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SCRIVERE SUL SISMA, POETICA DELLO SLEGAMENTO: COMMENTO PSICOANALITICO AL LIBRO DI UMBERTO DANTE : ” VIA CASCI’NA 20″-DOTT.SSA RITA FERRI

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Redazione-Lo scritto colpisce per la scelta dello stile esistenziale, così naturellemente, sobrio narrativamente, che per questo è esso stesso un significante. Ovvero ciò che ci spiega il “perché” attraverso il “come”. Vediamo il come: scorporare il pensare dal sentire, far tacere l’inconscio, riconduce, dunque, la descrizione della  rappresentazione alla pura percezione degli eventi o a brandelli di essi, slegandola dagli affetti e quindi dal senso, base della poetica dello slegamento, nello stile di Albert Camus e nelle rêveries di René Kaës. Lo stile è cioè rivolto alla percezione quasi oggettiva ed emotivamente distante di ciò che avvenne, celando cioè evidenti risonanze emotive.

Siamo, infatti, di fronte a un pathos occultato, celato nel fatto, e in esso espresso direi silenziosamente. Non è, dunque un pathos che permette il condividere, ma il solitario e, perché no, eroico ergersi del silenzio emotivo dell’Io come singolarità dell’essere nel mondo, di fronte all’insensatezza del vivere e alla solitudine di fronte alla morte. Un pathos così solitario non accede all’area del we go, luogo psichico del condividere, del legame, dei sogni non ancora sognati, con T. Ogden.

Se lo stile, così brevemente descritto, è il “come”, esso ci conduce al “perché”, ovvero ci fornisce una chiave per comprendere il testo.

Il rimanere al fatto, dunque, e anzi allo sgretolamento del fatto, può indicare, a mio avviso, l’irraccontabilità stessa dell’evento, l’impossibilità di farne esperienza: nel sisma si è solo testimoni parziali di isole di realtà.

Il distacco emotivo dell’autore è, dunque, rappresentazione dell’irrappresentabile.

 Il sisma, infatti, sciolse il senso di ciò che appare dalla vera essenza delle cose. Forma e sostanza furono, quella notte, scisse. E’ così che, nella nostra mente, si slegò il Significante dal Significato, quando la casa, la culla, si rivelò un insieme di mattoni assemblati…

 Lo stile del libro esprime bene l’esperienza, di noi tutti, di essere vivi senza l’esistere, rimase un pensiero bianco, rinuncia al sentire. Il nostro stesso muoverci era immobile, così come quello dell’autore, ovvero senza evoluzione, ma un muoversi in qualche modo circolare, perché senza più meta, nello slegamento del prima dal poi, in un tempo ormai fermo, perchè movimento senza e-motus, senza emozioni.

Ora potremmo chiederci, perché l’autore percepisce il Maligno come presenza reale ed intima?

Perché, possiamo ipotizzare, che nel suo extra-vagare (con S. Resnik,) senza alcuna protezione per sé, nella notte sismica, ha necessariamente incontrato ed interiorizzato così fortemente la morte, un’assenza così totale di vita e di buoni oggetti, da dover ricorrere ad una difesa arcaica e precoce dell’Io: capovolse così l’assenza del buono nella presenza ostile del cattivo oggetto e quindi nella sua espressione massima. Quello che in lui era un vuoto assoluto di vita, troppo vicino alla morte psichica, assunse difensivamente la forma di un pieno di vita malvagia.

Tornando ancora al distacco emotivo, con cui l’autore accompagna il suo viaggio,  esso rispecchia bene una difesa psichica primaria e inconscia, che cancella illusoriamente l’orma del trauma ed indica, al tempo stesso, l’impotenza dell’Io: lo slegamento tra affetto ed oggetto e quindi fra l’Io ed il mondo.

Uno stile così composto che slega gli affetti dagli oggetti ovvero dagli eventi, (“ sono rimasto senza cuore” dice Umberto, in un punto, dopo aver incontrato un suo ex studente,) esprime una prima forma psichica necessaria di distacco di fronte al trauma, come reazione silenziosa alla rivelazione del sisma dell’assenza di senso del vivere. Tale forma di distacco è posta in essere dall’Io come funzione difensiva volta a slegare il pensare dal sentire per rendere il pensiero libero di operare in salvezza.

Tale primo distacco psichico, dunque, conduce ad un vuoto di senso, perdita di senso, perché nasce dalla perdita temporanea e necessaria del legame, da uno slegamento.

E’ necessario, altresì che vi sia, sia pure sommessamente presente, un altro distacco, non come reazione speculare all’assenza di senso svelata dal sisma, ma come sospensione del senso, come spazio interno di sospensione, di fronte al Trauma.

Tale seconda forma di distacco, è, al contrario, non vuoto di senso, ma luogo psichico intermedio tra il me ed il tu,  di sospensione del senso, esso lo trattiene e lo contiene, lo pone al riparo, gli offre un rifugio, in una liaison inconscia.

In esso, perché da sempre luogo di un Noi affettivo, ovvero del legame onirico che mai diserta l’Io dal vivente, può tornare ad abitare il simbolo, e con esso la capacità di significare di nuovo il vivere.

Il distacco emotivo come sospensione di senso, area di tale liaison, mi sembra raramente rinvenibile nel testo, ed è questo un particolare che apre, a mio avviso, una problematica sull’elaborabilità stessa del trauma.

Sembra mancare quell’area del simbolo o pellicola di sogno (di cui parla Pablo Neruda) in cui l’Io può riporre in luoghi psichici più sicuri ciò che è troppo doloroso per essere ora pensato e per poter rimandare ad un successivo ápres coup” della mente il rinvenimento di un senso che renda il lutto pensabile.

Noi sappiamo, infatti, come il sisma stesso abbia rivelato l’illusione di immortalità in cui ha radici la nostra infanzia e quindi la nostra stessa vita, la coscienza feroce (“maligna” descrive l’autore ) della nostra impermanenza e, peraltro, risvegliato lutti affettivi sopiti nella psiche, configurandosi così come un realtà troppo dura per essere pensata da una sola mente.

Ciò fa di esso un “trauma bianco”, con D. D. Winnicott, cioè impensabile perché inumano per una mente sensibile e richiede, per essere contenuto e poi elaborato, che esista una liaison inconnue, cioè il legame inconscio tra le menti, che nel libro non compare, probabilmente perché l’autore era interessato maggiormente ad evidenziare il primo distacco, tra i due, o da esso rapito.

E’ anche vero che la liaison  inconnue con il vivente si rivela nel libro, nella parte finale, senz’altro, dove compare la Ginestra di G. Leopardi, ma anche nel testo, in dettagli in cui il sentire d’esser-ci dell’autore prende consistenza, ad esempio nella delicatezza con cui descrive e raccoglie la piccola piuma, e la ripone portandola con sé.

La leggerezza della piuma nella nostra mente di lettori rispecchia una coscienza di fragilità di esistere, che magistralmente rimanda al candore

intatto della prima piuma di Forrest Gump.

 

 

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

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