella sua relazione Pierciro Galeone, Direttore della Fondazione ha tracciato gli scenari possibili – ovvero dei paesi, dei borghi e dei territori a minore vitalità economica, più isolati rispetto ai sistemi di mobilità, con minore dotazione di servizi, e a rischio spopolamento. Questi comuni sono spesso lasciati ai margini dei processi economici e sociali seppur siano oggetto da anni di una specifica politica pubblica, quella della Strategia nazionale per le aree interne. L’emergenza sanitaria è esplosa in tutta Europa nelle aree economicamente più dinamiche e più sviluppate. E il contrasto all’epidemia ha avuto come arma principale: la “distanza”. La concentrazione, la densificazione, l’agglomerazione tutti i fenomeni urbani che sembravano avere una connessione necessaria con i processi di sviluppo sono diventati fattori di rischio. E nelle aree interne l’isolamento da elemento critico ha assunto un connotato positivo in questa rivalutazione della distanza”.

“Non sappiamo se le conseguenze del Covid – ha spiegato il Direttore – quelle economiche innanzitutto, amplieranno i divari e gli squilibri territoriali o la necessità di porre i temi dell’ambiente e della salute forniranno un’occasione per ridurre le distanze tra città e campagna, se questo scenario di convergenza come può essere favorito da politiche pubbliche di riduzione degli squilibri e di perequazione tra le dotazioni di servizi e infrastrutture. Non sappiamo poi se la Strategia Nazionale per le Aree interne possa contribuire a traguardare questo obiettivo. C’è il rischio che le necessarie politiche espansive dirette a recuperare la perdita di PIL e di occupazione dirigano le risorse dove queste promettono di fruttare più rapidamente: i settori più forti e i territori più sviluppati. Solo una forte opzione politica può dare avvio ad una rinnovata stagione di politiche di coesione che non punti su solo su interventi compensativi verso i territori svantaggiati ma incentivi la connessione tra aree urbane e aree interne. Dobbiamo agire sotto il segno dell’interdipendenza tra territori, tra modi diversi di abitare e di produrre. La connessione deve essere il vettore per il superamento del digital divide, lo sviluppo di una sanità di territorio, l’alternarsi strutturato di educazione in presenza e a distanza; un recupero edilizio dei borghi e una cura dei territori nel segno dell’efficienza energetica, della sicurezza sismica e idrogeologica”.

“Gli squilibri e le disuguaglianze negli ultimi dieci anni sono stati accentuati dall’emergenza sanitaria in corso soprattutto nelle città delle aree interne” – ha dichiarato Micaela Fanelli, del Comitato Direttivo per Anci dell’Agenzia per la coesione territoriale – “E’ necessario ripartire il prima possibile dalle politiche previste dalla Strategia Nazionale per le Aree interne, dalle buone intuizioni già previste accelerando le scelte come quelle per gli investimenti per il welfare pubblico territoriale. Tra gli interventi da mettere in campo, primo fra tutti il trasporto pubblico locale, perché c’è il rischio che si raddoppino i costi del servizio nelle aree interne, ma gli interventi devono riguardare anche la qualità della vita dei cittadini, garantendo la distanza dei servizi come, oltre al trasporto pubblico, nelle scuole e nelle mense. Inoltre bisogna ripensare ed investire per migliorare il sistema della medicina territoriale. Puntiamo per il rilancio del turismo di prossimità, verde e di vicinanza e pensiamo a misure e politiche strategiche per l’ambiente. Gli strumenti per farlo ci sono, anche a livello europeo destinate alla coesione territoriale, non dobbiamo fare passi indietro”.

