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“IL DISASTRO DELLA DOLCEZZA” DI VALTER MARCONE

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Redazione-  “C’è grandezza solo nella dolcezza “ recita un verso di Wisława Szymborska poetessa e saggista polacca, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. Non c’è nulla di estremo, dunque , se non nella dolcezza. Eccesso di dolcezza. Esplosione di dolcezza. E’ necessaria allora la follia della dolcezza? Quella che descrive chi sei, ,chi siamo, chi vogliamo essere ,chi non possiamo essere . La dolcezza, un fuori testo del nostro essere, perchè noi non siamo dolci . Noi umani siamo aspri .

L’asprezza che ha come sinonimi :acido, arcigno, burbero, scontroso, scostante, inaccostabile, intrattabile. L’asprezza che è durezza, cinismo, aggressività del carattere umano che opponendosi alla dolcezza , intesa come empatia, mitezza, comprensione diventa un tema centrale nella natura umana. Spesso scambiamo la dolcezza per debolezza, ma come diceva Marco Aurelio, la vera dolcezza è una forza disarmante e invincibile , L’asprezza che isola perchè diventa uno scudo per difendersi nella incapacità di bilanciare appunto l’asprezza con la dolcezza che è la capacità di rimanere gentili anche quando si viene feriti , la capacità di trasformare la rabbia in comprensione . La dolcezza che necessità di una profonda sicurezza interiore e una grande maturità emotiva.

Asprezza, dolcezza che si contendono la natura umana. Umani ,un termine che sembra far orrore perchè divenuto desueto. Allora quando la dolcezza riesce a prendere il sopravvento nalla natura umana, appunto nell’umano, considerato ormai “ fuori testo”, alla luce di queste brevi considerazioni e definizioni , la domanda che si pone è: la dolcezza è un disastro ?

Probabilmente compiendo atti di dolcezza esprimo quello che è l’umano . oggi negato da quella che è stata la Storia passata e presente dell’umanità. Impegnata nel gran ballo della guerre, delle violenze, degli stermini che hanno folgorato lo spirito.

La Storia è sicuramente umana nel senso che è stata fatta dall’uomo. Ma questo uomo ha negato nel corso dei millenni la sua umanità. Oggi compiendo atti di dolcezza mi iscrivo alla continuità anonima di quello che doveva o avrebbe dovuto significare l’umano. E vado al contrario nella Storia che ha solo rare dolcezze. Un disastro al contrario, appunto nella Storia, disastro che è pensiero, quindi “ migrante”, fuori, allora da quello che è il disastro reale a cui stiamo assistendo nella Storia del presente. Che è fatto di costrizione che annuncia la distruzione , quella che è capace di devastare ,dissimulando. Guardiamoci attorno.La distruzione non ancora esperita che si sottrae ad ogni possibile esperienza perché è un limite del pensiero. Che è forza da non escludere perché fuori.

La dolcezza è una qualità delle sostanze alimentari ed è caratterizzata dalla trasmissione principalmente dai carboidrati semplici (come glucosio, fruttosio e saccarosio), ma può essere attivata anche da dolcificanti intensivi e polialcoli .Secondo la Teoria AH,B che copio da google “ dal punto di vista della chimica degli alimenti, la percezione del dolce si attiva quando una molecola contiene un gruppo donatore di legame idrogeno (AH) e una base di Lewis (B) posti a una distanza specifica (circa 0.3 nanometri) “

Ora la transustazione appare lo spazio senza limite di un sole che invade il buio delle viscere. Una notte liberata dalle stelle della dolcezza “metafora “ dell’enigma del ritorno. Noi ragioniamo spesso con le viscere , “ con la pancia” per cui forse è dalla pancia che viene la dolcezza , quella che non riusciamo a far diventare della mente . Eppure è la mente che governa la pancia e che in questo caso incontra difficoltà ad esprire il suo compito.

Per questo possiamo dire , giunti a questo punto dell’esame del tema della dolcezza che questa non è un “escluso”ma è come uno che non può entrare da nessuna parte.In questo mondo frammentato infatti la dolcezza annuncia lo smarrimento,l’assenza di collocazione.

Guai allora a non riuscire a collocarsi.

I problemi di un individuo,di una società , di un paese ( e forse di questo paese) dipendono dal fatto del non riuscire più a collocarsi. Un paese smarrito. E’ come la “ soglia della morte “.

Quanto ci avviciniamo ad essa veniamo “ rivoltati “.

