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LEONE: ” IL COVID HA AMPLIFICATO UN DOLORE SOCIALE CHE GIA’ ESISTEVA”

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Redazione- A colloquio con il Sociologo Dario Leone, autore di numerosi volumi sulla condizione psico sociale delle persone nell’era della post modernità.

C’era chi riteneva che il distanziamento sociale avrebbe favorito una maggiore ricerca del prossimo e quindi un ritorno alla dimensione collettiva.

È vero il contrario. Le misure che i governi hanno adottato, favoriscono sì la ricerca dell’altro, la necessità di tornare a stringere una mano, ad abbracciare un amico ma parliamo di prossemica e null’altro. Da un punto di vista più specificamente psico sociale, il fenomeno del distanziamento si colloca in un sistema panottico. Mi spiego meglio: il “Panopticon” è l’architettura tipica dei manicomi e dei nosocomi secoli fa, organizzati con una gabbiola posta ad un’altezza rilevante al centro della struttura e le celle tutte intorno, in modo tale che chi sorveglia possa farlo avendo a disposizione una panoramica circolare, ampia e completa. Michel Foucault utilizzò tale struttura per spiegare il sistema sociale. La particolarità di tale modello è l’asimmetria tra il sorvegliante e il sorvegliato. Quest’ultimo non sa mai quando è osservato e quando non lo è. Pertanto pian piano sarà portato in modo del tutto naturale ad assorbire norme sempre più limitanti la sua libertà, proprio perché sente addosso gli occhi di chi ha il potere di infliggergli una punizione la quale nel corso dei secoli si è declinata in vari modi (la tortura a morte prima, l’isolamento e il disprezzo sociale poi). Il Panopticon è dunque una palestra che allena all’abnorme che se ripetuto quotidianamente diventa normale, ovvio e inevitabile. L’allenamento di cui discutiamo è quello alla solitudine e alla paura inaugurato all’indomani del crollo del muro di Berlino, quando la globalizzazione capitalista ha potuto affermarsi in tutta la sua potenza senza più nemici né confini. La morte della dimensione collettiva ha eretto quella individuale a dominus incontrastato. Per tale ragione le persone si sono uniformate quasi immediatamente ad un distanziamento sociale così innaturale: perché sono addestrate secondo uno schema che l’Occidente perpetra ai suoi popoli da Secoli. In questo caso il sorvegliante ha avuto come punizione la “natura” e dunque il virus da un lato, e dall’altro le misure più artificialmente punitive, come le multe e la perdita del posto di lavoro. In un turbinio addestrativo di questo tipo, gli attori sociali sono oggi in una condizione di reciproco isolamento tale da far venir meno quella residuale sfera affettiva, fraterna che flebilmente ancora resisteva. È la morte dell’indignazione che cede il posto alla rassegnazione che non è foriera di unità popolare, di collettivismo, ma è l’esatto contrario. Con questo non voglio assolutamente unirmi ai cori contro le misure adottate davanti a una tragedia così immane. Ne analizzo solo i risvolti in modo sociologicamente freddo, così come dev’essere. Tuttavia è bene che io chiarisca anche che non credo mai ai fenomeni sociali e naturali che si producono casualmente. La casualità riguarda solo le estrazioni dei pallottolieri.

Riguardo alla rassegnazione, mi permetto di dire che di rabbia ce n’è tanta in giro…

Certo. Ma lo sbocco è sempre la rassegnazione. Questo perché la rabbia attraversa un piano di razionalità socio-culturale che è quello di un sistema economico e politico che impedisce la mobilità di classe, concentra la ricchezza senza distribuirla, adotta misure del tutto inutili ai fini del benessere collettivo, organizza essa stessa il dissenso canalizzandolo verso un precipizio vuoto e soprattutto estirpa la possibilità di pensare (ancor prima di lottare) un mondo diverso da quello attuale. Lo sbocco potrebbe non essere la rassegnazione nella misura in cui si sovvertisse il paradigma sistemico. Ma non mi pare che vi siano le condizioni. È un’epoca contro rivoluzionaria che emargina chiunque stoicamente le resiste.

In che modo la dimensione individuale si è affermata nel corso del tempo e perché non può rinascere quella collettiva dopo questa catastrofe?

Entriamo in un ambito socio-politico. Con l’abbattimento del muro e la fine del blocco Socialista, il Capitalismo come dicevo prima, non ha avuto più confini alla sua espansione e soprattutto non ha avuto più nemici in grado di mostrare al mondo un’altra idea di sistema sociale. Pertanto il potere economico che governa la politica e le istituzioni, non ha avuto più necessità di uno Stato forte e di Partiti monolitici. Entrambi si sono lentamente sgretolati diventando tout court assenti. Le comunità hanno dunque perso le istituzioni periferiche e le forme organizzate della democrazia diventando orfane. L’agorà, ovvero quel ponte di congiunzione che permetteva di trasformare un problema individuale in una grande questione collettiva, è crollato. Le persone oggi vivono senza Stato, senza partiti, i cui poteri sono trasmigrati in Enti sovranazionali come l’Unione Europea, distante anni luce dall’immediatezza risolutiva di cui necessita il cittadino. Lo Stato e i Partiti, erano quell’agorà che produceva sentimenti comuni, battaglie condivise, valori consolidati. La Chiesa, tra i soggetti istituzionali, non gode di migliore salute. Anche gli “enti sovraindividuali” come la “Patria” e la “famiglia”, si sono pian piano sgretolati in termini di solidità. Avevano, questi ultimi, la funzione di garantire un senso all’esistenza di ciascuno, proiettandola al di là della propria finitezza terrena, sempre dentro un contesto comunitario che attribuiva riconoscimento al sacrificio, riconoscibilità identitaria e il comune sentire di sentimenti, ansie e aspettative. Fino a quarant’anni fa era impensabile svolgere una vita slegata dal “prossimo”. Con l’ingresso della Globalizzazione, pian piano il cittadino si è addestrato a recintare il suo orto e a renderlo invalicabile, ad analfabetizzare la sua emotività, a provare la più totale estraneità verso qualsiasi tragedia umana e sociale che non lo tocchi direttamente e davanti ai propri problemi si è allenato a fare a meno di chiunque gli possa essere utile ben sapendo di non trovare altra fratellanza che davanti allo specchio. Gli stessi problemi di cui soffre sono il prodotto di una dimensione materiale che lo proietta nella precarietà che è sì lavorativa, ma è anche sentimentale perché i rapporti seguono lo stesso iter di fragilità estrema, ed è dunque una precarietà esistenziale perché legata alla difficoltà di attribuire un senso alla propria vita dentro un contesto di completa anomia che prevede due sole regole: il caos dentro si sé e la necessità del denaro ad ogni costo fuori di sé.

Per citare uno statista a te molto vicino, ti chiedo: “Che fare”?

Noi sociologi ricerchiamo, misuriamo e analizziamo i fenomeni. Da esponente politico ti darei una risposta ben più articolata, ma da sociologo mi limito a dire che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che de termina la loro coscienza”. La distruzione della dimensione collettiva serve proprio a questo: a impedire che gli uomini maturino coscienza rispetto agli eventi abnormi che si manifestano nel corso della loro esistenza. Serve un progetto credibile che mostri una strada diversa a

misura d’uomo concepito come protagonista della comunità.

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