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UN DISCORSO DI VALORE SU ÉLITE E CASTA

ridotto al semplice taglio dei parlamentari, bandierina ideologica che comunque apre scenari nuovi nel modo di fare politica in positivo e in negativo .

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Redazione- Qualcuno ritiene  che gli italiani , in questo momento in cui lottano  per la sopravvivenza ( in molti sensi )  a causa dei problemi  determinati i dalla pandemia  del corona virus , sono  del tutto disinteressati  al quesito referendario  a cui saranno chiamati  a rispondere il 20 e 21 settembre prossimi. Ovvero se confermare o meno  il taglio dei parlamentari che è  già legge  di riforma costituzionale . Qualcun altro   dice di votare NO per  evitare che la sciatteria con la quale  è stata portata avanti questa riforma che al momento si è limitata solo al taglio senza  procedere a costruire  ( e il tempo ci sarebbe stato) quel quadro di ulteriori  riforme   necessarie perché si avvii concretamente una stagione di  cambiamento  della politica . E ancora c’è chi    afferma che voterebbe SI non al taglio dei parlamentari ma al taglio dei loro stipendi e privilegi ( in tutti i sensi )(1)  ,cosa che si sarebbe potuta fare forse con un semplice provvedimento  della Presidenza dei singoli rami del Parlamento e che avrebbe forse  determinato un altro tipo di  risparmio a differenza di quello che produrrà il taglio del numero dei  parlamentari .Chi  dice di votare Si perché  il taglio dei parlamentari è il primo passo per una serie di riforme complessive e che bisogna dare fiducia al Movimento 5 Stelle che questa  riforma  porta avanti da tempo e che  conta molto sulla vittoria del SI per mettere un punto fermo della sua politica. Una politica da molti criticata come ondivaga che ha balcanizzato il modo appunto di fare politica in Italia  con anime che  non riescono a  trovare una sintesi ma soprattutto  in divergenza  con   quel  movimento  sotterraneo che a sinistra tenta di emergere .

Probabilmente il vero problema di questo referendum  sta nel numero delle persone che andranno a votare, forse appena  il 30% degli aventi diritto  , divisi su due fronti , quello del Si e quello del No  e quindi della conta che si dovrà fare  per avere una striminzita vittoria  dell’una o dell’altra posizione  in riferimento al disinteresse che  quella percentuale  di votanti  ove si verifichi in concreto   denota.   Ma sta anche   nel fatto che i cittadini  fanno fatica a capire  le ragioni delle posizioni su questo referendum perché quelli che al referendum  del Governo Renzi  per una riforma che pure conteneva  la riduzione dei parlamentari  dissero  No , oggi invece dicono Si. Con l’aggravante di un partito, il Pd la cui base elettorale è orientata a votare No , che dà una indicazione per il Si , stando all’approvazione della relazione del suo segretario e all’ordine del giorno in cui si chiede di sostenere  appunto il  Si  al Consiglio nazionale  . Con una votazione online, a larghissima maggioranza è stata infatti  approvata la relazione con 213 favorevoli, 1 astenuto (in 6 non hanno partecipato al voto). Separatamente, è stata approvata la proposta del segretario dem per il sì al referendum costituzionale con 188 favorevoli, 13 contrari, 8 astenuti (e in 11 non hanno partecipato al voto).  In aggiunta a tutto questo  c’è  un altro elemento  che poco è stato sottolineato ,ovvero che  la Costituzione del  1948  non ha mai stabilito il numero di parlamentari , che questo numero è stato stabilito dalla riforma costituzionale del 1973 e che quindi  ridurre  dagli attuali 630 a 400 deputati e dagli attuali 315 a 200 senatori, sarebbe una riforma della  riforma. E sempre in riferimento alle ragioni del Si   viene obiettato che  sciattamente esse vengono presentate in modo approssimativo ,senza un impegno solenne e quindi sanzionabile elettoralmente per proseguire il cammino  ,visto che nulla è stato fatto per preparare il taglio come  si doveva.

