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” MATARIKI, GLOBALIZZAZIONE ED ORGANIZZAZIONE DEI TEMPI SOCIALI. LA SFIDA DEL CALENDARIO PER UN NUOVO GOVERNO DEL TEMPO” (TERZA PARTE)

(ing. Silvio Petaccia Ph.D. in Geofisica Applicata e già docente di Fisica nella Pubblica Istruzione) (dott. Giovanni Zuccarini già responsabile della biblioteca di Villa Frigerj della Direzione Regionale Musei Abruzzo di Chieti)

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Giorno in ore e calendario in mesi

Redazione-  Ritornando brevemente alla disamina dei più antichi calendari almeno per quanto concerne la storia di Roma, negli articoli precedenti abbiamo visto come si sia passati dall’introduzione del primo e più antico calendario attribuito dalla tradizione al primo re di Roma, Romolo, intorno all’VIII sec. a.C. a una sua riforma ad opera di Numa Pompilio. Tuttavia anche il calendario numano che modificava il precedente in vista di un maggiore accordo del calendario civile, redatto su base lunare, con l’anno solare che regola il corso delle stagioni sulle quali da sempre si fondano le principali attività agricole, non fu a sua volta sufficientemente preciso; soprattutto per l’arbitrio dei pontefici che di volta in volta aggiungendo o sopprimendo il mese intercalare a loro piacimento, determinarono uno sfasamento così grande tra le stagioni che i mesi invernali dell’anno civile cadevano in autunno. Al fine di correggere lo sfasamento fra l’anno legale e l’anno reale Giulio Cesare nel 46 a.C. promulgò il calendario detto in suo onore “giuliano” che stabiliva un periodo di tre anni di 365 giorni e un anno bisestile di 366 giorni che ricorreva ogni quattro anni.

Con il passare del tempo, dopo circa 1600 anni, in realtà si scoprì che anche il calendario giuliano straordinariamente preciso per l’epoca lasciava un residuo di 11 minuti e 14 secondi per ogni anno solare. Questa piccola differenza di soli 11 minuti di errore della data ufficiale per ogni anno solare causò con il trascorrere dei secoli un ritardo che arrivò a 10 giorni nel XVI secolo. Per superare questo sfasamento Papa Gregorio XIII, con la bolla papale Inter gravissimas, promulgò il calendario gregoriano che recuperava i 10 giorni di ritardo passando direttamente dal 4 al 15 ottobre 1582. Il nuovo calendario, inoltre, come il precedente prevedeva anni di 365 giorni e uno bisestile ogni quattro, ma solo negli anni secolari multipli di

400 come ad esempio il 1600 e il 2000 che sono stati bisestili, al contrario del 1700 o del 1800 che non lo

sono stati perché non divisibili per 400. Oggi il calendario gregoriano è il più utilizzato nella maggior parte dei paesi del mondo; in particolare in alcuni paesi in cui è presente la chiesa ortodossa per l’anno civile è in uso il calendario gregoriano mentre le date delle festività religiose sono regolate dal calendario giuliano che ritarda di 10 giorni rispetto al gregoriano. Per questo motivo nel calendario ecclesiastico il Natale ortodosso viene festeggiato i primi di gennaio anziché il 25 dicembre Natale cattolico..

Ora, se la durata del moto di rivoluzione della terra attorno al sole determina l’anno solare, cioè l’anno civile dei nostri calendari, l’altra fondamentale unità di misura di base che è il giorno solare medio prende

in considerazione la durata del moto di rotazione che la terra compie attorno al suo asse, che risulta di circa

24 ore. La forma della terra (Geoide) è assimilata a quelle di una sfera e se dividiamo un giro completo della terra attorno al suo asse che ha un’ampiezza di 360°, per le 24 ore impiegate otterremo 24 “spicchi” immaginari verticali ciascuno dell’ampiezza di 15° gradi denominati fusi orari e corrispondenti ciascuno a una determinata ora della giornata. Di conseguenza se siamo in un luogo a mezzodì dopo un giorno, che è il tempo di rotazione attorno a sé stessa della terra, avremo il successivo mezzogiorno con il sole alto nel cielo. Questo tempo necessario affinché la terra ritrovi il sole nella stessa posizione del giorno prima è il giorno solare, la cui durata di 24 ore è misurata dai nostro orologi.

