UNA PARTITOCRAZIA SENZA PARTITI-VALTER MARCONE
Redazione- Quello che è accaduto può essere ancora definito “cronaca”,ossia fatti di cronaca che per quanto importanti e interessanti non sono ancora riusciti a diventare “Storia”.Non è ancora Storia la scomparsa o per lo meno la trasformazione dei tradizionali partiti politici che negli anni del primo Novecento ebbero un ruolo fondamentale nella vita politica del nostro paese. Si sono sottratti al declino e alla scomparsa soltanto i” partiti personali “.Com’è accaduto?
Cercherò di ricostruire alcuni di questi fatti che hanno impresso una accelerazione ad un processo appunto verso una direzione e un destino di declino con una specie di “opa “ per così dire, sulla trasformazione della politica che proprio sui partiti aveva fatto conto in “ finale di partita “.
A ben osservare il cuore della crisi del nostro paese , al di là delle conseguenze della pandemia, del peso del debito pubblico, delle difficoltà dei vari settori economici , ci si può convincere che il cuore di questa crisi è rappresentata dal declino dei partiti politici che hanno funzionato da architrave del sistema politico e che oggi hanno perso questa loro funzione.
L’Italia che veniva rappresentata fino agli anni 80 del Novecento come una “ partitocrazia “,ovvero un regime fondato sui partiti ,ha visto nel giro di alcuni anni la trasformazione della parola “ partitocrazia” da positiva a problematica e quindi denigratoria perché ai partiti politici man mano è rimasto solo un compito di filtro e di condizionamento che non è proprio un ruolo che dir si voglia del tutto positivo. I partiti ad un tratto nella storia di questo paese sono collassati e la scomparsa dei due principali la DC e il PSI sono un sintomo eloquente di quello che è accaduto.
E’ accaduto che ad un certo punto nella seconda metà del secolo per una serie di avvenimenti si decretasse la morte della prima repubblica, quella nata dopo la fine della seconda guerra mondiale .
Nel 1946, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli italiani avevano scelto come forma di governo la Repubblica. Pproprio in riferimento a questa forma di governo nacquero le definizioni di Prima e Seconda Repubblica . Con questa distinzione, si definiscono i due periodi che vanno dal 1948 (anno dell’entrata in vigore della Costituzione) al 1992 (anno dell’inchiesta “Mani Pulite” e del caso giudiziario battezzato “Tangentopoli”), e dal 1994 a oggi. A partire dal 1992, un gruppo di giudici di Milano (in particolare Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo) scoprì un sistema di finanziamento illecito ai partiti politici radicato in tutta Italia. In cambio di tangenti in denaro, pagate da imprenditori e uomini d’affari, molti uomini politici facevano loro dei favori assegnandogli illegalmente appalti pubblici o altri lavori pagati con denari pubblici. In breve, i magistrati scoprirono che il giro di corruzione era enorme, riguardava tutti i partiti e alcuni tra i più alti rappresentanti politici come ministri, senatori e deputati. In due anni furono arrestate più di 4.000 persone e l’indignazione dei cittadini fu enorme: l’Italia intera si schierò con i giudici, da tutti considerati i salvatori della patria. (1 )
La Prima Repubblica fu caratterizzata dal dominio assoluto della Democrazia Cristiana (Dc), partito che, dal 1948, aveva sempre avuto la maggioranza dei voti e governava con l’appoggio di altri partiti minori come il Partito liberale (Pli) o il Partito socialista (Psi), mentre l’altra grande forza politica, il Partito comunista (Pci) era sempre all’opposizione. Con la Seconda Repubblica sono scomparsi molti dei vecchi partiti (Dc, Psi, Pli,), altri hanno cambiato nome e linee guida dei programmi, come ad esempio il Pci, che è diventato Ds e il Movimento Sociale (Msi) che è diventato Alleanza Nazionale (An). E, soprattutto sono nati nuovi partiti, come Forza Italia e la Lega Nord, che hanno subito registrato un ampio consenso e si sono coalizzati nella formazione del primo governo guidato da Silvio Berlusconi nel 1994.