Anche perché come scrive a questo proposito Lucia Secondino su Money .it : “Stipendi parlamentari alti non sono un lampante indice di sprechi per il Paese, ma possono essere un indicatore in quella direzione. Non è importante soltanto quanto guadagnano i parlamentari, ma anche il rapporto tra stipendi parlamentari e stipendi medi dei loro concittadini. Per questo i parlamentari austriaci non guadagnano neanche tre volte lo stipendio medio in Austria, nonostante i loro siano quasi alla pari degli stipendi parlamentari italiani. La ricerca parte dal sito d’informazione irlandese thejournal.ie, che con i dati forniti dai parlamenti europei e dalla Banca Mondiale ha ricostruito lo scenario degli stipendi parlamentari più alti d’Europa, compresi gli stipendi dei premier. Lo studio si riferisce soltanto ai membri del Parlamento intesi come “camere basse” (lower house), quindi esclude i membri del Senato, e include automaticamente i parlamentari dei Governi unicamerali.(… ) Calcolare i guadagni totali dei parlamentari non è cosa facile, perché entrano in gioco premi, entrate supplementari, cariche aggiuntive, bonus che variano da Paese a Paese, e i benefit in cui rientrano viaggi, alloggi e supporti di ogni tipo. Lo studio è quindi circoscritto agli stipendi parlamentari base e quelli dei capi di Governo (Primo Ministro, Cancelliere), escludendo quindi non solo tutti gli altri vantaggi degli eletti, ma anche i Senatori. Italia, Austria e Germania occupano le prime tre posizioni con un certo distacco dalla Danimarca. Gli stipendi parlamentari medi italiani si attestano sui 125mila euro annui, una cifra molto elevata rispetto agli altri Paesi, mentre al Nationalrat autrichien guadagnano 121.608 euro e al Bundestag tedesco 108.984. Basti guardare i guadagni in Est Europa, che in Romania e Bulgaria sono addirittura sotto i 20mila euro, la soglia che in Italia determina le agevolazioni fiscali per i meno agiati.”(2)

Per quanto riguarda  gli scenari  a secondo della vittoria di una o dell’altra parte c’è chi  segnala il pericolo  , visto lo scarso interesse  al quesito referendario e quindi  ad una riforma che cambierà  il volto della politica ( in meglio o in peggio non si sa ancora),  che  questo è il momento propizio , se vince il SI  ,di avviare quello svuotamento  dell’istituzione parlamentare  e quindi della democrazia parlamentare  mirando alla sua sostituzione con quella cosiddetta “ diretta “ per mezzo del “ mitico “ web. Un web mitizzato non mitico, che  offre  su piattaforme  on line e non nelle urne  il mezzo per esprimere la volontà. Una espressione che taglia  da queste decisioni  milioni di persone  a meno che non si voglia adottare la tutela attuale  per disabili e non vedenti ,l’accompagnamento  dentro  la cabina  che in questo caso diventa virtuale , ossia  il prestito di una competenza ed abilità  informatica per  esprimere il voto.  (3)  Voto on line e voto per posta , voto posposto, tutte possibilità che vengono  praticate in altre realtà e contesti . Legittimi  perché no come il voto postale  negli Stati Uniti d’America , o il voto elettronico  (4).A parte  il  lungo e ampio dibattito da tempo sviluppatosi  sulla segretezza del voto  di queste modalità di espressione  l’esempio  introdotto serve solo a dire che  “tutto sta ad intendersi”.

Anche  se   ci sono accorgimenti   nel nostro ordinamento per garantire  il diritto di voto  come ai naviganti, negli ospedali, negli istituti penitenziari, per i residenti all’estero , nei  “seggi volanti” come li chiamano i giuristi che  affermano  e confermano che il voto non è solo un diritto ma anche un dovere. Nel Regno Unito per esempio i detenuti non possono votare , cosa che  è stata portata all’attenzione della Corte europea dei diritti dell’uomo.  Con una piccola digressione  sempre in tema di esercizio del voto in questo particolare momento ossia per chi  è allarmato  dalla  possibilità di  estendere il contagio  da coronavirus che  caratterizza questo particolare momento della vita del paese e delle relazioni sociali . Anche in questo caso le norme  garantiscono   ,   anche  le  premesse e le certezze  per contemperare   il diritto di voto con gli obblighi  della disciplina dell’isolamento , della sorveglianza, della quarantena. Pur in  una condizione di  conflitto forse  tra l’espressione del voto e la garanzia di sicurezza  che  bisogna in qualche  modo contemperare .