A questo punto corre l’obbligo ricordare il contesto storico che ha dato origine al sistema dei fusi orari che consentirono di standardizzare il tempo partendo da un fuso orario “0”. L’introduzione dei fusi orari è normalmente attribuita a Sandford Fleming, ingegnere capo delle ferrovie canadesi, che nel 1879 utilizzò

tale sistema per rispondere alle necessità delle compagnie ferroviarie di avere un orario locale coerente tra le varie stazioni. Successivamente nella conferenza internazionale di Washington del 1884 venne stabilito che l’osservatorio Reale di Greenwich a Londra, fondato da Re Carlo II nel 1675, fosse proprio la località che avesse per convenzione zero gradi di longitudine terrestre, vale a dire il luogo corrispondente al meridiano zero o meridiano di Greenwich. Inoltre, si convenne anche che a partire dal cosiddetto fuso zero centrato

su questo meridiano la terra venisse divisa in 24 fusi orari e che il fuso orario medio di Greenwich, fosse utilizzato come il fuso orario di riferimento per la definizione di un tempo universale detto GMT (Greenwich Mean Time). Tutti gli altri fusi orari del pianeta vennero in seguito definiti in relazione al tempo GMT nel seguente modo: con numeri interi positivi per i fusi orari in anticipo rispetto al GMT e negativi per quelli in ritardo. Ora come abbiamo già visto siccome la terra è stata divisa in 24 fusi orari, ciascuno di 15 gradi di longitudine che rappresentano ciascuno un’ora di differenza temporale rispetto al fuso adiacente,

possiamo per questo dire che il fuso orario dell’Italia, rispetto a quello preso come riferimento per tutto il mondo, è GMT +1 ora. Inoltre se il fuso orario di Londra, in località Greenwich, stabilisce il tempo di riferimento standard giornaliero ad occuparsi della gestione dell’intero sistema è l’Ufficio internazionale per i pesi e le misure (abbreviato come BIPM).

La longitudine ed i relativi fusi orari legati a questa grandezza (perché come abbiamo visto i fusi orari sono fasce longitudinali della superficie terrestre) sono validi con precisione in mare, quindi sulle navi, ed in aria cioè sugli aerei. Quando invece siamo a terra si segue la regola dei fusi orari nazionali, per questo motivo ogni stato decide in base anche ad esigenze politiche quale GMT+… adottare. Per fare un esempio, dalla Spagna alla Polonia, quindi in tutto il centro Europa compresa l’Italia, si adotta il GMT+1. Però vi sono anche alcune nazioni con territori molto larghi, come ad esempio la Russia o gli USA, che contano fino a 11 o 12

