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LA TRAGEDIA DI CRANS-MONTANA: QUANDO L’EMERGENZA SVELA LA CRISI EDUCATIVA DEGLI ADULTI

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Redazione- Quello che è accaduto a Crans-Montana non è solo un fatto di cronaca nera, né può essere liquidato come una tragica fatalità. È un evento che interroga in profondità il mondo adulto e, in particolare, chi opera nei contesti educativi, sociali e formativi.

Questo contributo non cerca colpevoli da esporre al pubblico ludibrio, ma prova a leggere la tragedia come una frattura educativa, un punto di rottura che rende visibile ciò che normalmente resta sullo sfondo: il modo in cui la società adulta prepara – o non prepara – le nuove generazioni ad abitare la realtà, il rischio, la responsabilità.

Le domande che seguono nascono dal confronto tra educatori, pedagogisti, genitori e cittadini. Sono domande scomode, spesso emotivamente cariche, ma necessarie. Alle dieci questioni risponde Alessandro Prisciandaro, pedagogista e Presidente nazionale APEI, mantenendo uno sguardo che non giudica i giovani, ma chiama gli adulti a una responsabilità collettiva.

risponde il Presidente Nazionale APEI dott. Alessandro Prisciandaro

DOMANDA n. 1:

Vado fuori di testa davanti a queste dichiarazioni, non oso immaginare i genitori di quelle povere creature morte come topi in trappola.

Educhiamo le nuove generazioni a non essere delinquenti come alcuni adulti, a non pensare solo al profitto anche sulla pelle dei ragazzini, ad essere onesti nel caso in cui si rivesta un ruolo pubblico con poteri decisionali, a non praticare l’omerta’ come stile di vita, a non

essere corrotti e collusi, etc etc. Questo è più importante ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Forse, e dico forse, si sarebbe potuto salvare qualche ragazzo in più anche se tutto da verificare e comunque sia, anche ci fosse stata una sola vittima, non siamo dinanzi ad una fatalità ma ad una morte annunciata ed evitabile, le cui responsabilità, a quanto pare, sono da parte degli ADULTI.

P.S = senza quei video la verità sarebbe stata insabbiata o comunque più difficile da ricostruire vista la poca limpidezza che circonda il tutto.

RISPOSTA alla n.1

Cara Ire,

la tua reazione è comprensibile e, da un punto di vista pedagogico, profondamente fondata. Qui non siamo di fronte a una “fatalità”, ma a ciò che in educazione definiamo fallimento adulto sistemico.

Hai ragione quando sposti il focus: il nodo non è cosa hanno fatto o non fatto i ragazzi, ma che mondo educativo hanno consegnato loro gli adulti.

Un mondo in cui il profitto prevale sulla sicurezza, l’omertà sulla responsabilità, la delega sulla cura, l’irresponsabilità sull’etica pubblica.

Educare non significa solo insegnare regole di comportamento individuale, ma trasmettere modelli di cittadinanza.

Se gli adulti che gestiscono spazi, eventi, ruoli decisionali agiscono senza responsabilità, senza trasparenza, senza rispetto della vita, il messaggio educativo che passa è devastante: la legge è negoziabile, la sicurezza è opzionale, la vita vale meno del guadagno.

Quanto ai video: è un punto scomodo ma reale.

Dal punto di vista pedagogico e civico, quei video non sono voyeurismo, ma atti di testimonianza involontaria. Senza di essi, il rischio di una narrazione edulcorata, minimizzata

o distorta sarebbe stato altissimo. La verità, oggi, passa spesso dagli occhi dei più giovani perché gli adulti hanno smesso di guardare davvero.

E sì: anche una sola vittima sarebbe stata già troppo.

Perché quando una morte è evitabile, non è una tragedia: è una responsabilità mancata. Qui l’educazione chiama gli adulti a rispondere.

Non a giustificarsi.

Non a spostare il problema sui ragazzi.

Ma ad assumersi, finalmente, il peso delle proprie scelte.

DOMANDA N.2

Io dico solo una cosa…a scuola nemmeno una parola, dovrebbero parlare sia di cosa è successo, sia di come comportarsi in certe occasioni

RISPOSTA ALLA N: 2

Cara Michela,

quello che dici è non solo condivisibile, ma pedagogicamente imprescindibile.