Ma torniamo al punto  del nostro ragionamento . Perché una  riforma che  contempli solo  il taglio dei parlamentari e non per esempio l’abolizione di uno dei  due rami del parlamento ,come in precedenti proposte ? Perché una nuova  legge elettorale  conseguente e invece non preventiva  in modo da tener conto della nuova  realtà ? E quindi  la previsione   di nuove  modalità di espressione del voto anche con mezzi e strumenti diversi da quelli tradizionali ? Perché non ancora la riforma dei regolamenti parlamentari ? Qualcuno dirà  , la conferma del taglio dei parlamentari è la prima mossa di una stagione di riforme .

Ma forse non è una semplice questione di tempi ; è come malevolmente  si potrebbe supporre  il maldestro tentativo di  buttare sulla carta  in fretta e furia l’abbattimento di quello  che si considera un” bastione”  per dire in modo spicciolo e sbrigativo  quanto retorico  e ideologico  che “ anche  questa è fatta “ come si disse  con un brindisi  su un balcone   che “ la povertà era stata abolita”. Il maldestro tentativo di “abolizione della casta “ e quindi finanche dell’elite  che nel  pensiero  iconoclasta  sono stati confusi . Certo  la lotta alla casta non è una prerogativa del Movimento 5 Stelle ,  né una primogenitura. Ci sono stati tanti tentativi  prima  della loro  segnalazione , che purtroppo mette a nudo una palese confusione tra casta ed elite. Dove casta sta  nel dibattito politico italiano ad  indicare un gruppo ristretto di persone che, ricoprendo cariche pubbliche, difendono e incrementano privilegi personali ingiustificati. Ed elite  intesa come  capacità di governare con  particolari doti e qualità , espressione di meritocrazia  per cultura, prestigio, autorevolezza .

Chi ha inventato la lotta alla casta e quando è nata ? Non certo con gli insulti dei grillini o con il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. La “Casta” nasce ben prima. Così come i festini hard che fanno scandalo sui giornali. E lo racconta bene Filippo Maria Battaglia nel suo libro “Lei non sa chi ero io! “edito da Bollati Boringhieri editore.  (5) “Cinque milioni di lire in un anno, venticinque per un intero mandato. A tanto ammonta il compenso dei parlamentari nel 1963. A fare i conti nelle tasche degli eletti, alla fine della terza legislatura, è «Il Borghese»: un onorevole incassa in un mese quanto nove operai per partecipare a poco più di centoquaranta sedute l’anno. Lo stipendio, in realtà, si ferma a 740mila lire ma in soccorso della busta paga arriva il «rimborso spese». Da regolamento dovrebbe essere variabile sulla base delle presenze in Aula, certificate da un apposito registro, che però non è controllato da nessuno. «Un collega comunista con un libretto in mano – è la denuncia di un deputato dc al quotidiano «Il Tempo» – metteva firme di presenza, oltre che per sé, per alcuni suoi colleghi assenti, che avrebbero così percepito il gettone». L’inchiesta di Montecitorio scatta subito ma si chiude con una semplice censura generica”.(…  ) L’arrivo della pensione, introdotta nel 1959, è ovviamente reversibile e prevede un assegno mensile di 50mila lire dopo cinque anni di contributi, con l’aumento di 10mila lire per ogni anno in più fino a un massimo di 200mila lire mensili. Il risultato? Un ex deputato con quattro legislature alle spalle, a 60 anni incassa 2 milioni e 400mila lire l’anno. «Una scelta aberrante», commenta don Sturzo.” (…) “La sfilza di episodi di malcostume che a vario titolo si affastellano nelle prime legislature del Dopoguerra non aiuta. Presi singolarmente non hanno particolare rilievo, ma uno dietro l’altro restituiscono un quadro non esattamente edificante degli eletti. Riguardano democristiani, monarchici e socialdemocratici alle prese con reati vari e quasi tutti si risolvono con un nulla di fatto.Ampio il campionario giudiziario: truffe, fallimenti, minacce, usura, violenza privata e persino correità in adulterio causate tra l’altro da «morbose e innaturali tenerezze verso ex segretari particolari».