C’è chi dice che ricominciamo da capo. Chi dice che una volta rivoltati , tutto è finito Ma c’è anche chi dice che è l’aspirazione a dissolversi che ci fa “più alto del Divino”. Il passaggio “a nord ovest” quello a lungo cercato. Quello che forse si incontrerà , ma non lo sappiamo. In quel rivolgimento lo spirito si rivelerà come quiete. Niente agitazione , niente irrequietudine. E tutte le cose della terra e del cielo saranno all’opposto della violenza. Saranno dolcezza , il debito infinito di un’ essenza umana, garanzia che interdisce all’uomo dolce di diventare uomo di potere.

Dolcezza è allora gentilezza ? La dolcezza non è la gentilezza ma della gentilezza si nutre fino ad arrivare alla mitezza.

Gianrico Carofiglio ha a lungo esaminato la gentilezza come uno strumento potente e rivoluzionario, ben lontano dalla semplice cortesia o dalle buone maniere. Nei suoi saggi, tra cui il più noto è “Della gentilezza e del coraggio”, l’autore definisce questo concetto come una pratica di resistenza e un metodo non violento per gestire i conflitti.

Una ipotesi che introduce nella nostra riflessione la “mitezza” una virtù spesso ricordata come sorella della dolcezza . Una virtù più forte della dolcezza perchè ci ricorda direttamente le parole dell’evangelista Matteo : “ Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero.” (Mt 11,25-30 ).Gesù, dopo aver manifestato la propria felicità per il fatto che Dio predilige quelli che sono semplici come i bambini, aggiunge una cosa molto consolante: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28). Orbene, mette una condizione per dare il riposo: “Prendete il mio giogo sopra di voi” (Mt 11, 29). “Che cos’è questo ‘giogo’, che invece di pesare alleggerisce, e invece di schiacciare solleva? , si domandava Benedetto XVI “ Il ‘giogo’ di Cristo è la legge dell’amore, è il suo comandamento, che ha lasciato ai suoi discepoli. Il vero rimedio alle ferite dell’umanità, sia quelle materiali, come la fame e le ingiustizie, sia quelle psicologiche e morali causate da un falso benessere, è una regola di vita basata sull’amore fraterno, che ha la sua sorgente nell’amore di Dio. Per questo bisogna abbandonare la via dell’arroganza, della violenza utilizzata per procurarsi posizioni di sempre maggiore potere, per assicurarsi il successo ad ogni costo”. (Benedetto XVI, Angelus, 3 luglio 2011. )

Ma è anche una virtù che è beatitudine. La terza delle otto beatitudini evangeliche, proclamata da Gesù nel Discorso della Montagna: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Matteo 5,5) Diceva papa Francesco nella catechesi del 19 febbraio 2020 : “Il termine “mite” qui utilizzato vuol dire letteralmente dolce, mansueto, gentile, privo di violenza. La mitezza si manifesta nei momenti di conflitto, si vede da come si reagisce ad una situazione ostile. Chiunque potrebbe sembrare mite quando tutto è tranquillo, ma come reagisce “sotto pressione”, se viene attaccato, offeso, aggredito?

In un passaggio, San Paolo richiama «la dolcezza e la mansuetudine di Cristo» (2 Cor 10,1). E San Pietro a sua volta ricorda l’atteggiamento di Gesù nella Passione: non rispondeva e non minacciava, perché «si affidava a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). E la mitezza di Gesù si vede fortemente nella sua Passione.

Nella Scrittura la parola “mite” indica anche colui che non ha proprietà terriere; e dunque ci colpisce il fatto che la terza beatitudine dica proprio che i miti “avranno in eredità la terra”.

In realtà, questa beatitudine cita il Salmo 37, che abbiamo ascoltato all’inizio della catechesi. Anche lì si mettono in relazione la mitezza e il possesso della terra. Queste due cose, a pensarci bene, sembrano incompatibili. Infatti il possesso della terra è l’ambito tipico del conflitto: si combatte spesso per un territorio, per ottenere l’egemonia su una certa zona. Nelle guerre il più forte prevale e conquista altre terre.

Ma guardiamo bene il verbo usato per indicare il possesso dei miti: essi non conquistano la terra; non dice “beati i miti perché conquisteranno la terra”. La “ereditano”. Beati i miti perché “erediteranno” la terra. Nelle Scritture il verbo “ereditare” ha un senso ancor più grande. Il Popolo di Dio chiama “eredità” proprio la terra di Israele che è la Terra della Promessa.