Il silenzio della scuola, in casi come questo, non è neutralità: è un’occasione educativa persa.

La scuola non può limitarsi ai programmi quando la realtà irrompe con questa forza.

Eventi come questo devono essere nominati, elaborati, pensati, perché i ragazzi li hanno già visti, commentati, interiorizzati — spesso senza strumenti per comprenderli.

Parlarne a scuola significa:

aiutare a leggere i fatti e non subirli;

costruire educazione al rischio e all’emergenza, non in modo ansiogeno ma consapevole;

riflettere su responsabilità, regole, sicurezza, decisioni collettive;

restituire agli adulti un ruolo educativo credibile, che non scappa davanti alla complessità, senza l’intervento dello psicologo, in quanto rende l’evento clinico e con approcci terapeutici, che rende i ragazzi dei malati e bisognosi di cure terapeutiche, invece di essere inquadrato

in un evento umano da risolvere in gruppo.

Quando la scuola tace, non ottempera alla sua funzione base: EDUCARE, ma i ragazzi apprendono comunque.

Ma apprendono dal caos dei social, dalle semplificazioni, dalla rabbia o dalla rimozione. Educare non è proteggere dal dolore evitando le parole.

Educare è dare parole al dolore, per trasformarlo in pensiero, responsabilità e cittadinanza. Su questo, la scuola non può chiamarsi fuori.

Un caro saluto

DOMANDA N. 3

Manuela

Concordo pienamente. Ritengo che a questa generazione manchi il problem solving a causa nostra. Noi genitori ci siamo preoccupati, infatti, di risolvere i problemi al posto dei nostri figli, sin dai primi passi, in nome di un benessere immediato. Faccio un esempio banale: al bambino cade il colore mentre sta disegnando e noi lo raccogliamo ancora prima che ce lo chieda piuttosto che lasciarlo agire per risolversi con le proprie forze. È un pensiero che abbraccia tutte le criticità di questa generazione e non vuole soffermarsi sulla questione in oggetto.

RISPOSTA N. 3

Cara Manuela,

la tua riflessione è lucida e, dal punto di vista pedagogico, assolutamente fondata.

Hai centrato un nodo che come professionisti dell’educazione stiamo osservando da anni: la progressiva delega del problema all’adulto, a partire dalle esperienze più semplici e quotidiane.

L’esempio che fai è tutt’altro che banale.

Raccogliere il colore prima che il bambino provi a farlo da solo è un gesto affettuoso, ma ripetuto nel tempo diventa un apprendimento implicito: qualcuno interverrà sempre al posto mio.

Così si costruisce, senza volerlo, un benessere immediato che però indebolisce la competenza a lungo termine.

Il problem solving non si insegna con le parole, ma con micro-occasioni di autonomia:

lasciare che il bambino tenti; tollerare la frustrazione; accettare tempi più lenti;

permettere l’errore come parte del processo.

Quando queste esperienze mancano, nell’adolescenza e poi nell’età adulta emerge la difficoltà che descrivi: di fronte a una situazione imprevista non si attiva l’azione, ma l’attesa. Non perché manchi intelligenza, ma perché non è stato allenato l’agire.

È importante anche ciò che precisi: questo ragionamento non è una colpevolizzazione, ma una presa di responsabilità adulta.

Riconoscere i nostri limiti educativi è il primo passo per correggere la rotta. La buona notizia, pedagogicamente parlando, è che non è irreversibile.

Si può ricostruire il problem solving restituendo ai ragazzi spazi di decisione, di rischio controllato, di responsabilità reale.

Educare è anche avere il coraggio di fare un passo indietro, per permettere ai figli di farne uno avanti.

Un caro saluto

DOMANDA N. 4

Anche in una gestione immediata del pericolo come si fa a reagire se mancano uscite di sicurezza ed estintori! Mi spieghi! Per il resto purtroppo i ragazzi spesso non risolvono, attendono l’iniziativa dell’adulto.

RISPOSTA ALLA N. 4

Hai posto la domanda giusta, ed è bene rispondere con chiarezza pedagogica, senza ambiguità.

