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“SUL POTERE”-MARTA TRAVAGLINI(PRIMA PARTE)

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Redazione-Nel IV secolo a.C. Aristotele diceva: ‘’ L’uomo è un animale sociale. ‘’ L’uomo vive in relazione ed ha bisogno dell’altro. Allora perché abbiamo bisogno del potere?

Una delle moltissime tematiche che affronta l’antropologia politica è quella di studiare, capire, analizzare questo fenomeno. Studi antropologici dimostrano che, per quanto le società possano essere semplici, non se ne conosce alcuna che non abbia una minima forma di organizzazione e quindi comprendente un certo tipo di potere. Ebbene, secondo gli antropologi quest’ultimo è il superamento della morte (E. Canetti, 1981). La costituzione di società si può far risalire ad un atto di violenza. La convivenza tra gli uomini ha inizio con la violenza diretta verso un essere la cui morte è da ritenersi benefica per il mantenimento dell’ordine sociale. In altri termini, all’origine del potere dunque esiste una vittima che, espropriata della sua innocenza dalla collettività, le conferisce lo stato di potenziale colpevole e ciò, sottrae la vittima dall’uccisione. La vittima, in questo senso, costituirebbe una sorta di calmante, elemento ordinatore e pacificatore ma solo perché restituisce quella stessa minaccia iniziale di annientamento che l’ha conosciuta come vittima.

 Potere e paura infatti sono concetti inestricabili, fortemente connessi fra loro. La stessa paura di cui parlava T. Hobbes dove, il Leviatano, rappresenterebbe il figlio della paura, di una violenza che, se libera di agire, è in grado di ricreare se stessa in eterno. Usato come metafora del potente, dello Stato, il cui terribile aspetto rinvia alla sua grande mole di potere. Successivamente, molti pensatori di varie discipline umanistiche diedero il loro contributo in merito alla questione potere/autorità analizzandone le proprie sfaccettature. (Per citarne solo alcuni: M. Weber, K. Marx, W. Mills, T. Parsons, F. Hunter). Ma come subiamo oggi il potere?

La sua forma oggi è tramutata in qualcosa di molto subdolo e sottile. A tal proposito, Pier Paolo Pasolini non poteva spiegarla meglio:

‘’ Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. E’ un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano. Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. E’ avvenuto tutto in questi ultimi anni. E stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire. Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare. ’’

Invece qualcosa da fare ci sarebbe. Provare a spostare l’orizzonte sugli obiettivi che ci prefiggiamo noi, capire quello che è proibito e quello che non lo è per noi stessi, dare un senso alle cose e rispettarle. Dunque un piccolo lavoro di felicità personale, attribuzione di senso non secondo i dettami di modelli precostituiti, evitando di farci sopraffare o deviare dalle indicazione del ‘’più forte’’.

 Sono convinta che le idee siano le sole a non ‘consumarsi’ mai completamente.

(Continua)…

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