“L’emergenza da Covid19 – spiega anche  Matteo Luigi Bianchi, Delegato ANCI per le aree interne – sta lasciando strascichi importanti e da non sottovalutare nella tenuta sociale oltre economica del paese. Trasformazione del mondo del lavoro è evidente riguarda anche quelli che la crisi economica del 2008 non erano stati coinvolti, alcuni faranno fatica a gestire la propria vita e si riverseranno sulle amministrazioni che non devono farsi trovare impreparate nel dare risposte. Abbiamo visto in questi mesi tutti i limiti nel vivere in isolamento, in spazi piccoli, pochi metri quadri e senza verde, invece nei borghi sono state più mitigate le problematiche. Abbiamo visto come i nostri imprenditori debbano necessariamente adeguare le imprese in termini di innovazione, sicurezza e valorizzazione del materiale umano, valorizzando il contesto in cui si vive e il contesto famigliare che il proprio dipendente può sviluppare. Nella pianificazione territoriale è necessaria e strategica una riduzione importante dell’inquinamento, un potenziamento dello smart working come modalità stabile e nuova di lavoro ma è anche necessaria una e tema demografico. E’ necessario essere quanto più vicini possibili ai cittadini per raccogliere le esigenze anche al di là di situazioni emergenziali”.   ( 5)

Ma è Giacomo Carnicelli , sindaco di Tornimparte, che con un articolo su Il Messaggero nella pagina regionale di L’Aquila  , che pone in concreto il problema di una  nuova classificazione delle aree interne in riferimento ai progetti e ai provvedimenti che  stanno per prendere il via in tema di ripresa e resilienza. Un modo nuovo e diverso di riconsiderare queste aree che  rappresentano la spina dorsale di un sistema di  rapporti non solo economici ma anche e soprattutto umani .

Affermava Carnicelli già il 27 settembre 2020 in una dichiarazione su Abruzzo web:“Il recente provvedimento del Governo, che stanzia importanti risorse per i Piccoli Comuni è un forte segnale di attenzione agli Enti Locali inclusi nella Strategia per lo Sviluppo delle Aree Interne, quelli più marginali e meno popolosi. Fondi che potranno essere utilizzati a sostegno delle piccole e medie imprese, riconoscendone, implicitamente, quel valore di presidio territoriale che rappresenta una ricchezza sociale prima che economica. Un provvedimento che va, insomma, nella direzione auspicata, da sempre, dalla Lega della Autonomie Locali. Eppure le modalità di ripartizione impongono una profonda riflessione”.

Tanto che la stessa testata continuava così sottolineando  la necessità rappresentata dal sindaco di Tornimparte  : “Lo afferma Giacomo Carnicelli, presidente Ali (Autonomie Locali Italiane) Abruzzo”.Ovvero Carnicelli diceva : “In primo luogo, appare singolare che tra i criteri di ripartizione di fondi a sostegno di piccole e medie imprese non sia presente alcun parametro economico. La componente demografica, da sola, è poco rappresentativa del tessuto socioeconomico di un territorio. Queste risorse (la cui gestione merita, in generale, un’accuratezza maggiore, dato il periodo di crisi economica) sono fondamentali per la tenuta del sistema socioeconomico delle Aree più fragili del Paese. In secondo luogo, la classificazione dei Comuni contenuta nell’Accordo di Partenariato 2014-2020 (quello utilizzato per la ripartizione) mostra evidenti segni di squilibrio. Il criterio per cui si considera la marginalità rispetto ad un cosiddetto “Polo” è limitata dal fatto che è la definizione stessa di Polo ad essere poco aderente alla realtà! Stando al citato accordo, infatti, nel nostro Paese ci sono 219 Comuni considerati “Polo” e 104 Poli Intercomunali. 323 punti di accumulazione posti tutti sullo stesso piano; di fatto, si pone allo stesso livello Roma e Sulmona determinando la stessa classificazione di Area Interna “Intermedia” per Pacentro e Fiumicino” (…) “E’ opportuno procedere alla riclassificazione dei “Poli” inserendo parametri che meglio rappresentino la capacità o meno di rispondere ai bisogni dei cittadini. Per le attuali classificazioni, infatti, un “Polo” è un Territorio in cui è presente una Stazione di tipo Silver (una stazione di terzo livello su una scala di quattro), un Ospedale Dea. di I Livello ed un’offerta scolastica secondaria superiore completa, cioè almeno un liceo, un istituto tecnico e un istituto professionale. Non entrano minimamente in gioco parametri economici (quali, ad esempio, il tasso di disoccupazione, il reddito medio pro capite, la quantità e qualità degli insediamenti produttivi) oltre ad ulteriori parametri di servizi (accesso ad un porto, ad un aeroporto, accesso a linee ferroviarie ad Alta Velocità, disponibilità della Banda Larga)”.