Se mancano uscite di sicurezza ed estintori, non si può reagire correttamente. Punto.

In una gestione immediata del pericolo l’azione non nasce dal coraggio individuale, ma dalle condizioni oggettive che rendono possibile l’azione.

In pedagogia diciamo che l’ambiente è un “mediatore educativo”:

se l’ambiente non offre vie di fuga, non educa alla fuga;

se non offre strumenti, non educa all’azione;

se non è pensato per la sicurezza, produce blocco e disorientamento.

Pretendere lucidità, problem solving o prontezza in assenza di condizioni minime è una pretesa adulta impropria.

Quanto al secondo punto, è vero: molti ragazzi attendono l’iniziativa dell’adulto.

Ma questo non nasce “oggi” o in quel momento: è l’esito di anni in cui l’adulto ha deciso, prevenuto, controllato, risolto al posto loro. In emergenza, questa dipendenza diventa paralisi.

Il nodo pedagogico, quindi, è doppio:

prima dell’emergenza: gli adulti avevano il dovere di garantire sicurezza, prevenzione, strutture adeguate;

durante l’emergenza: se l’adulto non c’è o non guida, il vuoto educativo diventa evidente. Conclusione chiara:

non si può chiedere ai ragazzi ciò che gli adulti non hanno reso possibile, né sul piano strutturale né su quello educativo.

La responsabilità resta adulta. Sempre. Un caro saluto

DOMANDA N. 5

Elena

Onestamente non so se 15 anni avrei avuto una reazione diversa da un blocco. Era un’altra epoca, non c’erano i cel, e io ero una babbea

Il primo cel l’ho avuto a 18 anni ed era il famoso nokia 3310, lo smartphone l’ho comprato che mia figlia aveva 4/5 anni.

Ai miei 15 anni non ci sarebbe stato un cel, ma io non so e non credo nemmeno che non ci sarebbe stato un blocco. Anzi credo oltre ad un blocco anche uno smarrimento.

Gli adulti no. Non possono permettersi smarrimenti, devono sapere cosa fare e applicare le procedure.

Gli adulti devono fare gli adulti, senza pretendere che i ragazzi siano adulti. Il ragazzo non ha fatto…

Di fronte ad adulti che non hanno fatto niente, guardiamo quello che non hanno fatto o fatto i ragazzi?

È proprio questo il problema sociale. Gli adulti.

RISPOSTA ALLA N. 5

Cara Elena,

quello che scrivi è di una lucidità pedagogica rara e va detto con forza:

non esiste un’epoca in cui a 15 anni si è immuni dal blocco. Cambiano gli strumenti, non la struttura emotiva dell’adolescenza.

Hai ragione su un punto cruciale:

il freezing, lo smarrimento, la sospensione dell’azione non dipendono dal cellulare. Il cellulare può documentare il blocco, ma non lo genera.

A 15 anni il cervello è ancora in costruzione, soprattutto nelle aree che regolano valutazione del rischio, decisione rapida, controllo dell’impulso. Questo valeva ieri come oggi.

Il punto vero, come dici tu, è un altro ed è non negoziabile: agli adulti non è concesso bloccarsi.

Gli adulti:

devono conoscere le procedure;

devono averle predisposte prima;

devono saper guidare, indirizzare, contenere;

devono assumere il comando quando il caos esplode.

Pretendere che i ragazzi “sappiano cosa fare” mentre gli adulti non hanno fatto nulla prima è un ribaltamento perverso delle responsabilità.

La tua frase è centrale:

Gli adulti devono fare gli adulti, senza pretendere che i ragazzi siano adulti. Esattamente.

La pedagogia non chiede eroismi ai minori. Chiede responsabilità strutturale agli adulti.

E la domanda finale che poni è quella giusta, quella che smaschera il problema sociale:

Di fronte ad adulti che non hanno fatto niente, guardiamo quello che non hanno fatto o fatto i ragazzi?

Se guardiamo i ragazzi, stiamo spostando lo sguardo.

Se guardiamo gli adulti, stiamo assumendo responsabilità. Qui non è fallita una generazione.