Con un sostanziale logoramento però della “forma “ partitica per cui i partiti dunque non sono più in grado di svolgere il ruolo che vien ancora loro assegnato , che vorremmo che svolgessero e per questo quelli che sono sopravvissuti sono arroccati su posizioni ideologiche in cui la gestione del potere è da Seconda Repubblica.
Il trapasso tra la prima è la seconda Repubblica “a livello istituzionale , riguardò solamente il passaggio da un sistema elettorale proporzionale puro a un sistema elettorale tendenzialmente maggioritario, ovvero a un sistema misto. Nel sistema elettorale proporzionale l’assegnazione dei seggi in parlamento tende a rispettare le proporzioni dei voti che i partiti politici hanno conquistato alle elezioni, mentre nel sistema maggioritario, poichè i seggi vengono messi in palio in collegi uninominali (un seggio per ogni collegio elettorale), l’assegnazione dei seggi in parlamento rispecchia il numero di collegi vinti e non la quantità di voti ottenuta dai partiti politici. La premessa agli avvenimenti che portarono alla formazione della seconda Repubblica italiana è stato il crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989 e che sancì la fine della guerra fredda, della contrapposizione tra le superpotenze USA e URSS e dello scontro tra le due ideologie politiche incarnate in Italia dalla Democrazia Cristiana (DC) e dal Partito Comunista Italiano (PCI). La fine della guerra fredda determinò in Italia enormi conseguenze politiche, poiché il nostro era il paese dell’alleanza atlantica in cui si era affermato il partito comunista più potente dell’occidente, il paese in cui per decenni si era combattuta una guerra sotterranea tra forze filoamericane e forze filosovietiche, dove è probabile sia stata più volte utilizzata la strategia della tensione per mantenere lo status-quo, il paese degli attentati terroristici sia di destra che di sinistra, dei servizi segreti deviati e dei gruppi armati dormienti come l’Organizzazione Gladio pronta ad entrare in azione in caso di vittoria del Partito Comunista. (2)
I partiti dunque oggi, dopo gli avvenimenti che abbiamo ricordato appaiono nell’amministrazione dello Stato più presenti e più vigili ma in modo del tutto anomalo. Sono diversi da quelli che erano una volta e quindi danno vita ad una “partitocrazia senza partiti “ L’apparato collegiale dei partiti è stato sostituito dal punto di vista ideologico ed organizzativo in un apparato di tipo personale : il leader e il suo cerchio magico .Se ne parlò a proposito di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi ma erano forse illazioni da riviste di pettegolezzi.
E’ quello che in questo momento si rimproverano Beppe Grillo e Giuseppe Conte nel trattare le questioni relative al rilancio del Movimento 5 stelle . Che per Grillo deve rimanere un Movimento con una gestione collegiale ( anche se poi al “padre padrone”,lui si dice “papà”, spetta poi l’ultima parola in ogni faccenda ) mentre per Conte deve assumere il volto di un partito retto da uno statuto ( definito da Grillo a dir poco “ seicentesco”)capace di determinare una evoluzione che è a dire di Conte,è un tentativo che è andato molto avanti . E che per questo probabilmente produrrà spaccature e scissioni . D’altra parte per esempio la storia dei partiti ci ricorda che nella sinistra le scissioni sono all’ordine del giorno,k anzi quasi costituzionali.
Partiti diversi da quelli di una volta con una caratteristica particolare che ne ha determinato anche la trasformazione: il peso coagulante e determinante del capo in cui la base si riconosce attraverso un atto di fede ma anche attraverso la cura di interessi particolari di cui è portatrice la base .