Concludendo : “Tanto lavoro da fare, insomma, anche in vista delle azioni che scaturiranno dalla declinazione locale del Recovery Fund. Azioni che possono rappresentare, per le Aree Interne, una straordinaria occasione per colmare atavici ritardi, a patto di identificare correttamente le vere fragilità del nostro Paese. Ali Abruzzo è pronta a farsi parte attiva di questo processo di riclassificazione e ridefinizione di queste fragilità per questo chiede, fin da ora, l’apertura di un tavolo di confronto”.

Idee come dicevamo  di nuovo poste all’attenzione nel recente articolo su il Messaggero  come ricordavamo in apertura di questa esposizione in cui Carnicelli infatti torna sul tema  della classificazione delle aree intene  i cui criteri vanno rivisti secondo parametri che aveva già  indicato  in un’altra  intervista a Raffaele Giansante per L’impaginato.it  il 30 settembre 2020   :

“…La classificazione dei Comuni contenuta nell’Accordo di Partenariato 2014-2020 ( quello utilizzato per la ripartizione ) mostra evidenti segni di squilibrio. Per esempio, il criterio per cui si considera la marginalità rispetto ad un cosiddetto “Polo” è limitata dal fatto che è la definizione stessa di Polo ad essere poco aderente alla realtà. Stando all’accordo, infatti, nel nostro Paese ci sarebbero 219 Comuni considerati “Polo” e 104 Poli Intercomunali. 323 punti di accumulazione posti tutti sullo stesso piano. Praticamente si mettono allo stesso livello Roma e Sulmona, determinando la stessa classificazione di Area Interna “Intermedia” per Pacentro e Fiumicino….”Continuando così : “Si deve subito procedere alla riclassificazione dei Poli, inserendo parametri che meglio rappresentino la capacità o meno di rispondere ai bisogni dei cittadini. Pensate che per le classificazioni previste oggi dal provvedimento, infatti, un Polo è un territorio in cui è presente una Stazione di tipo Silver (una Stazione cioè di terzo livello su una scala di quattro ), un Ospedale DEA di primo livello ed un’offerta scolastica secondaria superiore completa, cioè almeno un Liceo, un Istituto Tecnico e un Istituto Professionale. Non entrano per niente in gioco parametri economici determinanti ( quali ad esempio il tasso di disoccupazione, il reddito medio pro capite, la quantità e qualità degli insediamenti produttivi ) oltre ad ulteriori parametri riferiti ai servizi ( accesso ad un porto, ad un aeroporto, a linee ferroviarie ad alta velocità, disponibilità della Banda Larga , e così via).”

Una  modifica dei parametri di classificazione necessaria dunque e anche più necessaria proprio in  considerazione del grande impatto che il  Piano di ripresa e resilienza  redatto dal Governo Draghi, approvato dal Consiglio dei ministri , illustrato al Parlamento e pronto per essere  inviato a Bruxelles . Parametri  di modifica sui quali da tempo è concentrata l’attenzione  degli amministratori locali  i cui territori  saranno coinvolti appunto nel Piano. Una attenzione che ripetiamo  viene da lontano e coinvolge una grande fetta di territorio interno . Quello  di comuni come  Tornimparte  e Lucoli  tanto che  gli stessi sindaci   Giacomo Carnicelli di Tornimparte  e quello di Lucoli, Valter Chiappini fin dal settembre del 2020  , con una nota congiunta, ,sono intervenuti sulla ripartizione dei fondi per le aree interne e montane,scrivendo : “ “Il recente decreto, varato dal Governo, che ripartisce, tra i Comuni delle aree interne e montane italiani, 210 milioni di euro per il sostegno alle attività produttive dei territori, pur rappresentando un primo, concreto, segnale di attenzione alle realtà più svantaggiate del nostro Paese mostra evidenti carenze nei criteri di ripartizione.”
“Per definire la platea degli Enti beneficiari – scrivevano  – si sono, infatti, utilizzati i soli criteri di perifericità e di minore dimensione demografica. Tra l’altro, la definizione di perifericità è ferma a quanto stabilito nel 2015, prima che terremoti, crisi economica e pandemia ridisegnassero l’assetto economico e sociale della Penisola. Al fine di essere aderente alla realtà, la classificazione dei Comuni dovrebbe essere quanto più dinamica possibile, in modo da tenere in considerazione l’evoluzione dei servizi quali, ad esempio, il numero di corse giornaliere di autobus, i presidi sanitari, il numero e giorni di apertura degli uffici postali e di supporto al cittadino, la disponibilità di rete dati a larga banda, l’accesso alle grandi infrastrutture oltre a tutti quei parametri economici che delineano la dinamicità di un Territorio.” “Sorprende, appunto, come nessun parametro economico (numero di imprese presenti sul Territorio Comunale, dimensione delle stesse Imprese, Reddito Pro Capite) sia entrato minimamente in gioco. Tra l’altro, è bene ricordare che, per le attuali classificazioni, risultano “Polo”, (definito come un Territorio in cui è presente una Stazione di tipo Silver, un Ospedale D.E.A. di I Livello ed un’offerta scolastica secondaria superiore completa, cioè almeno un liceo, un istituto tecnico e un istituto professionale), tanto L’Aquila quanto Roma. Una situazione, oggettivamente, sbilanciata. E’ necessario, dunque, procedere ad una rapida revisione della classificazione degli Enti Locali e ad una più attenta valutazione dei criteri di ripartizione. Richiesta che inoltriamo a Governo e Regione, affinché interventi di questo tipo, quanto mai benvenuti, possano essere equi ed efficaci.”

