DIGNITAS AEGROTI | SULL’INVIOLABILE DIRITTO DEL MALATO ALLA CURA, AL RISPETTO E ALLA DIFESA DELLA PROPRIA DIGNITÀ, ANCHE LAVORATIVA
DIGNITAS AEGROTI a cura della Dott.ssa Assunta Di Basilico
Redazione- Lungi dal voler esternare un pensiero occasionale, mi accingo con profondo senso di responsabilità e con animo riflessivo a proclamare, in spirito di giustizia e di umanità, un principio inalienabile e sacro: il diritto del malato alla cura della propria persona, alla tutela della propria dignità e al riconoscimento della propria sofferenza, anche quando essa non si manifesta in forma visibilmente invalidante agli occhi degli altri.
In una società che troppo spesso privilegia l’apparenza alla verità interiore, non v’è colpa più grave che dubitare del dolore altrui, specie quando esso è silente, sommerso, ma certificato, reale, persistente. Nessuno ha facoltà di giudicare ciò che non conosce. Nessuno, in nome del potere o della presunzione, può arrogarsi il diritto di stabilire chi è veramente sofferente, né di negare legittimità a chi, pur affetto da patologie gravi e croniche, si prende cura di sé, si veste con decoro, partecipa alla vita culturale o sociale per difendere un residuo di dignità e di equilibrio psichico.
L’abito della persona malata non è, e non sarà mai, il dolore esibito. È piuttosto la resistenza silenziosa, l’eleganza della forza interiore, la perseveranza in una quotidianità che lotta contro lo sgretolamento.
Eppure, accade!
Accade che nel cuore delle istituzioni, nei contesti lavorativi e persino nei programmi pubblici finanziati con fondi destinati al benessere psicofisico delle persone — come il PNRR — si celino menti intrise di malizia e d’invidia, pronte a calunniare, sospettare, svilire l’altro. Accade che chi combatte ogni giorno con pluripatologie severe venga accusato di fingere, di simulare malessere, solo perché, per dignità, si presenta ben curato, partecipa a un evento culturale, vive con compostezza la propria vulnerabilità, adotta un linguaggio aulico.
È un crimine morale, prima ancora che sociale, giudicare il dolore senza conoscerlo. È una violazione etica l’uso disonesto dei fondi pubblici dedicati alla salute, mentre nel contempo si condanna chi usufruisce di quegli stessi strumenti per sopravvivere emotivamente.
Come possiamo, con coscienza serena, parlare di supporto psicologico e di benessere integrato, se poi si semina diffidenza verso chi, proprio attraverso questi strumenti, cerca rifugio, sollievo, senso?
Il peccato dell’anima che sospetta del dolore
Nessun cuore puro può concepire pensieri tanto vili e crudeli. Solo chi ha smarrito la via della compassione può insinuare che la bellezza esteriore, la voce alta della cultura, o il desiderio di vivere costituiscano prova di sanità fisica. È proprio lì che si annida l’offesa più indegna: nella mente malata del sano che disprezza il malato, perché ne teme la forza o non ne sopporta la resilienza.
Chi è mosso da tale perversione, dimentica che Dio stesso punisce la cattiveria del cuore che si nutre di sospetto e disprezzo. È scritto nelle Scritture, nei Vangeli, nelle Lettere, nei Salmi: «Il Signore ha ascolto del grido dell’oppresso, ma chi giudica con malizia sarà giudicato con rigore».
Chi disonora il sofferente, chi bestemmia contro la sacralità della debolezza umana, non solo si macchia di un’offesa morale gravissima, ma si espone alla giustizia divina che non dimentica e non tollera l’iniquità del cuore.
Un grido dalla croce contemporanea
A voi che soffrite in silenzio, che vestite con dignità il dolore, che cercate nel teatro, nell’arte, nella poesia, nella musica, in un salotto di bellezza, in un libro, una via di salvezza, io dico: non abbiate timore del giudizio degli stolti.
Ricordate le parole del Cristo in croce:
“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.”
Che questa sia la nostra risposta a chi ci trafigge con lo sguardo del sospetto, a chi ci deride per un abito curato o per una voce che ancora osa cantare.
Sulla verità del potere
Non v’è trappola più subdola del potere usato come specchio per le allodole. Il vero potere è servizio, non ostentazione. È verità, non vanagloria. Chi usa il potere per denigrare, per insinuare, per opprimere, non è altro che una maschera sul volto della menzogna.
A voi che siete stati colpiti da parole infamanti: “Sei bella, quindi non stai male”, “Fai eventi, dunque non soffri”, io dico: la bellezza è un atto di resistenza, non una prova di benessere.
La cultura, la poesia, il sorriso, l’eleganza, sono medicine dell’anima, non negazioni della malattia.
Difendiamo con fermezza il diritto inviolabile del malato alla propria identità, alla cura della persona, alla bellezza, alla socialità, alla speranza.
Chiunque neghi questo diritto, si pone fuori dalla legge degli uomini e fuori dalla legge di Dio.
Che ciascuno, nel proprio ruolo — cittadino, professionista, docente, dirigente, medico, politico, operatore, familiare — si interroghi, con onestà e compassione, sulla qualità dei propri pensieri e delle proprie parole.
Solo così potremo costruire una società degna di chiamarsi civile.
Solo così potremo dire, senza vergogna: “Io non ho giudicato, io ho amato”.
Articolo di Dott.ssa Assunta Di Basilico
L’incubo dell’edificio
Devi guardare e tacere,
ascoltare e tacere.
Se parli, è la tua fine.
(Parole che rimbombano crude nel cervello, cicatrici che bruciano senza tregua, danni psicologici che restano e non guariscono mai.)
Torna nella tua stanza,
come se nulla fosse accaduto,
sorridi e non piangere.
Devi guardare e tacere,
ascoltare e tacere.
Non puoi chiede,
devi solo subire al mio ordine.
Posso fare di te ciò che voglio,
mi basta uno schiocco di dita,
e distruggo la tua vita,
guardare e tacere,
ascoltare e tacere.
(parole che rimbombano dentro la testa, come martellate che non si fermano)
Da quel giorno,
l’inferno dentro di me,
tacere,
tacere,
(una ferita aperta che sanguina senza fine, un dolore che si incide nel cervello, una cicatrice che non si rimargina, un danno psicologico che resta e tormenta.)
Da quel giorno,
ho preferito la malattia al lavoro,
la malattia all’amore,
la malattia indotta
confusa dai ricatti,
dagli abusi,
dagli inganni.
Devi guardare e tacere,
ascoltare e tacere.
(parole che rimbombano dentro la testa, come un eco di crudeltà)
Da quel giorno,
ho spento la tua voce,
ma il dolore, le cicatrici e i danni mentali restano, indelebili, come un marchio che il cuore non potrà mai cancellare.
Autore Assunta Di Basilico
Nata a Pescara il 03 giugno 1966
Via Di Sotto, 20 Pescara
Cell. 3387310128 Email: assunta.dibasilico@gmail.com
