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L’EDUCAZIONE EMOZIONALE: UNA COMPETENZA SISTEMICA-DOTT.SSA LUANA SACCHETTI

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Redazione- Con il disegno di Legge n° 1635, comunicato alla Presidenza del Senato il 3 dicembre 2019, si propone di introdurre nelle scuole d’infanzia, primaria e secondaria la materia di educazione emozionale. Questa iniziativa nasce dallo studio degli effetti derivati dai fenomeni di disagio relazionale e sociale ampiamente venuti a galla in questi ultimi anni; prima su tutti per prevenire e contrastare il bullismo e cyber bullismo, ma anche per sviluppare contesti inclusivi in cui possano regnare empatia, solidarietà e rispetto reciproco.
“Come ti senti?”. Forse, a molti bambini, sia negli ambienti formali che non formali, questa domanda non è stata mai posta. Riflettiamo. Una scuola, che si occupa solamente della parte cognitiva, “abbuffando” i ragazzi di nozioni su nozioni, non punta a sviluppare un insegnamento sistemico ma tende a sovraccaricare gli studenti facendo esplodere in loro demotivazione e anche disagi (come stati di ansia e frustrazione) .
Noi professionisti dovremmo ragionare e rivedere il nostro modus operandi, occupandoci della dimensione emozionale del bambino, unica via che conduce alla felicità oltre che alla scoperta e alla gestione delle emozioni.

Lo sviluppo sistemico dell’individuo può innescarsi solamente se l’insegnante (educatore, istruttore ecc.) attiva una lettura trasversale all’interno dei contesti sociali e relazionali in cui opera (scuola, nido, campo ecc.); il suo interesse deve incentrarsi non sul “perché” s’innescano delle dinamiche, ma sul “come”.
Mi spiego meglio. La tecnica di cui sto parlando richiede uno sforzo considerevole da parte del professionista, perché non è semplice comprendere il bambino in ogni situazione ma, attraverso l’interazione simmetrica e l’intelligenza emotiva (diffusa da Daniel Goleman), dovrebbe riuscire a riconoscere le emozioni e le sensazioni proprie e degli altri e gestirle nelle relazioni. L’intelligenza emotiva richiede, però, delle competenze specifiche che sono:
1)Consapevolezza sociale: empatia, apertura alle relazioni interpersonali;

2) Gestione dei rapporti sociali: gestione del conflitto, lavoro di gruppo e comunicazione efficace;
3)Consapevolezza di sé: autovalutazione, fiducia in se stessi, autoconsapevolezza emotiva;

4) Gestione di sé: autocontrollo emotivo, adattabilità e affidabilità, spirito di iniziativa, orientamento al risultato.
Oggi, agli insegnanti, è richiesto un investimento socio-educativo capace di innovare gli itinerari didattici ed educativi che devono essere confacenti, sicuramente, alle nuove sfide sociali e produttive ma soprattutto devono risultare significativi per le esigenze di ciascun discente. Un’attenzione particolare va data alle caratteristiche personali e ai bisogni individuali affinché possano maturare e potenziarsi le capacità e le risorse di ognuno. Per fare tutto questo è necessario mettere in campo un approccio sistemico all’interno di un sistema sostenibile dove si organizzano, si curano, si rinnovano e si accrescono le conoscenze per adattarsi ai cambiamenti e condurre ciascuno al “sentiero della felicità anche laddove c’è una salita” come ci insegna Jean Salem.
In una società liquida, come ci dice Bauman, dove vi è un’omologazione di massa con approcci forzati alla crossmedialità socio-relazionale e che incidono in maniera confusionaria sull’individuo, abbiamo bisogno di una proceduralità sistemica che promuova identità plurali, fluide e duttili alle trasformazioni.
Per poter avviare un cammino simile dobbiamo avere solide basi formative e, come ci insegna Paolo May de “L’asilo nel bosco”, bisogna partire dall’autoeducazione delle figure professionali. L’insegnante, in questo modo, lavora su se stesso e trasforma le sue conoscenze ed esperienze in capacità educative; mostra il suo esempio e guida il processo di costruzione dell’identità nei bambini. Un altro passo fondamentale è l’attivazione di una relazione complementare all’interno dei contesti educativi, basata su scambio e interazione continua, in cui il bambino si senta orientato e sostenuto lungo il percorso di crescita. Le competenze socio-emotive degli insegnanti devono essere condivise per far nascere idee e strategie comuni, partendo dal gruppo di lavoro quotidiano e dai bambini della scuola con cui si interfacciano quotidianamente. La collaborazione è fondamentale, pronta ad innescare un rapporto dinamico di causa-effetto in funzione di un obiettivo condiviso. Questo è quello che, in maniera sottintesa, ci propone l’Agenda 2030 nell’obiettivo n°4 (Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti) in cui si specifica che: la dimensione cognitiva comprende le capacità di pensiero e conoscenze necessarie a capire gli obiettivi per
lo sviluppo sostenibile e le sfide per raggiungerle; la dimensione socio-emotiva include le abilità sociali che permettono ai discenti di collaborare e comunicare per promuovere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, così come le capacità di autoriflessione, di attitudine emotiva e motivazionale che li rendono capaci di sviluppare se stessi.
Per promuovere il benessere dell’educando bisogna saper accogliere, includere e offrire a tutti gli stessi strumenti e occasioni di crescita emotiva e di apprendimento ma, per fare questo, è fondamentale collaborare con le famiglie. La prima agenzia educativa è quella in cui iniziano a circolare e a trovare espressione le prime emozioni, sin dalla nascita (e addirittura sin dal feto).
Ma cosa succede se i genitori non sanno riconoscere e/o gestire le emozioni? In questo caso il discorso si fa più complesso perché se il bambino si trova un ambiente familiare “ostile alle emozioni”, può determinarsi il cosiddetto fenomeno (in una terminologia errata) del “bambino difficile”. Dico che la terminologia è errata perché non esistono bambini “facili” o “difficili”; esistono bambini che provano emozioni e le emozioni possono essere piacevoli o spiacevoli (se proprio vogliamo fare una distinzione). Nel caso di genitori non in grado di riconoscere e gestire le emozioni, nel bambino si alimenterà un caos emotivo contraddistinto da scatti di rabbia e forme di ribellione nei confronti dei pari e degli adulti di riferimento. Questi episodi sono semplicemente richieste di attenzione e non devono essere sottovalutate o viste come forme di “capriccio” (che non esiste…ma ne riparleremo).
In queste situazioni, i genitori (ma anche tutte le altre figure di riferimento), non devono ricorrere alla cosiddetta “comunicazione violenta”, a punizioni o castighi, ma devono mettere in campo strategie educative che si basano su una comunicazione empatica (o linguaggio giraffa) nata nel 1960 da Marshall Rosenberg:
1)Osservare e ascoltare senza giudicare;

2)Attivare l’auto-empatia in cui differenziare i bisogni alla base dei nostri pensieri e sentimenti, identificando le emozioni;

3)Esprimersi all’altro in maniera autentica;

  4)Riconoscere e accettare i bisogni dell’altro.
Dobbiamo imparare l’arte dell’ascoltare con il cuore, senza pregiudizi e voglio concludere questo articolo con una frase di Daniel Goleman che dice: “Se vogliamo vivere correttamente, abbiamo bisogno di una certa abilità per

muoverci in tre diverse aree: il mondo esterno, il mondo interno e il mondo deglialtri”.

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