La nostra cultura politica non riesce a fare uno sforzo, forse un salto di qualità, per interpretare questo cambiamento ; ha lasciato per molto tempo al maggioritario la responsabilità di offrire garanzie per la stabilità del sistema. Un maggioritario rivisto e corretto fino ad arrivare al vigente sistema che è in vigore dal 2017 definito “ misto a separazione completa, ribattezzato Rosatellum bis: in ciascuno dei due rami del Parlamento, il 37% dei seggi assembleari è attribuito con un sistema maggioritario uninominale a turno unico, mentre il 61% degli scranni viene ripartito fra le liste concorrenti mediante un meccanismo proporzionale corretto con diverse clausole di sbarramento. Le candidature per quest’ultima componente sono presentate nell’ambito di collegi plurinominali, a ognuno dei quali spetta un numero prefissato di seggi; l’elettore non dispone del voto di preferenza né del voto disgiunto. La Costituzione stabilisce altresì che dodici deputati e sei senatori debbano essere prescelti dai cittadini italiani residenti all’estero”. (3 )
Una cultura politica che non riesce a fare i conti con un processo di cambiamento ormai consolidato e diffuso che per quanto burrascoso sia stato ( vedi Mani pulite ) ripropone caratteristiche dell’antica partitocrazia.
I partiti sono un trait d’unione tra società e istituzioni e in una democrazia rappresentativa svolgono un ruolo determinante. La loro funzione rappresentativa nasce da un mondo diverso da quello a cui siamo abituati oggi in un tempo che possiamo definire ormai lontano quando divennero portavoce dei bisogni dell’elettorato. Un compito che è venuto meno con il passare del tempo ma soprattutto per l’erosione della loro base. Così nella rappresentazione collettiva dei partiti l’antico legame è stato sostituito da un legame di tipo personale tra la base e il capo. Ci furono un tempo “partiti chiesa” in cui era preminente il rapporto di fede tra la base e il partito stesso.
Poi di fronte a fenomeni che hanno cambiato il volto delle nostre società con stravolgimenti dovuti a fenomeni come industrializzazione, urbanesimo, secolarizzazione, solo per indicarne alcuni, i partiti hanno svolto la funzione di sacerdoti della coesione dei gruppi sociali che venivano lacerati dalle conseguenze di quei cambiamenti che quei fenomeni innescarono. Paradossalmente hanno vinto la battaglia di integrare le masse nell’apparato dello Stato ma paradossalmente hanno perduto la loro essenza e questa vittoria ha costato loro la vita. Si sono infatti ridotti a dare voce a interessi individuali piuttosto che ad affermare le esigenze dei grandi blocchi sociali.
Sono sopravvissuti in modo ridimensionato , con funzioni circoscritte e con ruoli a volte completamente diversi da quelli che storicamente avevano svolto mentre ilo sistema politico ha continua a credere , facendo finta, che i partiti avessero ancora un ruolo di rappresentanza politica dalla quale erano stati scalzati da movimenti ( affermazione elettorale del Movimento 5 stelle) e da aggregazioni di piazza ( i girotondi e da ultimo le sardine).
Sono sopravvissuti perché sono riusciti nella occupazione partitocratica dello Stato che è un fenomeno del tutto particolare. Da quella occupazione ricavano sostentamento per poter sopravvivere ma non di vita propria .
In questa analisi che ho appena accennato, seppure riduttiva e forse incompleta va sottolineato che ci sono comunque elementi positivi e negativi che depongono a favore e contro i partiti . Senza dimenticare come premessa di qualsiasi altra considerazione che comunque restano in piedi partiti come il PD in Italia e il Labour e il Conservative Party nel Regno unito, il Partito del socialismo europeo in Germania , il partito di Macron En marche in Francia e il Partito popolare in Spagna senza considerare in India gli 88 milioni di iscritti al partito del leader al potere.
Il fenomeno trasformazione e declino dei partiti ha prodotto anche quello dei politici di professione che hanno sostituito i politici per vocazione. Un cambiamento in linea con quello dei partiti che sono diventati appunto una partitocrazia di Stato . Vi ricordate come il politico per vocazione all’interno delle sezioni ( che erano le cellule base dei partiti) era impegnato in estenuanti c discussioni . Il suo compito era quello di comunicare con la base . Scordatevi questo compito .Oggi il ruolo del politico di professione è quello di frequentare la macchina statale e penetrare al suo interno per trarne tutti i benefici.