Qui ha fallito una funzione adulta. Un caro saluto

DOMANDA N. 6

Teresa

Si può argomentare certo, ci sono tante cose su cui riflettere sicuramente, e ci sarebbe da discutere… ma io sono fermamente convinta che in un locale in primis ci deve essere sorveglianza continua da parte degli organizzatori, dei camerieri, dei buttafuori, dei titolari e di chi ha avuto la responsabilità di accogliere persone ( maggiorenni e minorenni) all’interno di un locale, dove durante i festeggiamenti chi aveva la responsabilità di vigilare e di sorvegliare ha perso la lucidità per far stare quei ragazzi al sicuro evitando in primis le candele incandescenti, sapendo del soffitto così basso, e successivamente al primo segnale di fumo (sapendo che magari non ci stava il sistema idrico automatico per contrastare un eventuale incendio) dare immediatamente l’allarme utilizzando il microfono del dj e iniziare tempestivamente le manovre di evacuazione (intanto qualcuno prendeva un estintore) venivano immediatamente aperte le porte d’uscita per far uscire tutti dal locale, gli adulti che

erano lì a vigilare non hanno notato nulla? Cosa è andato storto ? Direi troppe cose! In pochi secondi e minuti è divampato un incendio dove non doveva divampare, è stata una tragedia, è stata una disgrazia, c’è stato e c’è troppo dolore…. Dio aiuti le famiglie e i ragazzi feriti …

RISPOSTA ALLA N. 6

Cara Teresa,Da pedagogista, il tuo intervento coglie un punto essenziale che va oltre l’accertamento delle responsabilità tecniche o giuridiche: qui emerge una grave assenza di responsabilità educativa adulta.

Un luogo che accoglie giovani – soprattutto quando vi sono anche minorenni – non è mai uno spazio neutro. È, di fatto, un contesto educativo implicito, nel quale gli adulti presenti (organizzatori, titolari, personale, addetti alla sicurezza) assumono un ruolo di custodia, di mediazione del rischio e di tutela. Quando questa funzione viene meno, non si verifica solo un errore operativo, ma un fallimento pedagogico.

Ciò che colpisce, come giustamente sottolinei, non è solo l’evento improvviso dell’incendio, ma la catena di omissioni:

– la mancata previsione del rischio (candele, soffitto basso);

– l’assenza di una vigilanza lucida e continua;

– la mancata lettura dei segnali iniziali di pericolo;

– il ritardo nell’allarme e nell’evacuazione.

In pedagogia sappiamo che la sicurezza non nasce nel momento dell’emergenza, ma prima, nella cultura della prevenzione, nella capacità degli adulti di pensare per i più giovani, di

anticipare ciò che loro non possono ancora prevedere. I ragazzi osservano, apprendono, si affidano. Quando gli adulti smettono di vigilare, trasmettono – anche senza volerlo – l’idea che il rischio sia normale, che “andrà tutto bene”, che nessuno stia davvero tenendo il quadro complessivo.

Questa tragedia ci interroga profondamente come società:

che idea di responsabilità adulta stiamo offrendo?

che modello educativo passa quando chi dovrebbe proteggere è distratto, impreparato o delega al caso?

Il dolore è immenso e va rispettato. Ma proprio per rispetto verso le vittime e le loro famiglie, non possiamo fermarci alla parola “disgrazia”. Dal punto di vista pedagogico, è necessario riconoscere che educare significa anche garantire contesti sicuri, dove la festa non diventi esposizione al pericolo e dove l’adulto non abdichi al proprio ruolo.

Solo assumendo fino in fondo questa responsabilità educativa collettiva potremo trasformare una tragedia in una lezione che non venga dimenticata.

DOMANDA N. 7

Cristina Sanna

L’omologazione nel gruppo è la base della socialità, e ha il suo picco massimo in adolescenza. Si diventa grandi pian piano, imparando a sentirsi liberi di essere se stessi, ad accettarsi. Molti adulti hanno ancora difficoltà.

Sicuramente si può fare un discorso generale sulla nostra società e i vari problemi socio pedagogici dei nostri tempi, si può dare rilievo all’educazione del fare, insegnare a agire. E qua si aprono mille discorsi. Si può migliorare, e ci sono pedagogie meravigliose, come la pedagogia steineriana, che si basano sui valori veri, sui lavori manuali, l’arte, la musica per ispirare a una crescita libera e responsabile, e che spinge all’autoeducazione degli adulti di riferimento.