Dunque un discorso che viene da lontano  . Ma a proposito di confusione appunto perché la casta non è l’elite  (6)  secondo Sergio Rizzo   che ha pubblicato su Repubblica.it del 18 settembre 2020   un articolo dal titolo Io, che ho raccontato la casta, vi spiego la differenza dalle élite”.In questo articolo Rizzo sostiene la tesi che  “ i Paesi sviluppati non soltanto possano ormai fare a meno delle “élite intellettualoidi” (formula coniata da Luigi Di Maio), ma che le stesse élite vadano necessariamente spazzate via in quanto nemiche del popolo e amiche dello spread, ormai dilaga ovunque. Anche se qui la guerra si serve di un’arma ancor più micidiale. L’idea che si va affermando è che le élite si identifichino con ciò che viene ormai comunemente definita la casta.” Ma la casta è cosa ben diversa dalle vere élite e, sostiene Rizzo,  “la storia dimostra che la crescita e lo sviluppo di ogni società civile è direttamente proporzionale alla loro qualità.”

Ecco dunque il degrado attuale, figlio di quel processo, lungo ma inesorabile, studiato nel 2007 da Andrea Mattozzi e Antonio Merlo — con buon anticipo su La mediocrazia di Alain Deneault — dove “il processo di selezione meritocratica è stato sempre più rapidamente soppiantato dalla cooptazione. Al posto dei capaci, i fedeli.” (7)

Infatti  Ilaria Bifarini su ID, settembre 2016 scriveva : “  Per la preservazione di un ordine precostituito – sia esso inteso nello specifico come ambiente lavorativo o più in generale, e a ricaduta, come sistema socio-economico – il talento e la competenza rappresentano una minaccia; per la conservazione dello status quo è necessaria, e non solo preferibile, un’accettazione acritica e passiva delle regole e delle convenzioni. Allo stesso tempo, la totale incompetenza e incapacità porterebbero a delle inevitabili inefficienze. E proprio qui viene fuori la figura del mediocre, un individuo mediamente preparato e competente, naturalmente incline a conformarsi al sistema, alle sue regole implicite e tacite. Non un emerito inetto dunque, piuttosto un “idiòtes”, quell’individuo incapace per indole di interessarsi alla vita pubblica, di saper rapportare le logiche e le ripercussioni delle proprie azioni in un contesto di più ampia portata. Quelle persone in grado di tacere e omettere informazioni che possano rivelarsi deleterie per i propri superiori, senza scrupoli sulla valenza morale e sulle ripercussioni sociali. Individui addestrati al conformismo, ma senza avvertirne la consapevolezza e il peso della coercizione.”

Scriveva Pasolini : ““Lei non ha capito niente perché è un uomo medio. Un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista.”  Perché l termine élite definisce un gruppo di persone, spesso una minoranza, in possesso di autorità, potere e influenza sociale e politica. Spesso viene utilizzato per designare un ristretto sottogruppo di un sovraordinato gruppo o categoria sociale, a tale sottogruppo viene attribuita una specifica o generica superiorità rispetto alla restante parte del corpo sociale di riferimento; il consenso a tale attribuzione può essere più o meno generale e, al limite, circoscritto agli stessi membri della élite. Benché il termine sia intrinsecamente elogiativo, quando è adoperato da coloro che non ne condividono l’attribuzione assume un connotato dispregiativo (esempio: le auto-nominate élite); ma, nella sua fisiologia, la definizione è in rapporto con quella di legittimità del potere e con l’autorevolezza del suo esercizio .

E quindi proprio in ragione ad una domanda : La nostra classe dirigente, nazionale o regionale che sia, si può considerare una èlite o una casta? ecco allora delinearsi ancora una volta  le ragioni del SI e del NO .

Come  è stato già detto dunque Il dibattito politico odierno, a mio parere, rischia di fare confusione tra i due termini che spesso vengono considerati simili e intercambiabili, mentre a ben vedere possono essere considerati antitetici. Quando si parla di èlite (dal latino “eligere”, cioè scegliere) si intende far riferimento ad un processo di selezione in base al merito. Il termine casta si fonda, invece, su una sorta di cooptazione dall’alto che nulla ha a che vedere con il merito, anzi spesso lo umilia.

