“LO SPIRITO E L’AMORE”- DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Un termine impiegato dalla Bibbia molte volte è Spirito. Tutte le religioni a modo loro parlano di spirito o spiriti e anche noi ci siamo fatti una idea su cosa voglia dire. Ma la Bibbia è molto chiara. In ebraico si dice ruach (386 volte nell’Antico Testamento), parola che presenta graficamente il “patah furtivum”.
Il concetto base è quello di una forza invisibile in genere, che non si vede se non nelle manifestazioni. Quindi la traduzione di ruach si desume dal contesto.
Cazelles fa derivare il sostantivo ebraico ruach da una antica radice con il significato originario di “essere ampio”, quindi ruach indicherebbe etimologicamente lo “spazio aereo” vuoto e solo secondariamente l’aria mozza o il vento. Un doppio significato simile è attestato anche nell’accadico napashu, “respirare”, “soffiare” ma anche “diventare ampio”.
La radice rwch è attestata in tutto il semitico occidentale, che in ugaritico significa “profumo”. In ugaritico compare nell’epiteto del dio Baal: rkb ‘rpt, “colui che cavalca sulle nuvole”; il Salmo 68, 5 corrisponde perfettamente al testo ugaritico quando definisce Dio rokeb ba ‘arabot.
Il primo significato del sostantivo ebraico ruach è quello di Dio. Dio è Spirito: ruach è una entità personale con propria volontà e che svolge proprie azioni. 2Samuele 23, 2: Davide dice “lo Spirito di Dio ha parlato per mezzo mio”. Lo Spirito è identificato con Dio e per questo può parlare. Isaia 48, 16: “Il Signore e lo Spirito mi hanno mandato”. Con chiarezza disarmante lo Spirito compie delle azioni in prima persona.
Il secondo significato è associato a Dio ma non si riferisce alla sua persona ma a un suo potere, una sua energia invisibile, che Dio manifesta in modi specifici, per esempio nella creazione, nel giudizio, nella fornitura di doni spirituali o capacità spirituali che non abbiamo in maniera naturale. Esodo 31, 3: “Lo ho riempito dello Spirito di Dio: di sapienza, di intelligenza, di conoscenza”. Numeri 11, 17: Dio dice a Mosè “Prenderò quindi dello Spirito che è su te e lo metterò su di loro”.
Il terzo significato è riferito all’uomo o agli esseri viventi in genere, quale energia vitale che rende un corpo inanimato un essere animato. È una energia che viene da Dio e determina la vita. Salmo 104, 29-30: “Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro lo Spirito: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Quando questo Spirito viene tolto, poi ritorna a Dio.
I successivi due significati sono in stretta relazione con la energia vitale, sono ottenuti attraverso l’impiego di due figure retoriche. Innanzitutto per definire le caratteristiche invisibili degli umani, come i sentimenti, si adopera la metonimia, con la quale la causa di qualcosa viene messa al posto dell’effetto (lo Spirito è la causa delle facoltà ma viene posto in loro sostituzione: Genesi 41, 8 afferma che lo spirito del faraone era turbato, qui ci si riferisce al suo stato psicologico che è però descritto attraverso la causa, l’energia vitale, lo spirito che permette lo stato psicologico). Un’altra figura è quella della sineddoche, per la quale una parte viene utilizzata al posto del tutto (lo spirito è una parte dell’essere vivente, assieme al corpo, ma in certi casi lo spirito viene utilizzato per riferirsi a tutta la persona umana: Salmo 77, 3 dice che il mio spirito viene meno, nel senso che la intera persona viene meno).
Un sesto significato è piuttosto conosciuto, si tratta degli esseri spirituali, come gli angeli, che Dio ha creato: anche se non li conosciamo benissimo, la loro esistenza è attestata molte volte dalla Bibbia. Salmo 104, 4: Dio fa dei “venti” i suoi messaggeri. Giudizi 9, 23: quando si parla dello spirito malvagio che aveva qualche personaggio.
Il termine ruach ha molte accezioni, non esiste una parola italiana che include tutti i suoi significati. I termini biblici sono in genere molto più complessi rispetto alla nostra mentalità, che è settoriale. Quindi ruach è impiegato anche per indicare “vento”, ”aria”, “vapore”, “respiro”, “alito”. Genesi 3, 8: Dio passeggiava nel giardino alla brezza (ruach) del giorno.