Inoltre i partiti oggi sia a livello nazionale che europeo contano per sopravvivere suo finanziamento statale e sulle retribuzioni indirette ovvero le rimesse delle quote di salario che vengono cedute dai professionisti di partito sia politici che dipendenti dell’apparato burocratico del partito. Professinismo istituzionale e finanziamenti pubblici caratterizzano il punto di arrivo della trasformazione degli stessi partiti.
Dunque l’occupazione dello Stato come occupazione di spazi amministrativi da parte dei partiti è il punto focale di molte perplessità e diventa l’ago della bilancia di fronte a preoccupazioni per la neutralità proprio degli apparati dello Stato. E’ un lungo discorso perché quando i partiti si immedesimano nello Stato probabilmente vengono meno una serie di attenzioni alla realtà che è in continuo mutamento e che rappresenta il substrato dell’azione dello Stato e di conseguenza dei partiti stessi nella nuova funzione che abbiamo evidenziato.
Una realtà che offre anche un ulteriore elemento in tema di analisi dei partiti nell’attuale scenario. Un elemento interessante in questo momento in cui ci sono realtà per così dire “ partitiche” che hanno tutto il sapore di un rapporto personale fideistico0 tra il capo e la base. Mi riferisco ai cosiddetti “partiti personali di cui abbiamo alcuni esempi che potrebbero fregiarsi di uno slogan simpatico come quel “ Meno male che Silvio c’è” che per molti anni è stato l’emblema di quel tipo di realtà.
“Il partito è mio e me lo gestisco io “ . Trenta anni di politica personale è il significativo titolo di un articolo su Domani del 29 giugno 2021 a firma di Davide Maria De Luca . Proprio la possibilità che l’ex-premier Conte fondi un proprio partito viene affrontata, nell’articolo di De Luca, alla luce dei vari processi leaderistici che si sono susseguiti nella recente storia politica italiana. Fa la sintesi di questo articolo un testo di Claudio Mazzarone che prendiamo da “Inchiostroonline “ un magazine on line a cura della scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa , in convenzione con l’Ordine nazionale dei giornalisti, : “Dall’alba della prima Repubblica con Mario Segni, che lasciò la Democrazia Cristiana per fondare il suo Patto per Segni, a Silvio Berlusconi che creò a sua immagine e somiglianza Forza Italia, un partito completamente nuovo per il panorama italiano con il quale raggiunse il governo del Paese. Per arrivare ai più recenti casi di Mario Monti con la sua lista candidata alle elezioni nazionali del 2013, fino a Matteo Renzi che dopo aver raggiunto il 41% dei voti alle Europee del 2014, da segretario del Partito Democratico e presidente del Consiglio, dopo il tracollo del 2018 ha deciso di fondare Italia Viva, un modello di partito verticistico e leaderistico che oggi resta centrale in parlamento ma rasenta percentuali da prefisso telefonico nelle urne. De Luca sottolinea che quello della personalizzazione della politica non è certo un fenomeno solo italiano, anzi. Nell’articolo sono infatti ricordati i casi di Trump negli Stati Uniti, di Emmanuel Macron in Francia, dei vari partiti personali in tutta l’Europa centrale. “Se la pianta della politica personale non nasce solo in Italia – scrive De Luca su Domani – di certo nel nostro Paese il suo seme è stato piantato prima ed è cresciuto in maniera più rigoglioso che altrove”. Sulle motivazioni di questa particolarità italiana il giornalista riporta sia le tesi degli studiosi conservatori che di quelli progressisti.(…) Se si esclude l’esperienza berlusconiana che nella durata e nell’intensità ha cambiato il volto e la storia di un Paese, il ciclo dei partiti personali è fatto di picchi, di vite politiche brevissime. Le ultime esperienze leaderistiche della politica italiana ci raccontano la fragilità della politica personalizzata e dei suoi schemi di riferimento. Da Monti a Renzi, passando per Di Pietro, Mastella, ma anche per Salvini e Grillo, la storia e i dati elettorali ci dicono che un leader, in un periodo storico in cui i tempi sono azzerati, in cui la comunicazione è velocissima, in cui conta più il percepito che il reale, ha un ciclo brevissimo, in pochi mesi passa da percentuali di gradimento da record ad essere non dimenticato ma odiato da una maggioranza che, se prima era silenziosa, ora ha i social per parlare, gridare, adorare e odiare l’uomo o la donna forte del momento. I momenti però durano sempre meno e questo è forse uno degli aspetti con i quali il mondo, anche quello dell’informazione, deve confrontarsi.”