fusi orari diversi lungo i loro territori nazionali. Inoltre, la linea immaginaria tracciata sulla superficie terrestre che costituisce Longitudine 180° sull’antimeridiano (ovvero il meridiano opposto a quello di Greenwich che misura 0°) con GMT+12 e passante nelle Samoa, identifica la linea internazionale del cambio di data, come stabilito dalle convenzioni di Washington. Di conseguenza a Greenwich (Londra) abbiamo il mezzodì mentre alle isole Samoa è mezzanotte. E solo quando lì è mezzanotte che si avrà la stessa data su tutta la terra. In seguito al GMT, vero e proprio orario standard mondiale su cui si basavano tutti gli orari locali del mondo al fine di regolare ad esempio la gestione del traffico aereo e marittimo oppure gli orari delle stazioni, al fine di garantire la puntualità dei treni, è subentrato nel 1972 L’UTC (Tempo Coordinato Universale) che rappresenta sempre il fuso orario “0” da cui sono poi calcolati tutti gli altri fusi orari del mondo. La differenza è che il GMT si basa su fenomeni celesti: la misurazione del tempo di rotazione terrestre, mentre l’UTC si determina in base agli orologi atomici sempre più precisi e stabili nel tempo. La loro precisione, infatti, è dell’ordine del nano secondo (un miliardesimo di secondo). Pertanto, dagli aspetti astronomici del GMT si è in seguito passati alle frequenze di oscillazioni di una serie di orologi atomici che determinano la scala temporale dell’UTC, che vengono trasmesse via radio sui mega hertz in FM (milione di Hz in modulazione di frequenza) e che costituiscono la base temporale per un web (cioè una rete di ampiezza mondiale) sincrono. L’UTC quindi è il tempo usato per molti processi e standard sia di Internet

che del World Wide Web. In particolare, il Network Time Protocol è un protocollo di rete che consente la sincronizzazione degli orologi sulle reti di computer entro pochi millisecondi dell’ora UTC, lo standard mondiale concordato come base per l’ora civile.In Italia Radio RAI1 ed Isoradio danno ora esatta alle 6:00 del mattino (su 103.3 MHz).

Orario e fusi orari

Come abbiamo appena visto, l’ora locale varia in base alla longitudine perché ciascun fuso appartenente ai

24 fusi orari in cui è stata idealmente divisa la sfera terrestre è compreso tra due meridiani distanti tra loro

15° di longitudine, corrispondenti ciascuno ad una differenza di un’ora rispetto a quello adiacente. Ed i fusi orari e il calendario gregoriano, introdotto da papa Gregorio XIII nel 1582 come correzione del precedente calendario giuliano (di epoca romana) hanno standardizzato il tempo a livello globale. Ed è proprio su di

loro che facciamo affidamento per garantire la sincronizzazione degli orologi e dei calendari di tutto il mondo che può solo scaturire dall’avere un comune riferimento temporale in situazioni che, simultaneamente coinvolgono punti diversi della Terra. Attualmente il calendario gregoriano suddivide convenzionalmente l’anno in 52 settimane di 7 giorni ciascuna, ed è evidente che 52 settimane hanno (52×7) 364 giorni. A questi certamente è da aggiungere un giorno, il 31 di dicembre che sarebbe il 365° ed ultimo giorno del calendario gregoriano dedicato a San Silvestro. Tenendo presente, però, che diverso può

essere il giorno in cui cade il Capodanno una prima innovazione utile ad evitare questo scorrimento sarebbe forse quella di trasformare il giorno di San Silvestro da una festività che può ricorrere in un giorno

qualunque della settimana a una sorta di jolly festivo, per far sì che in qualsiasi anno cada sempre di

domenica. Cosi in futuro, in tutto il mondo, avremmo sempre un 1° gennaio domenicale e seguendo questo schema, sapremmo sempre che il 31 dicembre cadrà sempre di domenica e così via. Avremmo cosi in pratica un calendario perpetuo. È, inoltre, da tenere presente che vi sono anche gli anni bisestili, perché un anno nel calendario gregoriano è più breve di circa 6 ore di un anno solare o tropico. La terra, infatti, gira intorno al sole e lo fa in un tempo medio di 365giorni pieni e sei ore. L’aggiunta di un giorno, il 29 febbraio, ogni quattro anni fa sì che si recuperi la differenza che si è accumulata in questo periodo. Questo giorno sarebbe da spostare a fine dicembre e potrebbe anch’esso essere considerato un giorno festivo mondiale, magari dedicato a Galileo. Soprattutto perché e’ il padre della scienza moderna e fu anche il primo a immaginare di puntare il cannocchiale verso la volta celeste e osservando la Luna e Giove arrivò a sensazionali scoperte che, confutando le teorie aristoteliche generalmente accettate da millenni, furono estremamente importanti per la fondazione della moderna astronomia. E sin dall’antichità furono proprio le sempre più attente osservazioni dei fenomeni astronomici ad essere utilizzate per scandire il tempo che attraverso i calendari, sia esso basati sul ciclo della luna o sul moto apparente del sole o su una combinazione di entrambi, avrebbero in seguito regolato la vita delle comunità. Ritornando infine alla

