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“PARIGI VALE BENE UNA MESSA” | L’ULTIMA CHIAMATA PER L’EUROPA – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

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Redazione- Il quattro novembre 2021, dopo l’abbandono dell’Afghanistan da parte degli ultimi contingenti statunitensi ed europei e dopo le rievocazioni del ventennale dell’11 settembre 2001, scrissi che l’Occidente si interrogava sul proprio destino e sul futuro. Scrissi che l’Occidente sembrava procedere con smarrimento e a passo incerto, segnato da una pandemia che aveva stravolto la certezza nell’onnipotenza degli Occidentali.

Scrissi che la pandemia aveva reso esitante il cammino poiché l’Occidente aveva perso nei secoli la giusta rotta. O forse la rotta seguita non era mai stata tanto giusta. Così come non è giusta la società che ha concepito e che ha realizzato. Una società fondata sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, sullo spreco, sulla corsa all’arricchimento di pochi a discapito dei tanti, sulla perdita della memoria storica.

Oggi quell’Occidente e in particolare l’Europa, la nostra Europa, quella che ci ha dato i natali e che ci ha “nutriti” del suo grande retaggio culturale, sono di nuovo chiamati ad interrogarsi ma non possono più procedere a passo incerto e con smarrimento. In particolare l’Europa è chiamata per l’ultima volta a rispondere alla propria vocazione, quella trasmessa dai suoi Padri.

Il filosofo francese Jacques Maritain sostenne che quando i valori cristiani, su cui è fondata la società occidentale, vengono meno allora l’Europa entra in crisi e si affermano i totalitarismi, come il fascismo, il nazismo, il comunismo, il maoismo, il neoliberismo attuale o scientismo.

Marcello Veneziani, special guest al Go Abruzzo Festival, in omaggio ai settecento anni dalla morte di Dante e alla 3° Edizione del Festival Dannunziano, ha scritto: “quando il mondo sembra crollare, le civiltà precipitare, i popoli essere disorientati, la solitudine globale prevalere, la strada maestra è una sola: tornare al principio e ai principi da cui principiò il nostro cammino”.

E dato che evoco il Sommo Poeta, purtroppo disatteso, tradito, almeno noi Europei tutti potremmo intraprendere un esame di coscienza e ricordare che la civiltà cui apparteniamo e di cui siamo figli è quella concepita da Dante Alighieri, nostro princeps, colui a cui dobbiamo l’unità geospirituale, culturale e linguistica della nostra civilizzazione.

Dante Alighieri, uomo di grande rigore, serio, di grande ingegno ed impegno, fu un modello scomodo, difficile da imitare. Così oggi dobbiamo ricominciare daccapo.

Nella storia d’Europa l’Italia è stato l’unico paese a realizzarsi come Stato nazionale con diversi secoli di ritardo rispetto a Francia, Spagna, Regno Unito. La tardiva conquista storica, politica, territoriale, influisce ancora sull’evoluzione della nostra Repubblica che tuttavia si riscatta con la Grande Bellezza. Infatti l’Italia è il paese che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista del patrimonio mondiale Unesco. L’Italia nasce dall’arte, dalla lingua e dalla letteratura prima che da guerre, dinastie e costituzioni.

Marcello Veneziani ci invita a leggere la XIII° Epistola in cui Dante chiarisce quale sia la missione del nostro paese: “rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità”. La “felicità” cui Dante allude sta per “beatitudine”  e in tale espressione il Sommo Poeta conferma ulteriormente il carattere didascalico, pedagogico di tutte le sue opere, fino alla suprema, insuperabile “Commedia”… la più grande opera al mondo dopo la Bibbia.

Marcello Veneziani vede in Dante l’inizio della nostra identità “poiché la nostra è nazione culturale, letteraria, prima che politica”. Egli evoca l’“identità italiana” e l’“Idantità” in quanto l’Italia deve essere concepita come unità culturale e linguistica, come Civiltà prima che Nazione, e Nazione prima che Stato, figlia della Cristianità e della Romanità.

Dante Alighieri è Padre dell’Italia, quale realtà spirituale e culturale, prima che storica e politica. Egli voleva “riunire le sparse e riottose membra d’Italia”, figlia dell’antica e grande Roma dei Cesari e della Cristianità, della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, erede del pensiero greco, ebraico e anche di quello arabo.

Dante tuttavia è anche Padre d’Europa. Non un precursore dell’unità europea dei nostri giorni, sebbene un anticipatore, seppur lontano, dell’europeismo, inteso come coscienza di una comune patria ideale.