RISPOSTA ALLA N. 7

Cara Cristina, da pedagogista, il tuo post apre una riflessione centrata e matura su un nodo cruciale dello sviluppo umano: il rapporto tra appartenenza e identità.

È vero: l’omologazione al gruppo non è una deviazione, ma una tappa fisiologica della socialità, soprattutto in adolescenza. In quella fase il gruppo svolge una funzione protettiva e regolativa: offre riconoscimento, riduce l’angoscia della solitudine, permette di sperimentare ruoli e confini. Il problema non è il gruppo in sé, ma ’assenza di adulti capaci di accompagnare il passaggio dall’appartenenza alla soggettività.

Quando scrivi che “si diventa grandi pian piano” tocchi un punto pedagogicamente decisivo: l’autenticità non è un dato naturale, ma un apprendimento lento, spesso faticoso, che richiede modelli adulti coerenti. Il fatto che molti adulti faticano ancora ad accettarsi dice molto di più sul nostro tempo che sui ragazzi: non si può educare alla libertà se non si è disposti a praticarla su di sé.

Molto pertinente anche il riferimento all’educazione del “fare”. La pedagogia contemporanea sa bene che non basta educare al dire o al sapere: si educa davvero quando si insegna ad agire, a trasformare l’intenzione in gesto responsabile. Qui si innesta il valore delle pedagogie che richiamano il corpo, la manualità, l’arte, la musica: non come nostalgie romantiche, ma come antidoti alla disincarnazione educativa del nostro tempo.

Il richiamo all’autoeducazione degli adulti è forse il passaggio più forte. Ogni pedagogia autentica, soprattutto quelle che mettono al centro la crescita integrale della persona, afferma un principio scomodo ma imprescindibile:

l’educatore non è mai “arrivato”.

Educa mentre si educa, accompagna mentre impara, guida mentre si mette in discussione. In definitiva, il tuo intervento ci ricorda che il vero compito educativo oggi non è spezzare il bisogno di appartenenza dei giovani, ma creare contesti in cui l’omologazione non diventi annullamento, e in cui l’adulto abbia il coraggio di essere il primo a crescere.

DOMANDA N. 8

Mara

Mi spieghi allora la deficienza degli adulti in caso di evacuazione in aereo con le fiamme al culo che recuperano i bagagli dalle cappelliere perdendo secondi preziosi e creando caos e ingombro in prossimità delle uscite di emergenza. Da chi gli stessi non sono stati educati!!!?!!!

RISPOSTA ALLA N. 8

Cara Mara, da pedagogista, la domanda che poni è dura nei toni ma assolutamente legittima nel merito, perché mette a nudo un equivoco profondo: l’idea che l’età adulta coincida automaticamente con la competenza educativa e con la capacità di agire correttamente in emergenza. Purtroppo non è così.

Il comportamento che descrivi – recuperare i bagagli durante un’evacuazione – non è “deficienza” in senso clinico, ma l’effetto combinato di condizionamenti educativi e culturali molto radicati. Per anni siamo stati educati, implicitamente, a:

proteggere l’oggetto prima della relazione,

difendere il possesso come estensione dell’identità,

credere che “a me non succederà” anche in situazioni di rischio evidente.

In condizioni di panico, il cervello non attiva il pensiero razionale, ma schemi appresi. Se l’educazione ricevuta ha rinforzato l’attaccamento alle cose, il controllo individuale e la sfiducia nel coordinamento collettivo, è esattamente questo che emerge nei secondi decisivi. Qui sta il punto pedagogico cruciale: molti adulti non sono mai stati educati all’emergenza, alla responsabilità collettiva, alla rinuncia consapevole. Sono cresciuti in contesti dove la regola era spesso formale, non interiorizzata; dove l’obbedienza veniva richiesta senza comprensione; dove il “perché” delle norme non veniva mai spiegato.

E infatti il paradosso è questo:

gli stessi adulti che trasgrediscono in emergenza sono quelli che, a parole, chiedono ai giovani disciplina, rispetto delle regole e autocontrollo.