struttura del calendario a questo punto esso sarebbe organizzato su un arco temporale di 12 mesi, ciascuno di questi mesi sarebbe costituito all’incirca da 4 settimane e più giorni, ma di durata ineguale perché alcuni di essi avrebbero durata di 28, 30 e 31 giorni. Tuttavia alla base di tutti i calendari non vi è solo una particolare visione dei fenomeni astronomici, perché ciascuno di essi racchiude un valore fortemente identitario che riflette la cultura e soprattutto un complesso sistema di credenze e di tradizioni religiose.

Per questo motivo l’eventuale adozione di un calendario globale dovrà tenere conto del fatto che ogni comunità ha le sue proprie feste nazionali, storiche e soprattutto religiose, perché i diversi contesti culturali si caratterizzano per il fatto di essere soprattutto contesti multireligiosi. E le festività di una qualunque religione celebrano eventi o ricorrenze che sono storicamente incompatibili con quelle di altre espressioni religiose.

Ogni nazione avrà, pertanto, le sue feste storiche o religiose che non altereranno comunque un ipotetico calendario globale; tuttavia in ogni calendario vi sono anche ricorrenze, come ad esempio quelle del Capodanno, che si celebra in date diverse in varie parti del mondo e che potrebbe essere oggetto di un accordo pacifico affinché si celebri in una data comune. Ricordando sempre, però, che l’intento di un calendario globale non è tanto quello di uniformare le diverse culture, che comunque vanno preservate, ma di consentire che il globale pervada le realtà locali senza però eliminare le differenze. Soprattutto perché da secoli è ormai avviato un processo storico per cui le attività economiche sono organizzate su scala

mondiale, in un contesto di interdipendenza che di fatto crea relazioni sempre più strette tra comunità

anche molto distanti. Le più importanti innovazioni tecnologiche dapprima nel campo dei trasporti e via via in misura sempre più massiccia nel campo delle comunicazioni, a partire da internet fino ad arrivare in seguito al dilagare della telefonia mobile capaci entrambi di collegare milioni di persone sparse per il mondo in maniera istantanea, hanno richiesto al fine di una efficiente integrazione delle diverse economie nazionali dei sistemi di riferimento globali, che fossero cioè definiti e coerenti su scala planetaria. Così si è passati dalla necessità di adottare verso la fine del XIX secolo un Sistema Internazionale delle Unità di Misura, in modo da misurare la lunghezza, il tempo, la massa, la temperatura, la corrente elettrica, in una

unità di misura universalmente riconosciuta per ciascuna grandezza fisica. Successivamente fu avvertita l’esigenza, anche per ragioni commerciali, di individuare comuni sistemi di riferimento geografici ideando le coordinate geografiche di longitudine, latitudine e quota che permettevano di conoscere una esatta posizione di un corpo sulla superficie terrestre. Sempre al fine di superare sistemi di riferimento locali diversi tra loro, si diffuse l’idea dei Fusi orari e di uno Standard time. Dapprima lo standard time fu adottato per le ferrovie e i telegrafi, poi fu esteso alla vita di tutti i giorni. Questo processo di superamento di tutto ciò che è organizzato su scala nazionale investe nello stesso tempo non solo la dimensione economica, ma anche quella sociale, culturale e politica. A questo punto, tornando alla ricorrenza del Capodanno, ci si può chiedere se sia possibile in futuro proporre in una prospettiva sovranazionale questa festività al fine di istituire una ricorrenza, da celebrare in una data comune per tutti, che ci aiuti a riaffermare con l’arrivo del nuovo anno l’identità e la connessione che abbiamo oramai gli uni con gli altri non solo nella dimensione economica. Una ricorrenza, quella del Capodanno che sia di stimolo a rievocare e rinnovare il profondo legame che in quanto esseri umani abbiamo con la natura fonte di risorse indispensabili per la nostra vita e da cui dipende la nostra identità; e che ci aiuti, inoltre, a ricordare le persone a noi care che sono