Pertanto mossi da questa forza invisibile, che tutti i battezzati possiedono, leggiamo Deuteronomio 6:
“1 Questi sono il comandamento, le norme ei giudizi che il Signore vostro Dio ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso; 2 perché tu tema il Signore tuo Dio osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti dò e così sia lunga la tua vita. 3 Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice e cresciate molto di numero nel paese dove scorre il latte e il miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto.
4 Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. 5 Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 6 Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; 7 li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8 Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9 e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.
Si tratta delle disposizioni (che continuano fino al capitolo 11) circa l’ingresso futuro nella Terra Promessa, date da Dio al suo popolo.
Nel testo originale si parla di “comandamento”, al singolare, per dire che tutta la Parola di Dio (Torah) è unica, non si cita a sezioni privilegiate, anche se va interpretata per attualizzarla al mondo corrente, come gli ebrei hanno sempre fatto e così i cristiani. Nella Bibbia più antica infatti vi sono anche ordini di stragi, che oggi i cristiani hanno abbandonato.
Ma la Torah è suddivisa in leggi distinte che poi vanno applicata al caso concreto, quindi il testo originale parla di “norme” e di “giudizi”: rispettivamente le varie norme divine della Torah e le loro applicazioni pratiche.
Al v. 3 abbiamo la figura retorica della paranomasia, quando si accostano due parole dalla diversa etimologia ma dal suono simile: “Ascolta, Israele, e bada di metterli in pratica”, weshamata … weshamarta la’ashot. Questa figura retorica fa risaltare ciò che Israele deve fare: l’ascolto delle disposizioni di Dio.
Al v. 4 abbiamo una delle esortazioni più famose, che gli ebrei ancora oggi considerano molto. In Matteo 23, 38 Gesù ha definito queste parole il primo e il più grande comandamento, come sintesi estrema della Torah. “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”. Si tratta di un comando così importante che gli scribi, nel testo masoretico, hanno usato una accortezza grafica: scrivere più grande l’ultima lettera della prima lettera (shemach, “ascolta”) e l’ultima lettera dell’ultima parola (‘echad, “uno”), cioè Ayn e Dalet, che lette insieme formano la parola ebraica ched, “testimone”, come se questa frase fosse il testimone più importante della verità della Torah.
La parola ‘echad, “uno”, si riferisce alla unicità di Dio. è una traduzione legittima, ma la parola può nascondere anche un’altra accezione. ‘Echad può indicare semplicemente un numero, senza dire nulla della relazione tra il soggetto e qualcun altro, quindi in Genesi 1, 5 ‘echad viene tradotto come “primo” (giorno della creazione). Genesi 2, 11: quando si parla dei fiumi in Eden si parla del “primo” fiume. Genesi 2, 24: si usa questa parola e lo si fa in modo particolare, cioè ci si riferisce a uomo e donna e c’è scritto che i due saranno “una” sola carne, ma è ovvio che sono due (allora ‘echad vuole dire anche una unità composta, come la Trinità, costituita di tre Persone divine). Invece yachid significa più spesso “unico” nel senso di “uno solo”. Genesi 22, 2: Dio parla con Abramo e si riferisce al suo “unico” figlio e nell’originale ebraico abbiamo yachid.
Il corollario del v. 4 è il v. 5: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. Molte persone sanno che Dio è unico o primo, ma non basta ciò, bisogna anche amare Dio con tutto noi stessi. E amare è il fondamento della Torah. Amare non è facile e comunque non può essere ordinato, infatti non si usa un imperativo bensì un futuro: allora non è una ingiunzione bensì l’inizio di un processo. Sant’Agostino diceva che Dio prima di essere amato deve essere conosciuto.
1Corinzi 13 affermerà che l’amore è qualcosa di fondamentale nella vita cristiana. Certamente bisogna amare Dio e poi amare il prossimo (cfr. Giovanni 13, 34: Gesù dà il comandamento nuovo, quello di amare gli altri). Leggiamo san Paolo:
“1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. 2 Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. 3 Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.
4 L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, 5 non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, 6 non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; 7 soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
8 L’amore non verrà mai meno. Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno e la conoscenza verrà abolita, 9 poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; 10 ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte sarà abolito. 11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.