Ecco allora in sintesi lo scenario del  SI e del NO  dove le ragioni del No sono anche le ragioni  del  voto “contro”. Ma non contro la casta, l’establishment, il potere costituito e i privilegi. Cioè tutto l’armamentario caro alla storica, e ormai sempre più noiosa, propaganda del populismo grillino.. Come scrive Giorgio Merlo sul Blog di Huffpost del 31 agosto 2020 “Perché, oggi, su tutti gli elementi che si vogliono o si possono accampare, ce n’è uno che svetta sugli altri. Senza concorrenza. E cioè, per chi voterà No, si tratta anche e soprattutto di un voto contro l’antipolitica, contro l’antiparlamentarismo, contro la demagogia, contro il populismo, contro i detrattori della democrazia rappresentativa, contro i predicatori della tanto detestata casta. E quindi, contro i detrattori della rappresentanza democratica parlamentare. E cioè, per sintetizzare ancora meglio, contro il progetto politico e l’esperienza politica dei 5 stelle.(…)

Mentre  “Se vince il Sì, continua Giorgio Merlo “come è evidente a quasi tutti, vince il progetto populista, antiparlamentare e antipolitico dei 5 stelle. E basta. Con tanti saluti a quel 95% che ha votato, irresponsabilmente e forse anche un po’ ipocritamente, Sì al quarto passaggio parlamentare. Non a caso sta progressivamente, ed esponenzialmente, aumentando di numero di tutti quelli che rivedono la propria posizione al punto che la fatidica “libertà di coscienza” o “libertà di voto” sta diventando la parola d’ordine che alcuni partiti lanceranno ai propri elettori, pur sostenendo molto timidamente un Sì burocratico e protocollare. Una posizione tipicamente e autenticamente pilatesca, nonché irresponsabile, perché tutti ben sappiamo che la libertà di coscienza c’entra poco, se non nulla, con i processi di revisione costituzionale e con la visione della democrazia e delle istituzioni repubblicane che ogni partito, almeno per decenza, dovrebbe avere senza appellarsi qualunquisticamente alla coscienza dei singoli. Ma, al di là di questo malcostume politico, è indubbio che il voto “contro” in questo mese può innescare un meccanismo politico ed elettorale difficilmente controllabile e verificabile.

Oggetto del dibattito tra il Si e il No non è dunque  se con la riforma si pervenga ad un efficientamento e ad un miglioramento della governabilità del Paese o se si raggiunga solo un risparmio di spesa pubblica e se siano sufficienti 600 parlamentari a rappresentare il Corpo elettorale,bensi   se è possibile o no  avviare finalmente quella stagione delle riforme  che servono a questo paese .

E’ un  discorso serio perché importante è la posta in gioco . Ed è un  lavoro da fare subito  senza perdita di tempo   , specialmente per la costruzione di quella elite di cui abbiamo ragionato, perchè si rischia che  senza questo lavoro  quanti oggi si oppongono alla casta  , diventino,   loro malgrado, essi stessi casta .

 (1Per intenderci, i deputati hanno diritto a un’indennità lorda di 11.703 euro. Al netto parliamo di 5.346,54 € mensili più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 €. Ad essi si aggiungono 1.200 € annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 ogni tre mesi per i trasporti. (https://www.money.it/Stipendi-parlamentari-senatori-deputati)

Consiglieri ed assessori regionali percepiscono dai quasi 11.000 € mensili del Consigliere semplice ai 13.000 € mensili del Presidente

(https://www.varesenews.it/2018/03/quanto-guadagna-un-consigliere-regionale/697686/) Quanto alla retribuzione dei consiglieri e degli assessori comunali, questa varia a seconda di diversi fattori quali la popolazione del comune, il distacco lavorativo, la carica rivestita.)

(2) https://www.money.it/Stipendi-parlamentari-quali-piu-alti-in-Europa-quanto-spende-l-Italia

(3) Più di recente il voto tramite Internet ha acquisito maggiore popolarità anche nelle elezioni politiche ed amministrative nel Regno Unito, Estonia e in Svizzera, così come in Canada e nelle elezioni primarie degli USA e della Francia.