scomparse e che hanno avuto un forte impatto sulle nostre vite. Una ricorrenza propizia, infine, per riaffermare tutto ciò che coinvolge i nostri desideri, i nostri progetti che ci aiutano a realizzare i nostri sogni e aspirazioni. Una festa quella del Capodanno che diverrebbe l’occasione per creare una convergenza (non una omogeneità) e una integrazione tra le diverse culture fondata non solo su criteri, metodi e

orientamenti comuni necessari alla crescente interdipendenza dell’economia e della scienza su scala globale, ma sulla ricerca di una identità collettiva che abbracci anche valori spirituali universali come quelli appena ricordati.

Ora se ci addentriamo nelle diverse culture vedremo che, ad esempio, in Cina il Capodanno è festeggiato tra il 21 gennaio e il 20 febbraio poiché si segue un calendario lunare. In Iran il Capodanno coincide con l’equinozio di primavera; mentre in Tailandia si celebra ad aprile. Il Capodanno Ebraico e quello Etiopico vengono invece celebrati a settembre, mentre gli Indù festeggiano a metà novembre. Insomma, in ogni mese dell’anno c’è una popolazione che in qualche parte del mondo, seguendo le sue tradizioni e i suoi rituali festeggia l’arrivo dell’anno. Ecco che il capodanno Maori, chiamato Matariki, da poco considerato festa nazionale in Nuova Zelanda offre forse una soluzione affinché ciascun paese pur celebrando il Capodanno secondo le proprie tradizioni che prevedono i rituali brindisi, i fuochi d’artificio che seguono al conto alla rovescia per annunciare lo scoccare della mezzanotte, riesca a includere o ad associare ai valori simbolici tipici di questa festa un riferimento a valori spirituali universali che consentano a tutte le persone di riflettere sul passato, celebrare il presente, rinnovare le proprie speranze e desideri per il futuro, esprimere gratitudine per la natura in quanto fonte di vita e di abbondanti risorse. E questo è tutto quello che rappresenta il Matariki (Capodanno) per il popolo Maori.

Matariki è una costellazione di stelle che si allineano; un ammasso di stelle che può essere visto da tutto il mondo: medio Oriente, Asia, Australia, Europa e nord e Sud America. In Europa il Matariki è conosciuto come Pleiadi; altre volte ci si riferisce a queste stelle con il nome di Sette sorelle. Alcuni associano Matariki alla morte e al lutto, altri lo collegano all’agricoltura; mentre in Giappone Matariki è conosciuto come Subaru che significa riunirsi. Noi da sempre siamo stati legati alle stelle per la misurazione del tempo, per orientarci nella navigazione e da sempre abbiamo osservato le stelle per collegarle a fenomeni e avvenimenti che accadevano sulla terra. I cristiani hanno sempre pensato che la stella di Betlemme fosse il fenomeno astronomico e il il segno miracoloso per annunciare la nascita di Gesù; e la Bibbia stessa dice che molti eventi saranno correlati a segni che si ravviseranno nel sole, nella luna e nelle stelle. Matariki significa “gli occhi di Dio” e l’ascesa del Matariki, cioè dell’ammasso di stelle che compare a giugno quanto appare la costellazione della Pleiadi nel cielo è visto dai Maori come il segno del nuovo anno. Ciascuna delle sue stelle simboleggia un aspetto, un riferimento al nostro ambiente e alla nostra vita. Troveremo cosi alcune stelle che sono legate alle foreste, ai corsi d’acqua, agli oceani e a tutti i fenomeni naturali che sostengono la nostra vita e che offrono con generosità a tutti i viventi le risorse alimentari. Il Capodanno così diventa