13 Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore”.
Al v. 6 abbiamo una espressione idiomatica: i comandi che “oggi” ti do. Serve per esaltare il momento in cui viene dato il comando, cioè per rimarcare la solennità dell’avvenimento. Il ladrone sulla croce andrà “oggi” in paradiso, ma ciò, secondo la dottrina cristiana, è impossibile, in quanto Cristo andò prima negli inferi con l’anima quindi risorse e in seguito ascese al cielo, e solo dopo l’ascensione andò a inaugurare il paradiso, cioè a preparare un posto anche per noi. Pertanto quell’ “oggi” non ha valore temporale, bensì di solennità.
La Torah insegna che tali comandi dovevano essere fonte di meditazione costante, quindi qui c’è menzione dei filatteri. Essi sono fasce su cui sono scritte le parole del Deuteronomio e che poi vengono legate sul corpo (mano e fronte). Gli ebrei ortodossi osservano anche oggi questo comando, cioè portano ancora queste fasce per rispettare Dio e la sua parola. Quando l’Apocalisse dice che gli eletti avranno un segno sulla fronte, probabilmente si tratta dei filatteri. Per gli ebrei, la Torah non deve essere solo proclamata ma soprattutto scritta, sui rotoli della sinagoga, sui filatteri e persino sugli “stipiti” (mezuzot) delle porte, termine ebraico oggi usato per indicare le parti della Scrittura e i contenitori della Bibbia stessa.
Al v. 7 “li ripeterai ai figli” presenta, nell’originale ebraico, il verbo shinnantam, che significa alla lettera “affilare” e che qui è usato anche nella forma intensiva (piel). Il verbo, nel senso letterale, vuol dire anche “limare” un’arma, cioè Dio intende che il padre deve “affilare” il proprio figlio: sin dall’infanzia l’ebreo doveva ricevere la Torah per imparare, cioè essere ammaestrato a conoscere Dio.
Anche il Corano (33, 41) proclama:
udh’kurū l-laha dhik’ran kathīran wasabbiḥūhu buk’ratan wa-aṣīlan
“ricordate (il nome) di Dio, ricordatelo molto, giorno e sera”.
Il vero atteggiamento del credente è quello di ricordarsi sempre di Dio, come diceva il grande mistico musulmano al-Hallaj: “Mai ho respirato senza che Tu fossi con il mio respiro, lo spirito scorre in me, lungo tutte le sue vie, per Te”.
Molte volte, però, gli esseri umani non ascoltano la Parola di Dio, quale è proclamata dalla chiesa cattolica, e si perdono nel peccato. Furono i progenitori Adamo e Eva a cominciare questo atteggiamento di ribellione con il peccato originale.
Sant’Antonio da Padova scriveva che questo primo peccato fu costituito da tre vizi: gola (per il frutto, da alcuni identificato come la mela), vanagloria (voler essere come dei), avarizia (conoscere il bene e il male). Infatti la gola e la lussuria sostituiscono nel cuore dell’uomo il desiderio del piacere legittimo (che è amare Dio sopra ogni cosa) a quello secondario, derivante dalle creature. La superbia e la ricerca della gloria paralizzano la nostra capacità di discernere il bene dal male. L’avarizia e la cupidigia con il loro eccessivo attaccamento ai beni materiali indeboliscono in noi la capacità di respingere il male dal nostro cuore.
Spesso questi vizi, ancora oggi molto attuali, ci fanno dimenticare il nostro vero Bene, che è Dio e l’ascolto della sua Parola. Non avendo Dio nel cuore, iniziamo a disprezzare gli altri.
Lo psicologo Marshall Rosenberg contrapponeva due tipi di linguaggio: quello del lupo e dello della giraffa. L’uomo-lupo parla per difendersi, per trovare colpe e fare continue invettive. L’uomo-giraffa, l’animale che ha il cuore più grande in relazione al corpo, parla per empatia, per relazionarsi con l’altro, per ascoltarlo in profondità.
Spesso la violenza inizia in una maniera subdola, comincia cioè dal linguaggio, per poi sfociare in esiti più gravi.
Ascoltiamo quindi la Parola di Dio, che il suo Spirito ha ispirato agli agiografi, e iniziamo veramente ad amare, Dio e il prossimo.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 62 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
