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“NINO MANFREDI UNA FACCIA, MOLTI VOLTI ” – FEDERICO TABOURET

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Redazione-  Nato da una famiglia di origine contadina, Nino Manfredi dimostra fin da giovane una forte volontà di diventare attore. Dopo la guerra il giovane Nino esordisce a teatro nella compagnia Maltagliati-Gassman, e successivamente passa al Piccolo Teatro di Milano, recitando in drammi shakespeariani  diretto da Giorgio Strehler. Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 inizia a partecipare a programmi radiofonici e ad alcuni film. La carriera cinematografica di Manfredi negli anni ’50, come per altri suoi colleghi, inizia con ruoli brillanti in pellicole divertenti e spensierate. Come per altri attori dell’epoca, è negli anni ’60 che cominciano a presentarsi i ruoli più importanti.

Nel 1961, sotto la regia di Luigi Comencini, interpreta un carcerato che si trova coinvolto suo malgrado in un’evasione nella pellicola “A cavallo della tigre”. Sceneggiato da Comencini insieme ad Age e Scarpelli e Monicelli, il film non ebbe un grande successo, e Manfredi ci rimase male anche perché come attore gli diede molte soddisfazioni. Era in effetti una pellicola gradevole e ben congegnata, una commedia dai risvolti amari che forse, come ebbe a dire lo stesso Manfredi, era in anticipo sui tempi.

Nel 1962 l’attore, diretto da Luigi Zampa, interpreta al fianco di Gino Cervi “Gli anni ruggenti”, ispirato da “L’ispettore generale” di Gogol. Qui Manfredi è un giovane assicuratore che, negli anni del fascismo, viene scambiato dal podestà e dal segretario per un ispettore mandato da Roma, con conseguenti equivoci che rendono la pellicola molto divertente senza scadere in facili gag o battute.

Nello stesso anno Manfredi esordisce alla regia con “L’avventura di un soldato”, episodio del film “L’amore difficile”. Traendo spunto da un racconto di Italo Calvino, l’attore dirige se stesso in una storia senza dialogo, un omaggio al cinema muto di Chaplin e Keaton. Manfredi dovette combattere con i produttori che si spaventarono quando seppero che l’episodio dell’attore doveva essere muto, ma alla fine la spuntò e ne fece un piccolo capolavoro.

Sempre nel 1962 Manfredi, accanto a Lea Massari e Aldo Fabrizi, esordisce a teatro con la commedia musicale “Rugantino”, scritta da Garinei e Giovannini con Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni. Lo spettacolo, che narra la storia di un giovane bullo romano che si innamora della moglie di un uomo violento, ha un successo che lo porterà in Canada, negli Stati Uniti e in Argentina, accompagnato dalla famosa canzone “Roma nun fa la stupida stasera”.

E’ il 1963, e Manfredi viene chiamato dal regista spagnolo Luis Garcia Berlanga a recitare il ruolo del protagonista del film “La ballata del boia”. L’attore interpreta un impiegato delle pompe funebri che sposa la figlia del boia statale. Il suocero, prossimo alla pensione, prospetta al genero che sarà lui a dover prendere il posto di boia. L’uomo, per nulla allettato da questa situazione, si conforta pensando che le esecuzioni sono sempre più infrequenti e che in ogni caso potrà dimettersi al momento giusto. Poi arriverà quel giorno… Qui Manfredi mette in mostra tutte le sue qualità di attore in un ruolo certamente non facile che lui stesso aveva adattato insieme ad Ennio Flaiano per renderlo più consono ai propri mezzi recitativi.

Nel 1964 Manfredi si trova a Buenos Aires in tournée con lo spettacolo “Rugantino”. Un giorno nel suo stesso albergo arriva la troupe cinematografica di Dino Risi che deve girare il film “Il gaucho”, con protagonista Vittorio Gassman. Ettore Scola, che aveva collaborato alla sceneggiatura del film, avvicina l’attore per proporgli la parte di un amico di Gassman emigrato senza fortuna in Argentina. L’attore è riluttante, ma alla fine accetta. Ed è così che in una breve partecipazione Manfredi costruisce il ruolo amaro di un infelice che resta una delle migliori e più intense interpretazioni dell’attore.

Dino Risi richiama Nino Manfredi nel 1966 per interpretare il simpatico protagonista di “Operazione San Gennaro”, una brillante commedia che racconta del tentativo di furto del tesoro di San Gennaro da parte di tre ladri americani, i quali si mettono in società con un gruppo di ladruncoli del posto, capitanati da un guappo locale, per portare a termine il piano. Qui Manfredi, che dipinge il guappo in maniera davvero divertente, partecipa alla sceneggiatura che punta su un certo moralismo napoletano e sulla religiosità di quel popolo. Qui Manfredi trova il grande Totò, che interpreta il ruolo di un vecchio malavitoso napoletano detenuto in carcere.

