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” QUEL CHE RESTA DEL GIORNO ” – DI VALTER MARCONE

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Redazione-  Quel che resta del giorno, film di James Ivory del 1993, racconta le vicende di Mr. Stevens (Anthony Hopkins) e di un mondo che non c’è più .Un film famoso candidato a ben otto Oscar che però non ha vinto nemmeno una statuetta. Ecco appunto  prendo ad esempio questo film che mi viene in mente proprio per il suo titolo e per il suo destino da oscar perduto Il titolo .riassume in un binomio antitetico,ma perfetto per quello che voglio  dire in questa riflessione, da condividere con il lettore,  un accenno di rimpianto  e una coraggiosa speranza per ciò che ancora ci rimane da vivere.

Appunto. Uno come me , a questa età, si può permettere qualche rimpianto  o nostalgia ma soprattutto  ha il dovere  della speranza. Perchè innanzitutto devo ringraziare la sorte  ( ognuno decida  che cosa altro  al posto della sorte ) per aver vissuto anni  di abbondanza dopo una iniziale carenza di ogni cosa dovuta all’immediato dopoguerra.  Devo ringraziare per lo slancio  di allora che trasformava un paese povero, autarchico, rinserrato in se stesso malgrado le mire coloniali ed imperiali del ventennio fascista., E devo restituire qualcosa  tra le poche cose che ho  e quindi restituisco “ speranza.”

Gioele Cima nel recensire su Fata Morgana Web  il volume di Massimo Recalcati  “Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer” (Marsilio, 2026):(  ) scrive : “Piuttosto che psicoanalizzare l’operato di Kiefer, le pagine di Recalcati si trasformano in una dissertazione sull’etica del declino, in una disamina su come la perdita, resto indistruttibile, possa tramutarsi in un oggetto splendente: può la caduta essere già in se stessa una forma di riscatto? Può l’oscurità apparentemente più densa irradiare dal proprio fondo una luce mai vista prima? “(1)

Massimo Recalcati analizza l’opera di Anselm Kiefer nel saggio Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer (2026), interpretandola come una trasformazione del trauma e delle rovine in potenza generativa. Recalcati esplora come l’artista tedesco converta il dolore storico in “resto” vitale, definendo la sua arte come una metafisica dell’immanenza capace di far nascere la bellezza dalle macerie. Ho letto  d un  terapeuta  a cui il paziente che  soffriva di incubi notturni   riferiva  che non sono gli incubi nei sogni   quelli peggiori ma quelli della realtà .

Forse proprio così. Prendo dunque in  prestito  la sintesi del ragionamento di Recalcati  sulla “ perdita “ che lui arriva a considerare un “ lutto” per dire che in questo “declino” dell’Occidente, dell’etica, della morale, della politica, fino ad una rottura della Storia c’è un incubo della realtà  che  è lo stato d’animo appunto  di questo presente che per me  rappresenta dunque quel che resta del giorno ma anche la perdita di quello che è stato per me l’intero giorno .

E” l’intero giorno” è stato l’Europa e gli ottanta anni di pace  che abbiamo vissuto , almeno quelli della mia generazione,  nati alla fine del secondo conflitto mondiale . Con una prospettiva di macerie, miseria,  mancanza di tutto. E invece no. Con un balzo prodigioso  la nostra generazione ha ottenuto quello che nessuno si aspettava. Grazie alla volontà di uomini e donne che si sono rimboccati le maniche e hanno dato vita  per primo alla Costituzione repubblicana e democratica  che ancora oggi  non è stata del tutto attuata. Uomini e donne che hanno dato vita al boom economico che ha risollevato dalle macerie, dai guasti, dai lutti un popolo non solo dal punto di vita economico ma anche morale e culturale.

Non sono state  semplici parole principi come promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei  cittadini. Un cammino che ha offerto  sicurezza e giustizia abolendo le frontiere interne,promuovendo l’uonione economica e quella monetaria e ha messo in atto il tentativo di  regolamentare l’asilo e l’immigrazione attraverso  l’attuazione di valori di umanità e di accoglienza.Fino ad uno sviluppo sostenibile  entro regole  che hanno disciplinato  un  mercato altamente competitivo, le spinte del capitalismo,  una piena occupazione,  il progresso sociale , la qualità dell’ambiente .