I sistemi di registrazione elettronica diretta (Direct recording electronic systems, DRE), sono in grado di identificare il votante, che possiede una smartcard, mediante un’interfaccia simile a quella dei POS. I DRE possono, in base al progetto e all’implementazione, assistere istantaneamente il votante nel caso di anomalie che potrebbero rendere il voto non valido, grazie all’ausilio di un supporto cartaceo (simile ad uno scontrino) su cui viene stampata ogni azione, esercitata dal votante sulla macchina, in modo che il votante stesso possa verificarla, prima di confermare la validità delle preferenze e delle operazioni specificate. Al contrario, in un sistema non corredato di un sistema di audit cartaceo delle operazioni, i votanti devono fidarsi dell’accuratezza del software installato nel sistema. I venditori di sistemi di voto tendono a preferire l’uso di software proprietario per ragioni di profitto; ciò provoca delle preoccupazioni in una parte dell’opinione pubblica che, per fidarsi dei dispositivi elettronici, ha la necessità di percepirne la trasparenza rispetto al processo di voto e l’affidabilità nell’esecuzione delle operazioni. Il software Open surce, basato sui consolidati punti forti della libera diffusione del codice (opposta all’approccio della “sicurezza tramite l’occultamento ” propria del software proprietario), fornisce un ampio grado di trasparenza per tali sistemi. In generale un sistema software certificato permette di avere un soggetto di riferimento in caso di contestazioni, consentendo di chiedere al produttore il deposito dei sorgenti e la verifica degli stessi in qualsiasi istante.

Le macchine di voto elettronico sono usate su larga scala in India ed in Brasile. In Europa, l’Estonia ha adottato il voto via Internet per le elezioni politiche dal 2005. Nel 2002, negli Stati Uniti, l’atto “Help America Vote ” ha apparentemente reso obbligatoria la votazione elettronica in tutti gli Stati. Sebbene per il futuro molti paesi democratici potrebbero ricorrere al voto elettronico, al momento sono ancora molto diffusi i sistemi di voto e di scrutinio manuali.

(4)Il termine votazione elettronica , o e-voting (dall’inglese «electronic voting»), indica i diversi metodi finalizzati a permettere l’espressione del voto e il conteggio delle preferenze attraverso tecnologie elettroniche e informatiche. La votazione elettronica può essere effettuata presso postazioni dedicate, per mezzo di Internet, per telefono, mediante  schede perforate o sistemi a scansione ottica.

Il voto elettronico può presentare vantaggi e svantaggi rispetto ad altre modalità di voto. Alcuni sistemi di voto elettronico, in particolare, hanno manifestato scarsa affidabilità e trasparenza[1]: svariate nazioni – come la Germania, i Paesi Bassi e il Regno Unito – hanno pertanto abolito la votazione elettronica oppure hanno rinunciato ad adottarla su larga scala per consultazioni pubbliche di carattere politico-istituzionale. Le autorità norvegesi hanno interrotto definitivamente ogni forma di sperimentazione del voto elettronico nel 2014, dopo oltre un decennio di verifiche, ritenendo che la votazione elettronica non offrisse garanzie sufficienti in termini di libertà e segretezza del voto.

(5) https://www.linkiesta.it/2014/09/storia-e-origini-della-casta-politica-italiana/

(6) Sergio Rizzo   è coautore con Gian Antonio Stella del bestseller “La casta”, libro-inchiesta del 2007 sul mondo politico italiano con oltre 1.200.000 copie vendute e 22 edizioni, nonché di numerose altre pubblicazioni sul tema (“Rapaci. Il disastroso ritorno dello Stato nell’economia italiana”, “Perché la Repubblica italiana è fondata sul conflitto d’interessi”, “Licenziare i padreterni. L’Italia tradita dalla casta, Batman & co.”, “Razza stracciona. Uomini e storie di un’Italia che ha perso la rotta”).

(7) Mediocrazia . A sdoganare il termine è il sociologo canadese Alain Deneault, che nel suo saggio Mediocratie” analizza l’ascesa dell’“uomo medio”, l’individuo mediano, sempre incline a collocarsi al centro,

a metà tra gli incompetenti e i supercompetenti.

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