Nel 1968 Manfredi torna ad essere diretto da Risi in “Straziami ma di baci saziami”. Sceneggiato dai grandi Age e Scarpelli, che hanno scritto pressoché tutta la commedia all’italiana, il film è una sorta di fotoromanzo amoroso tra due giovani che devono patire parecchio prima di riuscire a coronare il loro sogno. Qui l’attore trova come comprimario Ugo Tognazzi, che pennella in maniera divertente un sarto sordomuto. Ed infatti, con grande ironia, Manfredi diceva di trovarsi benissimo con Tognazzi perché, essendo muto nel film, non gli fregava nessuna battuta.

Gli anni ’60 si concludono per Manfredi con un bel film del 1969, “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, che rievoca un triste episodio della storia romana, l’esecuzione dei due carbonari Targhini e Montanari, In questa pellicola corale, dove accanto a Manfredi recitano Ugo Tognazzi e Alberto Sordi, l’attore impersonifica Pasquino, una leggenda romana che è in realtà una statua sita a Roma sulla quale la gente appendeva (ed ancora appende) fogli satirici contro il potere. E così Manfredi rende personaggio la leggenda di Pasquino in un’interpretazione eccezionale. Bellissimo è lo scambio verbale tra Manfredi e Tognazzi, che interpreta il ruolo del terribile cardinale che ha ordinato l’esecuzione, quando contrattano la liberazione dei due carbonari in cambio della rivelazione dell’identità di Pasquino.

Nino Manfredi apre gli anni ’70 scoprendosi ed esibendosi come cantante e rendendo famosa in tutta Italia una vecchia canzone romanesca di Ettore Petrolini, “Tanto pe cantà”, che diventerà negli anni un suo cavallo di battaglia.

Nel 1971 l’attore torna dietro la macchina da presa per dirigere se stesso nel film “Per grazia ricevuta”. E’ un ottimo film che narra la storia di un uomo cresciuto cristianamente con l’idea che il sesso sia peccaminoso e che poi incontra un farmacista ateo (stupendamente interpretato da Lionel Stander) che lo porta a dubitare della propria religiosità e fa diventare ateo anche lui. Il film nasce dalle domande che i giovani figli di Manfredi facevano al padre riguardo la religione e dal successivo bisogno dell’attore di cercare di spiegare la cattiva educazione religiosa che aveva castrato la sua generazione. Manfredi dovette battagliare con il produttore Rizzoli che non voleva fare il film, ma poi lo convinse ed ebbe ragione, perché la pellicola fu un successo e vinse diversi premi.

Il 1972 è l’anno in cui Manfredi interpreta due ruoli riuscitissimi. In “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini è un magistrale Geppetto. Il regista lo convince a recitare il ruolo dicendogli che lui era l’unico in Italia che avrebbe potuto parlare con un pezzo di legno. Manfredi si prende del tempo per capire come interpretare la parte ed un giorno sente una bambina che parla con il nonno ed ha un’illuminazione: Geppetto è un bambino solo e desideroso di affetto che costruisce quel burattino per fargli compagnia. Così nasce uno dei personaggi più riusciti e memorabili della carriera dell’attore.

Nello stesso anno Manfredi interpreta “Girolimoni il mostro di Roma” di Damiano Damiani. Tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto a Roma nei primi anni del fascismo, quello di un mostro che violentava e uccideva bambine e dell’accusa ad un innocente di essere l’autore dei crimini, il film tratteggia magistralmente la caduta all’inferno di un uomo che viene incastrato da un regime desideroso di dimostrare di saper trovare e punire chi si macchiava di simili delitti. Il ruolo, che era stato dapprima offerto a Sordi che aveva rifiutato, viene magistralmente interpretato da Manfredi, che dà spessore drammatico ad un uomo che si vede rovinare la vita dall’oggi al domani. L’espressione drammatica ed amara del vecchio Girolimoni che alla fine del film si aggira per Roma dicendo che lui era qualcuno, che lui era il mostro di Roma, è davvero commovente e racchiude tutto il dolore di un uomo distrutto e dimenticato. Da ricordare anche la straordinaria interpretazione del grande Mario Carotenuto, che qui ha il ruolo di un vetturino che per primo viene accusato di essere il mostro e che poi, per vergogna, si suicida davanti alla folla.

Nel 1974 Manfredi interpreta altri due film molto belli. In “Pane e cioccolata” di Franco Brusati è un italiano emigrato in Svizzera che vive tutto il malessere della propria situazione e che è mal accettato dagli svizzeri. Dopo varie vicissitudini verrà messo sul treno che lo riporterà in Italia, ma avrà un moto di ribellione alla condizione nella quale è destinato a vivere. Qui l’attore tira fuori una forte adesione al personaggio, provenendo davvero da una famiglia di emigrati e conoscendo quindi gli inconvenienti dell’emigrazione.