Come ebbe a dire Thomas Eliot: “Dante è il poeta più universale che abbia scritto in una lingua moderna. Dante, pur essendo italiano, è prima di tutto europeo”

Lo storico della letteratura Mario Scotti  in un contributo inedito del 2003, “Popoli legati da una medesima civiltà”, pubblicato sulla rivista di cultura Studium, ha scritto che il poeta fiorentino Dante Alighieri, considerato il padre della lingua italiana, ha una visione etico-politica che “travalica l’ambito del comune natio, per allargarsi all’Italia … e sfociare nell’idea dell’Impero, potere sacrale concesso da Dio ai romani e perpetrato nella monarchia carolingia e poi in quella germanica”.

Un impero che Dante vede dilaniato dalle lotte tra poteri politico e religioso e dallo scontro tra angioini e svevi, in un momento storico particolarmente drammatico, caratterizzato dallo “asservimento della Chiesa alla Francia”.

Per lo storico Scotti le sferzanti parole dell’Alighieri non sono circoscritte “a Firenze o alla Toscana, all’Italia o a una singola nazione europea, ma travalicano questi confini per rivolgersi a popoli diversi variamente legati da una medesima civiltà e da una continuità di scambi: l’insieme delle loro terre si identifica più o meno con l’Europa”.

Lo studioso osserva che nella “Divina Commedia”, in merito al concetto di Europa come un’unica nazione, ci sono  “non molti ma significativi riferimenti”, dato che “in quanto all’estensione del territorio nel Paradiso sono indicati i termini orientale e occidentale. Il primo costituito dai monti della Troade – ‘lo stremo d’Europa’ – l’altro ‘dalle coste atlantiche della Castiglia’. Inoltre nel poema si fa cenno al Mediterraneo quale confine tra l’Europa e il continente africano. E per Dante l’ecumene cristiano si inscrive “all’incirca in questi confini” se consideriamo la dantesca civitas christiana. 

Infatti nel ‘Cielo del sole’, governato dalle Potestà, nella duplice corona di Spiriti sapienti che circonda il Poeta e Beatrice, si incontrano “mistici e razionalisti, umili frati e dotti maestri” vissuti in un arco di tempo che va dal IV all’XIII secolo e provenienti da diversi Paesi d’Europa. Vi sono Paolo Orosio, Severino Boezio e Beda Venerabile. Molti di quei sapienti esercitarono il proprio magistero “in luoghi diversi e lontani da quelli della loro nascita”, come il tedesco Alberto Magno, maestro a Colonia e a Parigi; gli italiani Tommaso d’Aquino, anch’egli maestro a Parigi, e Pietro Lombardo, maestro di teologia e poi vescovo di Parigi; l’agostiniano scozzese Riccardo di San Vittore che prese il nome dall’abbazia parigina di Saint Victor, dove visse anche il teologo fiammingo Ugo.

Per Scotti i due estremi della geografia culturale dantesca possono essere da un lato il paese dell’estremo sud d’Italia, Fiore, dove ‘il calabrese abate Gioacchino di profetico spirito dotato’ predicava la sua apocalisse; dall’altro la parigina Sorbonne, evocata come luogo di insegnamento di Sigieri di Brabante.

“La prospettiva di un’unitaria cultura europea”, conclude lo studioso Scotti, si incontra nella “Commedia”, “nel fascino della poesia, come una realtà già tutta dispiegata”.

L’orizzonte culturale di Dante “d’ambito europeo non si inscrive in quelli che saranno i confini di una singola nazione del continente”. Secondo lo storico della letteratura, Dante fu giudice delle vicende e dei protagonisti del suo tempo e del passato, rientranti nella sfera dei suoi interessi di teologo e filosofo. Dante rispose alle miserie politiche del proprio tempo guardando dall’alto con sguardo europeo, con lo sguardo dell’aquila dell’Impero. E ne parla diffusamente nel “De Monarchia”: “Primum igitur videndum quid est quod temporalis Monarchia dicitur…” Ovvero: “Prima è da vedere brevemente cosa sia la monarchia temporale: si chiama Impero, è un principato unico e sopra tutti gli altri principati”. Continuando a leggere “De Monarchia” si può concludere che già al tempo di Dante un’Europa unita, federale era vista come: “ad bene esse mundi necessaria est”, ovvero: “è necessaria al bene essere del mondo”. E non si tratta di Impero bensì di un’Istituzione che pone al riparo dagli imperialismi.

Il dantista sud-coreano Han Hyeong Kon scrive che “per conoscere l’Europa di oggi, bisogna leggere la Divina Commedia”.

Alessandro Masi, Segretario della Società Dante Alighieri, osserva che il Sommo Poeta in più punti della “Commedia” sembra trovare piacere a nominare Europa e dedica i Canti VI° e VII° del Paradiso alla nascita dell’idea d’Europa, in particolare e non a caso nei Canti VI°. Nel Canto VI° dell’Inferno c’è un’invettiva contro Firenze; nel Canto VI° del Purgatorio vi sono riferimenti che riguardano l’Italia. Il Canto VI° del Paradiso è per l’Europa.