E l’elenco potrebbe continuare anche se nel  tempo  alcune criticità hanno frapposto ostacoli  alla piena realizzazione di una idea . Ovvero nodi strutturali critici: bassa crescita economica e stagnazione dei salari, elevate diseguaglianze, la gestione del debito legato al PNRR, oltre a sfide demografiche e alla necessità di gestire crisi energetiche e migratorie. La sfiducia crescente deriva anche dalla percezione di una burocrazia eccessiva. Elementi che fanno pensare  ad un rischio di involuzione dell’integrazione  non solo per la disaffezione dei cittadini ma per le marcate spinte di quella che poteva essere una  temuta rivolta  elettorale , che in realtà non ci è stata e che assomiglia a quella americana che ha portato al potere Donald Trump con tutte le conseguenze che , quella elezione ,sta determinandonon solo  nella stessa America ma in tutto il mondo.

Con risultati  che evidenziano una specie di rinuncia a lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione; difficoltà  a promuovere la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini e la tutela dei diritti dei minori . E anche qui l’elenco potrebbe continuare .

Ma qual’era  l’idea iniziale. Era l’idea contenuta nel  Manifesto di Ventotene che già da se è stato e rimane una speranza.”Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto” un documento del 1941, scritto durante il confino antifascista da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea, che proponeva la creazione di una federazione europea democratica per superare i nazionalismi e prevenire future guerre, basata su principi di libertà, democrazia e solidarietà sociale, con un governo e un parlamento sovranazionali. Un cammino di ottanta anni  di pace ; un cammino  che  offre un futuro alle nuove generazioni e  rappresenta  con i suoi valori  di cui appunto l’Europa è depositaria  quasi in esclusiva in questo momento ,un nuovo inizio dell’ordine mondiale sconquassato dalle politiche di Donald Trump ma anche  dalle politiche di Cina e Russia.

Ora nel contesto  che  è stato così brevemente delineato “ quello che rimane”  dell’Europa è la speranza. Una speranza che si aggrappa  alla memoria . Alla memoria di un ottuagenario  che ha  mosso i primi passo in un paese  animato dalla  ricostruzione postbellica  con il salto  economico, il cosidetto “ boom economico” e tutto quello che in questi ottanta anni di pace si è riuscito a costruire.  Una memoria che  afferma prepotentemente i valori  di questa Europa  che malgrado tutto restano intatti e rappresentano un patrimonio incalcolabile  se si  volge lo sguardo  al contesto  mondiale. Valori che  sono determinanti per contribuire alla pace e alla sicurezza e allo sviluppo sostenibile della Terra;contribuire alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio libero ed equo, all’eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani :assicurare il rigoroso rispetto del diritto internazionale.

E allora   in considerazione del fatto che la nostalgia non è una strategia  vale la pena di dare credito  , oltre ad aggrapparsi romanticamente alle nstalgie che  ho riferito , ad una idea veramente rivoluzionaria  contenuta  nel  discorso pronunciato dal Primo Ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026  (2)che ha   esplicitamente dichiarato che l’ordine internazionale basato sulle regole è una finzione che non funziona più, e che le potenze medie devono coalizzarsi per evitare la subordinazione alle grandi potenze. Carney in quel discorso ha proposto una strategia alternativa articolata su tre punti  fondamentali. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora  Criticatre l’atteggiamento delle potenze medie che denunciano l’intimidazione economica quando proviene da una direzione ma restano in silenzio quando proviene da un’altra E infine  il terzo e più importante punto  la creazione di una coalizione delle potenze medie che  negoziano bilateralmente con un egemone, negoziano da una posizione di debolezza, accettano quello che viene offerto e competono tra loro per essere i più accomodanti. Rinunciando alla sovranità   e accettando la subordinazione .