l’occasione o anche l’invito di non pensare solo al cibo ma anche all’ambiente da cui arriva, per esprimere gratitudine per tutti i benefici ricevuti. Altre stelle, inoltre, rappresentano i nostri cari che ci mancano perché sono passati a miglior vita e il Capodanno così diventa l’occasione per ricordarli e riconoscere la loro importanza per le nostre vite. Altre stelle di quell’insieme simboleggiano tutto ciò che protegge i nostri desideri e le nostre speranze, i nostri progetti per il futuro. Pertanto alla luce di quanto appena detto il Capodanno verrebbe festeggiato da ciascuna cultura rispettando quelle che sono le proprie consuetudini e tradizioni ma associando a queste i riferimenti ai surricordati valori spirituali universali (celebrati nel Matariki) che sono il fondamento della nostra vita e della crescita umana. Il Capodanno diverrebbe cosi una ricorrenza universale vissuta all’insegna del ricordo, della gioia e della Pace. L’occasione in cui ciascuno elabora il proprio passato, i suoi lutti, celebra il presente e stabilisce le sue intenzioni per il futuro. Oltre che l’occasione e il momento in cui augurarsi tutti, come da consuetudine sempre avviene, un anno migliore di quello trascorso.

Proposta Innovativa

Papa Francesco la notte di Natale del 24 dicembre dell’anno appena trascorso, ha aperto la porta di San Pietro dando ufficialmente il via all’Anno Santo ordinario 2025, intitolato alla Speranza. La parola speranza evoca un ‘emozione, un atteggiamento interiore che rappresenta un importante motore del fare, del progettare, del nostro vivere insomma perché ci porta oltre i limiti del nostro quotidiano in vista di un futuro possibile. Il Giubileo della speranza soprattutto cade in un’annata abbastanza singolare come quella del 2025, in cui nei due diversi calendari, Gregoriano e Giuliano utilizzati da cattolici e ortodossi, la Pasqua ricorrerà nello stesso giorno. Pertanto la celebrazione del giorno della Resurrezione sarà comune per tutti i cristiani. Il 2025 inoltre è a sua volta una data particolare anche perché si ricorderanno i 1700 anni trascorsi dal Concilio Ecumenico di Nicea, dove oltre gli aspetti riguardanti complesse questioni dottrinali concernenti il problema della natura e della sostanza del logos divino, Gesù Cristo, in rapporto a Dio Padre

e al mondo, si trattarono anche questioni legate ad aspetti per così dire pastorali, come ad esempio l’esortazione a unificare la data di celebrazione della Pasqua annuale, che le diverse tradizione religiose già a quei tempi come oggi celebravano in giorni diversi. E cosi nel 325 d.C. il Concilio di Nicea stabilì che la Pasqua cristiana sarebbe stata la prima domenica successiva alla prima luna piena di primavera, che secondo i calcoli del tempo cadeva il 21 marzo. Tuttavia l’equinozio di primavera è variabile e può cadere anche prima del 21 marzo; la Chiesa così stabilì di far iniziare la primavera sempre al 21 marzo. Ma il problema dell’unificazione della data della Pasqua non fu risolto perché, pur adottando lo stesso metodo di calcolo stabilito dal concilio di Nicea, gli ortodossi almeno per le festività continuarono ad usare il

calendario giuliano e i cattolici il gregoriano. E tra i due calendari c’è uno sfasamento di diversi giorni, inoltre il ciclo lunare dura 29 o 30 giorni. Da ciò ne consegue che sono rari gli anni, come ad esempio il

2025, in cui le due festività coincidono. Lo stesso avviene per il Natale che si celebra lo stesso sempre in due diverse date: il 25 dicembre ed i primi di gennaio; sempre perché si utilizzano due diversi calendari. Non sarebbe opportuno, a questo punto, una riforma universale al fine di allineare i diversi calendari?

