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STRUTTURA DELL’ APPARATO PSICHICO IN PSICOANALISI-DOTT. MARIA RITA FERRI

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Redazione- E’ in “L’eredità e l’eziologia della nevrosi”, nel 1896 che S. Freud parla per la prima volta di Psicoanalisi per descrivere un metodo di cura  di diversi disturbi psichici, ma anche una modalità osservativa e una conoscenza profonda dei fenomeni esistenziali, che include una profondità del sentire e del pensare e che, attraverso l’analisi dell’evidente, rivela i significati più segreti dell’esser-ci.

L’esistenza dell’inconscio, Unbewusstein, nel pensiero di S. Freud, rimanda a quella parte della mente in cui nascono i sogni, mente interiore estranea all’Io,   alla Coscienza, che persegue percorsi logici propri, ove ha vita il regno del Principio del Piacere.Esso non è più considerato da S. Freud, come nella filosofia a lui precedente o contemporanea, il luogo di una mente puramente istintuale e biologica, ma mondo dotato di senso e quindi campo di significazione, con Enzo Funari, parla alla coscienza in modalità simbolica, includendo così necessariamente una capacità analitica di interpretazione.

 Attraverso l’Analisi il soggetto,così, si riappropria, attraverso l’interpretazione dell’Analista, man mano di parti del significato insconscio del suo pensare ed agire,e quindi il senso profondo di essi,ritrova nel rimemorare nel tranfert parti di sé  dimenticate o ignorate,emozioni poste in ombra, in una parola scopre lo stupore di esser-ci.

Il fascino dell’analisi,infatti, è quello di una antica cisterna su cui, affacciandosi, si può ammirare il mondo nel suo senso capovolto, il luogo dove vivono gli uccelli, è lo stupore della luna, quando mormorano i fiori, con G.Bachelard.

L’inconscio include il nostro primo essere al mondo e mantiene quel modo primo di vedere il mondo e sé, e di sopravvivere: esso è, infatti, il luogo del sempre-presente (Il tempo è qui sconosciuto), è, dunque, la nostra infanzia perenne.

E’ il luogo del processo primario di pensiero: include ciò che dà gioia, esclude, inviandole in un muto altrove, le immagini e l’archè del dolore.

Tale movimento è chiamato da S. Freud proiezione, ed è rafforzato da un movimento ad esso parallelo nell’Io, il movimento della rimozione.

Tale movimento fa dell’Inconscio, luogo della nostra vita istintuale, quella delle origini, il luogo in cui l’Io ripone i pensieri impensabili, i pensieri sensazioni o il ricordo di eventi dolorosi per dimenticarli o negarli. Li ripone come capi di altri tempi, in attesa di una stagione, che gli sia  cara, e di un Altro con cui renderli pensabili.

Ma ciò che è stato posto nell’inconscio, per preservare la serenità dell’Io, tende a trovare nuovamente posto nella coscienza, di qui nasce il conflitto tra le due istanze e quindi il soggetto sperimenta una condizione di ansia, come soffio di vento sul lago della mente…

  L’apparato psichico non è dato dalle origini della vita, ma si forma poco a poco nella dinamica tra la sua propensione ad essere e la relazione con la madre-sogno.

L’Es stesso è immerso infatti, inizialmente, nella gioia del conoscere un mondo con cui è confuso, un Altro “…conosciuto, ma non ancora pensato…”, in C. Bollas.

L’intero apparato psichico nasce dall’energia dell’Es ( Inconscio), unica Istanza psichica delle origini, prima che il bambino conosca il mondo come esterno a sé e scopra in tutto il suo stupore di non essere più lui stesso tutto il mondo.

Al tramonto dell’onnipotenza nasce l’Io come istanza soccorritrice dell’Es, perché non si disperi del legame infranto, di un per-sempre tradito,  ogni volta in cui al suo pensiero non appare l’Altro. E’ grazie all’Io che consola il dolore, che l’Es apprende a sognare e ad attendere il ritorno.

L’Io è la Coscienza conoscitiva, una parte dell’Es, nel pensiero di S.Freud, diviene Io, per trovare un reale felice in cui l’Es possa abitare,

esplora il mondo perché i desideri del piccolo Es trovino modo e risposta. E’ il ponte tra il soggetto e l’Universo, luogo del pensiero secondario, basato sull’esperire (secondario in quanto successivo al pensiero dell’Es, basato sulla pulsione e desiderio d’oggetto), e il principio di realtà (sconosciuto all’Es).

L’Io, riconoscendo a malincuore di appartenere al mondo e non più alla “Cosa” originaria(Madre dei sogni), configura nuovi modi per raggiungere l’oggetto amato, nella coscienza, via via più chiara, di averlo perduto una prima volta  quando lo percepì come esterno a sé.

La prima perdita dell’oggetto (La Madre), infatti, avvenne nella psiche nel percepirlo come oggetto intero e non più parziale ( M. Klein), ovvero come altro da sé, a sé slegato e dunque perduto.

L’Io, che nasce per ritrovarlo nel mondo e ricongiungere l’Es a lui, trova una prima forma di riunione offrendo  se stesso ad una riunione onirica con l’Oggetto, identificazione primaria, ingerendolo smisuratamente e divenendo immaginariamente, così l’Oggetto stesso ( F. Russo).

Essere l’Oggetto è una prima forma, per l’Io, di restituirlo all’Es e quindi poter attendere di farne il lutto.