Quella terra è una promessa e un dono per il popolo di Dio, e diventa segno di qualcosa di molto più grande di un semplice territorio. C’è una “terra” – permettete il gioco di parole – che è il Cielo, cioè la terra verso cui noi camminiamo: i nuovi cieli e la nuova terra verso cui noi andiamo (cfr Is 65,17; 66,22; 2 Pt 3,13; Ap 21,1).

Allora il mite è colui che “eredita” il più sublime dei territori. Non è un codardo, un “fiacco” che si trova una morale di ripiego per restare fuori dai problemi. Tutt’altro! È una persona che ha ricevuto un’eredità e non la vuole disperdere. Il mite non è un accomodante ma è il discepolo di Cristo che ha imparato a difendere ben altra terra. Lui difende la sua pace, difende il suo rapporto con Dio, difende i suoi doni, i doni di Dio, custodendo la misericordia, la fraternità, la fiducia, la speranza. Perché le persone miti sono persone misericordiose, fraterne, fiduciose e persone con speranza.

Qui dobbiamo accennare al peccato dell’ira, un moto violento di cui tutti conosciamo l’impulso. Chi non si è arrabbiato qualche volta? Tutti. Dobbiamo rovesciare la beatitudine e farci una domanda: quante cose abbiamo distrutto con l’ira? Quante cose abbiamo perso? Un momento di collera può distruggere tante cose; si perde il controllo e non si valuta ciò che veramente è importante, e si può rovinare il rapporto con un fratello, talvolta senza rimedio. Per l’ira, tanti fratelli non si parlano più, si allontanano l’uno dall’altro. E’ il contrario della mitezza. La mitezza raduna, l’ira separa.

La mitezza è conquista di tante cose. La mitezza è capace di vincere il cuore, salvare le amicizie e tanto altro, perché le persone si adirano ma poi si calmano, ci ripensano e tornano sui loro passi, e così si può ricostruire con la mitezza.

La “terra” da conquistare con la mitezza è la salvezza di quel fratello di cui parla lo stesso Vangelo di Matteo: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Non c’è terra più bella del cuore altrui, non c’è territorio più bello da guadagnare della pace ritrovata con un fratello. E quella è la terra da ereditare con la mitezza!”

E allora la catastrofe , la distruzione,la sciagura, la sventura il disatro, la disgrazia, la rovina ,lo sfacelo della dolcezza è possibile , anzi è certo in questo mondo in cui è la legge del più forte che domina i rapporti tra i gruppi, i paesi , le società, i singoli. . Guardiamo la politica internazionale .La legge del più forte, è vero, in alcuni periodi ha dominato il mondo. Ce lo ricorda per esempio Tucidide nel celebre Dialogo dei Meliesi, Macchiavelli con la preminenza della ragione di stato al di là di ogni morale e anche Hobbes nel suo Leviatano , Ma in ogni tempo si sono levate voci di dissenso avvertendo che “la legge del più forte genera barbarie”, contrapponendovi lo Stato di diritto e il multilateralismo . Oggi prorpio la legge del più forte sembra poter prendere il sopravvento. Infatti le politiche di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping riflettono chiaramente una transizione verso un ordine mondiale basato sui rapporti di forza, dove la realpolitik e gli interessi nazionali unilaterali prevalgono sulle regole istituzionali e sul multilateralismo. Con il risultato che il mondo potrebbe essre diviso in aree di influenza gestite da potentati rappresentati da questi protagonisti della geopolitica mondiale.

Ecco allora l’importanza del dissenso che è dare voce alla democrazia. La storia insegna che quando il dissenso viene ascoltato, produce riforme e apre nuove prospettive; quando è represso o ignorato, segnala il declino della capacità democratica di rigenerarsi. Dalle piazze di Minneapolis a quelle di Mosca, dalla Utah Valley University alla memoria di chi protesta per la pace in Medio Oriente, l’incitamento ad una diversa visione dei rapporti è chiaro : una democrazia che non sa accogliere il dissenso, smette di essere pienamente se stessa.

La “dolcezza del dissenso” è accoglienza dell’imprevisto e del disordine per crescere vivendoli non come minacce ma come stimoli . Anche per una democrazia compiuta capace di rinnovarsi ogni giorno .ma con dolcezza , annunciando ogni giorno una catastrofe. Il disastro della della dolcezza.

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