Certamente una riforma del calendario costituirebbe una svolta epocale, tuttavia auspicabile perché viviamo in un tempo contrassegnato da rivoluzioni epocali. Coinvolti in questo progetto sarebbero certamente i capi religiosi papa Francesco e re Carlo III: in primis, anche per ovvie ragioni storiche. Papa Francesco, in particolare, perché il calendario gregoriano che ancora oggi continua ad essere in gran parte del mondo il principale sistema di riferimento per la datazione dei giorni, fu introdotto da un papa di Roma, Gregorio XIII, che si fece promotore della riforma che apportando correzioni al calendario Giuliano, di

epoca romana, introdusse il calendario che in suo onore fu chiamato gregoriano. E re Carlo III, che in Gran Bretagna in quanto sovrano ha potere politico e religioso essendo capo e guida dello Stato e della chiesa anglicana, perché in aggiunta al calendario Gregoriano un’altra fondamentale decisione storica, che ha condizionato la vita quotidiana di gran parte della popolazione mondiale, è stata quella stabilita nel 1884

nella Conferenza internazionale di Washington di adottare il meridiano di Greenwich (detto anche meridiano zero o fondamentale perché punto di partenza di tutti i fusi orari) come riferimento o standard mondiale per determinare il tempo universale e le coordinate geografiche. E fu scelta Greenwich, a Londra, perché in questa località è situato il rinomato Royal Observatory, fondato nel giugno del 1675 da Carlo II, che fu destinato a ospitare il meridiano z+ero che divide l’emisfero occidentale da quello orientale. Ai giorni nostri soprattutto in una rete come quelle di internet che deve gestire un sistema mondiale di servizi, partendo proprio dalle convenzioni internazionali relative ai fusi orari e al calendario gregoriano, si è risolto il problema dell’allineamento della data e dell’orario attraverso la rete ricorrendo ad opzioni che implicano che l’orologio hardware funzioni facendo riferimento al tempo universale che deriva proprio dal Greenwich Mean Time (GMT). È opportuno, inoltre, ricordare come alla base del sistema di datazione e delle strutture ripetitive di un calendario vi sono soprattutto una serie di convenzioni. Una di queste, ad esempio, divide il tempo prima e dopo di Cristo in avanti (a.C.) e dopo (d.C.), perché stabilisce come anno zero per iniziare il conto degli anni la nascita del Cristo, ritenuta da noi Occidentali in quanto cristiani un punto di riferimento standard da cui partire per numerare gli anni, di quella che potremmo definire l’era cristiana. Tuttavia non tutte le culture conteggiano il tempo utilizzando la nascita di Cristo come anno zero. Infatti la religione ebraica conta gli anni a partire dalla presunta data della creazione del mondo, e secondo quanto afferma la narrazione biblica, l’anno zero che identifica l’Anno Mundi (AM) corrisponde al nostro 3761 a.C. Per i mussulmani, invece, l’anno dell’Egira, cioè l’anno dell’esodo di Maometto dalla Mecca verso Medina (622 d.C.) contrassegna la data di origine, cioè l’anno zero a partire dal quale collocare gli eventi nella linea del tempo dell’era mussulmana. Da ciò si deduce che non tutti i calendari sono identici perché, ad esempio, il