La pedagogia ci dice una cosa scomoda ma necessaria:

senza educazione permanente degli adulti, non esiste sicurezza collettiva.

Le istruzioni di bordo, i briefing, i cartelli non bastano se non sono sostenuti da una cultura educativa che alleni alla perdita, alla fiducia nell’altro, al primato della vita sull’oggetto. Quindi sì, la tua domanda è fondata.

La risposta è: non sono stati educati, e spesso non si sono mai lasciati educare da adulti. Ed è proprio da qui che ogni tragedia – grande o piccola – ci richiama a una responsabilità pedagogica che riguarda tutti, non solo i giovani.

DOMANDA N. 9

Marica,

Nella scuola di mio figlio ne hanno parlato e fatto un minuto di silenzio e io pure ne ho

parlato con mio figlio primi i genitori oltre le scuole dove non arriva la scuola ci deve essere il genitore e viceversa solo così possono essere tutelati e i pericoli purtroppo bisognava

essere lì per capire le reazioni di ognuno bastava che la sicurezza prendeva le redini e

faceva svuotare subito il locale ma hanno aspettato troppo credo se alla prima scintilla svuotavano ilocale sarebbero tutti vivi e un locale senza norme sarebbe bruciato vuoto nessuna perdita quindi .ma non so nemmeno se c’era la sicurezza preparata per un’evacuazione di emergenza .

RISPOSTA ALLA N. 9

Cara Marica,

quello che racconti è un esempio corretto di corresponsabilità educativa e va riconosciuto. Quando scuola e famiglia parlano lo stesso linguaggio, i ragazzi sono più tutelati, anche emotivamente, anche dopo eventi traumatici.

Il minuto di silenzio, il parlarne in classe e poi a casa non sono gesti formali:

sono atti educativi di elaborazione, che aiutano a dare senso a ciò che altrimenti resterebbe solo paura o confusione.

Hai centrato anche il punto decisivo sul piano della sicurezza:

se alla prima scintilla fosse stata attivata un’evacuazione immediata, oggi probabilmente staremmo parlando di un locale bruciato, non di vite spezzate.

Ed è esattamente così che funzionano le procedure di emergenza: si agisce prima, non quando il pericolo è già evidente.

Qui emerge un dato inquietante ma chiaro:

la sicurezza non è solo “esserci”, è essere formati, pronti, autorizzati ad agire.

Se il personale non è preparato, se non ha ricevuto indicazioni chiare, se teme di

“esagerare” o di perdere il controllo della situazione, si aspetta. E aspettare, in emergenza, è spesso fatale.

La tua domanda finale è quella che conta davvero:

non so nemmeno se c’era una sicurezza preparata per un’evacuazione di emergenza

Ed è lì che andrà cercata la verità, non nei comportamenti dei ragazzi.

Perché quando la prevenzione funziona, le reazioni individuali diventano irrilevanti: il sistema guida tutti.

Il tuo messaggio dice una cosa importante:

la tutela dei minori nasce prima dell’alleanza tra adulti consapevoli, non dal giudizio a posteriori.

Un caro saluto

DOMANDA N. 10

Roberto,

Per questioni anagrafiche, sono del 1961 i miei nonni e i miei genitori, scampati a 2 e 1 guerra mondiale, fin da bambino mi hanno istruito a fuggire in situazioni di pericolo, che fosse attraversare la strada in sicurezza, non fare il bagno nel mare agitato, scappare se ci sono tumulti di piazza, etc. In seguito anche i miei maestri o istruttori di sport e i boy scout, il maestro di arti marziali, mi hanno insegnato a prevenire situazioni a rischio e agire di conseguenza. Il metodo educativo scout, prevedeva che ognuno fosse preparato e si prendesse le proprie responsabilità per il successo della propria squadriglia di 6/8 ragazzini, in un crescendo di incarichi in base all’età, dandoci fiducia e autonomia, sotto la

supervisione degli adulti, che intervenivano solo per correggere i nostri errori e farci migliorare. Adesso i ragazzi vengono tenuti sotto una campana di vetro ed educati da uno schermo, vedo anche molti over 18 che attraversano la strada anche trafficata senza nemmeno guardare prima di attraversare, è vero che i veicoli dovrebbero fermarsi per farti

attraversare sulle strisce pedonali, ma i cimiteri sono pieni di gente che aveva la precedenza.

