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POVERTÀ VISIBILE E INVISIBILE, L’ANALISI DEL DIRETTORE EDITORIALE PROF. GABRIELE GAUDIERI DALL’OSSERVATORIO DELLA CARITAS DELL’AQUILA: QUANDO IL DISAGIO SILENZIOSO ENTRA NELLE FAMIGLIE E NEL LAVORO (PRIMA PARTE)

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Redazione- In un tempo segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, il confine tra stabilità e fragilità si fa ogni giorno più sottile, portando alla luce nuove forme di solitudine e vulnerabilità che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali ma bussano silenziosamente alla porta di tante famiglie italiane. A tracciare una lucida e toccante riflessione su questo fenomeno è il Prof. Gabriele Gaudieri – pedagogista, didatta, formatore e Direttore editoriale di Ananke News – che, partendo dalla propria pluriennale esperienza sul campo nell’ambito del Servizio Civile della Caritas dell’Aquila, ci guida a distinguere tra la povertà visibile dell’emarginazione estrema e quella «povertà invisibile» e dignitosa che colpisce chi lavora, chi rinuncia a curarsi e chi vede incrinarsi gli equilibri familiari davanti a un imprevisto della vita.

In un tempo segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, il confine tra stabilità e fragilità si fa ogni giorno più sottile, portando alla luce nuove forme di solitudine e vulnerabilità che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali ma bussano silenziosamente alla porta di tante famiglie italiane. A tracciare una lucida e toccante riflessione su questo fenomeno è il Prof. Gabriele Gaudieri – pedagogista, didatta, formatore e Direttore editoriale di Ananke News – che, partendo dalla propria pluriennale esperienza sul campo nell’ambito del Servizio Civile della Caritas dell’Aquila, ci guida a distinguere tra la povertà visibile dell’emarginazione estrema e quella «povertà invisibile» e dignitosa che colpisce chi lavora, chi rinuncia a curarsi e chi vede incrinarsi gli equilibri familiari davanti a un imprevisto della vita.


Povertà visibile ed invisibile

di Prof. Gabriele Gaudieri
Pedagogista, Didatta e formatore • Direttore editoriale di Ananke News

C’è una povertà che si vede ed una che si nasconde. La prima ha il volto di chi vive per strada, di chi cerca riparo sotto i portici delle città, di chi si mette in fila davanti ad una mensa o attende un pacco alimentare.

La seconda, più silenziosa, meno riconoscibile, è spesso «protetta» da una facciata di normalità: è la povertà di chi lavora ma non riesce ad arrivare alla fine del mese, di chi rinuncia ad una visita medica perché non può permettersela, di chi deve scegliere se pagare una bolletta o acquistare farmaci necessari.

È proprio questa seconda povertà, discreta e spesso invisibile, ad interrogare profondamente la nostra società, poiché ci costringe a mettere in discussione una convinzione da lungo tempo radicata, ossia che il lavoro, l’impegno personale ed una retribuzione regolare siano sufficienti a garantire una vita dignitosa.

Da molti anni opero nell’ambito del Servizio Civile della Caritas dell’Aquila e, attraverso l’esperienza quotidiana e l’incontro con le persone, ho imparato a riconoscere i segni di un disagio che cambia volto, si trasforma ed attraversa fasce sempre più ampie di popolazione. La povertà non è più quella «immaginata», associata all’emarginazione estrema, ma è una condizione che può «insinuarsi» nella vita di persone che, fino a poco tempo fa, riuscivano a mantenere un equilibrio economico e familiare: oggi un imprevisto, una malattia, la perdita di lavoro, sia pure momentanea, possono determinare nel nucleo familiare una situazione di crisi economica e relazionale, dal momento che gli osservatori familiari ci dicono che la povertà determina liti e fratture profonde nel contesto familiare.

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