1° gennaio 2025 del nostro calendario gregoriano coinciderebbe alla data islamica del giorno 1 del mese Rajah dell’anno 1446. Pertanto in tutte le parti del mondo non si adotta un anno zero identico. Però alla fin fine il nostro calendario europeo, cioè il calendario gregoriano, è stato diffuso in tutto il mondo e pur non essendo l’unico calendario in uso è accettato come standard internazionale in quasi tutti i paesi del mondo. Indubbiamente, una proposta di riforma dei calendari attualmente vigenti al fine di allinearli tutti in unico calendario universale dovrebbe affrontare certamente il problema se adottare una linea del tempo, che consente di collocare i fatti in ordine cronologico, legata alla nascita del Cristo e quindi a una particolare religione. Allora potremmo chiederci: ma siamo certi che le altre culture possano accettare come anno zero la nascita del Cristo? Forse su questo come su altri aspetti ci potrebbe essere una mediazione, sempre in una ottica di convergenza fra le varie culture, solo perché questa scelta costituirebbe una semplificazione necessaria per la realizzazione di una nuova organizzazione temporale della vita umana, capace di favorire un incontro e una cooperazione tra i popoli. Sembra troppo tutto questo?

A questo punto, se consideriamo come nel passato si sono unificati tanti standard in maniera più o meno ufficiale, attraverso delle decisioni che hanno coinvolto nello stesso tempo sia l’ambito scientifico che economico e politico (basta pensare cosa ha significato in un recente passato unificare i pesi e le misure in un nuovo sistema metrico decimale), lo stesso possiamo ritenere sia possibile realizzare nella gestione dei tempi della vita sociale, attraverso l’istituzione di un calendario che possa essere diffuso su scala mondiale in quella che oramai si configura sempre più come una società globale. E in questa società globale, le diverse culture e società devono sentirsi sempre più integrate e interagenti solo sulla base di istanze legate a una sempre più spinta interdipendenza o interconnessione economica e tecnologica? Ecco che la riforma del calendario sarebbe l’occasione per superare la visione di una società globale fondata solo sulla necessità di produrre mode, orientamenti, comportamenti comuni funzionali solo all’ intensificazione dei rapporti commerciali e degli investimenti internazionali. Un’occasione per riconsiderare al di là delle differenze culturali, tutti quei valori universali che ci aiutano a non perdere la nostra umanità e a pensare che la globalizzazione stessa non può risolversi in un fenomeno solo meramente economico.

Ecco allora che un calendario riformato, un nuovo calendario di pace, potrebbe porsi ad esempio l’obiettivo di riunire i cristiani, pacificando così le religioni, nella proposta di una data unica della pasqua che potrebbe accontentare tutti, cattolici e ortodossi. A tal scopo potrebbe essere festeggiata in una domenica di aprile

successiva al plenilunio di primavera, che ha equinozio astronomico tra il 19 e il 21 marzo. La stessa soluzione di una data unica potrebbe essere trovata per la celebrazione del Natale, perché il Natale ortodosso viene celebrato in gennaio, mentre il 25 dicembre per gli ortodossi è un giorno come gli altri in cui si lavora. Ma il nuovo calendario riformato su scala mondiale potrebbe riunire non solo i cristiani, potrebbe andare anche oltre. D’altronde, in questo articolo abbiamo visto come in Nuova Zelanda i colonizzatori britannici hanno riconosciuto e integrato il Capodanno dei Maori nelle ricorrenze festive del loro calendario. Potrebbe essere questa la prova che la condivisione di valori universali, come quelli celebrati nel Matariki (il Capodanno dei Maori richiamato su queste pagine) che spingono l’uomo a vivere nei termini della sua vera umanità, siano in grado abbattere e superare quelle barriere culturali o quegli aspetti di vita che al giorno d’oggi sembrano essere confinati solo all’interno di una singola nazione, piccola o grande che sia. Questa riforma del calendario su scala mondiale, come primo passo di un processo verso una reale unitarietà globale costituita da un armonia di legami, di relazioni, in cui tutti gli uomini sono implicati e concretamente dipendenti gli uni dagli altri, è un’utopia? Non sta a noi decidere, ma abbiamo solo l’ardire di proporlo.

Ringraziamenti Finali al Prof. Massimo Storace per le idee e consigli condivisi nell’agora’ di Chieti alla domenica mattina

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