CHE NON SI CHIAMINO BRAVATE!-PROF.SSA FRANCA BERARDI
Redazione- L’estate è ormai agli sgoccioli e si cominciano a tirare le somme di ciò che è stato. Covid a parte, non è possibile non riflettere su diversi episodi registrati nell’attuale stagione calda, e tra i più giovani.
Mi viene alla mente di provare a razionalizzare alcuni degli accaduti, utilizzando la regola delle 5 W (iniziali di Who, Wath, Where, When, Why), strumento principale dello stile giornalistico anglosassone e applicabile a qualsiasi situazione si voglia descrivere oggettivamente, senza tralasciare particolari importanti.
Iniziando ad applicare lo schema, traducendo nella lingua italiana, come consiglia quotidianamente il Presidente Onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, provo ad organizzare e tentare di dare risposte.
WHO? (Chi?): Giovani ragazzi, anche giovanissimi. Non soltanto provenienti da famiglie e ambienti disagiati, ma anche appartenenti a famiglie con solidi strumenti culturali ed economici.
WHAT? (Cosa?): Gettare monopattini in affitto nel fiume e nelle fontane; distruggere i nidi di tartarughe marine in zone segnalate e protette; danneggiare portoni di abitazioni; scrivere sui muri di palazzi storici; atti di violenza in generale.
WHERE? (Dove?): In tutte le città, sia grandi che piccole. Anche nella mia Pescara. Non più soltanto nelle aree periferiche, ma anche nelle piazze cittadine, centro della vita sociale ed economica quotidiana.
WHEN? (Quando?): In ogni momento della giornata, con una particolare predilezione nei riguardi della fascia oraria che va dopo la mezzanotte.
WHY? (Perchè?): …
E a quest’ ultima domanda è difficile, forse impossibile, dare una risposta. Oggettivamente tutti gli atti compiuti, infatti, sono accomunati dalla mancanza apparente di un senso. Non si è trattato di atti giustificati da motivazioni di qualsiasi natura, anche estrema, ma di gesti insensati, gratuiti e volontari, di non facile comprensione. Eppure, da insegnante, devo, voglio provare a dare spiegazioni. Penso al monopattino lanciato nel fiume oppure scagliato nella fontana e mi viene soltanto in mente il gioco di un bambino capriccioso e viziato che se ne sbarazza, vantandosi, davanti agli amici, dopo averlo usato per pochi minuti. E la distruzione delle uova nei nidi delle tartarughe? Quale motivazione poteva avere, se non la terribile noia che assale un giovanissimo talmente nauseato da tutto, che non riesce neanche a maturare un minimo di amore nei confronti degli animali? Eppure i bambini adorano gli animali per natura…
Sbruffoneria, nausea e noia sicuramente sono anche alla base dei danni alle abitazioni, comprese le scritte sui muri dei palazzi storici. Per quest’ ultime aggiungerei anche un certo “delirio di onnipotenza” concretizzato nel desiderio inconsapevole di rendere, così, eterno il proprio nome…
Tutto questo vuoto spaventa, fa pensare alla tanta solitudine subita dai ragazzi, non ha motivazioni che possano giustificarne la gravità: il monopattino non è stato oggetto di furto dovuto a necessità o le uova rotte per delle osservazioni di natura scientifica. Nessun autore di quei gesti ha mai pensato che ogni comportamento ha una conseguenza, elementare principio base della psicologia. Nessuno glielo ha mai detto, probabilmente…
Quello che c’è a monte e che resta in questi casi è il nulla. E tutto ciò comporta l’ impossibilità di poter fare leva su qualcosa per educare a fin di bene, senza immaginare mete sublimi, ma il semplice vivere civile, diventato molto raro e difficile.
Troppa libertà, tanti soldi, poca “famiglia”, nessuna etica, nessun obbligo, nessun dovere.
Subito ripenso ai motivi principali che hanno provocato il crollo delle grandi civiltà, in particolare quella romana. Non sono state ragioni legate solo al potere o a faccende economiche, politiche o militari. La decadenza della grande Roma è stata provocata principalmente dalla corruzione dei costumi, dalla ricerca sfrenata del lusso e dalla disgregazione delle famiglie.
Queste ultime, oggi in particolare, per tentare di ripulirsi la coscienza a causa di tante assenze nella vita dei propri figli, giustificate da lavoro, carriera ma anche da vacanze e momenti per sè, provano sempre a trovare delle scuse: “Ha fatto una bravata!…sai, sono ragazzi!…
Ricordo ancora un colloquio di qualche anno fa. Una madre in carriera venne a dirmi di essere in disaccordo sulla scelta dell’ aggettivo “SCOSTUMATO”, utilizzato da me nei confronti del comportamento del figlio che, il giorno prima, aveva fatto sanguinare la fronte di un povero compagno lanciando un sasso. Senza motivo. Dopo aver ragionato insieme sull’ uso della parola da me scelta e sul suo significato originario, “SENZA COSTUMI”, la congedai ringraziandola di cuore per il fatto di avermi fatto capire quale