RISPOSTA ALLA N. 10

Caro Roberto,

la tua testimonianza è preziosa perché mostra, con concretezza, cosa significhi educazione alla responsabilità e perché oggi ne avvertiamo così drammaticamente la mancanza.

Quello che descrivi non è nostalgia del passato, ma una precisa architettura educativa:

famiglia, scuola, sport, associazionismo (scout, arti marziali) parlavano la stessa lingua.

Una lingua fatta di prevenzione, attenzione al rischio, gradualità delle responsabilità, fiducia data prima di essere completamente pronti, sotto la supervisione adulta, non sotto la sostituzione adulta.

Il metodo scout che richiami è pedagogicamente esemplare:

– piccoli gruppi;

– incarichi progressivi;

– responsabilità reali;

– adulti presenti ma non invadenti.

L’adulto interviene per correggere e migliorare, non per fare al posto vostro. È così che si costruisce autonomia, non per decreto ma per esperienza.

Il passaggio che fai sull’oggi è altrettanto lucido:

la “campana di vetro” e l’educazione mediata dallo schermo hanno ridotto l’allenamento alla realtà.

Il problema non è solo nei minori: come dici giustamente, anche molti adulti mostrano comportamenti a rischio, segno che il deficit educativo attraversa le generazioni.

La tua frase finale è durissima, ma vera:

i cimiteri sono pieni di gente che aveva la precedenza.

La pedagogia lo dice da sempre: avere ragione non equivale a essere al sicuro.

Educare alla sicurezza significa insegnare a leggere il contesto, non solo a rivendicare un diritto astratto.

Questo non assolve gli adulti di oggi, anzi:

ci ricorda che la responsabilità educativa è stata progressivamente ritirata, delegata, sterilizzata, fino a lasciare individui formalmente tutelati ma sostanzialmente impreparati. La lezione che porti è chiara:

non servono supereroi, servono adulti che tornino a educare al rischio, alla realtà, alla responsabilità, prima che sia l’emergenza a farlo in modo irreversibile.

Un caro saluto

CONCLUSIONI APERTE

Nel loro insieme, queste domande e risposte delineano una cornice chiara: la tragedia di Crans-Montana non parla di giovani incapaci, ma di una responsabilità adulta che si è progressivamente ritirata.

Il blocco dei ragazzi, l’attesa dell’iniziativa adulta, la difficoltà nel problem solving, l’omologazione al gruppo e la cattiva gestione dell’emergenza non sono anomalie individuali, ma esiti di apprendimenti impliciti costruiti nel tempo. Sono il risultato di contesti che hanno promesso protezione senza allenare all’autonomia, controllo senza responsabilità, sicurezza formale senza cultura della prevenzione.

La lezione pedagogica che emerge è esigente ma inevitabile: educare significa costruire contesti sicuri prima dell’emergenza, allenare alla realtà e al rischio in modo progressivo, e soprattutto non abdicare mai alla funzione adulta.

Solo assumendo questa responsabilità collettiva – nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione, nelle istituzioni – il dolore può trasformarsi in consapevolezza e la memoria in un impegno educativo che non si limiti al lutto, ma generi cambiamento.

Ped. Alessandro Prisciandaro

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1 Commento
  1. Pozzoni Barbara dice

    Io sono una mamma di un ragazzino di 14 anni che ha iniziato da poco ad uscire. Credo che la responsabilità sia dei proprietari, degli adulti ( loro) perché non si avrebbe dovuto aprire/ usare un locale non a norma (da anni mi è sembrato di capire dalla tv). Inoltre spero che i responsabili paghino a dovere per le responsabilità. Credo servano più momenti di riflessione nelle scuole,in famiglia ecc. Sia per questo evento che molti altri. Credo serva dialogare( in generale), discutere con i bambini, ragazzi per formare, educare i futuri adulti. Sia in ambito scolastico che familiare. Un pensiero ai familiari delle vittime. E a chi in ospedale lotta per la vita.