Inoltre cercherà il suo nome e la sua presenza, ne rintraccerà la fragranza ponendo l’Es nella capacità di attendere un ritorno attraverso la capacità di dilazionare la carica pulsionale, ovvero attendere e sognare. Ciò permetterà all’Es di immaginare prima l’oggetto avuto e perduto, come in sogno, e poi nominarlo per evocarlo e, attraverso la sua voce intessere un canto di richiamo o rievocazione per, infine, ricongiungersi ad esso.Poiché lei giunge al suo richiamo,la madre, egli è certo di averla creata lui stesso, e con lei il mondo intero è sua creatura.Di qui la fiducia primaria nel mondo, essendo la realtà, dunque, un suo progetto.

Lo spazio tra sé e la madre è definito transizionale e il luogo dell’incontro tra le labbra ed il seno, nelle stagioni del latte, dà vita successivamente a tale luogo transizionale, luogo del legame più intimo, dove può nascere il gioco, attività attraverso cui il piccolo Io conosce il mondo estendendo ad esso il suo primo amore, ed elabora il dolore.

Il gioco aggiunge al principio di realtà lo spazio del “possibile”, del”come” zona tra il reale e il fantastico, area creativa dove nasce l’arte come azione sublimatoria, ovvero formulazione in forma artistica dell’essere del dolore e l’amore.Introiettato, diviene il luogo del dialogo interiore tra sé e sé, spazio interiore per rimemorare, riflettere, amare.Quando il bambino gioca ritrova la madre delle origini e ripara ogni discontinuità, con l’Altro-da-Sé che include naturalmente quella con sé.A tal proposito è bene sottolineare che l’accordo tra il Super Io e l’Io è la base della continuità essenziale, fonda il valore, nel senso che trasforma il Bene in Giusto.Al “tramonto dell’Edipo”, parole di S. Freud. , nasce il Super Io.

Quando cioè il bambino, intorno ai cinque-sei anni, per proteggere e aver cura del Legame di Altri da cui ebbe lui origine, per amore di loro, rinuncia al suo potente desiderio di divenire egli stesso, della madre, lo sposo.

Il desiderio rimane in lui segreto, in parte, e il meno-pulsionale così raggiunto, la pulsione così racchiusa, apre le porte ad un processo identificatorio da un lato, sublimatorio dall’altro, con la forza eroica del piccolo Io, che diviene da identificato a identificante di sé.

E’ la scelta più radicale per l’Io, tale rinuncia al sogno d’amore segreto con la madre. E’ il No al Sé nostalgico, alla regressione verso Das Ding,  il riunirsi regressivo alla Cosa Materna e l’affermarsi di sé nel mondo, di fronte ad un  mare ignoto, verso cui rivolgerà l’ardore.

Appartiene da questo momento all’Io l’eroicità di Odisseus:

“…ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto…”

(Dante Alighieri, “Inferno” canto XXVI)

Nasce allora tale Istanza Psichica, come interiorizzazione della voce del Padre e della Madre che indicano il giusto e separano il Bene dal Male. Con lui ciò che l’Io decise divenne il giusto.

La morbidezza del Super Io permette all’Io di dialogare con l’Es, accogliere i suoi desideri e modularli con il reale ed infine percepire la gratitudine per ogni desiderio realizzato come una propria crescita.

Il Super Io nasce come un Dio dei boschi, ha in sé l’autenticità della terra, partecipando dell’Es ha la fragranza e magia della terra, la sua certezza  e gemme e quindi l’Io scopre un legame sempre avuto con lui.

Ogni suo dire diviene la lois éternelle, certezza che guida il navigare verso ogni rotta ignota.

Ha gli occhi del padre, e può, quindi, descrivere rotte stellari e galassie.

Ha gli occhi del padre, ed è dunque il destino.

Il Super Io è di per sé il trionfo su sé e quindi sul mondo intero.

Ogni legame possibile dell’Io con l’oggetto aspira a un suo consenso.

Esso è l’ultima parte che compone l’apparato psichico, e per questo la più delicata, dietro il suo apparire di chi pone il sigillo.

Più delicata perché ricorda gli amati genitori, ne è l’immagine, e non preserva l’Io dalle pieghe che immagini antiche portano con sé.

Ha il loro profumo e ciò ne fa un caro oggetto, di cui mai dubitare.

Il legame con l’Io è dunque un legame d’amore, in un certo senso un legame dovuto, verso chi ci donò l’essere.

L’Amore dell’Io per L’Es è un amore per sé, per l’Essere senza origini, selvaggio, profondo come solo un intimo sentire può essere.

L’Es è la sua grande origine, il Super Io il suo grande traguardo.

 Due modi per amare l’oggetto.

Bisogna conoscere i boschi per amare le leggi del Super Io e il suo sguardo. Nel bosco è tutto più semplice, la luce più mite, le creature attendono la luna, ninfe e fauni, nel crepuscolo trovano accordi, che nel giorno appaiono come legami tra il verde,  la complessità del conflitto, che lega L’Io e l’Es, è qui sconosciuta: non vi è che una legge, quella dell’antenato che sorse nel verde.Ne resta, a ricordo, solo una sua rappresentazione immobile dove tace l’emozione. Ne ricordiamo il fatto, ma non l’emozione o il dolore che esso ci diede. Trauma affettivo taciuto a se stessi. Realtà troppo dura per essere pensata da una sola mente, quando l’Altro e i suoi doni si fecero assenza.

Se non può essere pensato, è un dolore che giace nel corpo, forse, dove trova rifugio, negli organi assopiti cui non dà più tregua. Diviene dunque dolore d’organo,ritorno al somatico. Ogni somatizzazione, infatti, è memoria carnale di un dolore psichico un giorno vissuto, ma non ancora narrato.

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

 

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