E’ una sensazione. Uno stato d’animo  non so quanto  penetrante .  Ad una certa età si sente qualcosa  come questa. A volte lo si sente con la pancia perchè ci sono più neutroni nella pamcia che nel  cervello. E’ una disposizione, una voglia : lasciare il noto per l’ignoto, che è poi la cosa che si fa quando si nasce e si muore. Personalmente  mi piacerebbe andare via , non scomparire, andare oltre non so che cosa e non so dove. Anche qui una sensazione . Scomparire è una cosa romantica: io voglio solo andarmene . Che poi non lo so nemmeno io che significa  andarsene , come, dove . Forse  sta diventando  sempre più complicato per me vivere . Ecco per esempio a causa dei malanni o meglio a causa di reazioni e risposte del corpo che non sono più quelle di una volta, quelle che condividevo piacevolemente, quelle che stimolavo. Ora il corpo si rivolta  e procura uno stato di sofferenza lieve, velata, psicologica, ansiosa . Non so definirla bene .

E allora  io che da solo  non riesco a modificare nemmeno  le decisioni di un’assemblea di condominio , ecco , io , sempre parlando in tema di speranza ho la speranza che “io “ diventi “ noi” e che il “noi “ possa modificare  le cose di questo mondo che cambia continuamente nel senso di quello che auspicava il  Primo Ministro canadese Mark Carney  e che ho appena brevemente riassunto .

Sono sempre stato dalla parte di chi possiede quello che riesce a mettere da parte. E per questo non annego nella ricchezza che d’altra parte non sarebbe la soluzione a questa età dei mali  dell’anima e del corpo. Quindi sono abituato alla parsimonia in tutte le cose che vuol dire anche al silenzio. Ecco appunto sono abituato al silenzio e in questa dimensione la vecchiaia diventa una stanza in cui si sono accumulate molte cosa da passare in rassegna appunto in silenzio.. Dunque  buone sintesi, la perdita della bellezza estetica a volte secondo i canoni che vanno per la maggiore, la perdita della vitalità e irrequietezza  del corpo che è caratteristica della giovinezza  delle membra  ( quella dell’anima è tutta un’altra cosa ) fino alla conquista della  lentezza che permette di vedere le cose più da vicino, il tempo che si fa prezioso perché non sai quanto ne hai. Mi manca il mio amore o meglio la persona sulla quale ho riversato il mio amore che è durato una vita. E’ andata a dormire  quando era ancora giorno come capita  sempre ai bambini .

E allora tra realtà  di un mondo che cambia e speranze a cui aggrapparsi , che cosa resta  dal punto di vista personale e dal punto di vista di un mondo che abbiamo vissuto e interpretato.  Resta la cautela  per riuscire a capire quello che è stato tutto questo .  Perchè ci sono idee differenti anche  se  poi alla fine  dicono la stessa cosa. Qualcuno afferma :“ oggi, guardando indietro, scopro di aver dedicato la mia vita a cause che si sono rivelate un fallimento. Trascorsi un’estate di studio a Firenze tra i figli dei fiori. Ci illudemmo che, dopo il Vietnam, non ci sarebbero state più guerre. Vivemmo il ‘68 come una rigenerazione: liquidare il vecchio mondo dei totalitarismi e dello sfruttamento ed avviarsi verso un’era più giusta. Combattemmo le nostre battaglie contro una condizione femminile discriminata da secoli…

Ora? Siamo di nuovo al punto di partenza. Forse aveva ragione Tucidide. O Vico, se preferisci.” In realtà quel qualcuno dice in sostanza quello che ho cercato di dire fin qui.  La speranza  fondata su quello che resta , sia dal punto di vista individuale che  collettivo , è la speranza di  essere “ di nuovo al punto di partenza”.

La Storia ha sbriciolato tante nostre illusioni, ma molto del seminato ha anche dato  è darà  i suoi frutti. Si tratta adesso di difenderli,ora e in futuro  come in tutte le epoche di controriforma e di speranza.

( 1  ) https://www.fatamorganaweb.it/il-seme-santo-la-poetica…/

(2)  Questo il testo integrale del discorso del Primo ministro canadese  “È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo.

Ma vi propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.

Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.

Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato sulle regole si sta dissolvendo. Che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.

Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile – la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica esiste una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità garantisca sicurezza.

Non lo farà.

Quali sono dunque le nostre opzioni?

Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso poneva una domanda semplice: come si manteneva il sistema comunista?

La sua risposta cominciava con un fruttivendolo. Ogni mattina questo negoziante esponeva in vetrina un cartello: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque – per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante, in ogni strada, faceva lo stesso, il sistema persisteva.

Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi.

Havel definì questo atteggiamento «vivere nella menzogna». Il potere del sistema non derivava dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità proveniva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.

È tempo che le imprese e i Paesi tolgano i loro cartelli.

Per decenni Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Potevamo perseguire politiche estere fondate sui valori sotto la sua protezione.

Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie.

Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.

Questo patto non funziona più.

Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi due decenni una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.

Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.

Non si può «vivere nella menzogna» del beneficio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.

Le istituzioni multilaterali su cui facevano affidamento le potenze medie – l’OMC, l’ONU, le COP, l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.

Di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.

Questo impulso è comprensibile. Un Paese che non è in grado di nutrirsi, di rifornirsi di energia o di difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo.

Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri interessi, i benefici del “transazionalismo” diventano più difficili da replicare. Le potenze egemoni non possono monetizzare indefinitamente le loro relazioni.

Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza. Compreranno assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce la sovranità – una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

Come ho detto, una gestione del rischio di questo tipo ha un costo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire ciascuno la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità generano benefici a somma positiva.

La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.

Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, avviando un cambiamento profondo della propria postura strategica.

I canadesi sanno che la vecchia e comoda convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida.

Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori” – oppure, in altre parole, sull’essere al tempo stesso guidati da principi e pragmatici.

Guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.

Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse.

Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo privilegiando un coinvolgimento ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che essa comporta e le poste in gioco per ciò che verrà.

Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.

Stiamo costruendo questa forza in patria.

Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti delle imprese, abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e stiamo accelerando mille miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora.

Raddoppieremo la spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali.

Ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa l’adesione a SAFE, il sistema europeo di appalti per la difesa.

Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti.

Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar.

Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur.

Per contribuire alla soluzione dei problemi globali perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi.

Sull’Ucraina siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.

Sulla sovranità artica stiamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.

Lavoriamo con i nostri alleati NATO – compresi quelli nordici e baltici – per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, velivoli e presenza sul terreno. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.

Sul commercio plurilaterale sosteniamo la creazione di un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione europea, dando vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.

Sui minerali critici stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, per consentire al mondo di ridurre la dipendenza da forniture concentrate.

Sull’intelligenza artificiale cooperiamo con democrazie affini per evitare di essere costretti, in ultima analisi, a scegliere tra egemoni e hyperscaler.

Questo non è multilateralismo ingenuo. Né è affidarsi a istituzioni indebolite. È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, si tratterà della grande maggioranza delle nazioni.

Ed è creare una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, su cui potremo fare affidamento per le sfide e le opportunità future.

Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.

Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti.

Questa non è sovranità. È la rappresentazione della sovranità mentre si accetta la subordinazione.

In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i Paesi intermedi hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via con un impatto reale.

Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.

E questo mi riporta a Havel.

Che cosa significherebbe, per le potenze medie, “vivere nella verità”?

Significa dare un nome alla realtà. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso. Chiamare il sistema per ciò che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.

Significa agire in modo coerente. Applicare gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stanno lasciando il cartello in vetrina.

Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere. Invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto.

E significa ridurre le leve che consentono la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

Il Canada possiede ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Deteniamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i maggiori e più sofisticati investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con un’enorme capacità fiscale per agire con decisione.

E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.

Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.

Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo.

Il Canada ha anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.

Sappiamo che questa rottura richiede più di un adattamento. Richiede onestà sul mondo per quello che è.

Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.

Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia.

Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto.

Questo è il compito delle potenze medie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di nominare la realtà, di costruire forza in patria e di agire insieme.

Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia.

Ed è una strada aperta a qualsiasi Paese disposto a percorrerla con noi.

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