Nello stesso anno Manfredi partecipa, insieme a Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli, al film “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. E’ la vicenda di tre amici che hanno fatto la Resistenza insieme e che poi, nel corso degli anni, si dividono e si ritrovano, amano la stessa donna e prendono strade molto diverse. E’ uno spaccato di trent’anni di vita, una storia di amicizia, di ideali perduti, di invecchiamento e di un amaro bilancio di tre uomini molto diversi tra loro.

Nel 1976 Manfredi ritrova Ettore Scola che lo dirige in “Brutti, sporchi e cattivi”. La pellicola nasce come una storia quasi pasoliniana sul mondo dei baraccati a Roma che doveva essere interpretata da attori non professionisti, cioè i veri baraccati. Poi il regista affida a Manfredi il ruolo dello sgradevole capofamiglia di questa famiglia di poveracci, e l’attore risponde con una magnifica interpretazione, cercando di costruire dapprima il ruolo su basi quasi brechtiane, shakespeariane per dare un certa forza al personaggio, per poi adattarlo alla semplicità ed alla verità dei non attori, i baraccati veri. Fu difficile per Manfredi lavorare sull’improvvisazione, che è un tipo di recitazione in cui non ha mai creduto, ma alla fine ne viene fuori un personaggio di grande efficacia e spiacevole come gli altri personaggi del film.

Nel 1977 Manfredi lavora nuovamente con Luigi Magni nel film “In nome del Papa Re”. Ed un’altra volta i due ci portano nella Roma papalina, questa volta seguendo la storia di un monsignore che vuole dare le dimissioni da magistrato papalino, stanco delle esecuzioni fatte dalla Chiesa. Dovrà fare un passo indietro per cercare di salvare la vita di un figlio naturale avuto anni prima che si è reso reo con altri due ragazzi di un attentato ai danni di una caserma. Anche qui l’interpretazione è magistrale, e resta sicuramente nella storia del cinema l’arringa che il monsignore fa ai propri colleghi in sede di giudizio per convincerli a non condannare i ragazzi.

Nel 1979 siamo ancora nel pieno degli anni di piombo, e così come fatto da Monicelli e Risi anche Giuliano Montaldo decide di affrontare i fantasmi dell’epoca nel film “Il giocattolo”. Questa volta Manfredi interpreta un ragioniere che, dopo essere stato ferito durante una rapina, fa amicizia con un poliziotto che gli insegna l’uso delle armi. Dopo aver ucciso un malvivente, il ragioniere subisce continue minacce dai sodali del morto e, in una scena di grande efficacia, ne uccide tre. Il suo furore verrà fermato dalla moglie. Qui l’attore dà una bella prova in un ruolo negativo, quello di un uomo tranquillo che si trasforma in un freddo giustiziere della notte.

Manfredi torna dietro la macchina da presa nel 1981 nel film “Nudo di donna”. All’inizio il film doveva essere diretto da Alberto Lattuada, ma poi i due non si trovarono d’accordo sulla storia e così la regia passò all’attore. Accompagnato dalla splendida Eleonora Giorgi, Manfredi racconta la crisi di una coppia che diventa più in là la crisi di un uomo. Ambientato tra le calli di Venezia, la pellicola segue il percorso interiore di un uomo che, allontanato dalla moglie che gli impone una temporanea separazione, incontra un’altra donna che è la sosia della moglie, e non riesce a capire se in effetti le due siano la stessa persona. E’ un film molto interessante, che esplora tematiche di coppia e interiori.

Gli anni ’80 non danno agli attori della generazione di Manfredi grandi occasioni, e così anche lui alterna qualche buon film a filmetti senza spessore, tanto che poi l’attore torna a teatro nel 1988 con la commedia da lui scritta, diretta ed interpretata “Gente di facili costumi”. Nel 1990, però, ritrova l’amico Luigi Magni che gli affida un altro bel personaggio storico romano, dopo quello di Pasquino, nel film “In nome del popolo sovrano”. Qui l’attore interpreta Ciceruacchio, un personaggio esistito realmente, che nel 1849 combatté con i garibaldini contro l’assediante francese e che fu poi fucilato insieme al figlio tredicenne (una statua a ricordo dell’episodio si trova a Roma all’interno del Gianicolo).

Dagli anni ’90 all’inizio del nuovo millennio Manfredi recita sporadicamente in qualche film, ma soprattutto in qualche serie televisiva. Sarà l’ultimo degli attori della sua generazione ad andarsene  mettendo così la parola fine ad un’epoca di cinema irripetibil

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