I partiti dunque . Berlusconismo, salvinismo, grillismo e ancora tanti altri che l’elenco sarebbe abbastanza lungo , manco a dirlo hanno tutti un “ ismo” preoccupante . Ma come deve essere un moderno partito. Un partito che si proietti nel futuro? Quali caratteristiche deve avere per rispondere pienamente alla sua funzione e qual è dunque in questo secolo il suo ruolo e la sua funzione. Ammesso che non basta mettere assieme delle sigle per vincere le elezioni. Deve essere un movimento come lo è stato il 5 stelle con una identità di democrazia virtuale ossia un movimento in cui la volontà della base si esprime attraverso una consultazione on line e quindi la stessa politica esce dalle stanze dei bottoni per entrare e servirsi della “ rete”. O deve essere un partito come il Pd in cui i processi identitari si esprimono per esempio con le “primarie”.Oppure deve essere un partito a mezzo tra queste due capacità di colloquiare con la base. O ancora un soggetto completamente nuovo, diverso e forse sconosciuto come fu una volta “la cosa”. Certo potremmo fare tutte le ipotesi che ci pare , resta il fatto che questo cambiamento è necessario , lo richiede la storia della nostra evoluzione societaria in cui la politica ha sempre avuto un ruolo che è venuto man mano scemando di intensità e di importanza. Dove per politica sta l’interesse delle cose di tutti e a cui tutti sono chiamati a collaborare. La strada si fa camminando . E sulla strada la prossima tappa è sicuramente una nuova legge elettorale , secondo l’impegno preso dalla politica dopo aver ridotto il numero dei parlamentari e aver dichiarato gli stati generali di una specie di rivoluzione. Che speriamo non sia solo a chiacchiere.
(1 )Fonte Focus https://www.focusjunior.it/scuola/storia/prima-e-seconda-repubblica/
(2 ) Con la fine della guerra fredda saltarono le coperture politiche e istituzionali ad un sistema di gestione del potere pubblico opaco e in alcune circostanze deviato. Venne a cessare l’esigenza di sottostare a quella ragion di Stato che fino ad allora aveva prevalso nelle istituzioni italiane in nome dell’equilibrio geopolitico internazionale. Infatti, nei primi anni ’90 si manifestò diffusamente nella società italiana una forte esigenza di rinnovamento del sistema politico, cosicché anche la magistratura fu spinta ad abbandonare le proprie remore e a perseguire con maggiore determinazione i reati dei politici e della classe dirigente. Quando i media portarono alla ribalta i primi scandali che coinvolgevano esponenti di partito, la magistratura fu incoraggiata e sostenuta dalla popolazione e dai media e il moltiplicarsi delle indagini portò alla luce una vasto sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti: la cosiddetta tangentopoli italiana. (….)In sostanza, solo nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, acquista definitivamente consistenza ed evidenza la seconda Repubblica italiana, poichè il leader di Forza Italia si candidava a guidare il governo del paese già durante la campagna elettorale. In caso di vittoria, il leader della coalizione di centrodestra avrebbe potuto far leva su una sorta di investitura popolare ridimensionando di fatto il ruolo dei gruppi parlamentari nella scelta del capo del governo e dei ministri. Occorre evidenziare come il nuovo assetto del sistema politico italiano sia stato fortemente condizionato dalla figura di Silvio Berlusconi, poichè il suo potere aggregante come leader della neo-formazione politica Forza Italia era dato anche dalla concentrazione in capo alla sua persona di consistenti poteri economici e mediatici. La forza politica di Berlusconi non derivava solamente dall’essere un leader politico, infatti la sua influenza andava oltre il suo stesso partito, mettendone in secondo piano le dinamiche interne ed essendo in grado di condizionare i leader degli altri partiti della sua coalizione e di riflesso le dinamiche della coalizione avversaria. Insomma, la forza politica di Silvio Berlusconi potenziata dal suo ruolo nei settori dell’economia e dei media fu in grado di forzare il sistema politico italiano, determinando delle ripercussioni sull’assetto istituzionale previsto dalla costituzione formale che veniva così scavalcata dalla costituzione sostanziale. https://www.focusjunior.it/scuola/storia/prima-e-seconda-repubblica/