Nel Canto VII° leggiamo: “Osanna, sanctus Deus sabaòth, /superillustrans caritate tua/ felices ignes horum malacòth”. Si tratta dell’avvio, un po’ in latino e un po’ in ebraico, del racconto dell’imperatore Giustiniano con la sintesi della storia dell’Impero, dalle origini fino a lui e oltre, del trionfo nelle guerre civili di Giulio Cesare, fondatore dell’Impero, e con l’elogio di Romeo di Villeneuve, con il quale l’esule Dante si identifica.

Nel Corpus iuris civilis, voluto da Giustiniano e redatto da Triboniano, troviamo la vocazione dell’Europa. Il suo vanto, il suo senso stanno nella pace, nella difesa e nella crescita dei diritti per tutti. In primo luogo per gli esuli che vi cercano rifugio e vengono respinti. L’Europa unita è, può essere, rimedio al recinto che ci rende feroci. Il Corpus iuris civilis ha rappresentato per secoli la base del diritto comune europeo, sino agli inizi del XIX secolo, quando fu superato da Codice napoleonico.

Nel Canto VII° del Paradiso Giustiniano così narra: “Poscia che Costantin l’aquila volse contr’al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse, cento e cent’anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; e sotto l’ombra de le sacre penne governò ‘l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne. Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano”.

Cesare, che unificò l’Europa e oltre, evoca l’epopea napoleonica nelle rime del Manzoni: “Dall’Alpi alle Piramidi , Dal Manzanarre al Reno, …” . Poi, presso al tempo che tutto: “l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle. E quel che fé da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano è pieno. Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna e saltò Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna. Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov’Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse. Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba”.

La Storia di un Paese non è solo l’elenco delle guerre combattute. La Storia di una terra è negli uomini che l’hanno resa grande. E allora assurge di importanza determinante il ruolo della memoria storica e collettiva, della scuola, dell’istruzione e della formazione nel forgiare le menti. Occorrono veri Maestri, quelli che si dedicano con passione alla trasmissione dei saperi e della conoscenza, quelli che possiedono appieno il Sapere, quelli che hanno capacità di discernimento e che comprendono appieno la responsabilità insita nella loro missione.

L’Europa che per anni si è “appoggiata” al mondo degli Yankee, che ha voluto emularlo, ora o mai più deve recuperare la propria missione, deve riconoscere il proprio destino che affonda le radici nella vita dei Padri che l’hanno generata.

E’ ora che l’Europa sia unita e concorde nelle scelte da adottare. Ha dormito troppo e a lungo. Su di lei grava una grande responsabilità verso i Posteri, verso i suoi figli e nipoti..

Alla nostra Europa e ai singoli Paesi che la compongono occorre coraggio, lungimiranza, fede e speranza: lungimiranza per determinare le premesse allo sviluppo e alla difesa; coraggio nelle azioni da intraprendere, fede nell’importante retaggio storico condiviso; speranza nelle potenzialità insite nelle migliori risorse che la distinguono e nel futuro.

Se i “fari” ispiratori e illuminanti il pensiero dantesco sono stati: Fede, Giustizia e Bellezza, allora, da bravi “figli” e “discepoli” dobbiamo recuperare e vivere la triade dantesca.

Per i filosofi  l’arte, la filosofia e la religione sono i mezzi per generare l’unione sociale e spirituale e per ascendere dal finito all’Infinito, processo seguito nel viatico artistico ed esperienziale di Dante.

Don Sturzo affermava che “se questo senso del Divino manca, tutto si deturpa”.

Attualmente la filosofia dovrebbe ripensare la società come un organismo spirituale in rapporto al sacro e al destino, in un cammino che intreccia il credere col pensare, col conoscere con l’amare.

Martinetti, pur non essendo un credente, scrisse che per il filosofo “la religione è il cardine stesso della vita” e che “la vita morale non ha termine e consistenza vera che nella coscienza religiosa”.

Sempre Martinetti definì la società come “un organismo spirituale che ha per fine e per ideale l’unità armonica di tutte le volontà in una vita comune”. Tale visione però stride fortemente con quella a noi contemporanea e molti sono i filosofi, i pensatori e gli intellettuali che hanno perso l’ideale senza aver guadagnato il reale. Non parliamo poi di chi amministra la res publica.

Per coloro che credono “ogni attività umana è tutta impregnata di ideali superiori, perché, in tutto, si riflette il divino. Se questo senso del Divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo per l’arricchimento, l’economia arriva al furto e alla truffa, la scienza si applica ai forni di Dachau, la filosofia al materialismo e al marxismo, l’arte decade al meretricio”. Lo sostenne Don Luigi Sturzo

Chi non vuole più stare in Europa, scelga e ne esca fuori. E non gli sia consentito di rientrarvi mai più.

F.to Gabriella Toritto

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