Dunque criteri da rivedere  per progetti e iniziative  vitali  per territori ricchi di  fascino per il loro patrimonio naturalistico, paesaggistico, culturale e umano  da preservare e valorizzare perché fonte di energie per disegnare un futuro capace di far convivere in modo sostenibile sviluppo tecnico economico e ambiente di vita  coniugandoli proprio con la saggezza che da quel patrimonio proviene.

( 1 )Strategia nazionale per le Aree interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance . Documento tecnico collegato alla bozza di Accordo di Partenariato trasmessa alla CE il 9 dicembre 2013. https://www.miur.gov.it/documents/20182/890263/strategia_nazionale_aree_interne.pdf/d10fc111-65c0-4acd-b253-63efae626b19

(2  )RELAZIONE ANNUALE   SULLA STRATEGIA NAZIONALE PER LE AREE INTERNE  Presentata al Cipe  dal Ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno , Claudio De Vincenti  https://www.agenziacoesione.gov.it/wp-content/uploads/2020/07/Relazione_CIPE_2018.pdf

(3  ) L’Agenzia per la coesione territoriale per assicurare le finalità dell’art.119 comma 5 della Costituzione promuove lo sviluppo economico e sociale dei territori rafforzando l’azione di programmazione, coordinamento, sorveglianza e sostegno della politica di coesione, vigilando e accompagnando l’attuazione dei programmi e la realizzazione dei progetti, facilitando la cooperazione delle istituzioni e le partnership strategiche tra i soggetti coinvolti al fine di eliminare il divario territoriale all’interno del Paese.

(4  )  L’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale (IFEL) è una Fondazione istituita nel 2006 dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) quando, in attuazione del Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 22 novembre 2005, succede al Consorzio Anci-Cnc per la fiscalità locale raccogliendone tutta l’eredità.

Da allora IFEL porta avanti il ruolo di ente deputato ad assistere i Comuni in materia di finanza ed economia locale. Oltre a divenire la tecno-struttura di riferimento per la raccolta sistematica, l’elaborazione e la diffusione dei dati relativi ai tributi, la Fondazione opera come ente di ricerca e formazione attraverso la produzione di studi, analisi e proposte di innovazione normativa atte a soddisfare le istanze dei Comuni e dei cittadini. Un costante lavoro di ricerca e aggiornamento, in contesti come quelli della finanza e dell’economia locale che subiscono continui cambiamenti ed evoluzioni, caratterizza l’attività scientifica su

cui si incentra l’impegno istituzionale di IFEL.

( 5)  https://www.fondazioneifel.it/ifelinforma-news/item/10212-dopo-il-covid-cambiano-i-rapporti-tra-citta-e-aree-interne

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