(3)La legge Mattarella, approvata nel 1993 su impulso dell’iniziativa referendaria a favore del maggioritario, introdusse per la prima volta in Italia un sistema elettorale misto, definito come segue:
maggioritario uninominale a turno unico per i tre quarti dei seggi del Senato e i tre quarti dei seggi della Camera;
ripescaggio proporzionale dei più votati fra i candidati non eletti per l’assegnazione del rimanente 25% dei seggi del Senato;
proporzionale con liste bloccate, scorporo e soglia di sbarramento al 4% per il rimanente 25% dei seggi della Camera.
Tale meccanismo – ribattezzato «Minotauro» in virtù della sua natura ibrida e noto anche con l’appellativo latineggiante di Mattarellum – costituì uno dei principali elementi che segnarono il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica, rappresentando una decisa svolta rispetto al passato: la preponderante componente maggioritaria prevista dal nuovo sistema, infatti, era volta a favorire lo sviluppo di una forma di bipolarismo, agevolando in linea di principio l’alternanza di governo fra due partiti o coalizioni sul modello delle altre maggiori democrazie occidentali . Nel 2005 (legge Calderoli, detta Porcellum) entrò in vigore un sistema proporzionale corretto con un cospicuo premio di maggioranza – attribuito su base regionale al Senato– e diverse clausole di accesso; la formulazione originaria della normativa non consentiva il voto di preferenza]. Nel 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di parte della legge, in riferimento al premio di maggioranza e all’eccessiva lunghezza delle liste bloccate. Per quanto riguarda la sola Camera dei deputati, nel 2015 fu approvato un nuovo sistema elettorale, noto come «Italicum»; la legge, mai usata, prevedeva un meccanismo proporzionale con sbarramento al 3% ed eventuale premio di maggioranza[N 14]. La lista vincitrice avrebbe infatti avuto diritto ad almeno 340 deputati, pari al 54% degli scranni della Camera, qualora avesse conseguito una percentuale non inferiore al 40% dei consensi in ambito nazionale; il numero dei seggi assegnati a ciascun partito sarebbe stato determinato con il metodo Hare-Niemeyer sulla base dei suffragi ottenuti sul territorio nazionale. Le candidature sarebbero state presentate all’interno di venti circoscrizioni regionali, suddivise complessivamente in 100 collegi plurinominali, a ciascuno dei quali spetta un numero prefissato di seggi compreso fra tre e nove. Avrebbero fatto eccezione i nove collegi uninominali delle circoscrizioni Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige; quest’ultima regione avrebbe avuto diritto inoltre a una quota aggiuntiva di deputati da eleggere con criteri proporzionali[N 14]. Nessuno si sarebbe potuto candidar in più distretti, salvo i capilista nel limite di dieci collegi. Ogni elettore, nell’ambito della lista prescelta, avrebbe disposto anche di un massimo di due voti di preferenza a favore di candidati di genere diverso che non fossero capilista. In ogni collegio, nel limite dei seggi spettanti in proporzione a ciascun partito, sarebbero stati dichiarati eletti i rispettivi capilista e – in subordine – i candidati che avessero conseguito il maggior numero
di preferenze. https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_elettorale_italia
